Ho un libro in testa

Archivio: gennaio 2011

18gen
2011

Occhio!

 

 

Avete mai pensato che mentre leggete un libro in treno le persone che sono di fronte o accanto vi osservano?
 

Avete già visto questi occhi?

 

 

 

 

 

 

 

A dopo…

 

 

 

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17gen
2011

La musique

 

 

 

 

 

La musique souvent me prend comme une mer!

 

Spesso la musica mi porta via come fa il mare

 

Da I fiori del male di Charles Baudelaire

 

 

 

 

 

 

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Qui comincia l’avventura di un nuovo appuntamento su Hounlibrointesta.it
(il resto degli occhi del post qui sotto lo potete ri-vedere andando al post del 5 gennaio)

 
Lettori su rotaie
di Gabriele Dadati

 
Mercoledì 5 gennaio, come quasi tutti i giorni, ho preso il regionale che parte da Milano Centrale alla volta di Bologna alle 18 e 15 (orario invernale. Col bel tempo parte invece alle 18 e 20. A Piacenza, dove scendo, ci arriva dopo circa un’ora). Come sempre avevo per le mani qualcosa da leggere (quel giorno un dattiloscritto, ma a turno sono libri pubblicati o riviste o stampate di computer o appunti miei) e come sempre occorreva trovare un buon posto prima che il treno si riempisse, il che di solito capita in vista di Rogoredo. Un buon posto significa: che chi sta attorno o dorma, o ascolti musica, o legga. Da evitare come la peste i colleghi di lavoro che parlano di faccende di lavoro, i teledipendenti che telefonano a tutti quelli che conoscono, i ragazzini che schiamazzano.
Ora: io, tra le altre cose, mi occupo di libri. E come sempre, quando si ama il proprio mestiere, si finisce per indossarlo come si fa con le mutande: non se ne esce. Mai. Così quando sono sul treno io sbircio cosa leggono gli altri, mi incuriosisco, faccio le mie considerazioni. Lo stesso è accaduto il 5 gennaio, quando ho scoperto che il ragazzo a fianco a me leggeva un libretto di Davide Enìa intitolato Mio padre non ha mai avuto un cane, pubblicato dalla Due Punti di Palermo, nella neonata collana Zoo diretta da Giorgio Vasta e da Dario Voltolini. La cosa mi ha colpito. –br– Un po’ perché si tratta di una collana nuova di un piccolo editore che non è esattamente presente a mucchi in tutte le librerie d’Italia; un po’ perché ho conosciuto i ragazzi di Due Punti a dicembre, quando si era a Roma per “Più libri, più liberi”, e s’è passata una serata insieme proprio quando presentavano la collana nuova; un po’ perché è una collanina matta (il cartoncino di copertina è fatto con cacca d’elefante dello Sri Lanka, dico solo questo…); un po’ perché nella stessa collana han pubblicato anche autori più conosciuti (Genna, Mozzi, Lagioia) e il ragazzo leggeva proprio Enìa; eccetera eccetera. Insomma, c’era di che incuriosirsi. Poi mi sono reso conto che altri due ragazzi, di là dal corridoietto, stanno commentando una copia di 2666 (Adelphi) di Roberto Bolaño, romanzo monstrum lasciato incompiuto, e la cosa clamorosa erano i commenti: “Sai, questa è l’edizione con solo la prima parte…”, “Sì, ho visto, adesso circola solo l’altra completa…”, il che voleva dire che non solo sapevano entrambi bene di cosa parlavano dal punto di vista letterario, ma anche dal punto di vista editoriale.
Insomma, ero tutto contento. Ci vuol poco, per uno che fa libri, a essere soddisfatto: produciamo comunicazione, quando scopriamo che dall’altra parte c’è qualcuno la nostra vita prende senso (– sì, è proprio come la vita della particella di iodio che chiede sconsolata: “C’è nessuno?”). Tanto più che scendendo a Piacenza ho scorto una signora addormentata che aveva sulla pancia l’Ulisse di Joyce. Così a casa ho acceso il computer, ho aperto facebook e ho raccontato in 400 caratteri queste cose, ribattezzando il mio vagone come “vagone dei miracoli editoriali”.
Ecco, da quando sono su fb, è stata la cosa che ho scritto che ha avuto più commenti e più “mi piace”. Il che mi ha spinto a stare attentissimo nei giorni dopo, acchiappando: una ragazza bellissima che leggeva Cambiare idea (minimum fax), i saggi di Zadie Smith, e quando l’ha chiuso e s’è dedicata ai vampiri almeno erano in lingua originale; un uomo che leggeva Tagliando i capelli (Marcos y Marcos) di Ring Lardner, ed era bello perché la copertina è gialla e l’uomo aveva su un maglione giallo, la barba gialla, i baffi gialli e i capelli gialli, oltre che una certa pancia tonda; un’altra ragazza che tutta assorta sottolineava un libretto Taschen su Modigliani; un altro ragazzo ancora che aveva per le mani un vecchio cartonato della Biblioteca Moderna Mondadori che raccoglieva Sonetti – Storie – Giove e le sue bestie di Trilussa (ma s’è subito addormentato leggendo). Eccetera. E ogni volta scrivevo il mio stato su fb e ogni volta se ne parlava un pochino.
Così, stringendo, eccomi qui. Faccio una vita da pendolare dell’editoria e della letteratura. Sto sul treno quasi tutti i giorni. A volte sulla metropolitana. Guardo cosa hanno per le mani gli altri, me lo segno, ci penso su. Lo farò tutte le settimane. E poi il lunedì mattina farò il resoconto delle mie perlustrazioni, scrivendo qui quello che ho rinvenuto. Si inizia lunedì 24.
 
Gabriele Dadati

 

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Sono meravigliosi i gruppi di lettura che scelgono un libro, lo commentano, si incontrano, si scrivono, si tengono in contatto, si trasmettono passioni, tessono quel miracoloso filo che si chiama passaparola e sfugge alle previsioni più scontate. Si meritano un applauso, perché contribuiscono a rendere migliore il mondo dell’editoria.

 

 

Lascio la parola a un gruppo di lettori che si chiama Amarganta, li ho conosciuti a Roma. Di libri in testa ne hanno sempre tanti, ma oggi uno in particolare: l’ultimo scelto e letto insieme.

 

UN GIORNO di David Nicholls (Neri Pozza) COMMENTATO DA AMARGANTA

Un libro di cui si è parlato molto, che è diventato un best seller soprattutto grazie al passaparola su blog e social network e da cui verrà tratto un film: ce n’era abbastanza per incuriosirci! La storia di Emma e Dexter, dispiegata nell’arco di vent’anni ci ha catturato e coinvolto. Ci è piaciuto l’espediente narrativo – raccontare lo stesso giorno, il 15 luglio, dei venti anni trascorsi tra il 1988 e il 2008 – e ci è sembrato che l’autore sia riuscito nell’intento di dipingere il passare del tempo e l’evoluzione dei personaggi attraverso il susseguirsi di tante istantanee. Non era facile, si rischiava una narrazione un po’ spezzettata, invece il libro scorre piacevolmente. Qualcuno di noi ha trovato che, almeno all’inizio, i due personaggi di Emma e Dexter siano giocati un po’ sul filo degli stereotipi: Emma intelligente, idealista, motivata e Dexter superficiale, viziato e un po’ inconsistente. In realtà il libro ci è poi sembrato riuscito proprio per la capacità dell’autore di descrivere il cambiamento dei due personaggi nel tempo, la complessità del loro rapporto e le sfaccettature non banali del loro carattere. Qualcuno di noi è rimasto un po’ deluso dal finale tragico, mentre altri hanno osservato che un “lieto fine” non sarebbe stato all’altezza del resto della storia e avrebbe rischiato di renderla banale. Una domanda sui finali però ci è rimasta (anche in relazione ad altri libri letti dal gruppo, da L’eleganza del riccio a La libreria del buon romanzo). Se il lieto fine da favola è passato di moda, possibile che gran parte dei personaggi dei romanzi contemporanei debbano finire la loro esistenza di carta sotto le ruote di macchine, autobus o furgoni della lavanderia? Forse, almeno nei finali, serve un po’ più di fantasia.


CHI SIAMO E COME CONTATTARCI (SE VUOI PARTECIPARE) Il gruppo di lettura AMARGANTA nasce nell’ottobre del 2007 da un gruppo di amiche e da allora si riunisce una volta al mese presso la libreria Flexi di Roma per parlare di un libro che abbiamo scelto insieme e letto. La discussione è basata sulle impressioni dei lettori e su tematiche di approfondimento suggerite dal libro stesso. La partecipazione è libera ed aperta a tutti, e così in questi tre anni abbiamo conosciuto un sacco di amici, che magari sono venuti anche ad un solo incontro ma che continuano a seguirci perché iscritti alla nostra mailing-list. Il nome si ispira alla città di Amarganta, dal regno di Fantàsia (narrato da Michael Ende ne “La storia infinita”), è costruita in filigrana d’argento sul lago Muru dagli Acharai, tristi e orrendi lombriconi che vivono nascosti nelle montagne vicine. Amarganta ospita nella sua biblioteca l’opera omnia di Bastiano, il protagonista del romanzo. Un nome che evoca un luogo letterario frutto della fantasia, una città preziosa e delicata come la filigrana d’ argento, per di più con biblioteca annessa! I nostri appuntamenti vengono segnalati sul sito della libreria http://libreriaflexi.wordpress.com e tramite una mail per chi è iscritto alla nostra mailing list. Per contattarci e per iscriversi alla mailing list si può scrivere a falpa.books@gmail.com

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«Mia vita, a te non chiedo lineamenti / fissi, volti plausibili o possessi»

 

Sì, il poeta a cui mi riferivo nel post di stamattina è lui: Eugenio Montale. Dopo Italo Calvino, continua la serie dei ritratti fisici dei grandi scrittori. Il capitolo che state per leggere è tratto dal libro Attorno a questo mio corpo. Ritratti e autoritratti degli scrittori della letteratura italiana a cura di Laura Pacelli, Maria Francesca Papi e Fabio Pierangeli (Hacca edizioni). Appuntamento alla prossima puntata…

 

Montale si ritrae

 

di Paola Culicelli
Di fronte allo specchio Montale si ritrae, con riserbo. Più che un autoritratto il suo è un antiritratto. Quando il poeta parla di se stesso, infatti, si schernisce, sfuggendo sguardi indiscreti. Raramente, nei versi, accenna al suo corpo. Eppure la sua non è mai una fuga, come avverte nella Lettera a Malvolio: «No, / non si trattò mai d’una fuga / ma solo di un rispettabile / prendere le distanze […] bastava scantonare scolorire, / rendersi invisibili, / forse esserlo». «Amico dell’invisibile», non poteva il poeta descrivere se stesso, dipingersi a parole: «Io sono un amico dell’invisibile […] – scrive alla sorella Marianna in una lettera datata 8 novembre 1917 – e non credo e non posso credere a tutto quello che si tocca e si vede». Il suo io è fluido, instabile, metamorfico, al pari della “vita” pirandelliana e antitetico alla “forma”: «Mia vita, a te non chiedo lineamenti / fissi, volti plausibili o possessi».
Schivo, geloso della sua intimità, il poeta sembra ammonire «Non chiederci la parola» e l’unica immagine che può dare di se stesso e in negativo: «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo ciò che non vogliamo». Chiuso in se stesso, ermetico nel suo segreto e nel suo mistero, è una bottiglia sommersa che solo nell’intimo nasconde il suo messaggio, inaccessibile.
Così, l’attenzione nei confronti dell’ombra, che lo distingue dagli altri uomini («Ah l’uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l’ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro!»), e sintomatica. L’ombra è l’uomo stesso, e rimane un mistero per sé e per gli altri. All’esterno non traspare nulla e il volto del poeta all’osservatore distratto o superficiale appare impenetrabile. La “cruda smorfia” che affiora sul suo viso per un istante svelandone la “pena invisibile” non viene notata. È il male di vivere ad attraversare come un’ombra la sua faccia “impassibile”, ma «ciò non vede la gente nell’affollato corso». L’incomunicabilità tra il poeta e gli altri si manifesta perfino nell’autoritratto, tanto che Montale sentenzia: «Voi, mie parole, tradite invano il morso / secreto, il vento che nel cuore soffia». «La più vera ragione – conclude – è di chi tace». –br–
Prendiamo in prestito questa riflessione di De Chirico, che molto si attaglia alla posizione del poeta
ligure: «Ogni oggetto ha due aspetti: l’aspetto comune che è quello che in genere osserviamo e che può essere visto da chiunque; c’è poi l’aspetto spiritico e metafisico, che è percepito da poche persone in momenti di chiaroveggenza e meditazione metafisica». D’altronde secondo il pensiero di Montale «tutte le immagini portano scritto: / “più in la”!».
C’è chi sa vedere oltre l’apparenza, incenerire il fenomeno con il proprio sguardo, e c’è chi invece rimane ancorato ad esso. «Basta un’occhiata allo specchio – scrive il poeta in Travestimenti – per credersi altri. / Altri e sempre diversi ma sempre riconoscibili / da chi s’è fatto un cliché / del nostro volto. / Risulta così sempre vana / l’arte dello sdoppiamento». Lo specchio, crocevia tra realtà e finzione, è depositario di molteplici e private verità, e dunque di menzogne. Allo specchio Montale
si riflette, ma più che altro riflette su se stesso, sulla propria identità, mettendola in discussione, rovesciandola, a tal punto che paradossalmente uno specchio d’acqua giunge a nascondere e inghiottire l’immagine, così come avviene nel componimento Le acque alte. La superficie della fonte Castalia non rimanda l’immagine al poeta, al contrario essa si deposita sul fondo e rimane mistero:
«Mi sono inginocchiato con delirante amore / Sulla fonte Castalia / Ma non filo d’acqua rifletteva / La mia immagine. / Le acque si riprendono / Ciò che hanno dato: le asseconda il loro / Invisibile doppio, il tempo».
La fonte Castalia è simbolo della poesia e la poesia non è uno specchio piatto e superficiale che riflette l’identità del poeta quando questi, al pari di Narciso, vi si inginocchia. La poesia è un’acqua alta dove l’io si profonda, oscuro a sé e agli altri: è lo stagno dove Narciso annega. Catturare l’immagine, fermarla, è impresa impossibile, così come in Cigola lacarrucola del pozzo, dove l’acqua attinta dal pozzo prima rimanda un’immagine ridente, emersa dai fondali della memoria, ma poi, non appena il poeta accosta «[…] il volto a evanescenti labbri: / si deforma il passato, / si fa vecchio appartiene ad un altro…»
Come tessere di un mosaico, troviamo alcune descrizioni frammentarie del corpo del poeta, scampoli di un io che tende a defilarsi, reticente e labile: niente di più. Si ha la destrutturazione dell’io e della sua identità. In una lettera all’amica Esterina Rossi, Montale si dice tutto bruciato a causa del secondo bagno di mare, «unto e bisunto di gold-cream e di vaselina» e «rosso come un gambero», a tal punto da poter intonare la canzone spagnola «“Ahi, ahi, ahi!…” – “Caramba” come brucio!» Irrompe la corporeità, sebbene fugacemente, così come in una lettera successiva, con l’immagine della pelle che si abbrustolisce al sole. La carne investita dalla solarità sembra prefigurare il destino di consunzione della seppia in balia delle onde. Generalmente, infatti, il corpo in Montale si scompone o si smaterializza del tutto, si consuma fino all’osso, fino a divenire in Riviere osso di seppia. Il corpo sembra perdere progressivamente consistenza, sciogliersi, trapassare dallo stato solido a quello liquido fino a evaporare del tutto: «[…] si esauriscono i corpi in un fluire / di tinte: queste in musiche».
Tutto ciò che è materia è destinato alla sublimazione: «vapora la vita quale essenza». C’è la ricerca estenuata dell’essenza, del gheriglio, del midollo delle cose, per questo il corpo è sottoposto a macerazione, scarnito. Nell’Educazione intellettuale il ritratto dell’artista da giovane è uno schizzo rapido, essenziale: è semplicemente «il ragazzo col ciuffo». Talvolta occhieggia nei versi l’immagine della sua iride azzurra, come avviene in Piccolo testamento, quasi un’epifania della sua anima schiva, come ha osservato anche la sorella Marianna: «E poi era lui, Eugenio, con quel misto di uomo e di bimbo, con quell’anima fonda, malinconica, pensosa che gli si specchia negli occhi».
In effetti ciò che possiamo sapere di Montale, attingendo ai suoi versi, è ben poco: «Ciò che di me sapeste / Non fu che la scialbatura, / la tonaca che riveste / la nostra umana ventura. // Ed era forse oltre il telo / L’azzurro tranquillo; / vietava il limpido cielo / solo un sigillo».
L’azzurro è l’assoluto irraggiungibile che solo talvolta si rivela agli occhi umani, è l’iride sfuggente
che riflette l’anima del poeta ma è anche il cielo che appare «soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase». Dalla destrutturazione dell’identità, Montale approda alla furia iconoclasta e alla negazione di qualsiasi identità:
ma ora / se mi rileggo penso che solo l’inidentità / regge il mondo, lo crea e lo distrugge / per poi rifarlo sempre più spettrale / e inconoscibile. Resta lo spiraglio / del quasi fotografico pittore ad ammonirci / che se qualcosa fu non c’è distanza / tra il millennio e l’istante, tra chi apparve / e non apparve, tra chi visse e chi / non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco / e forse è tutto.
Laddove la parola fallisce, l’immagine ha la possibilità di riscattarsi. Attraverso altre forme espressive, come la fotografia e la pittura, infatti, il poeta diviene più loquace, si mette in posa, parla di sé, rompe il sigillo ermetico del silenzio. In una celebre fotografia di Ugo Mulas, lo vediamo a tu per tu con un’upupa, uccello calunniato dai poeti, vero e proprio senhal della sua poesia. Come nella ritrattistica canonica, l’animale che posa insieme all’uomo ne incarna l’indole e la sua presenza è programmatica. L’upupa è la sua musa, il suo angelo, il suo “tu”. Creatura alata, come molte nella sua lirica, rappresenta il desiderio di spiccare il volo, lasciare la terra, liberarsi della corporeità. Ma è un’upupa imbalsamata, fatta per chi vorrebbe ma non può volare, per chi appartiene alla «razza di chi rimane a terra», per chi si è definito «un cefalo saltato in secco al novilunio». Di profilo, gli occhi fissi in quelli dell’upupa, i suoi lineamenti sono marcati, il naso camuso, le sopracciglia folte e arruffate, da uccello, un falco forse, troppo pesante però per spiccare il volo: gallo cedrone incatenato alla terrestrità. Non solo il poeta non è invisibile, dunque, ma la sua solida e saggia corpulenza diviene roccia: «Montale, nel 1935, a Firenze: per me l’immagine di una roccia – scrive Ferruccio Ulivi – ma di una roccia benigna. Preciso e intenso nel silenzio di un’ora calma al caffè di piazza Vittorio, Montale intagliava con il suo profilo tutta un’atmosfera».
Incapace di autoritrarsi a parole, Montale sembra comunque inseguire il proprio ritratto; lo cerca, quasi per avere la conferma di avere un volto. Dopo aver posato per Guttuso, si dice ansioso di ricevere una copia del ritratto. È curioso di scoprire come gli altri lo vedano: un po’ come Vitangelo Moscarda in Uno,nessuno e centomila è alla ricerca della propria identità.
Nell’arte figurativa l’io si ricompone e l’«Amico dell’invisibile» finalmente non disdegna di mostrarsi. Se infatti nei versi il poeta si ritrae, sottraendosi all’autoritratto, a sorpresa nella pittura il volto di Narciso emerge e il corpo si materializza in tutta la sua fisicità. Ha quarantanove anni Montale quando comincia a dipingere. È l’estate del ’45 e il pittore Raffaele De Grada lo invita a misurarsi con i colori a olio. Quella corporeità, negata e rimossa nella sua poesia, affiora prepotente nei suoi disegni e nei suoi dipinti, si fa plastica. Le guance sono carnose, a tratti cadenti, il naso è pronunciato, così come labbra e sopracciglia, le orecchie sono grandi, il collo insidiato dalla pappagorgia. Un autoritratto del ’52, nella fattispecie, è saturo di particolari, materico: il poeta è seduto a un tavolino, di fronte ha un foglio, sta scrivendo, mentre accanto a sé ha un bicchiere colmo di vino rosso; con la mano destra impugna la penna e con la sinistra tiene una sigaretta, il cui fumo sale in modo obliquo verso l’alto. Bacco e Tabacco sono presenti: chissà che Venere non sia celata in quel biglietto!
Gli indizi in nostro possesso si infittiscono: le sopracciglia, il naso aquilino, gli occhi chiari e infine
«un sorriso dolcissimo, un sorriso che per Montale era quasi una difesa dal mondo, un invito a fargli abbassare ogni crudezza». Ma c’è altro. Tabacco, abbiamo detto: «Montale sembrava timidamente e duramente trincerarsi dietro le folte sopracciglia e lo sguardo chiaro e ombroso, spesso nascosto dal fumo di una sigaretta fumata con veemenza».
Il suo rapporto con la sigaretta, araldo del male di vivere e del tormento, è corporeo e lascia tracce visibili:

Aveva in quei tempi un eterno mucchietto di cenere sulla spalla destra, perché con un gesto nervoso scuoteva la sigaretta proprio a quell’altezza – scrive Giovanni Arpino tramandandoci un poeta fatto di carne e ossa – mi accolse sorridendo con quelle rapide mosse febbrili ora gonfiate ora stirate fra le labbra e le gote. […] A casa sua dove si muoveva accelerando i passettini solitamente incerti, era una brace continua di motti, brevi sapienze, nobili maldicenze, ricordi taglienti. Nei salotti che prediligeva e tuttavia detestava con infinita amabilità, sapeva starsene come un riccio, distribuendo frasette al vetriolo, scuotendosi in risate che andavano dallo stomaco alle gote come in un lungo fremito. […] Amava minestre di pancotto, insalate di scorzonera che i ristoranti sempre meno sanno proporre. […] Non so chi potrà dirlo ma questo signore che mai pronunciò una parolaccia, che sempre si inchinò alle dame, che viveva del rumore dei tarli, fu l’uomo più rivoluzionario della nostra poesia.

Più che una bottiglia sommersa, una pentola che ribolle in un fermento di motti e risate. E chiudiamo con Bacco: «Un gesto curioso e particolare – a descrivercelo è Indro Montanelli – : a tavola prendeva il bicchiere di vino con le due mani e non lo avvicinava alla bocca: sporgeva la bocca verso il bicchiere… un gesto rivelatore…» Montale ha firmato molti dei suoi quadri, come buona parte delle lettere agli amici, con lo pseudonimo di Eusebio. La pittura è stata per lui occasione ludica e insieme di dialogo con il proprio corpo, ma soprattutto momento di grande intimità; con essa si è permesso di svestire i panni ufficiali e di riappropriarsi della dimensione terrena. Con il pennello e il lapis ha trovato l’anello di congiunzione tra l’istante e l’eterno ed è riuscito a raccontare, a colori o in bianco e nero, seppure da dilettante, l’effimero hic et nunc e l’imperfetta corporeità.
Proprio perché la sua pittura ignora la riflessione e la sedimentazione tipiche della sua poesia, l’io nella sua leggerezza si mostra in superficie, mentre altrove, a causa del suo peso, sprofonda inghiottito dal mistero. Solo il “fotografico pittore”, dunque, può fermare l’attimo, renderlo eterno, trasformare un nulla in tutto, il poeta no, non gli resta più nemmeno questa illusione.


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Ieri mattina, per caso (sì, in questo periodo ho il caso in testa), di fronte a un bar ho incontrato Alberto Casiraghy e l’ho abbracciato come si abbracciano le persone a cui vuoi bene e sei felice di vedere. Sei proprio felice che esistano, perché sanno fare quei salti vorticosi che oltrepassano schemi, regole e leggi di mercato. Una rapida presentazione per chi non lo conosce: Alberto è artista ed editore, i libri della sua piccola casa editrice ammirata anche all’estero, che si chiama Pulcinoelefante, sono fatti a mano, uno per uno, realizzati con caratteri mobili in piombo, stampati con un’antica pressa. A casa sua, a Osnago, vicino a Lecco, sono passati e passano autori di ogni genere. Ha pubblicato una marea di versi di Alda Merini (tra loro c’era un legame fortissimo).
In più Alberto ha una passione: comporre aforismi. «Per scrivere un aforisma», ti spiega, «devi scavare e scavare e scavare tra le parole finché non esce fuori. Funziona se ti fa sorridere e magari anche inquietare».
L’ultimo suo libro di aforismi, uscito per la casa editrice Interlinea con un testo introduttivo di Sebastiano Vassalli, si intitola Gli occhi non sanno tacere.
Alberto dice che se incontri un aforisma può seguirti per tutta una giornata.
Vi lascio questo:

 

Se è il caso amo anche ciò che non esiste
Alberto Casiraghy
 

 

 

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L’indizio: c’è di mezzo lo sguardo di Bruno Munari

 

 

Se volete vedere la risposta:

Che cosa sono? Due occhi sgranati dentro una bufera di neve che ha imbiancato tutto
Chi sono? Cappuccetto Bianco
Noi invece siamo tutti all’interno del libro Cappuccetto Bianco dell’artista e designer (e molto altro) Bruno Munari, nell’unica pagina in cui si riesce a vedere qualcosa: gli occhi aperti e azzurri di Cappuccetto Bianco, appunto. Perché tutto il resto del libro, essendo ambientato dentro una giornata di neve e avendo per protagonista Cappuccetto Bianco, è interamente bianco.
Tra tutti i suoi più variegati colpi di genio, Bruno Munari è riuscito a fare anche un libro invisibilmente illustrato.
Ogni tanto lo tiro fuori dalla libreria e lo apro: per ascoltare la risata di Munari.

(Per guardare la copertina, tutta bianca, cliccate qui).

 

 

 

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Per la serie “assaggiamo i libri”, vorrei farvi assaporare l’incipit del romanzo di una delle esordienti più originali e spiazzanti del 2011: Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado (edizioni e/o).

 

 

Su questo caso, torneremo. Due parole intanto sull’autrice: Viola è nata a Catania, ha 23 anni, ha vissuto a lungo tra Cina e Giappone, ora è a Londra per specializzarsi in filosofie e religioni cinesi e giapponesi. Di lei la casa editrice dice: “dark come Amélie Nothomb, provocante come Elena Ferrante”. La sua trama ci porta in Inghilterra, a Leeds, in una tetra casa, accanto al cimitero. Protagonista, il rapporto morboso tra Camelia, che traduce manuali di istruzioni per lavatrici, si veste con abiti tagliuzzati, e la madre Livia che fotografa ossessivamente buchi di ogni genere, cercandoli nei muri, nei tavoli, nelle tende. Tra note di silenzio ghiacciato e ritmi alla Björk.

Ed ecco l’incipit (che nel mondo editoriale viene già citato come se fosse una canzone):

 

Un giorno era ancora dicembre. Specialmente a Leeds, dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima.

 

 

Nota La passione della madre di Camelia vi sembra strana? In realtà dentro i buchi si può nascondere la Filosofia, con la effe maiuscola. Provate a dare un occhio al libro Buchi e altre superficialità di Roberto Casati e Achille Varzi (Garzanti). Qui c’è la descrizione:
Noi tutti parliamo di buchi, li contiamo, li descriviamo e li misuriamo. I buchi potrebbero sembrare oggetti veri e propri: come una pietra o una macchia d’olio. Eppure non appena proviamo a dare una definizione precisa di buco, ci perdiamo nel dubbio e nei paradossi: forse perché evochiamo l’idea di assenza, di vuoto, di nulla. Un concetto che sembrava semplice, che usiamo quotidianamente senza imbarazzo, diventa elusivo, sfuggente, ambiguo. “Buchi e altre superficilità” è un tentativo di prendere sul serio, analizzare e catalogare i diversi tipi di buco. Gli autori utilizzano strumenti di filosofia della percezione, deometria, logica e topologia, ma anche linguistica e letteratura. Un esperimento epistemologico che dimostra come l’esperienza e il linguaggio quotidiani si trasformino quando diventano oggetto di un’indagine filosofica e di una formalizzazione scientifica.


 

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