Volete sapere una cosa? Continuo a riflettere sulla semplicità, continuo a riflettere sulla chiarezza. Già, proprio così. È da una settimana che, in fondo, in un modo o nell’altro, non faccio che pensarci e ripensarci. La semplicità non è semplice, il valore della chiarezza e tutto quello di cui vi ho parlato nel corso del mio ultimo, breve ragionamento sulla scrittura (o meglio, sul mio modo di vedere la scrittura). Insomma, credo abbiate capito che questa è una questione di primaria importanza, per me, e magari è proprio per questo che ho la sensazione di dover aggiungere ancora qualcosa, di dovermi soffermare ancora un momento – e, nello stesso tempo, quanto mi piacerebbe poterne parlare con voi, quanto mi piacerebbe poter sentire che ne pensate, poter ascoltare la vostra voce. Sarebbe bello, davvero. Sarà che oggi è una giornata un po’ strana, un po’ troppo silenziosa (e io sono abituata al silenzio, figuratevi un po’). Insomma, abbiate pazienza.
Comunque, visto che continuo a rimuginarci sopra, tanto vale che provi ad aggiungere ancora un tassello, ripartendo da qui per poi spingermi oltre. Un breve aneddoto, una piccola storia che racconto spesso alle persone con le quali ho modo di riflettere sulla scrittura. Un altro degli insegnamenti che, nel corso del tempo, ho ricevuto. Proviamoci: abbandoniamo Flaubert e il suo interrogarsi su di una virgola, abbandoniamo la Francia e spostiamoci in Russia. Andiamo avanti di qualche decennio. Guardate: c’è un uomo che sta scrivendo una lettera (di nuovo una lettera). Sta scrivendo a una donna che gli ha inviato un racconto. È un uomo molto paziente e molto gentile, che risponde con puntualità alle lettere che riceve e tenta di leggere tutto ciò che i suoi lettori gli inviano. E la donna gli ha appunto inviato un racconto, del quale – come è giusto che sia, permettetemi di aggiungere – non è rimasta alcuna traccia. Dalla risposta dell’uomo, però, è possibile dedurre alcune cose, ed ecco quello che ci interessa: il racconto della donna comincia con una lunga descrizione dell’arrivo della primavera, un paio di pagine, forse addirittura tre pagine intere. Pagine evidentemente colme di dettagli inutili, di svolazzi ridondanti, di presunte belle immagini e di presunte belle frasi sullo sbocciare dei fiori e sul cielo che si fa sempre più terso e suoi profumi e sugli uccellini nei nidi e sullo spuntare delle prime, turgide gemme.–br–
L’uomo ha letto il racconto, l’ha letto con attenzione, e ora sta scrivendo alla donna dalla cui penna quel racconto è uscito. È chino sul suo scrittoio. Ci pensa un po’ su, poi scrive una cosa del genere: “Cara Signora, ho letto con molto piacere il vostro racconto, e l’ho trovato davvero interessante (probabilmente, anzi di certo, sta mentendo, ma, come vi ho detto poco fa, è un uomo molto gentile). Se posso permettermi, però, vi vorrei dare un consiglio, che spero non prendiate come un segno di arroganza da parte mia. Intendo dire che le prime tre pagine potrebbero essere riassunte in un’unica frase, e la frase potrebbe essere: ‘L’erba era già verde’. Tutti noi capiremmo che vi state riferendo alla primavera, credetemi. Inoltre, la nostra attenzione non è in grado di trattenere tutti i bei (bugia) particolari su cui voi vi soffermate. Il punto è che non possiamo trattenere tutto, mia cara, e molto presto la nostra misura è colma. ‘L’erba era già verde’, quindi. Come vi dicevo, il mio è solo un piccolo suggerimento. Per il resto, il vostro racconto è davvero apprezzabile (e qui, di nuovo, un’altra bugia). Con grande stima e rispetto, il vostro Anton.”
Già, perché l’uomo chino sullo scrittoio è proprio lui: Anton Cechov – a proposito, se vi piacciono i racconti, se volete provare a scrivere racconti o se già lo state facendo, leggete i suoi, leggeteli tutti. Difficilmente potreste trovare un maestro migliore.
Ed è qui che volevo arrivare, questo è il senso del breve aneddoto che desideravo raccontarvi, prima di archiviare la questione una volta per tutte: tre pagine grondanti autocompiacimento e bello stile riassunte in una semplice frase. Anzi, in una frase semplice, sarebbe meglio dire. Semplice e chiara.
L’erba era già verde. L’erba era già verde.
A proposito, vi ricordate Tobias Wolff? “Prima di Natale, mio padre mi portò a sciare sul Monte Baker”.
Un’altra frase semplice e chiara.
Torniamo un attimo indietro, torniamo alle parole di Cechov, chino sul suo scrittoio, intento a scrivere una lettera giunta fino a noi, per nostra fortuna, riguardo a un racconto di cui, sempre per nostra fortuna, nessuno serba memoria. La settimana scorsa vi parlavo di autorevolezza, vi parlavo del patto che dobbiamo stipulare con i nostri lettori, chiunque essi siano, dovunque essi siano. Un patto che li porti a sospendere la loro più che legittima incredulità (che poi è la nostra, quando leggiamo). Per farla breve, mettevo in relazione l’autorevolezza di uno scrittore con la sua capacità di essere semplice e chiaro. Non banale, né semplicistico, ma semplice e chiaro. Be’, Cechov fa un passo in più, si spinge oltre, aggiunge un tassello, dicevo, ed è per questo che, se vi va, vorrei che provassimo a seguirlo, solo un istante.
La nostra attenzione non può trattenere ogni cosa, scrive alla donna che gli ha inviato il racconto, perché molto presto la misura è colma. Tre pagine ridondanti per descrivere l’arrivo della primavera: no, proprio no, non va bene. Una decina di righe del genere e ci siamo già persi, ce ne siamo già andati da un’altra parte. Per quanti uccellini e fiori e boccioli e cieli tersi e profumi e dettagli e aggettivi e sfumature possiamo far spazio dentro di noi?
Come potete immaginare, sono perfettamente d’accordo con lui (anche se, certo, ci sono molte, meravigliose eccezioni, e anche se, certo, stiamo parlando di un racconto, cioè di una storia che si dipana nello spazio di poche, pochissime pagine). Ma vedete, questo ha a che fare con un altro punto per me essenziale, un’altra parola su cui vorrei soffermarmi un momento. Questa parola è necessità. La necessità. È qui che volevo arrivare. Musica per le mie orecchie.
È come se Cechov, chino sul suo scrittoio, si voltasse per un istante verso di noi (immaginate una certa penombra, una candela poggiata sullo scrittoio, e, fuori, la neve) e ci chiedesse: “Lo sapete o no, cos’è davvero necessario, quando scrivete? Ci avete mai pensato?” Oppure: “Siete sicuri che tutto quello che scrivete sia necessario? Siete sicuri che tutto questo non possa essere detto in una sola, semplice frase?”
Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero, diceva. Be’, aveva ragione. In altri termini, cerca di capire cos’è necessario. Ricorda che le parole hanno un peso. Ricorda che c’è una parola giusta per ogni cosa, e questa parola è l’unica che sia davvero necessaria. Non dimenticartelo mai, quando scrivi. Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero, appunto. Cechov, e anche lo scrivere poesie (per quanto velleitaria e acerba io fossi, in quel periodo; ragazzi, era il secolo scorso) me l’hanno insegnato. Così, molto spesso, seduta davanti al mio computer, mi ritrovo a pensare alla frase che lui suggerì a quella donna. Mentre scrivevo La luce perfetta del giorno me lo ripetevo in continuazione. L’erba era già verde, l’erba era già verde. Non una parola di più. Fermati qui. Non una parola di più. Non una parola di più.
E ora sapete che faccio? Faccio finta di parlarne con voi, in questa silenziosa serata di aprile. Eccomi qui, ditemi tutto.