Ho un libro in testa

Archivio: marzo 2011

 

 

 

I LIBRI NELLA TESTA DEGLI SCRITTORI:
quelli che leggono, quelli che scrivono
a cura di
Caterina Morgantini

 

Paolo Cognetti ha pubblicato Manuale per ragazze di successo (minimum fax), Una cosa piccola che sta per esplodere (minimum fax), New York è una finestra senza tende (Laterza). Andatelo a trovare nel suo blog Capitano mio Capitano. E adesso, entriamo nella sua testa:

 

 

Il libro che ho in testa è Questo bacio vada al mondo intero, di Colum McCann. Sono molto interessato ai “romanzi di racconti”: come Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, Un matrimonio da dilettanti di Anne Tyler, Esther Stories di Peter Orner. Anche in Italia di recente abbiamo avuto ottime prove: L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (con cui in rete mi è successo di litigare, e approfitto di questa sede per tendergli la mano), Caterina sulla soglia di Susanna Bissoli (che è una mia cara amica). Sto parlando di raccolte di racconti che siano in qualche modo collegati: perché si svolgono tutti nello stesso posto, come in Falco, o perché hanno tutti la stessa protagonista, come nel libro di Susanna. Oppure collegati da un cavo d’acciaio lungo quaranta metri, come in McCann: i racconti di Questo bacio vada al mondo intero gravitano attorno alla performance del funambolo Philippe Petit, che nell’estate del ’74 attraversò il pezzo di cielo tra le Torri Gemelle di New York. Perché mi affascinano così tanto questi libri? Perché hanno la possibilità di coniugare le virtù del racconto (sperimentare voci e strutture narrative, esercitare un controllo ferreo sulla scrittura, non abbassare mai il ritmo della storia) con quelle del romanzo (la complessità, l’estensione). Un buon racconto si legge tutto in una volta sola, e ti tiene inchiodato alla poltrona fino all’ultima riga. Un buon romanzo è un’esperienza di lettura che si sviluppa e cambia nel tempo, ti accompagna in molti luoghi, assomiglia un po’ al rapporto con una persona. Io sono molto legato alla forma breve, ma del romanzo mi manca proprio questo: il legame che ti porta ad affezionarti a un libro e ai suoi personaggi, desiderare che una storia non finisca mai. Così, sto provando a scrivere qualcosa del genere anch’io.

 

Categorie: Nella testa degli scrittori

 

Gli imprevisti di una vita da scrittore: ce li racconta ogni giovedì qui a Hounlibrointesta Federico Baccomo, l’autore di Studio Illegale, il romanzo che diventerà un film con Fabio Volo, e La gente che sta bene (Marsilio), il nuovo libro appena uscito. Potete leggere le quattro puntate precedenti cliccando qui, qui, qui e qui.

 

 

 

L’illustrazione di Ilaria Grimaldi viene dal blog di lavoro che fai?

 

 

Dire Corfù in albanese, ovvero "la Vita Da Scrittore"
di Federico Baccomo
 

 
Qualche giorno fa mi è stato segnalato questo articolo di Dave Eggers, l’autore, tra gli altri, de “L’opera struggente di un formidabile genio”. L’articolo porta il titolo “Vita Da Scrittore” e comincia così: “Ho sempre cercato di evitare di scrivere della “Vita Da Scrittore” sin da quando, quasi dieci anni fa, ho sentito per la prima volta quelle parole. Quando le sento, sento le voci degli amici del liceo e del college, dei miei zii e di mio cugino Mark, che avrebbero levato gli occhi e probabilmente mi avrebbero colpito, delicatamente, sulla faccia, solo per aver provato a intervenire su un argomento del genere. Mi avrebbero detto che la frase suona pretenziosa; è pretenzioso stare a riflettere sulla vita da scrittore, ancora di più scriverci sopra in un giornale con la sua tradizione di portare avanti il serio lavoro di preservare la nostra democrazia. Al confronto, la vita da scrittore, almeno per quanto mi riguarda, non è poi così interessante.” Anzi, dice poco più avanti Eggers, può essere addirittura molto “banale”: tutto si riduce a ore e ore seduto alla scrivania a cercare di buttare giù qualche centinaio di parole, sempre così, tutti i giorni, nel disordine, con il problema non poi molto eccitante di evitare che il sole, entrando dalla finestra, possa abbagliare. –br–

Mi pare, almeno per quanto mi riguarda, che sia tutto vero. Quando lavoravo come avvocato e mi capitava di conoscere qualcuno, a una cena, un aperitivo, la domanda “Di cosa ti occupi?” non dava mai avvio a un qualche lungo e appassionato discorso, era necessario trovare un rapido argomento che venisse a riaccendere l’interesse subito spento dalla mia risposta, eppure mi sembrava di avere tante di quelle storie divertenti, tanti di quegli episodi inverosimili ma reali, da raccontare, viaggi, riunioni, problemi. Viceversa, oggi, quando mi capita di raccontare che scrivo, si accende come una scintilla, un interesse naturale, sincero, nell’interlocutore, e io spesso mi trovo lì a non sapere bene come colmarlo. E allora guardo con attenzione le interviste agli scrittori, quel modo così riflessivo e ponderato di rispondere, quelle parole misurate e piene di mistero, quei racconti quasi magici sul rapporto con le parole e la realtà, e mi viene il sospetto che forse sia lo stesso stratagemma, l’arte del racconto, che interviene anche nella vita di tutti i giorni, per colorare un avvenimento, per abbellire un aneddoto, per aggiustare una situazione, ridisegnare un po’ la realtà, per renderla all’altezza delle aspettative.

Recentemente, mentre sistemava una ciabatta al muro, un elettricista ha cominciato a parlarmi di Mike Bongiorno, “Uomini così nella televisione di oggi non ce ne sono più, garbati ma fermi, eleganti, ah, Mike Bongiorno, ho avuto la fortuna anche di conoscerlo da ragazzo”, e poi, scuotendo la testa con fare navigato ha detto: “Che poi, mi fa ridere a pensarci, ma la ruota della fortuna gliel’ho suggerita io.” L’ho guardato serio. “Ma proprio con le caselle, la ruotona, le vocali da comprare?”, gli ho domandato. “Una cosa molto simile.” Ecco, non voglio ora dire che tutto quello di entusiasmante e curioso e singolare che uno scrittore va in giro a raccontare della sua vita non corrisponda alla verità. Solo, temo, una cosa molto simile.
 

 

Categorie: Dire Corfù in albanese ovvero gli imprevisti di una vita da scrittore

 

La scrittrice Barbara Garlaschelli sarà qui con noi, a Hounlibrointesta, ogni mercoledì. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 

 

LA LETTRICE INNAMORATA
di Barbara Garlaschelli

 
La notte era lunga, e scorreva come un fiume silenzioso che sembrava non dovesse mai finire, che sembrava non aver mai avuto inizio.”
La vostra L.I. ha una grande passione (in verità, ne ha molte, ma questa è una passione che l’ha portato al mestiere di scrivere): quella per il genere “racconto”. La costruzione di un racconto  è un’arte difficile: in uno spazio relativamente breve l’autore deve scrivere una storia che abbia un inizio, un centro e una fine. Una storia che appassioni e che coinvolga, senza nessun cedimento, senza nessuna concessione a se stesso – come può accadere in un romanzo, in cui lo spazio/tempo delle pagine è più dilatato e, in apparenza, meno asfissiante. In un racconto la tensione deve essere sempre al massimo; e più è breve, più è difficile.
Fatta questa breve premessa, vi voglio dire di una grande autrice che, in vita sua, ha scritto solo racconti, e di uno in particolare: Nina Berberova e uno dei suoi  capolavori, Il lacchè e la puttana.
Nata a San Pietroburgo nel 1908, la Berberova vide pubblicato questo suo gioiello nel 1937. Già solo il titolo colpisce per la crudezza e la vita che si riesce a scorgere.
 
Protagonista è Tanja, figlia di un funzionario pietroburghese, fragile donna alla deriva di una vita fatta di sottrazioni ed errori. Donna che spera di guadagnare con la propria sensualità e disponibilità, un posto nell’ambita società della Parigi dei russi bianchi. Tanja sogna un’esistenza di agi e ricchezze, di amori e leggerezze come lei immagina debba essere l’esistenza di una donna del suo tempo e della sua classe (classe che, però, non ha). Infilata in un  sogno che si frantuma contro il reale, Tanja, nella sua semplicità, spesso contigua a una sordida mediocrità,  è abbastanza intelligente da capire che la vita non le regalerà ciò che desidera: “Aveva ormai capito che non c’era nessuno che potesse amarla e adorarla fino alla tomba, che non c’era nessuno dietro cui nascondersi, che quanto le era accaduto accadeva a tutte, solo che le altre non lo raccontavano, e che dunque bisognava mentire, mentire, agguantare tutto ciò che era possibile agguantare nella vita, e sforzarsi di dimenticare, berci sopra, cancellare ogni traccia di quello sbaglio, di quel vergognoso cedimento a un mascalzone dagli occhi neri che più volte aveva fatto commercio del suo corpo e poi l’aveva piantata.” Non ricorda anche a voi qualcosa di terribilmente attuale? Questo desiderio spasmodico di possedere per confermare il proprio essere? La disponibilità a fare di sé qualunque cosa pur di sentirsi importanti, amati, accolti, “arrivati”?
 
Negli anni ’30 Nina Berberova appare moderna nel linguaggio e nello stile. Non nel tema, che è il più vecchio del mondo, come il mestiere di Tanja, e non nei sentimenti che sono quelli che spesso segnano la vita di noi tutti: un impetuoso bisogno. D’amore, di agio, di ricchezza. E la paura: della solitudine, di invecchiare, di diventare poveri, di non avere niente e nessuno al nostro fianco. Un amico. Un amante. Tanja vuole a tutti i costi un uomo che la riconosca e che la rende riconoscibile e accettata dalla società. Ed è con questo bisogno nel corpo e nella mente – divorante, perpetuo – che incontrerà il lacchè Bologovskij.
La loro unione sarà quanto di più squallido e triste si possa immaginare; l’unione di due solitudini che non riescono a compensarsi, a riempire l’una il vuoto dell’altro, nutrendo, al contrario, un sentimento di rabbia impotente che li travolgerà.
 
Grande, grandissima Berberova che con eleganza e compassione conduce per mano i personaggi e noi, dentro il mistero infinito di ciò che il bisogno d’amore può produrre se si stempera nella sua negazione.

 

 

Nina Berberova fotografata con suo marito, lo scrittore Vladislav Felicianovič Chodasevič, a Sorrento nel 1925. Da wikipedia.

 

Categorie: La Lettrice Innamorata

Ogni tanto tirerò fuori alcuni commenti interni, la vostra voce, spero non vi dispiaccia (nel caso, ditemelo). E visto che oggi abbiamo potuto leggere la seconda lezione del corso di scrittura di Elena Varvello (vedi post precedente), mi sembra interessante soffermarci sulla domanda delle domande che isavail aveva posto dopo la prima lezione.

 

 

#1 isavail
Questo blog è davvero bello.
E’ interessante poter leggere titoli così quasi come in una libreria virtuale dove i libri non hanno scaffali ma immagini e parole che vengon fuori.
Premetto che fra le letture che mi ossessionano non ci sono nomi della letteratura contemporanea…
Così presa da moltissimi nomi che definiremmo "Classici" non trovo mai tempo né presto attenzioni ai nuovi nomi, sebbene possano essere illuminanti.
Ma questo sguardo retrospettivo è lo stesso che ho per il cinema e spesso per l’arte in genere.
Detto questo, ho letto questo post (la prima lezione di Elena Varvello la potete rivedere cliccando qui, ndr) e già dal titolo mi son ritrovata a scuotere un po’ la testa.
Come si possono tenere "Corsi di scrittura"?
Come si può pensare di "abituare" le persone all’immaginazione?
Io scrivo e sento visioni alla stregua d’un’ ateissima Santa Teresa d’Avila per passioni ed illuminazioni istantanee.
Come può una scrittrice diventare "insegnante"?
E soprattutto può la scrittura in quanto arte essere insegnata?
Tutti seduti ad un tavolo,penne alla mano per gli appunti ed iniziamo la nostra lezioni.
"La scrittura è…"
Trovo assolutamente riduttive queste proposte sebbene abbiano ottimi intenti ed intenzioni.
Questo perché le storie non si insegnano,l’Arte non è istruzione e non è istituzione.
Gli occhi dello scrittore vedono ciò che altri occhi non vedono e per regalare la "vista" non basta accendere la luce.
Complimenti ancora per il blog.
Tornerò per una visita.

 

 

#3 elena varvello
Ciao isavail, e grazie per quello che hai scritto! Da un certo punto di vista, capisco bene il senso delle tue osservazioni, il fatto che tu sostenga che la scrittura non si possa insegnare. Nessuno può alzarsi in piedi e dire, una volta per tutte, "Scrivere significa… ". E però. Però. Per raccontarti ciò che è successo a me (pura esperienza personale, certo), ho imparato moltissimo sulla scrittura leggendo ciò che gli scrittori che amavo avevano da dire al riguardo, traendo questa conclusione, forse banale, sicuramente discutibile, non so: la scrittura nasce da una visione profondamente individuale, una visione che non può essere chiamata a comando, né imposta, certo, ma è anche questione di architettura, di forma, di ordine, di tenacia, di esperienza, di tentativi, di false piste. Una questione di resistenza. Meravigliosa e complicata. E si può, si può, imparare a governarla, a governare la propria visione (non so se riesco a spiegarmi), a darle forma, appunto, perché sia davvero in comunicazione con qualcuno, là fuori, nel mondo, perché "parli" a qualcuno, perché qualcuno la possa percorrere e pensare: sta parlando proprio a me, sta parlando di me. Nessuno può dire cosa sia davvero, ma ciascuno di noi può raccontare la propria visione delle cose, una visione maturata col tempo, sperando che possa servire a chi ci sta provando, a chi incomincia a provarci, a chi ci ha già provato ma non è riuscito ad arrivare alla fine… Tutto qui. Spero di sentirti di nuovo!    

 

Categorie: Uncategorized

Il nostro Topo di Libreria (alias Monica Zanfini) si è messa a frugare tra gli scaffali con un’anima vintage. Guardate che cosa ha scovato.

 


ALLA RICERCA DEL GADGET PERDUTO:
oggetti del secolo scorso
di Monica Zanfini

 

 
Non è stato facile riportare a galla dall’oblio i trofei delle gloriose campagne promozionali che hanno attraversato il territorio delle librerie italiane alla fine del secolo scorso: in mancanza di documenti scritti, di riferimenti sul web, e di immagini ci si è dovuti affidare ai racconti dei veterani.
C’è stato un tempo in cui il protagonista di tutte le promozioni è stato il gadget, un oggetto molto amato dai lettori e dai librai. E gli editori si sono rivelati molto generosi nel provvedere, con i loro regali,  a rendere migliore ogni momento della nostra giornata e del nostro tempo libero. Da borse e zainetti, da usare per il lavoro e per il viaggio (regalate all’inizio di ogni estate dalla casa editrice Einaudi), ai teli coloratissimi da portare in spiaggia marchiati Sperling & Kupfer; dalla cerata da lupo di mare “logata” Oscar Mondadori, da indossare nelle giornate di pioggia, fino agli occhiali dei “Piccoli Brividi” per proteggerci dal sole. E per fermare il ricordo delle nostre vacanze, in tempi in cui i telefonini servivano solo per fare e ricevere chiamate, l’editore De Agostini regalava piccole macchine fotografiche usa e getta.  
 
Il Terzo Millennio ha spazzato via tutto, sono rimasti solo gli sconti, talvolta accompagnati da una semplice (e sempre più rara) shopper in tela. E il principe dei gadgets, l’ombrello Electa con la volta celeste piena di nubi di ispirazione magrittiana e mantegnesca, sta lì a ricordarci, con solenne silenzio, una perduta età dell’oro.
 
 

 

 

Categorie: Uncategorized

 

 

«In fondo, scrivere un libro – riuscire a scriverlo, riuscire a finirlo – è come insegnare a un pollo a camminare all’indietro».

 

Inizia la seconda puntata del corso speciale di scrittura di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino. Potete leggere la prima lezione cliccando qui, la scheda del libro qui, il primo capitolo qui.

 

 

lezione 2

UN POLLO CHE CAMMINA ALL’INDIETRO
di
Elena Varvello

 
Alcuni anni fa (stavo scrivendo i racconti che avrebbero poi fatto parte della raccolta L’economia delle cose) mi è capitata una cosa curiosa, che vorrei provare a raccontarvi. Uno strano processo di comprensione, potrei chiamarlo così, che non aveva a che fare con elementi tecnici della scrittura, né con il senso di uno dei racconti a cui mi stavo dedicando, quanto piuttosto con il senso profondo del gesto che stavo compiendo (gesto che, comunque, l’ho già detto, rimane per me misterioso, e il cui mistero si alimenta, cresce ogni volta, di pagina in pagina).
Avevo letto la trascrizione di alcuni interventi pubblici di Flannery O’Connor, una sublime e (passatemi la ripetizione del termine) misteriosa scrittrice del Sud degli Stati Uniti, malata di Lupus Eritematoso e morta a trentanove anni, autrice di racconti bellissimi, la cui infanzia fu segnata da un clamoroso quanto inconsueto successo: all’età di sei anni, intorno al 1930, la piccola Flannery aveva insegnato a un pollo a camminare all’indietro e gli inviati di un’importante rivista l’avevano filmata all’opera, un filmato che in seguito fece il giro di tutto il paese. Di sé, diceva: “Quello fu il mio grande momento; ciò che è accaduto dopo è stato solo un anticlimax”.
Più avanti negli anni, prese ad amare molto i pavoni, li allevò e ne descrisse il carattere e i comportamenti, ma questa è un’altra storia.
Gli interventi pubblici a cui mi riferisco componevano, e compongono ancora, per nostra fortuna, un libretto smilzo ma d’impagabile valore, dal titolo Nel territorio del diavolo (Flannery era una cattolica praticante, grande lettrice di Tommaso d’Aquino, e, dal suo punto di vista, il mondo doveva essere considerato appunto il territorio del diavolo, il luogo in cui il male si manifesta ingaggiando con noi una battaglia).
Ammetto che, allora, parecchie cose mi sfuggirono. C’è un tempo per tutto, no? Be’, si dice così. Ma una frase mi colpì molto, ed è intorno a questa, a partire da questa, che mi piacerebbe ragionare un momento. Flannery sosteneva (permettetemi di andare a memoria, e perdonate le inesattezze) che, quando scriviamo, perdiamo i capelli, ci si guastano i denti, ci ritroviamo con la schiena a pezzi. Scrivere è un’esperienza fisicamente dolorosa e provante, insomma. Si riferiva alla scrittura di romanzi, in cui mi sarei cimentata solo un paio di anni più tardi, scrivendo La luce perfetta del giorno, ma le sue parole risuonarono da qualche parte dentro di me con un’urgenza profonda e una verità cristallina.–br–
In quel periodo, mi stava capitando una cosa analoga, e così rubo poche righe per raccontarla: soffrivo di un violento mal di denti che mi costringeva a inghiottire un buon numero di antidolorifici. Compariva improvvisamente e improvvisamente spariva, permettendomi di tirare il fiato e dormire tutta una notte di fila. La notte seguente, però, l’avrei trascorsa seduta sul divano, la testa fra le mani. Dovevo fissare un appuntamento con il dentista, e così feci, alla fine: telefonai e lo fissai. Ma, il giorno prima, chiamai per disdire. Che ci crediate o no, non potevo sopportare di perdere un intero pomeriggio di lavoro, era questo il punto (anche se non ne parlavo con nessuno, non avevo il coraggio di dirlo a nessuno: mi avrebbero guardata con una legittima espressione d’incredulità stampata in faccia). Così, fissai un altro appuntamento e poi disdissi anche quello. Andò avanti in questo modo per un bel pezzo. M’impegnavo nella ricerca di scuse plausibili con la segretaria del dentista, e tenevo sul comodino la mia confezione di antidolorifici. Ma continuavo a scrivere, e questo mi dava sollievo (anche qui, che ci crediate o meno vi assicuro che andò esattamente così).
Potete capire, quindi, che effetto mi fecero le parole di Flannery O’Connor. Diceva qualcosa che mi toccava profondamente, qualcosa di concreto che mi riguardava, o almeno che riguardava il mio corpo in quel periodo. O, potremmo anche pensarla così, condividevo con lei un’esperienza della quale non parlavo a nessuno, sulla quale mantenevo il più assoluto riserbo – una tipica conversazione di quel periodo: “Hai ancora male? Perché non vai dal dentista? Cos’hai in quella testa?”, “Ma no, non ce n’è bisogno, mi è passato, te l’assicuro”.)
E allora capii – è questo il processo di cui vi accennavo all’inizio – che la scrittura non era solo questione di talento, né solo, o meglio dire meno che mai, una questione di tecnica (riguardo al ruolo delle tecniche e al significato dell’espressione stessa, “tecniche di scrittura”, mi piacerebbe parlare un’altra volta, per dire ciò che ne penso). No.
Era, ed è, questione di tenacia e di dedizione. Dedizione e tenacia assolute. Capii che era questo ciò che avrebbe fat
to la differenza: quanto tempo ero disposta a dedicare alla scrittura, e insieme quanto tempo ero disposta a sottrarre a tutto il resto, a tutte le cose piacevoli che avrei potuto fare, perfino alla mia famiglia, perfino alla mia salute – anche se, certo, non si trattava di un problema serio, per carità, non voglio drammatizzare questioni trascurabili, le piccole sofferenze di ogni giorno. Prendete quello che vi dico come un esempio banale, soltanto un’ombra, un accenno della capacità di dedizione e tenacia che alcune persone dimostrano nel corso della loro vita.
Lessi più avanti che Flannery aveva scritto i suoi ultimi racconti, forse addirittura un intero romanzo, sdraiata a letto, gonfia a causa del cortisone, distrutta dal dolore. Pagine, comunque e nonostante tutto, luminose e lucidissime. Pagine splendide.
Mi sono chiesta molto spesso se avrei la forza di comportarmi come lei, se, trovandomi in una situazione simile, non scaglierei piuttosto a terra il mio computer, non mi abbandonerei a un dolore che fa ammutolire, non chiuderei per sempre i taccuini, nascondendoli da qualche parte. Non lo so, dico davvero. Non riesco a spingermi fino a quel punto, e, certo, spero che non mi capiti mai una cosa del genere (sono sicura che anche lei non l’avrebbe voluto).
Dedizione, tenacia e frustrazione come compagna di viaggio: questioni centrali – spero di riuscire a parlare della frustrazione che va di pari passo con la scrittura, una volta di queste. Se s’impara a fare i conti con la frustrazione, accidenti, si è imparata una cosa importante.
Per quanto riguarda invece i miei poveri denti, e la mia schiena – metteteci pure quella – be’, meglio lasciar perdere. Niente d’importante, comunque.
In fondo, scrivere un libro – riuscire a scriverlo, riuscire a finirlo – è come insegnare a un pollo a camminare all’indietro. Non ridete, vi prego. Quando ce la fai, hai la sensazione che tutto ciò che accadrà in seguito sarà un anticlimax, perciò il resto, ve lo assicuro – le bugie, gli appuntamenti mancati, i dentisti, i dolori alla schiena, le notti insonni – non ha grande importanza. Dico, riuscite a immaginarvelo, un pollo che, a un vostro segnale, comincia a camminare all’indietro?
 
 

 

Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello

 

Preparatevi, è in partenza l’undicesima puntata delle avventure del nostro avvistatore di libri in treno. Qui, ogni lunedì.

 

 

Lettori su rotaie
di Gabriele Dadati

 

 

 

Quella che s’è chiusa è stata la settimana dei libri religiosi, in particolar modo cristiano cattolici.

 

 

Subito lunedì sera, sul regionale che da Milano Centrale mi riporta a Piacenza, transitando alla ricerca di un posto libero nel corridoietto del mio vagone (che, lo ricordo, è il quart’ultimo del convoglio), con la coda dell’occhio ho captato il movimento delle mani di una signora che dalla borsa tirava fuori un elegante libro tutto bianco, rilegato. Si trattava di Gesù di Nazareth di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, pubblicato nel 2007 da Rizzoli. Un libro dove l’intento dell’autore è quello di presentarsi più che come pontefice nella sua veste di studioso coltissimo non solo di teologia ma anche di storia, così da “fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio”.

 

Giovedì sera invece un ragazzo seduto di fronte a me – corti capelli biondi, occhi azzurri limpidissimi, occhiali dalla montatura nera, vestiti molto semplici – studiava tutto attento Il senso religioso di don Luigi Giussani, “primo del PerCorso, nel quale don Giussani riassume il suo itinerario di pensiero e di esperienza. Il libro identifica nel senso religioso l’essenza stessa della razionalità e la radice della coscienza umana. […] Il cristianesimo ha a che fare con il senso religioso proprio perché si propone come risposta imprevedibile al desiderio dell’uomo di vivere scoprendo e amando il proprio destino”.

Venerdì mattina invece una donna di mezza età, molto compita, un po’ leggeva il Nuovo Testamento e un po’ lo chiudeva tenendoci dentro l’indice della mano destra a mo’ di segnalibro, per meditarlo. –br–

Oggi pomeriggio, studiandomi un po’ Gustave Moreau che dipinge le sue varie Salomè (e Huysmans che ne fa comprare una al Des Esseintes di À rebours), mi sono tornato a leggere anch’io i Vangeli (Marco e Matteo) che riportano l’episodio famoso della danza della figlia di Erodiade e la richiesta della decollazione del Battista.

E mentre sto scrivendo, occhieggio Ibs. In alto a destra, il volto sorridente di Enzo Bianchi, di cui San Paolo ha appena pubblicato il nuovo libro: Una lotta per la vita (del quale peraltro ho visto una piccola pubblicità a pagina 55 del “Corriere” di oggi – vale a dire sabato 26 marzo 2011, che è quando sto scrivendo).

Questo per dire che è veramente la settimana dei libri religiosi, o meglio cristiano-cattolici. (Lo è anche per un altro motivo, coperto dal segreto professionale, che svelerò più avanti. Be’, insomma, ci vorrà del tempo, ma un giorno vuoterò il sacco).

La domanda che mi resta è: la lettura di relax di questi ultimi giorni, nei rari scampoli di tempo, è il romanzo Persecuzione di Alessandro Piperno (Mondadori, 2010), primo tomo di un dittico intitolato Il fuoco amico dei ricordi. Ecco, a pagina 292, manca – misteriosamente – il numero di pagina. E io mi chiedo: avrà un qualche arcano significato il fatto che nella settimana in cui fanno la comparsa tutti questi libri religiosi, scompaia il numero 292?

 



 

 

Categorie: Lettori su rotaie

Appuntamento a mezzanotte, tra domenica e lunedì. Per augurarci buona settimana con uno spazio poetico. Pochi versi scelti, concentrati – da conservare, inviare agli amici – di autori diversi.

 

 

 
VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini
 
 
 
 
All’improvviso apriremo le finestre
al respiro, noi che siamo state nel cuore,
disperse.
 
 
La giovane poetessa Sarah Tardino è una principessa guerriera d’altri tempi. Questi sono gli ultimi tre versi del suo poemetto I giorni della merla appena uscito per LietoColle.
 
 

 

 

 

Categorie: Versi diversi