
Benvenuti alla terza lezione. –br–
Lezione 3.
Raccontare una storia per celebrare la vita
Se poi il giardino della nostra scrittura si riempie di piccoli fiori profumati, può venirci la tentazione di armonizzarli insieme e farne una bella composizione, cioè un racconto. Ecco alcune suggestioni e alcuni suggerimenti tecnici per riuscirci.
E’ sufficiente un’occhiata a un manuale di metrica per scoprirlo: l’unità di misura in poesia si chiama piede, e lo spazio che il piede misura stanza. Un piede che misura una stanza: questo prima di qualsiasi altra cosa è all’origine della scrittura. Tanto che se mai ne esistesse una, la Bibbia dello scrittore dovrebbe iniziare con queste parole: In principio fu il piede, il piede misurò la stanza, e allora fu il verso. Il verso, già: la porzione di testo poetico dopo la quale si va a capo, ma anche, in una delle sue accezioni secondarie: il senso, la direzione. Senso e direzione del muovere, che in una delle sue accezioni primarie significa: togliere qualcuno dallo stato di quiete. E non esiste forse espressione migliore di questa per definire uno dei gesti primari e fondativi del narrare. Dal momento infatti che la quiete ha uno scarsissimo potenziale narrativo, dal momento cioè che più ancora della felicità raggiunta quello che ci attrae in una storia sono gli ostacoli e le difficoltà superate nel tentativo di raggiungerla, ecco che, semplificando molto, possiamo dire che raccontare una storia non è altro in fondo che questo: togliere qualcuno dallo stato di quiete.
Muoverlo.
***
Togliere qualcuno dallo stato di quiete, va bene.
Ma qualcuno chi?
Un idraulico, un postino, un ladro, un supereroe, chi volete voi.
Non è importante.
Quello che conta è che il suo cuore batta per qualcosa. Per un ladro sarà un carico di lingotti d’oro custoditi nel caveau di una banca, per un carcerato il miraggio di una passeggiata a piede libero, per Jack lo squartatore una donna sola in un vicolo di notte, per un gruppo di amici la spiaggia spagnola che li attende dopo l’esame di maturità, per un adolescente innamorato il bacio di una ragazza alla fine di un’estate passata a sognarlo. Sarà questo qualcosa a spingere il vostro protagonista ad abbandonare la quiete della sua vita e a volgersi all’avventura. Provate infatti a chiedervi: ci metteremmo mai in cammino senza un tesoro da raggiungere? La risposta è no. Quindi un tesoro ci vuole per forza, ma da solo ancora un tesoro non basta. Bisogna smettere di sognarlo e passare all’azione. In un’altra delle sue accezioni muovere significa infatti risolversi ad agire, e sempre semplificando possiamo dire che un racconto non è altro che l’esposizione dei fatti che da questa risoluzione ad agire originano. Ecco allora il nostro ladro scavare un tunnel sotto la banca, il carcerato ricevere da un secondino corrotto una lima nascosta in una pagnotta, ecco il nostro innamorato ubriacarsi per trovare il coraggio di baciare la ragazza dei suoi sogni. Avere un sogno e risolversi ad agire perché diventi realtà. Ecco un altro passo fondamentale. Ma anche questo ancora non basta. Che avventura sarebbe infatti se nel raggiungimento del nostro tesoro niente andasse mai storto? Se sul più bello del viaggio non restassimo senza benzina, se a un passo dai lingotti non scattasse l’allarme, se a un soffio dal bacio alla ragazza dei nostri sogni il coraggio tanto faticosamente guadagnato non ci abbandonasse all’improvviso? Se oltre che verso, insomma, noi non muovessimo contemporaneamente contro qualcosa. Forze antagoniste, avversari. Il male che ostacola il bene, che è l’altra metà del bene. Come il bianco e il nero nel simbolo del Tao. Muovere verso una principessa, quindi, ma solo a patto che contemporaneamente si muova contro un drago. Perché ben più delle principesse, lo sappiamo tutti, il rischio, l’avventura, il vero sale delle storie insomma, sono i draghi. E lo sono al punto che c’è chi sostiene che gli uomini abbiano iniziato a raccontare storie proprio grazie a loro, anche se sarebbe più corretto dire a causa loro. E’ lo scrittore e viaggiatore inglese Bruce Chatwin ad azzardare l’ipotesi che la prima forma di comunicazione tra uomini servì a sconfiggere un pericoloso e sanguinario predatore che, approfittando del buio, decimava i nostri antenati cavernicoli. Già, ma in che modo? Con la voce e con il fuoco. Fu infatti grazie all’invenzione del fuoco che riuscirono a spaventarlo e tenerlo lontano per il tempo necessario a organizzarsi. E fu intorno a quel fuoco che la voce venne usata per la prima volta per trasmettere informazioni indispensabili alla sopravvivenza. Anche se voce è una parola grossa. Diciamo piuttosto suoni gutturali e sgraziati che faticosamente spingevano fuori dalle loro bocche. Da dove attaccava il predatore? Era possibile attirarlo in una trappola e circondarlo? Era possibile sconfiggerlo? Sì, era possibile, scoprirono gli uomini, e unendo le loro forze ci riuscirono. Nel buio primordiale quegli uomini selvaggi muovevano contro la bestia e verso la sopravvivenza della specie umana. E senza quel loro primo maldestro ma efficace sforzo comunicativo intorno a un fuoco, noi non saremmo qui a raccontarlo. Per questo forse i disegni lasciati sulle pareti delle caverne da questi primitivi narratori a testimonianza della loro lotta continuano a commuoverci. In qualche modo poi, conclude Chatwin, anche una volta sconfitto il temibile predatore, quella della bestia sarebbe rimasta una delle paure ancestrali dell’uomo. Perché, concreta o astratta, reale o immaginaria, c’è sempre in ognuno di noi una bestia da combattere. Per questo, una volta imparato a parlare, gli uomini avrebbero inventato le favole che conosciamo, in cui formidabili eroi compiono lunghi viaggi per sconfiggere draghi e salvare principesse. Intorno a quello stesso fuoco che li aveva visti vincitori, poi, le avrebbero raccontate ai loro figli, perché nel caso i draghi tornassero, non dimenticassero come sconfiggerli. Perché non dimenticassero la lotta per la sopravvivenza, insomma. E il fatto che il viaggio dell’eroe sia diventato l’archetipo più potente che, dai tempi di Omero a quelli di Harry
Potter, pulsa sotto gran parte delle storie che ancora oggi amiamo sentirci raccontare, mi sembra la miglior prova che i figli, i figli dei figli, i figli dei figli dei figli e così via, fino ad arrivare a noi, non hanno dimenticato.
***
Raccontare una storia è raccontare ogni passo dell’eroe verso la principessa e ogni passo del drago contro l’eroe. L’energia sprigionata dall’attrito tra movimenti verso e movimenti contro è la benzina di ogni narrazione: il vento che sostiene l’aquilone della storia nei suoi volteggi. Proprio come un aquilone, infatti, una storia sale quando incontra correnti d’aria calda che lo sostengono e precipita in picchiata se incappa in un vuoto d’aria. Ed è in questo guadagnare e perdere quota che si delinea il suo percorso. Ogni storia ne ha infatti uno preciso e nascosto, il più delle volte ben diverso da quello pianificato in partenza. Un percorso misterioso che sarà la risultante dell’itinerario iniziale stimato e delle variazioni dovute agli imprevisti di viaggio. E che solo alla fine di una storia, come alla fine di un viaggio, si rivelerà ai nostri occhi con tale chiarezza da poter essere tracciato su un foglio: una sequenza di alti e bassi che ricorda il profilo frastagliato di una catena montuosa o il tracciato zigzagante di un elettrocardiogramma. Nonostante questo però, nonostante solo alla fine del viaggio si possa davvero conoscere il numero e la direzione esatta dei passi fatti, senza un itinerario di massima del loro viaggio – cioè della loro storia – alcuni scrittori non si mettono nemmeno in viaggio. Sono gli scrittori che, decisa una meta, si sforzano di prevedere ogni più piccolo imprevisto, e una volta in viaggio si attengono il più possibile alla rotta tracciata, consultando la loro mappa ogni volta che si perdono per capire dove hanno sbagliato strada e in quale valle sconosciuta si trovano. Per loro scrivere è sempre muovere alla luce di una storia, che prima di raccontare cercano di conoscere nei minimi dettagli. Per altri è invece l’opposto: un muovere cieco, più simile al colpo di testa del ragazzo che, seguendo l’impulso, scappa di casa di notte senza un soldo né un posto dove andare, con addosso niente altro che la sensazione bruciante del primo passo mosso verso l’ignoto. Per questo secondo tipo di scrittori, proprio come per il ragazzo che scappa di casa, scrivere sarà scoprire passo dopo passo perché si è scappati, da chi e verso che cosa si scappa, e chi e cosa, in quel buio, ostacolerà la nostra fuga. Per loro scrivere sarà insomma muovere all’oscuro della loro storia, che solo poco per volta si chiarirà ai loro occhi. In un caso o nell’altro, però, che muoviate cioè alla luce o all’oscuro della vostra storia, non dimenticate mai una cosa: ciò che davvero importa nel vostro viaggio verso e contro, nel vostro viaggio, per usare le parole di Fabrizio De Andrè, in direzione ostinata e contraria, è che il cuore del vostro eroe non smetta mai di battere. E battendo, non smetta mai di far battere quello del lettore all’unisono col suo. Una storia non sarebbe infatti la magia che è se oltre a muovere non sapesse allo stesso tempo commuovere. E così facendo risvegliare per il tempo di un racconto l’eroe che da qualche parte, in fondo a ogni lettore, affila le unghie intorno a un fuoco: quel cavernicolo pronto a lottare nel buio per la propria sopravvivenza contro il più terribile e sanguinario dei draghi.
Categorie:
Uncategorized