Ho un libro in testa

Archivio: gennaio 2011

Eccoci alla terza puntata delle avventure del nostro avvistatore di libri in treno.

 

 

Lettori su rotaie
di Gabriele Dadati

 

Nel mio andirivieni settimanale tra l’Emilia e la Lombardia su treni regionali che negli ultimi giorni se la sono presa comoda come non mai (e non è che di regola corrano), ho visto come al solito due tipi di libri: i libri che tutti sanno che esistono e i libri che bisogna essere un bel po’ attenti per conoscerli. Alla prima famiglia appartengono ad esempio l’ultimo Fabio Volo incrociato giovedì mattina a pochi passi da un bel Giorgio Faletti (Io sono Dio in edizione super economica), alla seconda anche solo Supereroi di Ilaria Bernardini, che pur pubblicato da Bompiani non credo sia esattamente noto al grande pubblico, e un libro Voland di cui non sono riuscito a vedere il titolo, ma non era un romanzo della Nothomb, quindi anche lì si nuotava nell’ignoto.

Oltre ai libri tradizionali, però, questa settimana hanno iniziato ad aggiungersi i libri fotocopiati. Venerdì mattina ho visto per le mani di una ragazza Atti mortis causa, che nella sua versione con la copertina e tutto si deve a Carmine Ferrentino e ad Annamaria Ferrucci, lo pubblica Giuffrè e consta di 834 pagine numerate in arabe introdotte da una trentina numerate in romane. Ha senso fotocopiare un libro così lungo? Non so, attualmente il prezzo di copertina è 55 euro, fotocopie ne servono 432 circa prendendo dentro due facciate in ogni A4, se escono a 0,3 centesimi che era il prezzo più basso quando io stavo a Pavia il totale è 129,6, più del doppio del prezzo di copertina. Per cui ha senso? No, ma del resto la ragazza aveva un drappello piccolo di fogli per le mani, dal che immagino che dovesse studiarsi solo una piccola parte del libro. (Cos’è Atti mortis causa? Un volume il cui sottotitolo è eloquente: Prova scritta concorso notarile).
Così, dunque, finalmente gli studenti. E con loro le fotocopie. –br– Non è stato però il solo libro fotocopiato che ho visto in questi giorni, quello della aspirante notaia. Mercoledì sera me ne era passato sotto il naso un altro, ben più singolare, stretto tra le mani di un lettore che camminava lungo il corridoietto del vagone in cerca di un posto a sedere. Si trattava di Uomini che odiano le donne di Stig Larsson, fotocopiato con estrema perizia perché il risultato non era un faldone, ma un volumetto in formato A5 (che è la metà dell’A4, il foglio standard che tutti conoscono), con copertina a colori e legatura laterale in plastica bianca, vale a dire la classica spirale. Che senso ha un’opera così certosina e così impegnativa? Non lo so davvero. Mi fa venire in mente quel mio amico che ogni tanto scarica da internet gli impaginati di qualche best seller e mi chiede se voglio il file. Al che io rifiuto: non me la sento di stampare per intero un romanzo di Eco o di Dan Brown, costa molto meno comprarli. (La risposta è: sì, quel mio amico lo faceva ben prima che arrivassero di book reader e i romanzi se li leggeva un po’ sullo schermo del computer e un po’ stampandoli). Sono rimasto ammirato da questa piccola impresa, che pure non so interpretare.
D’ogni buon conto, questo fatto di vedere i libri fotocopiati mi ha fatto venire a mente per li rami tutti i discorsi che si fanno sugli e-book e per una volta ho smesso di pensarci in termini editoriali, chiedendomi se tocca investirci oppure no, cercando di capire come si muove il mercato, che tempistiche ha e perché. Per una volta sono tornato solo il semplice lettore giocherellone che sono da sempre e mi sono chiesto: ma io, se un giorno finisco a viaggiare su treni in cui la gente ha per le mani solo dei book reader, come faccio a capire di cosa si tratta e poi raccontarlo nella mia rubrichetta?
 
Gabriele Dadati

 

Appuntamento lunedì 7 febbraio con la quarta puntata di Lettori su rotaie

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30gen
2011

 

 

«Scrivo per un’infinità di motivi. [..] Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo with a deep distrust and a deeper faith».

 

Beppe Fenoglio

 

 

 

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Dopo avere letto la rubrica Cover Story sul Sole 24 Ore di domenica scorsa, ho seguito l’invito di Stefano Salis: andare sul sito del Time per vedere la rassegna delle più belle copertine-lettera, ovvero le copertine che hanno per titolo una sola lettera dell’alfabeto. «La trovate su www.time.com nel menù Specials. A ciascuno la sua lettera!».
Così sono andata per trovare la mia lettera, poi però, lì per là, mi è venuto in mente di usare le lettere dei titoli per comporre una mia parola. Premetto: non ci sono tante possibilità, le vocali sono soltanto due, la A e la O. Eppure, guarda caso, sono proprio quelle che mi servivano per scrivere una delle parole che mi sono più care: una parola che ne contiene e ne riflette tre, a seconda del senso in cui la guardi.

 

 

 

 

 

 

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Tu che faccia fai? E che faccia vuoi che faccia io? Mi sembra il momento giusto per affacciarci sulle pagine della rivista Un Sedicesimo interpretata da Alexis Rom Estudio ::: Atelier Vostok, un laboratorio d’idee, sperimentazione grafica e comunicazione visiva.
 

 

 

 

 

Questo numero è stato realizzato senza l’ausilio del computer: le pellicole tipografiche sono state interamente lavorate a mano dagli autori, tracciando e incollando forme aguzze ricavate da ritagli di carta e liberamente sovrapposte. Le lastre per la stampa sono state poi impressionate e ricavate in modo tradizionale: il risultato è “un’avventura fotolitica” di volti e oggetti animati in sedici pagine.

 

Un Sedicesimo è un progetto a cura di Pietro Corraini, è una rivista da avere in testa perché è bellissima e perché è libera: ogni autore può creare ciò che vuole. In poche parole: è una galleria su carta che ogni due mesi presenta a sorpresa una mostra diversa. Potete fare un giro completo cliccando qui.
 

 

 

 

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Alla ricerca dei racconti perduti: ovvero, come diventare "pescatori di libri".
Sotto il pescatore che si specchia qui sotto potete trovare la testimonianza di una scrittrice esordiente,
Silvia Bellia (autrice de Il Gabbiano di Torrefiamma), che riflette sulla «difficoltà di farsi conoscere, di entrare nel mercato della letteratura». E sul potere della lettura.

 

fotografia di boze610

 

Il detto latino recita: Scripta manent, tuttavia quanti scritti di valore sono dimenticati o non sono mai stati letti! Molti autori che non conosciamo e che forse non conosceremo, ripongono le emozioni in un cassetto, non perché non meritino di essere condivise, ma, al contrario, perché sono troppo fresche e vulnerabili. Parlo di riflessioni acerbe, nate da un palpito di vita sincero, di pensatori comuni e straordinari, che sentono il bisogno di raccontarsi per esistere.
Occorre custodire questi tesori in un angolo sicuro, senza cedere alla tentazione di trasformarli immediatamente in immagini da esibire, in trofei istantanei ed effimeri. Le idee hanno bisogno di maturare per dare luogo a un’evoluzione feconda. Ma d’altro canto, per arricchire la propria esperienza è indispensabile comunicarla.
Sarebbe bello che qualcuno si prendesse cura dei pensieri che attendono di essere liberati, dei libri non funzionali al mercato della letteratura. Entrare in contatto con il mondo degli esordienti e degli «scrittori potenziali» significa allargare gli orizzonti, accorgersi che l’immaginazione è in grado di assumere forme insospettabili, irriducibili agli schemi. –br–
Ci sono storie per cui occorre inventare nuovi cataloghi, nuovi scaffali. Uno scritto è definito dal suo contenuto, dalla ricerca di infinito a cui partecipa, prima che dalla sua veste commerciale. Nel mio racconto, Il Gabbiano di Torrefiamma, che spero sia salvato dall’oblio grazie a chi l’ha letto, invento delle figure professionali che chiamo «pescatori di libri». Si tratta di bibliotecari ingegnosi, che hanno il compito di risvegliare il senso di testi nascosti, sottovalutati o incompiuti.
Nella Biblioteca di Biblicanto, dove le onde della vita si mescolano alle trame dei romanzi, il vecchio Salmone spiega ai suoi ospiti: «Il mio scopo è quello di cercare i libri che nessuno conosce, quelli composti dagli autori veri – persone che pensano col cuore – e di raccogliere le opere e le pagine più intense perché non vadano perdute. Ogni uomo che ha vissuto fino in fondo e ha riflettuto sul suo destino, dev’essere ricordato».
Salvando un libro, si accoglie l’individualità di chi l’ha creato e il mistero di un messaggio che supera l’individuo stesso. Quando raccontiamo di noi, è sempre all’altro che ci rivolgiamo, ci affidiamo alla sua comprensione. I nostri pensieri non sono mai silenziosi; comunicano ciò per cui sono ispirati. La loro destinazione va oltre le nostre limitate intenzioni. Chi scrive sa che la creazione resta imprevedibile dall’inizio alla fine, solo una cosa è certa: come dice Lévinas, ciò che è consegnato all’altro è sempre in relazione con il futuro.
«La carne è triste, ahimé, e ho letto tutti i libri», cantava con rassegnazione Mallarmé. Ogni volta che la letteratura si riduce a merce diventa «carne triste», priva di avvenire. I testi inediti e le proposte dei narratori esordienti diventano, allora, una risorsa contro l’aridità intellettuale. Ci rivelano che la creatività è inesauribile.
Perché non concedere fiducia all’espressione di pensieri che corrono su binari diversi, originali, non tracciati? Occorre una luce nuova per illuminare gli scenari noti e opachi, per aiutarci a riprendere respiro. Finché ci saranno autori da scoprire e lettori capaci di essere «pescatori» di libri, leggere rimarrà una speranza.

 

Silvia Bellia

 

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Oggi inizierò a leggere La vita accanto di Mariapia Veladiano (Einaudi). Perché non lo fate anche voi? Qui a Hounlibrointesta potete leggere il primo capitolo, tutto intero. Ho pensato a questo romanzo perché nei giorni scorsi abbiamo parlato di tempo della narrazione, di musica e di corpo. Mariapia Veladiano è un’esordiente che dimostra di conoscere bene il tempo della narrazione. E la sua protagonista, Rebecca, scopre la meraviglia della musica, impara a suonare il piano. Lei, ingabbiata dentro un corpo brutto, bruttissimo. Sono contenta di leggere un romanzo con una protagonista brutta. Di questi tempi, in cui le donne sono costrette a essere belledonne per poter diventare ballerine alla corte dei nani, la bruttezza diventa splendida. Una boccata d’aria, una finestra su un altro mondo e un altro modo di essere.
Io comincio a leggere. Buona lettura a tutti!

 

 


 

 

CAPITOLO 1

 

Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire. 
Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il décolleté bordato di velluto, le piacerebbe piú di quello blu, classico e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o fare il cammino di Santiago de Compostela o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è cosí ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.
Io sono brutta. Proprio brutta. –br–
Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà.

Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena piú in là, o piú corti, o piú lunghi, o piú grandi di quello che ci si aspetta. Non ha senso l’elenco: non rende. Eppure qualche volta, quando voglio farmi male, mi metto davanti allo specchio e passo in rassegna qualcuno di questi pezzi: i capelli neri ispidi come certe bambole di una volta, l’alluce camuso che con l’età si è piegato a virgola, la bocca sottile che pende a sinistra in un ghigno triste ogni volta che tento un sorriso. E poi sento gli odori. Tutti gli odori, come gli animali.
Io sono nata cosí. Bello come un bambino, si dice. E invece no. Sono un’offesa alla specie e soprattutto al mio genere.
– Fosse almeno un uomo, – sussurra un giorno mia madre a non si sa chi, sorprendendomi alle spalle. Lei parlava non piú di due o tre volte alla settimana, senza preavviso e mai a qualcuno in particolare.
Certo non parlava a mio padre. Lui invece ci provava. Le raccontava del suo lavoro, di me, della vita cittadina, le portava i saluti degli amici, finché ci sono stati.
Mia madre si è messa a lutto quando sono nata, la sua femminilità si è seccata crudele e veloce come il ricino di Giona, tutto in un momento.
Dopo che è tornata dall’ospedale non è piú uscita di ca- sa, mai piú. All’inizio ha ricevuto molte visite, alcune di amicizia, altre di cortesia, moltiplicate dalla curiosità pettegola e scaramantica delle conoscenti: Dio quant’è brutta, tocca a te e non a me. Lei rimaneva seduta sul divano bianco del salone, vestita di scuro. Nessuno sa dire come si fosse procurata quelle gonne e quelle maglie nere, lei che vestiva di verde e azzurro da quando era bambina.
Io stavo nella culla della mia stanza e gli ospiti dovevano chiudere la porta quando entravano per vedermi. Mia madre si riparava dai commenti: Poveretta! Che disgrazia! Del resto c’è la tara! Sí, ma era un’altra cosa! Eh! Chissà se lei gliel’ha raccontata giusta a lui! Lei viene dalla campagna! Contadini erano, e là c’è sempre modo di far sparire una cosa cosí. Il sangue non perdona! Sarà normale di testa almeno? E pensare che loro sono cosí belli!
Mio padre è bellissimo: è alto, scuro di capelli e di carnagione, con due occhi neri cosí intensi che si deve regalargli l’anima. Di mia madre non so. Dicono che fosse bellissima prima. Io la guardavo solo qualche volta di nascosto e solo quando ero sicura che non mi vedesse. Avevo paura della sua espressione vuota. Anche lei non mi guardava e il cielo sa quanto avevo insieme paura e desiderio che lo facesse e non solo per controllare se intanto qualcosa era cambiato, se le preghiere disperate che all’inizio rivolgeva
a un Dio sempre piú lontano avevano prodotto il miracolo.
In realtà non credeva davvero al miracolo, perché c’era la tara nella sua famiglia. Adesso so che è una tara piccola. Minuscola. Che lascia intatta la mente, il viso, la bellezza, la vita. Ma se ne sussurrava come di una tragedia. Ogni tanto nasceva un disgraziato, cosí si diceva. A caso, dove capita capita, come la grazia di Dio, come un sasso scappato di mano a un giocoliere nell’alto dei cieli amen.
– Non si può sfuggire alla tara, – dice un giorno a pranzo, rivolta al suo piattino candido da dessert. Il cucchiaino che tiene in mano sbatte violentemente sul tavolo e fa tremare la gelatina di fragole il cui odore mi colpisce improvviso, disgustoso.
Anche se lei ci aveva provato a sfuggirle, sposando un uomo bello, giovane, sano e di famiglia sana fino alle generazioni di cui si conservava memoria e storia. Nessun bambino dalle molte dita nascosto nelle stalle per tutta l’esistenza, affidato a servi fedeli e infine misteriosamente morto fra il sollievo di tutti.
Si parlava di sei sette dita per ogni mano, nei piedi anche di piú. Bambini incrociati con gli animali, con i ragni che camminano di notte a tradimento e te li trovi accanto silenziosi, paure fatte corpo e zampe a nostro oltraggio.
Cosí ero nata io. A tradimento, dopo una gravidanza incantevole, senza nausea e senza peso. Leggera mia madre
mi aveva portato come un gioco che lei sapeva custodire.
Si muoveva nei suoi vestiti azzurri e turchesi, come i suoi occhi di mare, diceva mio padre.
– Come sono le dita? – chiede alla fine di un parto durante il quale ha respirato e spinto, respirato
e spinto, respirato e spinto, mano nella mano di mio padre.
– Le dita? Oh, quelle… perfette, – risponde l’ostetrica, sgomenta che di fronte a tanto disastro ci si preoccupi delle dita.
– Femmina?
– Femmina.
– La voglio vedere, – dice mia madre che si sente appena aggrappata all’orlo della felicità e ha ancora paura di cadere.
L’ostetrica non sa cosa fare: tiene in mano quel maldestro candidato alla specie umana che le ha rattrappito i pensieri:
– Non piange, – dice in fretta. – La porto in pediatria.
E scappa col grumetto nudo che sono io avvolto nel telo verde del parto, inseguita da mio padre, che non ha potuto ancora vedere perché ha fatto il marito e non il dottore, come voleva mia madre, e le ha tenuto la mano per tutto il tempo, ma è ginecologo e ha capito che qualcosa di tremendo è accaduto.
Io so tutto e anche molto di piú grazie alla zia Erminia, la sorella gemella di mio padre.
– Sono anch’io uno scherzo di natura, – risponde il giorno in cui le chiedo cosa vuol dire quell’espressione sussurrata intorno a me.
– Vedi? Del tutto uguale a tuo padre, ma donna. I dottori dicono che è impossibile, che io somiglio solo a lui, perché veniamo sicuramente da due ovuli diversi. Però abbiamo la stessa macchia a forma di mezzaluna qua dietro, vedi? – e piega il lungo collo elegante verso di me rovesciando i capelli neri. – E anche tre piccoli nei vicinissimi qui, – e alza la maglietta per mostrarli a lato dell’ombelico soffice, profumato di talco e calendula. – Siamo uno, ma divisi in due –. E ride di un riso forte che mi piace e spaventa.
Mia madre poté vedermi il giorno dopo. Non disse nulla. Guardava quello sbaglio, la mia testa sghemba, i lineamenti crudeli che lei aveva generato. Non mi prese in braccio, nessuno osò proporle di allattarmi.
Quando mia madre decise che non avrebbe piú ricevuto visite, mio padre mi portò nel suo studio. Per alcuni mesi rimasi nello spogliatoio delle signore, dentro la carrozzina giallo oro che lei aveva preparato per tempo immaginando le passeggiate lungo i portici di corso Palladio fino a piazza dei Signori, e magari nei giorni freschi su fino a Monte Berico a ringraziare i sette santi fondatori e la Madonna per tanta felicità.
Ogni quattro ore l’infermiera di mio padre mi dava il biberon e mi coccolava accarezzandomi sulla testa come si fa con i cuccioli di cane e di gatto. Lui all’inizio la rimproverava per questo gesto, in modo quasi distratto, come fa sempre per non ferire. Poi rinunciò.
A suo modo era una situazione protetta perché passavano di lí solo le pazienti di mio padre. Loro lo adoravano per quel misto di complicità e confidenza che nasce quando si deve condividere la propria intimità. Per un po’, grazie a una specie di proprietà transitiva, toccò anche a me qualche frammento di quell’adorazione. Ma durò poco: mio padre si accorse che stava perdendo le pazienti incinte, le
quali vedevano nelle mie forme belluine la rappresentazione crudele delle loro paure.
– Credo che dovrebbe andare all’asilo, – dice improvvisamente zia Erminia a cena, una sera intorno ai miei tre anni.
Lei non abitava con noi, ma dopo la mia nascita veniva tutti i giorni. Scappava dal conservatorio dove insegnava pianoforte e correva a casa nostra dove faceva tutto: organizzare il lavoro della domestica di turno quando c’era, oppure seguire la casa quando la domestica, quasi sempre, non c’era.
In effetti metà del suo tempo lo passava a ricevere e scartare candidate all’assunzione: «Troppo giovane, viene per fare gli occhi dolci a tuo padre»; «Voce troppo stridula, manca di armonia»; «Troppo severa, ci tratta come reclute». Era esigente a causa mia, diceva. Cercava una persona che mi volesse bene davvero. Qualche volta credeva di trovarla e questa allora veniva assunta con tutte le solennità. Ma durava poco, se ne andavano tutte con delle scuse. Una volta una ragazza rimase un po’ piú a lungo e quando si licenziò disse qualcosa di molto vicino alla verità:
– C’è troppo dolore in questa casa.
La ricordo eccezionalmente lunga, la discussione sull’asilo.
– C’è tempo, – risponde mio padre.
– Ha bisogno di stare con i bambini, – incalza zia Erminia.
– Non ancora –. Mio padre mi guarda: – Le serve un supplemento di… giorni. Fra qualche anno ne avrà abbastanza per andare alle elementari.
– I piccoli sono piú accoglienti, hanno un’anima nuova e vedono con occhi ancora incolti. Se le diventano amici lo saranno per sempre –. L’ansia le aumenta il bisogno di sottolineare le parole con gesti un po’ teatrali.
Io seguo la discussione con la vita sospesa. So cos’è l’asilo, la zia Erminia mi ha parlato di quel paradiso di giochi
e di bambini in cui si può gridare e correre. Non capisco i pericoli oscuri che teme mio padre ma non mi interessano, sento di poterli affrontare.
– La bambina resta a casa, – scandisce mia madre senza preavviso. E mentre tutti ci voltiamo a guardarla, lei scaccia una qualche mosca con la mano continuando a mangiare, gli occhi fissi sul piatto.
Non si parlò mai piú di asilo.
In effetti una donna che mi volesse bene nel frattempo era stata trovata intorno al mio primo anno di vita e la trovò mio padre.
Maddalena era una sua paziente. L’aveva seguita nella nascita di due bei bambini dai capelli rossi e la carnagione pallida che aveva perso in un incidente pochi anni dopo, insieme al marito.
– è depressa come un bradipo in vasca da bagno, – dice zia Erminia esasperata allargando una mano davanti a sé come per allontanare una visione orrifica. – Non va bene.
– Proviamo, – risponde mio padre tranquillo.
E Maddalena rimase.
A me sembrava bellissima. Lasciava una scia leggera, profumo di nebbia di pianura. Aveva anche lei i capelli rossi e sul viso le lacrime che versava abbondanti dal mattino alla sera si confondevano con le lentiggini.
– Asciuga anche queste, – dico una volta toccandole quei puntini scuri. E lei scoppia a ridere in sussulti veloci che la scuotono tutta.
Mi amò da subito con la forza di un bisogno. La mia natura sgraziata le suscitava un senso di protezione totale, quella che avrebbe voluto riversare sui suoi affetti che non aveva potuto difendere dal male.
– Zampilla come un’arteria recisa, – zia Erminia cerca paragoni estremi per convincere mio padre. – Ce la svuota, quella bambina, – e con un gesto ampio delle mani accompagna un immaginario torrente che corre a valle.
– Le vuole bene come può. La bambina ha bisogno di una figura… affettiva –. Mio padre cerca le parole per non mancare di rispetto a mia madre nemmeno in sua assenza. – Affettiva attiva, ecco. E Maddalena lo è.
Maddalena mi coccolava e mi insegnava a fare i dolci, a sbattere le uova con lo zucchero finché erano bianche e soffici come la panna montata, a gonfiare le chiare a bagnomaria con un movimento tondo e armonioso come l’onda del mare.
– Come la chiave di violino, – interviene zia Erminia un po’ contenta e un po’ gelosa di questa mia intimità. E traccia nell’aria il segno.
La zia Erminia non era materna, però era viva, un’artista. Era senza marito ma non sembrava senza uomini.
– Tanti quanti i pellegrini alla festa degli Oto vorrebbero sposarsela, – dice Maddalena con la libertà di chi ha rinunciato per s
empre a quel tipo di interesse.
– Di maschi a Monte Berico alla festa degli Oto vanno solo traditori e ruffiani, a lavarsi l’anima dai frati perché non si sa mai, – interrompe zia Erminia. – A questi vuoi farmi sposare? – e ride, la testa all’indietro, i capelli inquieti come una promessa incerta.
Lei era in effetti bellissima. Come mio padre, aveva la capacità di dedicarsi completamente alle persone che aveva davanti. Le fissava con gli occhi neri profondi e all’improvviso le faceva sentire importanti. Non parlava molto ma il suo era un parlare che rivelava segreti oppure faceva accadere le cose:
«Oggi si cambia colore alla cucina!» e deposita sul tavolo due latte di colore giallo.
«Andiamo a Monte Berico. Su, scarpe basse e si corre!» e mi trascina fuori casa sotto gli occhi di mia madre che non risponde al saluto.
Uscivo solo di sera: prima di cena d’inverno, dopo cena d’estate. Ho capito tardi che la zia aspettava il buio.
La mia reclusione era un ordine di mia madre, uscire era un tabú scolpito invisibilmente sulla marmorina elegante dei muri di casa, un tabú sul quale stava o cadeva quel residuo di vita che ancora la inabitava.
Prendevamo la via fra i due fiumi, poco illuminata e deserta. L’odore delle alghe cambiava a seconda delle stagioni: dolciastro d’estate, piú aspro d’inverno. Poi salivamo a Monte Berico per le scalette oppure da sotto, lungo
i portici. Sempre di corsa, a perdifiato fin su, al piazzale, a guardare la città dall’alto.
– è immensa, – dico indicando sotto di me le sagome scure delle case e dei condomini in costruzione. – Come fanno gli abitanti a ritrovare la loro casa?
– Basta tenere i punti di riferimento –. E zia Erminia mi fa allineare l’occhio al suo indice che punta la Basilica palladiana con la cupola verde, gonfia sulla piazza dei Signori, o si sposta sulla facciata di San Lorenzo, o sulla Torre Bissara, «che una volta o l’altra viene giú come una piramide di noccioline».
– Mi porti un giorno a vedere?
– Si vede meglio da qui.
Qualche volta il suo dito si fermava su un palazzo di cui mi raccontava la storia mescolata con gli amori clandestini dei proprietari, le morti misteriose di servi e testimoni scomodi, le regalíe di un rampollo piú generoso, le alleanze fortunate, i tracolli disastrosi.
– La storia è solo pettegolezzo d’annata, ricordalo, – mi dice ridendo mentre il profumo dei suoi capelli mi si rovescia addosso e mi toglie il respiro.
Conosceva quei palazzi uno a uno. Col tempo venivo a sapere che in ognuno aveva un amico, un ammiratore. Attirava gli uomini con la bellezza esagerata di una carnagione scura che richiamava sensualità esotiche, con i capelli lunghi da adolescente, con la risata che scoppiava come una festa. E con la musica. Non era molto brava zia Erminia, ma erano pochi ad ascoltarla quando suonava. La sua era musica da guardare. Certi critici erano severi, dicevano che «oltre l’abbaglio della fisicità della concertista restava l’esercizio di una dilettante bene istruita», cosí mi lesse la zia Erminia ridendo una sera. Il pubblico invece la adorava e nella provincia era una celebrità.
Quando parlava, zia Erminia muoveva le mani nell’aria, sembrava un direttore d’orchestra che guidasse un’armonia di parole invece che di note. Lei aveva mani perfette: le dita lunghe e sottili si aprivano per spiegare un concetto importante, si chiudevano a pugno nervoso per sottolineare un’idea, tagliavano orizzontalmente lo spazio davanti agli occhi per chiudere un ragionamento. Ci si incantava a guardarle e quando zia Erminia suonava si spostavano cosí leggere sui tasti del pianoforte che ci si chiedeva se le corde non fossero mosse da una magia a distanza.
Io imparai presto a gesticolare come lei, non avevo alcun bisogno di esercitarmi: imparavo per affetto, per il desiderio di somigliarle. Le nostre conversazioni risultavano cosí buffi balletti delle mani, e da lontano poteva sembrare un personale linguaggio di gesti che escludeva il resto del mondo.
Nel mezzo di una di queste conversazioni di colpo zia Erminia mi afferra i polsi e guarda le mie mani come se fosse la prima volta:
– Ma sono bellissime! – dice.
E rivolta a mio padre:
– La bambina deve suonare. Le sue mani sono quelle di una musicista. Sono stata cieca!
Senza aspettare mi trascina al pianoforte:
– Suona! – ordina.
– Cosa? – chiedo impaurita. Non ho mai osato toccare il mezza coda su cui lei e mio padre suonano quasi tutte le sere, seduti vicini, le spalle che si sfiorano, le mani uguali, eleganti, sicure, a inseguirsi senza toccarsi, avvicinarsi, allontanarsi, intrecciarsi, lasciarsi, riposare sull’ultima nota, finire con dispiacere, ripartire senza preavviso dell’uno, ancora inseguire dell’altro, sfinirsi di piacere, perdersi nelle note come se fosse per sempre.
– Suona quello che vuoi. Fa’ il gatto sui tasti: passeggia.
E io passeggio a caso su e giú per lo strumento di cui conosco l’odore inconfondibile di legno antico trattato con gli oli da conservazione, note gravi e note acute, sgraziate anche loro sul principio, poi torno indietro e le correggo, anch’io inseguo una mia musica piccola. Zia Erminia vede qualcosa nelle mie dita:
– Sarai una pianista meravigliosa! – e mi abbraccia sollevandomi dallo sgabello. Poi si siede e suona, buttando indietro la testa, suona un improvviso che fa tremare i vetri del salone.
La musica afferrò la mia vita. La consapevolezza tutta nuova che ci si aspettava qualcosa da me riempiva i miei giorni di sentimenti che non conoscevo e che prendevano il posto di quella specie di attesa vuota in cui prima le mie energie si erano congelate. Forse potevo dimostrare che c’era del buono in me, che mi si poteva voler bene perché valevo e non solo per un senso confuso di protezione o di colpa.
Non ero il prodigio del pianoforte che aveva visto zia Erminia, ma sapevo imparare in fretta e lo volevo con tutte le mie forze.
Per molto tempo mio padre non disse nulla. Di sera, dopo cena, mi ascoltava in piedi, dietro di me, e sentivo i suoi occhi neri conficcati nelle mie mani. Sentivo i suoi pensieri incerti, la paura di illudersi e di farmi illudere.
Poi cominciò ad ascoltarmi seduto sulla poltroncina di cretonne bianco che si trovava a fianco della stufa turchese di maiolica. Non parlava e non mi dava consigli, ma era rilassato, lo vedevo chiudere gli occhi e seguire con impercettibili movimenti delle dita il ritmo della musica.
Ho suonato a memoria fin dal primo giorno. In effetti era piuttosto sgombra la mia memoria. Lo spreco dei miei giorni ne occupava appena un frammento. Mi bastava leggere una volta lo spartito, e lo ricordavo come le preghiere che Maddalena mi insegnava la sera. Cosí potevo guardare le mie mani: con stupore le vedevo creare i suoni che riempivano l’aria, le seguivo mentre prendevano vita propria, abbandonavano il corpo e correvano sui tasti, si fermavano sulle pause, giocavano con i trilli, rallentavano alla fine. Come le mani di papà e di zia Erminia.
Prima mi è stata maestra la zia Erminia. Arrivava al mattino o al pomeriggio a seconda delle sue lezioni al conservatorio. D’inverno la aspettavo con il naso schiacciato sul vetro della finestra del soggiorno, d’estate infilavo la testa fra le colonnine di pietra della terrazza. Avevo già suonato svariate ore prima che lei arrivasse, ma non mi facevo mai trovare al pianoforte. Le andavo incontro, lei mi afferrava e mi faceva volare in alto, poi mi depositava sullo sgabello.
– Leggera, leggera leggera! – dice inventando un ar
abesco veloce sui tasti.
– O pesante, pesante, pesante! – tuona calando senza riguardo sulle note basse.
E si cominciava. Dopo un po’ arrivava Maddalena con il tè, le meringhe appena sfornate, i biscotti alla vaniglia che adoravo, il gâteau au beurre. Per la merenda si andava a prendere anche mia madre, che era rimasta fino allora in camera, sul lato opposto della casa. Lei non parlava mai, però stavo attenta a lasciare aperte le porte e speravo che mi ascoltasse e che un giorno avrebbe detto qualcosa sui miei progressi.
– La bambina deve entrare al conservatorio, – dice una sera zia Erminia a cena lasciando cadere con un gesto brusco il cucchiaio e chiudendo la mano a pugno come per non farsi scappare il pensiero. – Non ha l’età per le selezioni ma si fanno eccezioni per talenti come il suo.
Mio padre appoggia la forchetta e mette le mani sul tavolo con le palme in giú, nel gesto dei discorsi importanti che chiedono pazienza. Cerca le parole, non mi guarda:
– A ottobre andrà a scuola e il cielo sa se sarà… difficile. Al conservatorio fra tutte quelle bambine vestite di camicette bianche e gonne a pieghe blu, con il nastro nei capelli che ondeggia al ritmo del rondò Alla turca, sarebbe… troppo, ecco, troppo.
Zia Erminia scoppia con un crepitio di legna verde nel caminetto:
– Lei non è una pianista da rondò Alla turca, lei è una pianista da improvvisi, polacche, da Wanderer Fantasie, da
Rachmaninov… La musica la trasforma, la rende… bella. Lei fa piangere quando suona! Lo sai! Lei non ha paragoni per la sua età. Lei è come un prodigio e non si può ignorare un miracolo.
Maddalena mi passa il budino e intanto piange nel suo modo generoso e ovvio. Io conosco solo confusamente qual è il mio problema. So di essere brutta, molto brutta. La mia terrificante bruttezza è un’ombra che mi precede. Ma non posso immaginare cosa diventa fuori dalle mura di casa.
– Anch’io metto le gonne e i nastri se bisogna farlo, – dico subito, ma nessuno mi risponde.
L’unico suono lo fa mia madre che insegue sul piatto di porcellana la ciliegia troppo rossa e troppo tonda che decora il budino.
Entrai al conservatorio molto piú tardi, cinque anni dopo. Feci l’esame come aveva detto mio padre, fra bambine bellissime con i fiocchi e i nastri. Ma intanto erano accadute cose tremende nella mia vita e io ormai sapevo. Suonai al di là di una porta alta di legno lucido come il marmo che c’è dietro la Madonna di Monte Berico dove tutti posano le mani per chiedere una grazia, su un pianoforte molto meno bello del mio, dai suoni calanti. Io sapevo e avevo imparato: quando suonavo dovevo restare inespressiva, la mia espressione migliore è quando con il viso non esprimo proprio niente. Devo concentrare la mia vita nelle mani, tutta la vita nelle mani, tutta tutta.
I selezionatori rimasero a discutere un’ora, dentro c’era anche la zia Erminia. Io avevo suonato bene, ero molto piú avanti di tutte quelle bambine. Ormai sapevo di cosa discutevano, si chiedevano se una creatura dall’aspetto cosí infelice potesse suonare, che cosa avrebbe fatto della sua arte, che senso aveva addestrarla, pardon, coltivarla. Questo dicevano, cercando le parole per rispetto a zia Erminia.
– Dieci su dieci. Ammessa, – dice zia Erminia uscendo di corsa con le mani strette a tormentarsi a vicenda. Piange lei stavolta ma non è felicità.
Maddalena mi porta via dal corridoio dove ho aspettato fra due ali di candidate silenziose e rigide a fianco delle loro madri.
– Adesso cosa faccio? – chiedo ferma davanti al portone del conservatorio stringendo come un salvagente la mano di Maddalena.
Sono grande e non può piú prendermi in braccio come un tempo e allora mi abbraccia in modo diverso da come si fa con una bambina, mi pare che anche lei un po’ si aggrappi. Risponde dimenticando i miei dieci anni:
– Tu suonerai ragazzina. E mangerai e dormirai e andrai a spasso. La vita la si deve prendere all’ingrosso altrimenti se ci fai troppo le pulci non si salva nessuno. Tu suonerai e suonerai e suonerai. è questo il tuo dono e c’è chi non ne ha neanche uno con cui tirare avanti.
Piú o meno disse questo e aveva una voce aspra mentre lo diceva, ma si soffiava il naso per la commozione.
A casa trovammo mio padre seduto su una poltroncina dell’ingresso con una rivista medica in mano.
– Già qui, dottore? – chiede Maddalena dura.
– Com’è andata?
– Bene, naturale. Ammessa.
Sento una promessa di vita arrivarmi con quella parola. Ammessa, c’è un posto per me, tutto mio, conquistato. Non sono piovuta come una disgrazia al conservatorio.
L’eccitazione parla al posto mio:
– Ma tu farai con me come fai con la zia Erminia?
 – Cosa? – chiede mio padre guardandomi fisso.
– Suonare a quattro mani la sera, – rispondo spaventata.
– Vedremo, – dice alla fine dolcemente.

 

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«Il nostro proprio corpo, difatti, è straniero a noi stessi quanto
gli ammassi stellari o i fondi vulcanici».

 

 

 

 

Dopo Calvino e Montale (vedi post precedenti), continua la serie dei ritratti fisici dei grandi scrittori. Il capitolo che state per leggere è tratto dal libro Attorno a questo mio corpo. Ritratti e autoritratti degli scrittori della letteratura italiana a cura di Laura Pacelli, Maria Francesca Papi e Fabio Pierangeli (Hacca edizioni). Appuntamento alla prossima puntata…

 

Elsa Morante.
In questo odiato corpo troppo amato

di Laura Pacelli

Elsa era in polemica con un aspetto della propria personalità che chiamava, un po’ alla maniera di Simone Weil, pesanteur. […] Elsa oscillava in senso psicologico e culturale tra una concezione creaturale, premorale e dunque fisiologica della vita umana e un’idea di leggerezza angelica o se si preferisce demoniaca, ma in tutti i casi non fisiologica. Questo è stato il suo dramma secondo me e non si è mai decisa a scegliere completamente l’una o l’altra concezione. –br– La natura era la fisiologia, ora salvata come innocenza, ora invece accusata di pesanteur, Ariele e Calibano, se vogliamo, ma un Ariele altrettanto incapace di disfarsi di Calibano quanto Calibano di Ariele.

Moravia notò che la scissione tra pesanteur e grazia di memoria weiliana rinviava alla doppia concezione della vita e, di conseguenza, dell’arte di Elsa Morante. Cesare Garboli scrisse della dualità che la divorava e spezzava in due: alto e basso, anima e corpo; contro la pesanteur per la grâce. La scrittrice glielo aveva confessato.
Gli uomini non possono sulla Terra sfuggire la condizione della pesantezza. Già nel quaderno del ’38, Lettere ad Antonio, la «carne si trascina» afferma il pesce che compare in un sogno nel quale la Morante riconosce non casualmente Platone. Più avanti si legge: «Un corpo e giovane bello. Ogni giorno la morte lo lavora: ecco una ruga, un segno, una gonfiezza, una grassezza sconcia e informe. E insieme finiscono la vita e la morte». Il corpo come peso e la sua fragilità vengono spesso rese sulla pagina ad evidenziare la precarietà dell’uomo dovuta alla sua finitudine, un limite che rende prigionieri del tempo che finisce e dello spazio che circoscrive.
Partendo dal diario del ’38, risalente al periodo in cui la Morante era una giovane donna ventiseienne, si scopre che la parola “corpo” assume una grande rilevanza tematica.
Un forte attaccamento al proprio corpo, alla giovinezza del corpo, talmente forte e viscerale che ogni giorno che passa spaventa e sembra l’ultimo possibile per godere della vita, godimento riservato soltanto a chi possiede la bellezza. In Aracoeli il personaggio Manuele ribadirà con veemenza il concetto. La bellezza è riservata ai corpi giovani e alla Morante il suo corpo giovane appare bello, da ammirare ma non si sa per quanto, allora bisogna sfruttare la bellezza del momento per vivere. Eppure sempre si percepisce una punta di dolore per la perdita di questa bellezza che inevitabilmente avverrà nel tempo. Amare il proprio corpo e l’immagine che esso rimanda di noi conduce al narcisismo di cui è la stessa scrittrice a parlare in un successivo diario del 1952:

Sils Maria, 16 agosto 1952
Piove forte, la luce elettrica se n’è andata, e scrivo quasi al buio. La pioggia mi ha impedito stamattina di andare nel bosco a prendere il sole col gatto Tit. Ci nascondiamo in una radura, ed io mi spoglio completamente al sole, mentre lui bruca l’erba e va a caccia di farfalle (che non prende mai). Narcisismo: è questa la ragione per cui mi delizio tanto di esporre il mio corpo al sole? Probabilmente, sì, la ragione è questa: giacché, se fossi brutta, non avrei più desiderio di farlo. Kαλὸς χαί… αγαθóς: mi rendo conto che questo è stato sempre, fin dall’infanzia, l’ideale a cui miravo (per agatòs intendendo coltivato anche nello spirito, naturalmente, come ci insegnavano i professori di greco). Per questo ho sempre avuto tanta cura del mio corpo e della sua giovinezza. Un tempo credevo di farlo per l’attesa dell’amore. Adesso ho imparato oramai che, per quanto calé cai agaté, nessuno potrà mai amarmi veramente. Ma tuttavia la bellezza del mio corpo mi è lo stesso cara. La decadenza della giovinezza e della grazia mi rattrista più della morte. Vorrei finire prima di vedere troppo offesa questa poca grazia naturale di cui la natura mi ha fornito, sebbene essa non sia servita a farmi amare da nessuno. Per essere amata, forse, una donna dovrebbe essere soltanto calé, senza l’agaté. Nessun uomo potrà perdonare a una donna ch’essa pretenda a questo ideale virile della duplice perfezione. Consoliamoci così. Con la duplice perfezione, che purtroppo è così lontana dall’essere perfezione, in me, e per di più è caduca, e ormai sul declino.

Se l’essere amati sembra una disperata impresa, senza la bellezza del corpo diviene impossibile; ma, pur presente l’avvenenza di corpo, l’amore resta un traguardo lontano. Tuttavia il corpo estendendosi nello spazio, servendosi dei sensi, chiede d’esserci, d’essere con gli altri, vicino agli altri, di puntare a quella tenerezza sinonimo d’amore di cui sono insieme mezzo e fine le carezze – intensamente desiderate dall’Arturo dell’isola – e i baci.
Elsa Morante continuò ad amare Alberto Moravia anche dopo la separazione seguita a più di venti anni di matrimonio. Ebbe altri amori, principalmente scelti tra i giovani, come il pittore americano Bill Morrow, morto suicida nel ’62 gettandosi da un grattacielo di New York. La prima poesia del Mondo salvato dai ragazzini del 1968 si intitola Addio. Tra i suoi versi balzano in evidenza le figure di Elsa e del giovane pittore. I “capelli canuti in disordine”, “la povera buffa vecchierella carina”, che durante una notte troppo lunga si muove agitata tra l’uscio e la finestra in attesa del suo amato giovane, e l’io poetico coincidente pienamente con Elsa Morante. Un’estrema malinconica tenerezza pervade questa straordinaria lirica: Bill Morrow, il “ragazzetto celeste”, dalle ciocche dal “sapore di nido”, che ne indicano la giovane età e la purezza d’animo, sveglia la vecchia “infantile” e “matta”. Il sintagma ossimorico “vecchia fanciulla”, che rientra pienamente nello stile della Morante e nel suo gusto per gli opposti, definisce Elisa – la protagonista del primo romanzo, Menzogna e sortilegio – e funziona come spia di un’inaccettabile sottomissione ai dettami del tempo storico lineare, che si vuole, almeno con la scrittura, s
travolgere.
Sebbene nemici imbattibili, contro il tempo che scorre e la sua alleata vecchiaia che disfa e allontana ogni possibilità d’amore Elsa Morante ingaggia una lotta, confidando sulla compagnia degli amati gatti – i persiani tra tutti i preferiti –, dei bambini e sulla ricerca del lato fanciullesco che, presente nelle persone che le sono accanto, dona inaspettate allegrie. E sui suoi libri, sua consolazione, sua costante gioia – «anche lo specchio in cui si conserva e si riproduce, tradotta in linguaggio romanzesco, la stupefacente metamorfosi fisiologica del loro Autore» –, amati come figli, surrogato d’una maternità rifiutata e rimpianta, testimonianze del suo passaggio terrestre, unico bene prezioso slegato dalla pesanteur, luogo senza tempo dove vuole che i lettori la trovino, senz’altro domandare alla sua persona fisica.
Le sarebbe piaciuto «d’essere senza età», per molto tempo vinse la sfida con l’anagrafe, sembrando di gran lunga più giovane, poi la vecchiaia arrivò improvvisa, inaccettabile e non valse a niente aver scritto di favolose vecchierelle latrici di magia, fuori del tempo comune. Fu negli anni del Mondo salvato dai ragazzini che

i primi sintomi di senescenza si rivelarono nella vita di Elsa e la lasciarono interdetta. […] Il sopraggiungere della vecchiaia, per Elsa, è stato l’esplosione di un uragano […] quest’uragano sconvolse il corpo di Elsa, lo alterò, lo trasformò, lo spodestò, facendolo occupare a una persona nella quale Elsa non riconobbe mai se stessa. Soprattutto una persona che Elsa non amava.

Sembrava presentire durante la scrittura del suo ultimo romanzo Aracoeli, pubblicato nel novembre dell’82, quanto di lì a poco le sarebbe accaduto. Così nelle riflessioni dell’io narrante Manuele pare celarsi una premonizione, un dialogo dell’autrice indetto col suo proprio corpo:

di tutte le voragini fra cui ci muoviamo alla cieca (lo sprofondo della terra sotto i nostri piedi, e sopra e intorno il precipizio dei mari e dei cieli) nessuna è tanto cupa, e per noi stessi inconoscibile, quanto il nostro proprio corpo. Lo si definì un sepolcro, che ci portiamo appresso; ma la tenebra del nostro corpo è più astrusa per noi delle tombe.

Ed oltre:

Il nostro proprio corpo, difatti, è straniero a noi stessi quanto gli ammassi stellari o i fondi vulcanici. Nessun dialogo possibile. Nessun alfabeto comune. Non possiamo calarci nella sua fabbrica tenebrosa. E in certe fasi cruciali, esso ci lega a sé nello stesso rapporto che lega un forzato alla ruota del suo supplizio.

Terminata la stesura del manoscritto nell’80, esce una sera con alcuni amici, non vede degli scalini, cade e si rompe il femore. L’immobilità, la solitudine, l’assoluta certezza dei segni del tempo sul suo corpo: inizia il tracollo che la porterà nell’aprile 1983 a tentare il suicidio sventato per il fortuito arrivo della fedele governante Lucia Mansi, l’“uccella di mare”, quel giorno stranamente puntuale.

Avevo preso tre tipi di barbiturici, molto forti, e a forti dosi; ed avevo, in più, aperto il gas. Volevo veramente morire, perché ero troppo infelice, ero troppo malata, ero disperata… Bisogna che ti dica che a sessant’anni ne dimostravo trentacinque; e poi, tutt’a un tratto, Aracoeli, che ho scritto immobile al mio tavolo per anni ed anni, senza mai uscire, mi ha fatto invecchiare: d’un sol colpo sono diventata vecchia.

Diagnosticata un’idroencefalia, viene operata nella clinica Villa Margherita a Roma – in cui rimane fino alla morte avvenuta il 25 novembre 1985 –, l’operazione non riesce. Moravia ricorda che il «primo anno era pazza. Completamente pazza. Il secondo anno ha avuto una coscienza atroce della sua prossima morte… In clinica, pensavano anche ad un’altra operazione alla testa, poi si sono resi conto che era inutile».
I corti capelli bianchi, ricresciuti fitti dopo l’onta della rasatura, la disperazione e la crisi, la rassegnazione e la remissività, che non le erano mai prima d’allora appartenute – la sua amica Natalia Ginzburg ne temeva la durezza di giudizio, l’irremovibilità soprattutto riguardo ai fatti artistici, che l’arte era, come la vita, una cosa assolutamente seria da vivere con fede assoluta nella forza della parola e delle storie; Agamben scrisse che «era seria, selvaggiamente seria» –, vennero a decretare una sconfitta, mai fino in fondo consumata, poiché la salvezza in momenti di lucidità e d’energia tornava ad assumere le fattezze d’un futuro romanzo.
A guardarli da lontano, gli ultimi duri anni di Elsa Morante paiono stagliarsi nell’arco della sua vita al modo d’una specie di contrappasso per una gioventù prolungata, durata lungamente, che la mostrò ad alcuni bella, ad altri affascinante in un corpo snello dalle morbide forme, con il volto ovale dai tratti regolari, la bocca carnosa e gli occhi violetti leggermente socchiusi per la miopia capaci di conferire al suo sguardo una buona dose di sensualità e profondità, sotto un baschetto di capelli presto canuti e immediatamente tinti. Caproni e Consolo serbano memoria della sua voce “limpida e sonora”, “bella” e “squillante”. Non la descrizione dell’Appunto 3d di Petrolio dove un Pasolini deluso e angosciato la ricorda, bensì quella del Pasolini caro amico di molti anni prima – quando ancora non si erano frapposte tra i due incomprensioni che freddarono i rapporti, senza però riuscire a recidere l’affetto – vale tra tante a imprimere fedelmente un’immagine della scrittrice, per sempre inscindibile impasto di pesanteur e grâce:

La cena in piedi non è ancora finita […]. Ma ecco in un angolo sul divano, Elsa Morante, con Mariolina. […] Che piacere, ci incontriamo quasi ogni giorno, e incontrarla mi dà un senso di festa, ogni volta come fossimo reduci da lunghi viaggi. Noi non ci pensiamo, ma in fondo è sempre un miracolo rincontrarsi. Elsa è seduta sull’orlo del divano, eretta, fasciata di uno di quei suoi colori sottomarini: con gli occhi la cui miopia spande intorno alle pupille, alle palpebre e alla faccia burrascosa, uno strato di leggera foschia. Vedo che stasera è dolce, al di là del territorio dell’Angst: anche lei quandoquidem dormitat: un sonno leggero, aggressivo e lampeggiante, di gatto. Stasera non partirà con la lancia in resta, in groppa al suo cavallo matto. Perché, devo dire, quasi ogni sera, nell’arengo dell’ideologia letteraria, mi disarciona: anzi, non mi dà nemmeno il tempo di afferrare la lancia, di tirar giù la celata. Pum!, mi trovo subito sulla polvere, disarcionato, e lei là, sopra il nembo fumigante, tra le gualdrappe azzurre, violacee, tra i pennacchi spumosi, sopra il cavallo bretone, che mi guarda, ancora furente, con una prima ombra di sorriso che taglia fendente la foschia violetta degli occhi. Questo nelle questioni di ideologia letteraria. Negli altri campi, mi lascia non solo cavalcare, ma volare sull’Ippogrifo. Chiacchieriamo subito fitto delle nostre cose, che sono l’alone, l’eco delle cose.

 

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Nella sua lezione – vedi post di ieri – Mario Capello parla di letteratura e musica, dice che gli scrittori sono musicisti, compositori di musica sinfonica.
Per me uno dei racconti più belli in assoluto è quello scritto dalle mani di Rachmaninov, con una trama che inizia in un movimento di linee prima verticali e poi orizzontali.
Si può ascoltare cliccando
qui. E riascoltare questa notte.

 

 

 

 

 

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25gen
2011

Il tarlo del tempo

 

L’ordine che riunisce il maggior numero di esseri viventi è quello dei coleotteri: gli entomologi René Delvaux e Iside Graves hanno classificato e descritto ottocentosettantatremila specie di questi insetti, ma essi stessi suppongono che ne esistano altrettante ancora sconosciute.
Il più piccolo coleottero fino a oggi individuato è il Rhynchophorus temporis, noto come Tarlo del tempo. Di forma cilindrica, presenta una testa marrone scuro con antenne nere e un lungo rostro ricurvo di colore rosso brunastro.
La femmina di questo insetto, la cui lunghezza massima non raggiunge il millesimo di millimetro, depone milioni di uova oblunghe nelle fessure del tempo. Dopo la schiusa le larve, dotate di un resistente apparato masticatorio, iniziano da subito a scavare gallerie che penetrano sempre più all’interno.
L’infestazione resta a lungo asintomatica. E quando si manifesta, è troppo tardi: i minuti e le ore si afflosciano, ingialliscono e cadono.

 

 

Da Gli occhi degli alberi di Chicca Gagliardo. Fotografie di Massimiliano Tappari (Ponte alle Grazie).
Per saperne di più, cliccate qui.
 

 

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