Ho un libro in testa

Archivio: dicembre 2010

 

Buon anno a tutti da Chicca e Cara
di Carlo Zanda
 

«Sta fermo e guarda, aguzza gli orecchi e penetra l’inflessione della mia voce che, con l’enfasi scolpita nelle parole, approva la sua esistenza. E a un tratto, sporgendo la testa e aprendo e chiudendo le labbra, scatta verso il mio viso, quasi volesse mordermi il naso, pantomima certo intesa come risposta ai miei incoraggiamenti, che ogni volta mi fa indietreggiare di botto ridendo, cosa pure da Bauschan conosciuta in anticipo. E’ una specie di bacio nell’aria, per metà affetto e per metà burla, una manovra a lui propria già da piccolo mentre non l’avevo mai notata in nessuno dei suoi predecessori. Del resto si scusa subito per la libertà concessasi con scodinzolii, brevi inchini e un’espressione imbarazzato-allegra. E poi, dalla porta del giardino, usciamo all’aperto».
Da Cane e padrone di Thomas Mann

 

Sarzana, via Mazzini
Cara vive con Chicca dal 27 dicembre 2010

 

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Per rintracciare Oliver, seguire il cartello
di Carlo Zanda
 

«L’aria divenne più gelida, a mano a mano che il giorno avanzava adagio; e la nebbia dilagò sul terreno simile a una fitta nuvola di fumo. L’erba era bagnata; i sentieri e tutti i punti più bassi sembravano un pantano; l’alito umido di un vento malsano soffiava languidamente con gemiti cavernosi. Ma Oliver continuava a giacere, immobile e insensibile, nel punto in cui Sikes lo aveva lasciato».
Da Le avventure di Oliver Twist di Charles Dickens

Località Abbandonato, frazione di Cinigiano (Grosseto)

 

 

 

 

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Probabilmente questa notte ci addormenteremo tardi, forse tardissimo, ma non importa, tanto i sogni arrivano quando vogliono, anche al mattino (i sogni migliori de Chirico li faceva di pomeriggio).
In libreria c’è una nuova raccolta di scritti di Buzzati, che è sempre una bella notizia: sono i due volumi curati da Lorenzo Viganò, contenuti nel cofanetto intitolato I fuorilegge della montagna (Mondadori).
Che cosa c’entra la montagna con la questione dei sogni?
Scopritelo ascoltando Buzzati, mentre racconta come si può trovare una storia dormendo.
 

 

Lo potete vedere e sentire cliccando qui, sotto il ritratto del Babau
(protagonista del meraviglioso racconto delle Notti difficili).

Cin cin e buoni sogni

 

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Oggi vi saluto con la faccia di Shakespeare perché questa notte sono stata trascinata da forti venti di burrasca in mezzo a naufraghi e naufragi: ho iniziato a leggere Prospero, il romanzo di Gianluca Di Dio (Italic-Pequod), una storia tesa, intensa e dannata di "ordinaria ingiustizia" ambientata nell’Italia degli anni Settanta.
Il protagonista si porta addosso un nome di tempesta: Prospero, appunto.
La trama si apre con una voce che recita versi lontani, immagini che riprendono forma attraverso la nebbia della memoria.
Sono i versi che Prospero fin da piccolo era capace di ripetere a macchinetta a chiunque incontrasse, tutto d’un fiato, inchiodandosi al punto. I versi che «usava spesso per i motivi più vari: per smaltire la rabbia, per farsi coraggio, per concentrarsi, per vedere se era già sbronzo, per… E delle volte, quando succedeva che volavano brutte arie e qualcuno era lì lì per gonfiarlo di botte, lui gli andava sotto col suo mento sottile, gli spalmava in faccia quelle parole scandendole per bene, e quasi sempre era il miracolo: non si sa come, ma se poco prima era lì che si sentiva già la testa bombardata di cazzotti, invece poi non succedeva niente: chi gli stava davanti perdeva il fumo come un ferro da stiro immerso nell’acqua».
Dovrà incontrare un destino tragico Prospero, in balìa della perdita del senso di giustizia e di se stesso.
Ma intanto è bello rileggere i suoi amati versi, quella tiritera inchiodata alla memoria che Prospero si era convinto che fosse «più di un canto che bucava le nuvole».
Sono i versi tratti da La tempesta di Shakespeare:
 

… Erano tutti spiriti e si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile:
e come l’edificio senza fondamenta di questa visione, le torri ricoperte di nubi, i palazzi sontuosi, i templi solenni, questo stesso vasto globo, sì, e quello che contiene, tutto si dissolverà,
come la scena priva di sostanza ora svanita, tutto svanirà senza lasciare traccia.
Noi siamo della materia di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sonno.

 

 

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Sisifo in città di Carlo Zanda
 

«Tutte le grandi azioni e tutti i grandi pensieri hanno un inizio di poco peso. Così è l’assurdo. La levata, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo…».
Da Il mito di Sisifo di Albert Camus

 

Lucca, corso Garibaldi
 

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Sergio Ruzzier è uno degli autori di picture books che più ammiro.
Con i suoi acquerelli racconta storie strordinarie.
Potete andare a trovarlo nel suo sito e nel suo blog
Vive a New York e ogni tanto ci scambiamo delle mail da una parte dell’Oceano e dall’altra.
Di qua magari è giorno, di là notte. E viceversa.
Siccome è Natale, vi mostro il suo lato solare. L’altro lato è qui.

 

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Benvenuti alla terza lezione. –br–

 

 

 

 

Lezione 3.

Raccontare una storia per celebrare la vita

 

Se poi il giardino della nostra scrittura si riempie di piccoli fiori profumati, può venirci la tentazione di armonizzarli insieme e farne una bella composizione, cioè un racconto. Ecco alcune suggestioni e alcuni suggerimenti tecnici per riuscirci.    

 
 
E’ sufficiente un’occhiata a un manuale di metrica per scoprirlo: l’unità di misura in poesia si chiama piede, e lo spazio che il piede misura stanza. Un piede che misura una stanza: questo prima di qualsiasi altra cosa è all’origine della scrittura. Tanto che se mai ne esistesse una, la Bibbia dello scrittore dovrebbe iniziare con queste parole: In principio fu il piede, il piede misurò la stanza, e allora fu il verso. Il verso, già: la porzione di testo poetico dopo la quale si va a capo, ma anche, in una delle sue accezioni secondarie: il senso, la direzione. Senso e direzione del muovere, che in una delle sue accezioni primarie significa: togliere qualcuno dallo stato di quiete. E non esiste forse espressione migliore di questa per definire uno dei gesti primari e fondativi del narrare. Dal momento infatti che la quiete ha uno scarsissimo potenziale narrativo, dal momento cioè che più ancora della felicità raggiunta quello che ci attrae in una storia sono gli ostacoli e le difficoltà superate nel tentativo di raggiungerla, ecco che, semplificando molto, possiamo dire che raccontare una storia non è altro in fondo che questo: togliere qualcuno dallo stato di quiete.
Muoverlo.
 
       ***
Togliere qualcuno dallo stato di quiete, va bene.
Ma qualcuno chi?
Un idraulico, un postino, un ladro, un supereroe, chi volete voi.
Non è importante.
Quello che conta è che il suo cuore batta per qualcosa. Per un ladro sarà un carico di lingotti d’oro custoditi nel caveau di una banca, per un carcerato il miraggio di una passeggiata a piede libero, per Jack lo squartatore una donna sola in un vicolo di notte, per un gruppo di amici la spiaggia spagnola che li attende dopo l’esame di maturità, per un adolescente innamorato il bacio di una ragazza alla fine di un’estate passata a sognarlo. Sarà questo qualcosa a spingere il vostro protagonista ad abbandonare la quiete della sua vita e a volgersi all’avventura. Provate infatti a chiedervi: ci metteremmo mai in cammino senza un tesoro da raggiungere? La risposta è no. Quindi un tesoro ci vuole per forza, ma da solo ancora un tesoro non basta. Bisogna smettere di sognarlo e passare all’azione. In un’altra delle sue accezioni muovere significa infatti risolversi ad agire, e sempre semplificando possiamo dire che un racconto non è altro che l’esposizione dei fatti che da questa risoluzione ad agire originano. Ecco allora il nostro ladro scavare un tunnel sotto la banca, il carcerato ricevere da un secondino corrotto una lima nascosta in una pagnotta, ecco il nostro innamorato ubriacarsi per trovare il coraggio di baciare la ragazza dei suoi sogni. Avere un sogno e risolversi ad agire perché diventi realtà. Ecco un altro passo fondamentale. Ma anche questo ancora non basta. Che avventura sarebbe infatti se nel raggiungimento del nostro tesoro niente andasse mai storto? Se sul più bello del viaggio non restassimo senza benzina, se a un passo dai lingotti non scattasse l’allarme, se a un soffio dal bacio alla ragazza dei nostri sogni il coraggio tanto faticosamente guadagnato non ci abbandonasse all’improvviso? Se oltre che verso, insomma, noi non muovessimo contemporaneamente contro qualcosa. Forze antagoniste, avversari. Il male che ostacola il bene, che è l’altra metà del bene. Come il bianco e il nero nel simbolo del Tao. Muovere verso una principessa, quindi, ma solo a patto che contemporaneamente si muova contro un drago. Perché ben più delle principesse, lo sappiamo tutti, il rischio, l’avventura, il vero sale delle storie insomma, sono i draghi. E lo sono al punto che c’è chi sostiene che gli uomini abbiano iniziato a raccontare storie proprio grazie a loro, anche se sarebbe più corretto dire a causa loro. E’ lo scrittore e viaggiatore inglese Bruce Chatwin ad azzardare l’ipotesi che la prima forma di comunicazione tra uomini servì a sconfiggere un pericoloso e sanguinario predatore che, approfittando del buio, decimava i nostri antenati cavernicoli. Già, ma in che modo? Con la voce e con il fuoco. Fu infatti grazie all’invenzione del fuoco che riuscirono a spaventarlo e tenerlo lontano per il tempo necessario a organizzarsi. E fu intorno a quel fuoco che la voce venne usata per la prima volta per trasmettere informazioni indispensabili alla sopravvivenza. Anche se voce è una parola grossa. Diciamo piuttosto suoni gutturali e sgraziati che faticosamente spingevano fuori dalle loro bocche. Da dove attaccava il predatore? Era possibile attirarlo in una trappola e circondarlo? Era possibile sconfiggerlo? Sì, era possibile, scoprirono gli uomini, e unendo le loro forze ci riuscirono. Nel buio primordiale quegli uomini selvaggi muovevano contro la bestia e verso la sopravvivenza della specie umana. E senza quel loro primo maldestro ma efficace sforzo comunicativo intorno a un fuoco, noi non saremmo qui a raccontarlo. Per questo forse i disegni lasciati sulle pareti delle caverne da questi primitivi narratori a testimonianza della loro lotta continuano a commuoverci. In qualche modo poi, conclude Chatwin, anche una volta sconfitto il temibile predatore, quella della bestia sarebbe rimasta una delle paure ancestrali dell’uomo. Perché, concreta o astratta, reale o immaginaria, c’è sempre in ognuno di noi una bestia da combattere. Per questo, una volta imparato a parlare, gli uomini avrebbero inventato le favole che conosciamo, in cui formidabili eroi compiono lunghi viaggi per sconfiggere draghi e salvare principesse. Intorno a quello stesso fuoco che li aveva visti vincitori, poi, le avrebbero raccontate ai loro figli, perché nel caso i draghi tornassero, non dimenticassero come sconfiggerli. Perché non dimenticassero la lotta per la sopravvivenza, insomma. E il fatto che il viaggio dell’eroe sia diventato l’archetipo più potente che, dai tempi di Omero a quelli di Harry
Potter, pulsa sotto gran parte delle storie che ancora oggi amiamo sentirci raccontare, mi sembra la miglior prova che i figli, i figli dei figli, i figli dei figli dei figli e così via, fino ad arrivare a noi, non hanno dimenticato.
 
***
 
Raccontare una storia è raccontare ogni passo dell’eroe verso la principessa e ogni passo del drago contro l’eroe. L’energia sprigionata dall’attrito tra movimenti verso e movimenti contro è la benzina di ogni narrazione: il vento che sostiene l’aquilone della storia nei suoi volteggi. Proprio come un aquilone, infatti, una storia sale quando incontra correnti d’aria calda che lo sostengono e precipita in picchiata se incappa in un vuoto d’aria. Ed è in questo guadagnare e perdere quota che si delinea il suo percorso. Ogni storia ne ha infatti uno preciso e nascosto, il più delle volte ben diverso da quello pianificato in partenza. Un percorso misterioso che sarà la risultante dell’itinerario iniziale stimato e delle variazioni dovute agli imprevisti di viaggio. E che solo alla fine di una storia, come alla fine di un viaggio, si rivelerà ai nostri occhi con tale chiarezza da poter essere tracciato su un foglio: una sequenza di alti e bassi che ricorda il profilo frastagliato di una catena montuosa o il tracciato zigzagante di un elettrocardiogramma. Nonostante questo però, nonostante solo alla fine del viaggio si possa davvero conoscere il numero e la direzione esatta dei passi fatti, senza un itinerario di massima del loro viaggio – cioè della loro storia – alcuni scrittori non si mettono nemmeno in viaggio. Sono gli scrittori che, decisa una meta, si sforzano di prevedere ogni più piccolo imprevisto, e una volta in viaggio si attengono il più possibile alla rotta tracciata, consultando la loro mappa ogni volta che si perdono per capire dove hanno sbagliato strada e in quale valle sconosciuta si trovano. Per loro scrivere è sempre muovere alla luce di una storia, che prima di raccontare cercano di conoscere nei minimi dettagli. Per altri è invece l’opposto: un muovere cieco, più simile al colpo di testa del ragazzo che, seguendo l’impulso, scappa di casa di notte senza un soldo né un posto dove andare, con addosso niente altro che la sensazione bruciante del primo passo mosso verso l’ignoto. Per questo secondo tipo di scrittori, proprio come per il ragazzo che scappa di casa, scrivere sarà scoprire passo dopo passo perché si è scappati, da chi e verso che cosa si scappa, e chi e cosa, in quel buio, ostacolerà la nostra fuga. Per loro scrivere sarà insomma muovere all’oscuro della loro storia, che solo poco per volta si chiarirà ai loro occhi. In un caso o nell’altro, però, che muoviate cioè alla luce o all’oscuro della vostra storia, non dimenticate mai una cosa: ciò che davvero importa nel vostro viaggio verso e contro, nel vostro viaggio, per usare le parole di Fabrizio De Andrè, in direzione ostinata e contraria, è che il cuore del vostro eroe non smetta mai di battere. E battendo, non smetta mai di far battere quello del lettore all’unisono col suo. Una storia non sarebbe infatti la magia che è se oltre a muovere non sapesse allo stesso tempo commuovere. E così facendo risvegliare per il tempo di un racconto l’eroe che da qualche parte, in fondo a ogni lettore, affila le unghie intorno a un fuoco: quel cavernicolo pronto a lottare nel buio per la propria sopravvivenza contro il più terribile e sanguinario dei draghi.
 
 

 

 

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Benvenuti alla seconda lezione. –br–

 

 

 

 

Lezione 2.

     Teneri germogli di primavera

Ogni giorno proviamo tante sensazioni ed emozioni. Tra queste ce ne sono alcune che, se nutrite dal sole della nostra attenzione, possono sbocciare tra l’asfalto dei nostri giorni fino a fiorire sulla pagina come piccoli fiori profumati.

    Ecco alcuni esempi.

 
I quaderni delle elementari: quelli su cui ho imparato a scrivere, quelli in cui bisognava stare attenti a non uscire dalle righe. A qualcuno riusciva facile, a me difficilissimo: per quanto ci provassi le mie frasi immancabilmente o decollavano o si inabissavano. Non stavano mai nei margini. Sforavano, straripavano, sconfinavano negli spazi bianchi della creatività, dove, se proprio vuoi delle righe da seguire, devi essere tu a tracciartele.
 
        ***
 
 
Il cielo mette in scena ogni giorno uno spettacolo nuovo e mai visto, scritto da lui stesso e interpretato da grandi talenti naturali: sole, luna, nuvole, rondini, api, insetti. Il vento poi lo porta in tour, un tour che per accontentare tutti non si ferma mai: la luna il sole le api sono tutti attori girovaghi a cui piace un sacco viaggiare. Attori a cui, dalle stelle più abbaglianti – quelle che davvero potrebbero avere pretese da star – fino all’ultimo moscerino striminzito, non gliene frega un bel niente di vedere i loro nomi scritti sul giornale. Il cartellone varia di stagione in stagione, nessuno chiede mai vacanze o giorni di riposo, tanto è sereno il clima di lavoro. E noi da quaggiù non dobbiamo fare abbonamenti o comprare biglietti. Ci bastano gli occhi. L’unico sforzo che ci viene chiesto è di alzarli ogni tanto dalla punta delle nostre scarpe.
 
***
 
Non conosco i diversi tipi di nuvole, non so chiamarle per nome né distinguere un cirro da uno strato, se non tirando a indovinare e senza troppa certezza: però mi piace guardarle.
Oggi nel cielo ce n’è di tutti i tipi, da quei nuvoloni bianchi e densi cui sembra manchino solo le fragole, agli ammassi tempestosi, neri come miniere di carbone volanti, fino a quei batuffoli lanosi che pascolano sopra le nostre teste. Oggi dev’essere un giorno particolare, forse si celebra una qualche festività celeste ignota a noi umani. Forse oggi è Santo Cielo, e così la natura ha tirato fuori tutte le nuvole in un colpo solo e il vento ha avuto un gran daffare a disporle in file ordinate, perché erano davvero troppe e scorrazzavano libere e si artigliavano l’un l’altra.
Ma ora sono tutte lì, in mostra, e più che un cielo nuvoloso è un’esposizione di nuvole.
 
***
 
Capitava che mia madre, tornando a casa, poggiasse sul tavolo della cucina una di quelle piccole bocce di vetro con la neve. Ogni volta che ci passavo davanti non resistevo alla tentazione di trasmettere a quel piccolo mondo immobile e silenzioso un po’ della mia agitazione. Una bella scrollata, poi restavo lì a fissare la neve che vorticava intorno al malcapitato di turno, un pastorello, un Gesù Bambino o una madonnina azzurra. Mi piaceva aspettare che l’ultimo fiocco di neve si fosse depositato prima di scatenare una nuova tempesta. Ma dopo qualche minuto, più o meno alla quarta tormenta di neve, accadeva qualcosa: la bocca mi si spalancava in un grande sbadiglio, gli occhi si inumidivano, le gambe diventavano molli, insonnolite. La boccia di vetro riusciva là dove insegnanti e genitori fallivano. Mi sentivo stranamente pacificato con me stesso, come se, insieme all’ultimo fiocco di neve, si fosse placato anche l’ultimo dei miei ormoni scalpitanti. In fondo si trattava di uno scambio: io trasmettevo alla boccia di vetro un po’ della mia agitazione e lei trasmetteva a me un po’ della sua pace.
 
 

 

 

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Qualche notizia sul nostro insegnante:
Eric Minetto è nato a Torino nel 1971 ed è laureato in letteratura nordamericana. Autore teatrale, insegna storytelling e scrittura creativa alla Scuola Holden (a gennaio terrà un corso intitolato Scrivere di sé).
Ha collaborato per diversi anni con la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Torino, ed è il fondatore della Scuola di Immaginazione Creativa Upaya. Diplomato in Psicoenergetica, è praticante di Yoga e Meditazione.
E adesso, inizia la prima lezione –br–

 
Eppure sentire i fiori tra l’asfalto

                        Scrivere per celebrare la vita

Celebriamo ogni tenero
germoglio di primavera
            Lu Ji
(L’arte della scrittura)
 
 
In questo breve corso di scrittura rifletteremo insieme su come scaldare il fertile terreno della nostra creatività fino a farne un giardino fiorito di piccole o grandi storie.

 

Lezione 1.
Prendersela “a vita” con se stessi

Il punto di vista, la presenza consapevole e la capacità di osservazione sono strumenti che possono aiutarci a riattivare, attraverso la scrittura, quel meraviglioso dialogo d’amore con noi stessi che può essere la vita.
 

Avete mai aiutato un bambino piccolo a spogliarsi prima di andare a dormire, a vestirsi prima di andare a scuola o anche solo a sfilare o mettere le sue piccole scarpe? Avete mai allacciato le stringhe delle scarpe a un bambino piccolo? Se lo avete fatto ricorderete l’emozione che si prova e la delicatezza con cui si cerca di farlo. Forse ricorderete anche il luminoso sorriso di complicità con cui spesso i bambini contraccambiano la vostra delicatezza nell’infilare ai loro piccoli piedi le loro piccole scarpe. Ora chiedetevi: uso la stessa tenerezza e delicatezza quando il corpo che vesto è il mio? Uso la stessa tenerezza quando allaccio le stringhe delle mie scarpe? Uso la stessa tenerezza quando il “sé” in questione è il mio? Credo che pochi risponderanno di sì: la verità infatti è che molto spesso noi non facciamo nemmeno più caso a come ci allacciamo le scarpe. Ricominciare a farci caso può però farci scoprire cose molto interessanti, per esempio la rabbia, la fretta, a volte addirittura l’aggressività con cui compiamo i gesti che ci riguardano da vicino: come se dell’amore di cui siamo dispensatori noi meritassimo solo gli scarti, a volte nemmeno quelli; come se per qualche oscuro motivo sfruttassimo quei momenti per prendercela segretamente a morte con noi stessi. Ora io dico: se proprio dobbiamo prendercela con noi stessi, almeno non prendiamocela a morte, ma a vita! Prendersela a vita con se stessi significa pedinarsi, starsi addosso incoraggiandosi all’attenzione e alla consapevolezza in ogni istante. Prendersela a vita con se stessi significa essere pronti a celebrare ogni tenero germoglio di primavera che sboccia dall’albero della nostra vita. Prendersela a vita con se stessi è il miglior modo per ricominciare ad amarsi. Farlo oltretutto può essere semplice e divertente: per prima cosa è necessario riportare attenzione alle piccole cose che ci riguardano da vicino, così da vicino che nemmeno le vediamo più (per esempio il modo in cui ci allacciamo le scarpe al mattino!). Poi, una volta notate, per non dimenticarle si tratta di appuntarle su un bel taccuino nuovo di zecca. Infine, con tutta la fantasia e la cura di cui siamo capaci, non resta che nutrirle di parole fino a farle diventare grandi, grandi al punto che ci risulti impossibile renderle invisibili ai nostri occhi una seconda volta.
 
 
 
 


 

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