Alcuni anni fa (stavo scrivendo i racconti che avrebbero poi fatto parte della raccolta L’economia delle cose) mi è capitata una cosa curiosa, che vorrei provare a raccontarvi. Uno strano processo di comprensione, potrei chiamarlo così, che non aveva a che fare con elementi tecnici della scrittura, né con il senso di uno dei racconti a cui mi stavo dedicando, quanto piuttosto con il senso profondo del gesto che stavo compiendo (gesto che, comunque, l’ho già detto, rimane per me misterioso, e il cui mistero si alimenta, cresce ogni volta, di pagina in pagina).
Avevo letto la trascrizione di alcuni interventi pubblici di Flannery O’Connor, una sublime e (passatemi la ripetizione del termine) misteriosa scrittrice del Sud degli Stati Uniti, malata di Lupus Eritematoso e morta a trentanove anni, autrice di racconti bellissimi, la cui infanzia fu segnata da un clamoroso quanto inconsueto successo: all’età di sei anni, intorno al 1930, la piccola Flannery aveva insegnato a un pollo a camminare all’indietro e gli inviati di un’importante rivista l’avevano filmata all’opera, un filmato che in seguito fece il giro di tutto il paese. Di sé, diceva: “Quello fu il mio grande momento; ciò che è accaduto dopo è stato solo un anticlimax”.
Più avanti negli anni, prese ad amare molto i pavoni, li allevò e ne descrisse il carattere e i comportamenti, ma questa è un’altra storia.
Gli interventi pubblici a cui mi riferisco componevano, e compongono ancora, per nostra fortuna, un libretto smilzo ma d’impagabile valore, dal titolo Nel territorio del diavolo (Flannery era una cattolica praticante, grande lettrice di Tommaso d’Aquino, e, dal suo punto di vista, il mondo doveva essere considerato appunto il territorio del diavolo, il luogo in cui il male si manifesta ingaggiando con noi una battaglia).
Ammetto che, allora, parecchie cose mi sfuggirono. C’è un tempo per tutto, no? Be’, si dice così. Ma una frase mi colpì molto, ed è intorno a questa, a partire da questa, che mi piacerebbe ragionare un momento. Flannery sosteneva (permettetemi di andare a memoria, e perdonate le inesattezze) che, quando scriviamo, perdiamo i capelli, ci si guastano i denti, ci ritroviamo con la schiena a pezzi. Scrivere è un’esperienza fisicamente dolorosa e provante, insomma. Si riferiva alla scrittura di romanzi, in cui mi sarei cimentata solo un paio di anni più tardi, scrivendo La luce perfetta del giorno, ma le sue parole risuonarono da qualche parte dentro di me con un’urgenza profonda e una verità cristallina.–br–
In quel periodo, mi stava capitando una cosa analoga, e così rubo poche righe per raccontarla: soffrivo di un violento mal di denti che mi costringeva a inghiottire un buon numero di antidolorifici. Compariva improvvisamente e improvvisamente spariva, permettendomi di tirare il fiato e dormire tutta una notte di fila. La notte seguente, però, l’avrei trascorsa seduta sul divano, la testa fra le mani. Dovevo fissare un appuntamento con il dentista, e così feci, alla fine: telefonai e lo fissai. Ma, il giorno prima, chiamai per disdire. Che ci crediate o no, non potevo sopportare di perdere un intero pomeriggio di lavoro, era questo il punto (anche se non ne parlavo con nessuno, non avevo il coraggio di dirlo a nessuno: mi avrebbero guardata con una legittima espressione d’incredulità stampata in faccia). Così, fissai un altro appuntamento e poi disdissi anche quello. Andò avanti in questo modo per un bel pezzo. M’impegnavo nella ricerca di scuse plausibili con la segretaria del dentista, e tenevo sul comodino la mia confezione di antidolorifici. Ma continuavo a scrivere, e questo mi dava sollievo (anche qui, che ci crediate o meno vi assicuro che andò esattamente così).
Potete capire, quindi, che effetto mi fecero le parole di Flannery O’Connor. Diceva qualcosa che mi toccava profondamente, qualcosa di concreto che mi riguardava, o almeno che riguardava il mio corpo in quel periodo. O, potremmo anche pensarla così, condividevo con lei un’esperienza della quale non parlavo a nessuno, sulla quale mantenevo il più assoluto riserbo – una tipica conversazione di quel periodo: “Hai ancora male? Perché non vai dal dentista? Cos’hai in quella testa?”, “Ma no, non ce n’è bisogno, mi è passato, te l’assicuro”.)
E allora capii – è questo il processo di cui vi accennavo all’inizio – che la scrittura non era solo questione di talento, né solo, o meglio dire meno che mai, una questione di tecnica (riguardo al ruolo delle tecniche e al significato dell’espressione stessa, “tecniche di scrittura”, mi piacerebbe parlare un’altra volta, per dire ciò che ne penso). No.
Era, ed è, questione di tenacia e di dedizione. Dedizione e tenacia assolute. Capii che era questo ciò che avrebbe fat
to la differenza: quanto tempo ero disposta a dedicare alla scrittura, e insieme quanto tempo ero disposta a sottrarre a tutto il resto, a tutte le cose piacevoli che avrei potuto fare, perfino alla mia famiglia, perfino alla mia salute – anche se, certo, non si trattava di un problema serio, per carità, non voglio drammatizzare questioni trascurabili, le piccole sofferenze di ogni giorno. Prendete quello che vi dico come un esempio banale, soltanto un’ombra, un accenno della capacità di dedizione e tenacia che alcune persone dimostrano nel corso della loro vita.
Lessi più avanti che Flannery aveva scritto i suoi ultimi racconti, forse addirittura un intero romanzo, sdraiata a letto, gonfia a causa del cortisone, distrutta dal dolore. Pagine, comunque e nonostante tutto, luminose e lucidissime. Pagine splendide.
Mi sono chiesta molto spesso se avrei la forza di comportarmi come lei, se, trovandomi in una situazione simile, non scaglierei piuttosto a terra il mio computer, non mi abbandonerei a un dolore che fa ammutolire, non chiuderei per sempre i taccuini, nascondendoli da qualche parte. Non lo so, dico davvero. Non riesco a spingermi fino a quel punto, e, certo, spero che non mi capiti mai una cosa del genere (sono sicura che anche lei non l’avrebbe voluto).
Dedizione, tenacia e frustrazione come compagna di viaggio: questioni centrali – spero di riuscire a parlare della frustrazione che va di pari passo con la scrittura, una volta di queste. Se s’impara a fare i conti con la frustrazione, accidenti, si è imparata una cosa importante.
Per quanto riguarda invece i miei poveri denti, e la mia schiena – metteteci pure quella – be’, meglio lasciar perdere. Niente d’importante, comunque.
In fondo, scrivere un libro – riuscire a scriverlo, riuscire a finirlo – è come insegnare a un pollo a camminare all’indietro. Non ridete, vi prego. Quando ce la fai, hai la sensazione che tutto ciò che accadrà in seguito sarà un anticlimax, perciò il resto, ve lo assicuro – le bugie, gli appuntamenti mancati, i dentisti, i dolori alla schiena, le notti insonni – non ha grande importanza. Dico, riuscite a immaginarvelo, un pollo che, a un vostro segnale, comincia a camminare all’indietro?