Ho un libro in testa

Archivio: febbraio 2011

Occhio alla fascetta! di Monica Zanfini *

Colorata, leggera, frusciante e tagliente (sì, proprio così, taglia le dita dei librai), è il must per ogni lettore. La fascetta, quella con la quale un tempo gli editori segnalavano i vincitori di un premio letterario, è diventata un autentico accessorio di moda. Al lavoro negli uffici delle case editrici una schiera di creativi e esperti di marketing producono, tagliano e cuciono nastri su misura come gli “art director” delle grandi Maisons parigine.

E se la madre di tutte le fascette resta immutata nel tempo mantenendo inalterato il suo appeal di “oggetto del desiderio” (come la mitica Kelly Bag), nuove proposte vengono dalle collezioni più recenti, pensate per tutti i gusti e per tutte le tendenze.

Le “fashion victims” del Giallo-Svezia troveranno un accessorio avant-garde, adatto per tutte le ore della giornata che, grazie al Qr-code, soddisfa le esigenze dei lettori più tecnologici.

Codice quadrettato black & white anche per le giovani new-romantic che lo abbineranno al rosa fucsia.


Atmosfere soft, invece, quelle scelte da una giovane griffe di una grande casa milanese: sobria eleganza, nell’accostamento crema-nero, per suggerire un capo-base che non può mancare nella libreria di casa.

Echi di ispirazione cinematografica per chi non può fare assolutamente a meno delle immagini: interi fotogrammi riprodotti sulla fascetta, insieme ai titoli di coda. Un originale trailer da portare sempre con voi.


I fanatici delle situazioni più estreme quest’anno non avranno dubbi sulla scelta di questo accessorio: un oggetto spregiudicato e cinico che, con dimensioni ridotte al minimo ingombro, sintetizza l’idea di un affilato tacco a stiletto e di una guêpière in latex.

* Breve nota biografica
Monica Zanfini è nata qualche anno fa a Firenze. Ha un clone, un avatar e tre tartarughe.
Italo-Calvinista sin dai tempi delle elementari, scrive per lavoro (ma non è una scrittrice), legge per passione e ha scelto gli scaffali di una libreria come osservatorio privilegiato del mondo.

 

Categorie: Cronache dalla libreria

  

Preparatevi: è in partenza la settima puntata delle avventure del nostro avvistatore di libri in treno.

 

 

Lettori su rotaie
di Gabriele Dadati

 

Nel mio andirivieni continuo fatto di sveglie prima dell’alba e tumulamenti nel letto a ora tarda, uno dei compiti che assegno ai libri è quello di consolarmi. Tutto sommato, poiché questa vita fatta di un bel po’ di fatica e di altrettanta incertezza (ma anche di soddisfazione, di trepidazione, di senso), questa vita che è così stancante viene fatta proprio per i libri, mi si scalda il cuore quando vedo in giro romanzi che per un motivo o per l’altro mi sembra importante che esistano e che qualcuno continui a leggere.
Giovedì sera ero alla fermata Repubblica della metropolitana a Milano e aspettavo il convoglio, quando ho visto a qualche metro da me una signora giovane ma dall’aria austera, un caschetto perfetto di capelli neri e lisci in testa, dei perfetti abiti altrettanto neri addosso. Tra le mani aveva Gli ultimi occhi di mia madre (Sironi, 2009) di Patrizia Patelli, un libro dolente in cui chi narra – una figlia – racconta la propria madre ammalata e poi morta, trasfigurata dalla malattia ma allo stesso tempo ben fissa nel ricordo. Un ricordo doloroso perché legato a un rapporto doloroso, pieno di conflitto, e tuttavia un rapporto madre-figlia, che è il rapporto più grande e potente che ci sia. Ecco: che il libro di Patrizia esista (io Patrizia la conosco da un anno e mezzo, ci siamo visti un paio di volte, non si può certo dire che siamo amici: ma la stimo, provo affetto per lei, e sento stima e affetto da parte sua) e che qualcuno gli dia vita leggendolo oggi sotto i miei occhi, be’, questo mi consola. Perché trovo che i libri possano prendersi anche il compito – come fa quello di Patrizia – di essere memoria, ma la memoria funziona solo quando la si riattizza, e solo il lettore può fare questo. –br–
La notte invece, tornando sempre in metropolitana, ho visto per le mani di un lettore Homer & Langley di Doctorow, che Mondadori ha mandato in libreria l’anno scorso. Leggiamo insieme la scheda: “Ispirata a un famoso fatto di cronaca della New York del primo Novecento, la storia dei fratelli Homer e Langley Collyer assume nella rivisitazione di Doctorow, maestro nell’amalgamare avvenimenti reali con episodi romanzati, i contorni del mito. Homer, il fratello cieco, e Langley, tornato semifolle dalla Grande Guerra, sono due rampolli di una famiglia benestante che nel corso dei decenni trasformeranno il loro palazzo in un delirante ricettacolo di ciarpame, dove vivranno come reclusi fino a rimanere sepolti sotto le tonnellate di spazzatura da loro stessi accumulata. Questi personaggi tragici ed emblematici, che hanno perfino dato il nome alla cosiddetta ‘sindrome di Collyer’, diventano la metafora di un mondo e lo specchio di un lungo periodo della storia americana. Homer e Langley, benché rinchiusi nella loro folle utopia, saranno infatti testimoni di tutti gli avvenimenti fondamentali di quegli anni, dalle guerre ai movimenti politici, dal progresso tecnologico a una serie di personaggi indimenticabili, immigrati, gangster, musicisti jazz, hippy”. La vicenda, raccontata dal fratello cieco, è dunque un lungo monologo che copre anni di vita e parla del progressivo rintanarsi fuori dal mondo di due uomini distinti che finiscono per uscire dalla vita, non solo quella altri ma anche la propria. Cosa fa Doctorow con questo romanzo? Offre pietosa sepoltura ai due corpi, prova a dare dignità al loro essere matti, li riscatta da macchiette e ce li riporta sotto gli occhi come persone. E lo fa, come sa fare Doctorow, scrivendo proprio un bel libro. Anche questo è un libro che mi ha fatto stare bene.
Il terzo libro che mi ha consolato in questi ultimi giorni l’avevo invece in borsa io. L’ha scritto un amico, Flavio Santi, si chiama Aspetta primavera, Lucky e l’hanno pubblicato le edizioni Socrates di Roma nella nuovissima collana Luminol fatta dai ragazzi dell’omonima rivista letteraria on line. Il titolo dice bene tutta la letterarietà del libro, se è vero che gioca allo stesso tempo con John Fante e Luciano Bianciardi (è lui il Lucky), e del resto il protagonista – Fulvio Sant, trasparente alter ego dell’autore – è uno di quegli intellettuali-operai di cui è piena l’Italia di oggi. Brillantissimo negli studi accademici, traduttore per le maggiori case editrici italiane, docente a contratto nell’ateneo cittadino, scrittore, giornalista (insomma: di tutto un po’), Fulvio Sant è soprattutto uno che messi insieme compensi lavorativi che sono quasi delle paghette fa fatica ad arrivare a fine mese, e questo è tutto. Vive anche nel ricordo di un amico scomparso, il poeta Simone Cattaneo (questo un personaggio reale. Se n’è andato due anni fa e tutti quelli che l’hanno conosciuto lo ricordano sempre con forza, come si fa con le persone che per noi hanno contato), è sposato ma tradisce, si impasticca con l’aerosol e tira a campare. Anche lui gira su e giù per l’Italia cercando lavori da fare, arriva di corsa sui treni, stramazza. E così: “Intendiamoci, a me Luciano Bianciardi mi fa una pippa”, si trova a constatare a inizio del quarto capitolo. Perché la vita agra di allora adesso è agrissima, questa è la verità, e domani sarà più agra ancora. Ma i libri ci consolano.

 
Gabriele Dadati

 

Appuntamento lunedì 4 marzo con l’ottava puntata di Lettori su rotaie.

 



 

 

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Da Michel Houellebecq a Ian McEwan, da Jonathan Franzen a David Foster Wallace: la scrittrice Chiara Valerio in un bell’articolo uscito oggi su Il Sole 24 Ore racconta che cosa succede quando la scienza diventa romanzo.

 

 

 

«la matematica è forse la prima esperienza narrativa. Tutti cominciamo a contare con le dita e quando arriva l’undici e le dita non bastano più, facciamo un primo, impressionante, salto di astrazione. Semplicemente immaginiamo».

 

 

Quegli autori tra il racconto e il far di conto di Chiara Valerio
 

«Le forme della natura – scrive Djerzinski – sono forme umane. È nel nostro cervello che si formano i triangoli, gli orditi e le ramature. Noi li riconosciamo, li apprezziamo, ci viviamo in mezzo. In mezzo alle nostre creazioni, creazioni umane, comunicabili all’uomo. In mezzo allo spazio, allo spazio umano, noi creiamo misure, tramite tali misure noi creiamo lo spazio, lo spazio tra i nostri strumenti». Djerzinski è un biologo molecolare ossessionato dalla clonazione degli esseri umani e per il quale, tuttavia, l’ontologia potrebbe essere una malattia infantile dell’animo. La scienza di cui scrive Michel Houellebecq ne Le particelle elementari (Bompiani, 1998) è una miscellanea – pure linguistica – di attesa, essere, misura e meraviglia. Ed è una scienza che, pur non caratterizzata dai deliri alchemici del Dottor Faust o dall’epica di malia e debolezza del Dottor Frankenstein, condivide con gli studi loro, e dei loro epigoni, la ricerca dell’assoluto.
Per leggere tutto l’articolo, cliccate qui.

 

 

 

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26feb
2011

Il quadro racconto

 

 

Cacciata di Alessandro Bazan

 

Quando ci mettiamo di fronte a un’opera d’arte senza fretta, a poco a poco si crea la trama di un racconto, formata dalle domande e dalle risposte dell’occhio che osserva.
Ci sono questi due personaggi?
Chi e perché li sta cacciando?
E che cosa devono lasciare: il paradiso o l’inferno?

 

 

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Stamattina ho iniziato a leggere L’ultimo inverno di Paul Harding (traduzione di Luca Briasco, Neri Pozza. Potete vedere la scheda cliccando qui).
Sento già che questo romanzo breve e poetico mi sarà caro. Per diverse ragioni. Mi piace la storia stessa del libro: quando Paul Harding, con un passato da batterista in un gruppo rock, lo scrisse, nessun editore di quelli che contano lo volle pubblicare. Si decise una piccola casa editrice indipendente. E da quel momento: il miracolo. Grazie a un formidabile passaparola dei lettori, Harding ha avuto il successo e persino il Premio Pulitzer 2010 per la letteratura.
Questo libro mi sarà caro per i temi che affronta (il tempo, il potere evocativo degli oggetti, il senso onirico della vita e della morte) e per il modo in cui è scritto. Perché è il modo in cui un autore riesce a descrivere e dipingere la trama che rende lo stesso tema scontato oppure straordinario.
E a proposito: non perdetevi martedì la lezione di Mario Capello, docente alla Scuola Holden, che analizzerà l’arte della descrizione nel racconto. Spiegando che differenza c’è tra guardare e sguardare.

 

 

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Esce oggi in libreria un romanzo bellissimo: La luce perfetta del giorno di Elena Varvello (Fandango).
Immaginate un posto sperduto tra i boschi che si chiama Croci, dove la luce è un orlo rossastro, dove la neve ricopre tutto, dove 
mai pensereste di poter vivere. Eppure 
è proprio qui, in questo luogo da cui vorrebbe fuggire, che Matilde (in bilico tra amante e marito) cercherà di guardare in faccia se stessa. Elena Varvello ha scritto un romanzo densissimo, con pennellate esistenziali piene di silenzi e canti.
Leggetelo con attenzione questo libro: perché l’autrice, che tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino, qui a Hounlibrointesta farà per noi un corso molto speciale.

Nel frattempo, potete gustarvi subito il primo capitolo. Buona lettura!

 

 

FANTASMI     1969

La prima volta, l’inizio, è un tardo pomeriggio di ottobre – la luce è un orlo rossastro, un lembo di cielo spoglio all’orizzonte contro cui premono nuvole scure e pesanti. Il posto si chiama Croci, ed è molto diverso, adesso, da com’era allora, un piccolo centro abitato circondato da boschi e da campi di granturco. Ora, fra i boschi, ci sono tre supermercati, un grande negozio che vende computer, un colorificio a due piani, un paio di fastfood e un videonoleggio con distributore automatico. Un rivenditore di automobili usate lungo la strada statale, in uno sventolio di bandiere. Un elegante complesso sportivo fiorito intorno alla vecchia piscina coperta, bar e ristorante con vetrata panoramica che dà sui campi da tennis intorno ai quali matura il granturco, e l’unico rumore è lo schiocco delle palline colpite dalle racchette. L’edificio che accoglieva le scuole è stato ricostruito e ampliato – blocchi di cemento aggrappati al fianco di una collina, grandi finestre che brillano sotto la luce del sole, nelle brevi e caldissime estati, e un ampio parcheggio. Vecchie cascine cadenti sono state ristrutturate e trasformate in agriturismi, con tralci di glicine dipinti sui muri, ruote di carro e aratri in legno esposti accanto ai cancelli; i residenti li conoscono appena e ne parlano con sufficienza: roba per cittadini – sebbene quasi tutti lavorino in città e percorrano, due volte al giorno, la strada statale che serpeggia fra i boschi.–br–
Oh, ma questo non fa differenza, dal momento che sono passati più di trent’anni. E di certo Matilde Luisa Nisi non sta pensando affatto ai cambiamenti che il posto subirà nel corso del tempo; non riesce neppure a immaginarli, non ora, mentre il vento freddo le scuote le falde del cappotto e le pizzica il naso, e lei socchiude gli occhi, spinge una ciocca di capelli castani dietro l’orecchio e si appoggia alla portiera dell’automobile, in quel tardo pomeriggio di ottobre.
Sono tornati a vedere il terreno che suo marito vorrebbe comprare – a quel tempo coperto da una fitta boscaglia, alberi cresciuti l’uno a ridosso dell’altro, selvaggiamente – il terreno su cui vorrebbe costruire la casa.
“La nostra prima, vera casa”, le ha detto, mentre si allontanavano dalla città. Ha sospirato e si è voltato a guardarla. Per un istante, l’ha guardata dritto negli occhi. “Devi usare un po’ d’immaginazione, Matilde. Devi immaginare quello che può diventare.”
“Meglio di no”, ha detto lei.
La strada non è ancora stata asfaltata – lo sarà molti anni dopo – né ci sono lampioni a illuminarla; è una lunga tavola di terra dura e gibbosa che scende fino a uno spiazzo cinto dagli alberi. Quando piove, diventa un pantano solcato da rivoli d’acqua fangosa. Matilde, appoggiata alla portiera, dà un’occhiata al cielo e pensa a se stessa coi piedi nel fango.
“Fa un freddo cane”, dice. Si abbottona il cappotto, incrocia le braccia sul petto, respira a fondo. C’è odore di legno bagnato e di foglie marce, un penetrante odore vegetale, metallico. Le pare di sentire dell’acqua gorgogliare, da qualche parte, ma deve essere il vento.
“No”, dice lui, “non fa così freddo.”

Poco più a monte lungo il fianco della collina, una casa domina quel tratto di bosco in uno sfarfallio di luci che si accendono come richiami nel buio incipiente. Matilde si volta a guardare, attraverso il finestrino, la bambina addormentata sul sedile posteriore, coperta con un plaid rosso e giallo. Prima di prendere sonno le ha chiesto di cantarle qualcosa – “Canta, mamma, canta, ti prego”, le mani giunte e il piccolo mento proteso in avanti. Matilde ha cantato, la voce ammorbidita dal calore dell’abitacolo, e lei ha battuto le mani. Ora, mentre la guarda dormire, il pollice in bocca e i capelli sul viso, si accorge che qualcosa della canzone – una canzone triste che le cantava spesso sua madre e che la bambina trova adorabile – le è rimasto impigliato fra i denti.

“Bisognerà fare arrivare un mucchio di terra”, dice lui, allontanandosi di due o tre passi dal margine del bosco, quella soglia scura e indistinta, poi indica un paio di punti con un movimento lento e regale del braccio – la mano affusolata e il polso bianco e sottile di lui. “Spianare il terreno. È l’unico vero problema. Per il resto è perfetto.”

“Perfetto, come no”, dice lei. Sporge le labbra e si morde la guancia, pensando, in realtà, che non c’è niente, in quel posto, che le piaccia davvero o che la riempia dello stesso entusiasmo, della stessa determinazione che percepisce nella voce di lui. Soprattutto col buio che si alza dal bosco, quel buio freddo di ottobre. Neppure il nome del posto le piace, le ricorda un cimitero, una distesa di lapidi battute dal vento, ed è per questo che l’immagine di suo padre le attraversa la mente togliendole il fiato; le capita ancora, ogni tanto. Suo padre che si china verso di lei e sussurra: “Piccola, promettimi che ti comporterai bene e non farai arrabbiare la mamma.”

Ciò che teme è il silenzio, e la distanza dal centro abitato – “Ma qui è abitato”, ha detto suo marito, indicando la casa più a monte e poi quella a pochi metri da loro, dall’altra parte della strada, una casa col tetto spiovente e le imposte chiuse; al di là della recinzione, Matilde ha intravisto una bicicletta rosa abbandonata per terra.

Ciò che teme sopra ogni altra cosa è l’isolamento, la solitudine. In città, ha a portata di mano tutto ciò che le occorre; ogni mattina veste la piccola e l’accompagna all’asilo, prima di compiere il suo breve pellegrinaggio, dal panettiere al v
erduriere alla macelleria. Il sabato, quando il tempo è clemente, lei e la bambina trascorrono un paio d’ore al parco giochi, un fazzoletto di terra tagliato da sentieri di ghiaia che custodisce due altalene, due scivoli e una struttura di tubi di ferro, pericolosa, pensa spesso Matilde, immaginando sua figlia arrampicarsi e appendersi a quei tubi arrugginiti, immaginandola cadere giù, sulla ghiaia, un posto dove le madri del quartiere si raccolgono per chiacchierare e discutere dei figli e delle gravidanze in corso e dei mariti. Mogli e madri nuove di zecca, come lei, giovani donne orgogliose e innamorate dei loro bambini e degli uomini che hanno sposato – i loro vestiti buoni, le loro camicie che devono essere lavate e stirate, l’odore che si portano appresso quando ritornano a casa, la sera, un odore di polvere, fumo e sudore – eppure, le sembra, già sottilmente deluse, come se avessero appena assaggiato una torta all’apparenza sontuosa che si fosse rivelata vagamente sgradevole o priva di sapore o addirittura indigesta. Si chiede spesso se anche lei possa dare quell’impressione, se qualcosa, sul suo viso – una piega amara delle labbra, il movimento nervoso di un sopracciglio, un rimprovero troppo acceso rivolto a uno dei ragazzini che giocano a pallone fra le altalene – tradisca una scoperta recente riguardo al suo matrimonio, un’ombra di disappunto.

“Mi piace”, dice lui. “Ho sempre sognato un posto così, con un giardino e tutto il resto, lo sai. Non ci sono pericoli, qui, per la bambina.”

A quali pericoli si riferisce? L’unico a cui lei riesca a pensare è la struttura di tubi di ferro – e di nuovo vede sua figlia cadere, e si volta per controllare che stia ancora dormendo. La mano destra di lui si chiude a pugno, il braccio ricade sul fianco. Il suo profilo è tagliente, immobile nel vento che agita le poche foglie rimaste sui rami come decorazioni natalizie dimenticate.

“È una vera occasione”, aggiunge, perché il proprietario del terreno, un cliente della banca in cui lui lavora, l’ha ricevuto in eredità e ha deciso di liberarsene.

“Anch’io me ne vorrei liberare, se fossi al suo posto”, dice lei.

“Oh, piantala, Matilde. Sto parlando sul serio”, e in quel preciso momento, dopo che il braccio di suo marito è ricaduto sul fianco producendo uno schiocco severo e lei si è scostata dalla portiera domandandosi per quanto ancora sua figlia continuerà a dormire, un’automobile imbocca la strada, rallenta, si ferma all’altezza del viottolo che porta alla casa illuminata, poi prosegue e accosta a due passi da loro. È un furgoncino blu scuro con una grossa ammaccatura sulla fiancata destra e il paraurti che pare debba cadere da un momento all’altro. La persona che è alla guida si sporge e tira giù il finestrino.

“Sera”, dice. “Va tutto bene?”

Parla a voce alta, come se fosse molto più lontano di quanto sia in realtà. O magari è il vento. Magari è il buio che si alza dal bosco e dalla strada. Magari dipende dal fatto che non ha spento il motore, come se fosse sul punto di ripartire.

“Buonasera”, dice suo marito, avvicinandosi al furgoncino, due fossette ai lati della bocca mentre sorride. “Sì, tutto bene, grazie.”

“Siete voi quelli che hanno comprato il terreno?”

“Ci stiamo pensando. Le voci corrono, eh? Paolo Nisi, piacere. Lei è Matilde, mia moglie.”

Matilde fa un cenno di saluto. Non riesce a vederlo, non distintamente. Una figura ritagliata nella penombra, in rilievo. Le spalle, la testa e una massa di capelli scuri e intricati. La luce dei fari riverbera nell’oscurità sempre più fitta. Le sembra giovane, poco più di un ragazzo, ma potrebbe sbagliarsi – e infatti si sbaglia. C’è una certa irruenza trattenuta, nella sua voce, un vigore addomesticato, un intreccio confuso di cortesia e di allarme.

Se fosse di buon umore, si avvicinerebbe anche lei al furgoncino, sorriderebbe, direbbe qualcosa – una cosa qualunque, una battuta sul vento o sul buio, sul fatto che stiano dando un’occhiata a qualcosa che si vede oramai a malapena. Suo marito le dice spesso: “Non riesci proprio a star zitta, tu. Saresti capace di attaccare bottone con una pietra.”

“Be’, quando ci siamo conosciuti non ti spiaceva.”

Ma Matilde non è affatto di buonumore. Ha freddo, e adesso è convinta che la bambina si sveglierà di lì a poco confusa e piagnucolante, e lei dovrà prenderla in braccio e calmarla. È sempre così, quando si addormenta in un posto che non sia la sua stanza.

“Mi chiamo Giulio Terzi. Abito lì”, dice lui, e, con il braccio, indica un punto oltre il bosco, lo sfarfallio delle luci. Si voltano entrambi, nonostante abbiano capito a quale casa si stia riferendo, poi tornano a guardare l’abitacolo del furgoncino.

Suo marito si piega leggermente, poggia una mano sulla cornice del finestrino, quasi che si fosse perso e volesse chiedere un’indicazione. “Ah, bene, molto piacere”, dice. “Mi sa che saremmo dovuti venire un po’ prima, però. Non si vede più niente.”

“Già.” Giulio Terzi – è così che ha detto di chiamarsi? – sta ancora guardando lassù, oltre le cime degli alberi piegate dal vento, come se facesse fatica a mettere a fuoco il punto che ha appena indicato o come se, all’improvviso, non fosse più tanto sicuro che quella sia davvero la casa in cui vive. Indossa un giaccone pesante con un cappuccio bordato di pelo. Ha un viso lungo e affilato – o almeno le pare – il mento aguzzo che sporge in avanti. Si rivolge di nuovo a suo marito e gli dice: “Eh, sì. E c’è brutto tempo. Sembra che nevicherà presto, quest’anno.”

“Speriamo di no.”

Lei annuisce. È rimasta ai margini della conversazione eppure si sente in dovere di annuire, poi si sfiora i capelli scompigliati dal vento, sistema di nuovo una ciocca dietro l’orecchio, un desiderio d’ordine, un residuo di vanità.

“Quando nevica, qui è un disastro. Bisogna andare in giro con le catene, altrimenti non ci si muove”, dice lui. “Le strade diventano impraticabili. A volte, restiamo quasi isolati. L’anno scorso è successo. Vedrete. Insomma, se saremo vicini di casa. Per il resto, si sta bene, è tranquillo”, e sorride mostrando i denti, un lampo bianco, inaspettato, il sorriso di chi conosce cose che l’altro ignora ancora, dettagli che si riveleranno importanti, e rimane un istante in silenzio – in quel momento, lei è sicura che la stia guardando, che, per la prima volta, la guardi davvero come se l’avesse già vista, che la raccolga tutta dentro lo sguardo, la sua figura imponente schiacciata alle spalle del marito, contro il muro degli alberi alla luce dei fari, i capelli fuori posto, infagottata nel vecchio cappotto che le ha regalato sua madre prima del matrimonio. Uno sguardo indefinibile ma, nonostante questo, sorprendentemente preciso.

Matilde abbassa gli occhi, incide la terra col tacco dello stivale.

“Nel caso ce la caveremo. Comunque, grazie delle informazioni. Be’, è stato un piacere”, dice suo marito.

“Sì, anche per me.” Il ragazzo – l’uo
mo – fa un cenno di assenso, si sporge per tirare su il finestrino, abbraccia il sedile accanto e risale lungo la strada a marcia indietro, poi imbocca il viottolo. Pochi istanti dopo, Matilde sente il rumore di una portiera che viene sbattuta. L’abbaiare ostinato di un cane nel vento – le pare di ricordarlo. La voce di una donna che grida qualcosa. La voce squillante di un bambino. Una nuova luce che infiamma la casa, filtrando attraverso le braccia contorte dei rami.

“Ecco”, dice suo marito, un sopracciglio alzato e la cadenza da attore del cinema. “Cosa ti avevo detto? Un altro essere umano. Ehi, gente, c’è vita quassù. È stato gentile, no?”

Matilde abbassa la testa, la terra nera ai suoi piedi. Rabbrividisce e si stringe in un abbraccio per scaldarsi un po’. Le pare di sentire la voce della bambina, il suo pianto sommesso.

Il bosco è sempre più buio e impenetrabile, e, voltandosi a guardarlo un’ultima volta, ha l’impressione che si muova verso di loro, spinto dal vento, che stia per raggiungerli, che riuscirà a farlo e che suo marito non se ne accorga – “Immagina”, le ha detto poco prima, “un posto tranquillo, un bel giardino e tutto il resto. Bisogna solo spianare il terreno.” Mio Dio. Guardati intorno, non vedi?
“Va bene”, dice alla fine, pensando alla neve, alle strade impraticabili, alla bambina che si allontana mentre lei sta facendo qualcosa e non se ne accorge, si allontana e si perde nel bosco innevato. “Come vuoi tu. Adesso, però, torniamo a casa, ti spiace? Prima che io muoia di freddo.”

 


 

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Avete mai pensato di trasformare il libro che amate in un book trailer? Potrebbe essere divertente, appassionante. Per Gianfranco Grenar è anche un lavoro. Lo potete conoscere e ascoltare cliccando qui.

 

Ed ecco alcune note scritte da Gianfranco Grenar su come si diventa autori di book trailer:

 

Creare e produrre un book trailer è un lavoro diverso dal solito per un videomaker. Un book trailer è una forma di espressione ancora giovane. Può diventare arte se si allontana dall’ovvio, cioé se rinuncia ad essere un mero veicolo di pubblicità. Per i miei lavori, io uso spesso i linguaggi del cinema, del videoclip, delle avanguardie, delle retroguardie (il mio primo spot sembrava un film muto dei primi del Novecento)…

Immagina il pirata Long John Silver in agguato alla stazione di Roma Termini, nel sottopassaggio, sui binari, nella sala d’attesa e al ristorante. Ti si avvicina alle spalle e ti sussurra in segreto l’allegra canzone dei quindici uomini sulla cassa del morto… Che fai, t’incuriosisci? Lo segui? Sino alla prima libreria, alla prima edicola, dove giace il tesoro: il suo romanzo, la sua storia?

Questo fa un book trailer (la cui traduzione letterale è “trascinatore di libro”): ispira, stuzzica, attira il lettore. E lo fa da Internet, da uno schermo piazzato in un luogo pubblico, da una calda libreria all’antica con salette e tv su cui scorrono… –br–

Immagini: questo è un book trailer. Immagini, e suoni colori rumori suggestioni di un libro. È un assaggio del suo alito, una spremitura del suo succo, una trasposizione del suo contenuto su un mezzo diverso dalla pagina scritta. L’idea è la stessa delle anteprime delle pellicole cinematografiche, i “prossimamente”.

Noi che facciamo book trailer non abbiamo ricette già pronte. Il genere non è ancora codificato – ma questo è un vantaggio. “We lead”, conduciamo noi il gioco. Noi trasformiamo, come alchimisti, una materia in un’altra. A volte finiamo col creare arte da arte.

Il book trailer appartiene alla società dell’immagine: e noi ci siamo dentro sino al collo. Ma possiamo usare l’immagine a nostro vantaggio. Long John può afferrare per la collottola un passante distratto e convincerlo, solo col fascino del suo aspetto, del suo sguardo, ad ascoltare una storia. Vivendola alla vecchia, cara, irresistibile maniera: su un libro stampato.

Se fatto bene, il book trailer diventa un virus, un pensiero contagioso, vola di bocca in bocca, poiché – oltre al messaggio che porta – è anche bello da vedere.

Altre informazioni? Siamo qui! info@grenar.infoQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

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«Lo sguardo dello scrittore si è frantumato in particole – come piccoli frammenti di specchio che catturino brani di realtà».

 

È tornato a Hounlibrointesta Mario Capello, docente alla Scuola Holden. Dopo la lezione sul senso del tempo nella scrittura (vedi post del 25 gennaio), oggi ci parla dell’arte della descrizione: ovvero, come e quanto descrivere una scena nella società dell’immagine, passando attraverso American Psycho di Bret Easton Ellis.

 

 

 

Mario Capello è nato nel 1976. Vive a Torino. È lettore, traduttore e editor freelance per case editrici e agenzie letterarie. È docente e tutor alla Scuola Holden. Per la casa editrice indie, Sottovoce, a fine marzo uscirà il suo secondo romanzo, Tutto quel vuoto.

 
Cominciamo così:
“La terra era avvolta nella nebbia. Sui pali dell’alta tensione che si stagliavano ai lati della strada si riflettevano le luci delle automobili. Non era piovuto, ma all’alba la terra era diventata umida, e quando il semaforo segnalò il divieto, sull’asfalto bagnato apparve una vaga macchia rossastra. [...] Era uno spazio tutto riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo autunnale, la nebbia.”
Questo è l’inizio di “Vita e destino” di Vasilij Grossman. È un inizio lento, sgranato, coerente con il passo di un romanzo di 857 pagine (nella mia versione, quella vecchia di Java Book). Senza azione, o quasi. In un parola – in una parola che ha assunto un’accezione negativa, col tempo – descrittivo. E, in effetti, si tratta di una descrizione molto classica, verrebbe da dire ottocentesca. Del resto, come altri grandi russi suoi contemporanei, Pasternak, per dire, Grossman ha molti retaggi del romanzo dell’Ottocento: è uno scrittore classico, tradizionale, canonico, dal respiro (e dalle dimensioni) epico. Ma perché ci sembra ottocentesca, questa descrizione – che non è, peraltro, né troppo lunga, al punto da apparire estenuata, né esornativa, fine a se stessa (nulla lo è, in questo romanzo; in questo caso c’è la volontà dell’autore di mostrare uno spazio ultrarazionalizzato come simbolo della disumanizzazione del lager)? La ragione principale è che rivolge il proprio sguardo a degli oggetti inanimati e non racconta un fatto, non mostra qualcosa che sta avvenendo ma descrive, più o meno minuziosamente, qualcosa di immobile, che, insomma, è e non diviene. E’ questo, infatti, il punto. Sono queste le descrizioni che, nella percezione comune e nella nostra prassi di lettura abituale, risultano un po’ indigeste e che paiono rallentare lo scorrere degli eventi. Ma, se volessimo dire le cose come stanno, la narrazione tutta è descrizione. Descrizione di fatti, di dialoghi, di movimenti, di corpi e, in parte, anche di oggetti, di momenti di stasi, di costellazioni di cose. –br– Per farla molto breve – e molto facile, molto più facile di quanto, in effetti, non sia – i romanzieri dell’Ottocento – Stendhal, Hugo, Flaubert, ecc. – che poi, non dimentichiamolo, il romanzo lo stavano mettendo a punto mentre scrivevano i loro, questi scrittori, dunque, sentivano il bisogno, per comunicare con il pubblico, di mostrare molte più cose di quanto non facciano, in media, gli scrittori contemporanei. Tanti, i motivi. Il fatto di essere, a un tempo, in un società già iconizzata ma molto meno satura, di immagini, della nostra. La necessità di dare, ai lettori, modo di esperire qualcosa di lontano dalla loro esperienza. La volontà di provarsi in una prova di bravura, in pièce de resistence (le descrizioni di oggetti, e in particolare di oggetti d’arte, la cosiddetta ecfrasi, era considerato il massimo, per uno scrittore, dai tempi degli ellenisti). Insomma, un connubio, complesso, di abitudini percettive e di volontà di esibizione. Per noi, per noi che scriviamo adesso, le cose sono cambiate. Le immagini ci circondano continuamente, e, se uno scrittore si limita a “nominare” una cosa, per quanto rara, è facile che sappiate immaginarvela da sola (è quello che fa, per esempio, Easton Ellis in “American Psycho” in cui gli oggetti venivano evocati dalla marca e basta). Sono cambiate, insomma, con uno slittamento piuttosto lento, le abitudini di lettura. Ora come ora, la descrizione di cose viene sciolta nella narrazione. Viene fatta a brevi frammenti. Lo sguardo, dello scrittore, anche perché di solito è molto focalizzato, si è frantumato in particole – come piccoli frammenti di specchio che catturino brani di realtà.
“Jackie fece salire Kit per le scale fino all’ingresso sul retro, lanciò un saluto nella veranda (dov’erano accumulati stivali, cappotti e bottiglie vuote mai restituite) per avvertire i coinquilini che era lì, e la fece entrare” (John Crowley, “La traduttrice”, pagina 88). Come possiamo leggere, anche in questo caso “vediamo” delle cose, ma l’autore ce le mostra in maniera obliqua, di scorcio. Suggerisce, non si sofferma. Il suo sguardo passa sugli oggetti senza bloccarli nella gabbia della prospettiva. Eppure, non ci ha privati, del tutto, degli elementi necessari ad ambientare la scena: sappiamo che c’è una scala, che c’è del disordine in una veranda, che ci sono altre persone.
E lo stesso è avvenuto, col tempo, anche con i personaggi. Cosa intendo dire? Che era normale, in un qualsiasi romanzo d’antan, descrivere, più o meno dettagliatamente, l’aspetto dei personaggi via via che entravano in scena. Non vi metterò degli esempi, questa volta, mi limiterò a invitarvi a tornare col pensiero all’incontro dei bravi con Don Abbondio. Anche qui, le ragioni erano varie: la maggior importanza dell’abito per definire lo status, la necessità di mostrare cose di cui nessuno poteva avere esperienza (i bravi, appunto) ecc. In un romanzo contemporaneo ciò non è più necessario e dunque è sconsigliabile. Piuttosto, l’attenzione si è spostata sul linguaggio corporeo, sulla comunicazione non verbale v
eicolata dagli atteggiamenti dei personaggi
. Ecco di nuovo Crowley: “Lui aspettava. ‘Non volevo starmene a casa. Non c’è nessuno [...]’. Sorseggiò la bevanda. Era dolcissima, nemmeno fosse stata preparata da delle api o dei colibrì ‘E anche’ aggiunse ‘per te’
‘Me?’
‘Una volta mi hai detto che le tue poesie possono soltanto essere lette, che le avrei potute leggere solo in russo…’ La testa di Falin stava facendo cenno di no ed egli aveva alzato un dito per correggerla, ma Kit continuò [...] ‘Volevo leggerle come le hai scritte tu’ spiegò lei, abbassando gli occhi.”
Ecco un bell’esempio di uso del sottotesto e delle didascalie per sfumare delle battute di dialogo. E, soprattutto, una descrizione dei personaggi non fine a se stessa, ma utilizzata con uno scopo, non concentrata sul loro aspetto ma sulla loro interiorità veicolata dai loro corpi. Scritta con consapevolezza. All’interno di una messa in scena.
Insomma, si torna a quanto detto all’inizio, anche in riferimento a Grossman: descrivere solo quello che serve. Del resto, era anche quello che faceva Hugo, solo che le necessità, nel frattempo, sono cambiate. E decidere cosa, davvero, serve è l’ingrato compito di chi scrive. Quello che dobbiamo imparare a fare: dove dirigere il nostro sguardo, cosa scontornare dall’insieme. Quando usarlo, il nostro sguardo (cioè il nostro modo di vedere le cose, i fatti, le persone). Dobbiamo imparare a sguardare.

 

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