Ho un libro in testa

Archivio: aprile 2011

E così eccoci qui, nel blog con un nuovo formato.  I nostri appuntamenti ripartiranno da lunedì. Nel frattempo, vorrei  farvi ascoltare un racconto e porvi una domanda: secondo voi, se lo spirito di un morto arrivato dall’aldilà volesse vivere in una città, all’interno di un condominio, dentro un appartamento, avrebbe diritto di farlo? Se lo chiede anche Dino Buzzati: ascoltate la sua storia (e scoprite come va a finire).

 

 

Per ascoltare la seconda parte, cliccate qui

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La scrittrice Barbara Garlaschelli sarà qui con noi, a Hounlibrointesta, ogni mercoledì. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 

LA LETTRICE INNAMORATA
di Barbara Garlaschelli

 

L’oceano. Un cane nero. Una giovane donna. Un giovane uomo, straniero. Un padre moribondo. Una serra. Una spiaggia. Una nave. Un fatto di sangue. Un amore fuggitivo.
Niente nomi propri, niente riferimenti geografici.
Scritti così, sembrano elementi vaghi, invece la storia narrata da Andrés Beltrami nel suo primo romanzo, La cura (Fandango), è precisa, accurata, densa e sorprendente.
Seguiamo la storia di Lui e Lei che si incontrano in uno spicchio di mondo, in apparenza al riparo da tutto, in realtà esposto a ogni avversità, come nella vita accade.
In fuga Lui, fuggitiva Lei anche se inchiodata al letto del padre che, tenace nella sua malattia, ancora vive consumandosi, consumandola.
L’amore accade perché la gente s’incontra, ma può anche accadere perché la gente si sfugge. E nella ricerca dell’altro si ritrova.
Per un attimo rivede tutti i suoi ritratti, i ricordi, le fotografie, i lineamenti del bambino che era, i tratti abbozzati di quando era ragazzo, le diverse fisionomie dell’età adulta. Si immagina che in quell’istante prendano tutte forma dove sono. Le foto nel cassetto di sua madre, nella casa della sua infanzia, escono volando dal letto dei suoi, tutti gli specchi, quelli dei luoghi dove ha studiato, dove ha lavorato o quello di una cantina preso in affitto durante il cammino, riflettono, lo sente in questo momento, la sua effige. Tutti i sé del passato danzano nella sua mente. Si osserva ora in quel bagno. “Sono diverso…”
Ogni azione, in questo romanzo, è la descrizione di un universo, perché i due protagonisti non hanno una lingua con cui comunicare. Lui arriva da un Paese lontano, ha percorso molta strada e perso molto di sé. Pensano e si esprimono ciascuno nel proprio idioma ed è per questo che ogni gesto si carica di tutto, del detto e del taciuto.
Due identità distinte, che si attraggono e che rimangono intagliate nella memoria del lettore come figurine nell’ebano, perché tutti noi siamo esclusivi e irripetibili, come pensa di sé la protagonista:
“Un sentimento che lei crede unico e totalmente suo. Se lei ha occhi chiari e quel naso forse un po’ lungo, mai l’ha capito, sopra la bocca, senz’altro troppo larga, se lei ha tutti questi segni e altri ancora che la identificano e rendono riconoscibile, ritiene naturale che anche i suoi sentimenti abbiano forme esclusive e irripetibili. La mia tristezza è unica come il mio collo.”
C’è tanta bellezza in questo libro che ci conduce dove non penseremmo di andare.

 

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Monica Zanfini, il nostro Topo di Libreria, oggi tra gli scaffali ha trovato tanti bambini che dormono tranquilli, buoni buoni… c’è da fidarsi?

 

 Dal film Il villaggio dei dannati, 1960.

 

Nessun dorma! di Monica Zanfini

 

I bambini, dalla prima ecografia fino all’adolescenza, sono uno degli argomenti di punta dell’editoria di questi ultimi anni. Perché se esistono ancora i tradizionali manuali di puericultura, che solitamente coprono l’arco del primo anno di vita del bambino, il mercato del libro riesce a fare leva sul sentimento di inadeguatezza di tanti genitori, cercando di dare una risposta “da esperti” a tutti i problemi più elementari e sfornando pubblicazioni per tutte le esigenze. La vita di un bambino non può avere segreti: dal primo vagito alla consegna delle chiavi di casa, tutto deve essere analizzato, codificato, dibattuto e spiegato.  E per tutto il libro promette una soluzione: per bimbi inappetenti e per quelli che mangiano troppo, per chi è geloso del fratellino e per i piccoli tiranni, per figli unici e per genitori dei gemelli, per interpretare le opere di artisti in erba e per riuscire a costruire un’autorevolezza genitoriale, per nonni e nonne ormai poco propensi a svolgere il proprio ruolo e per padri che il proprio ruolo vogliono svolgerlo al meglio.

Ma la cosa più sconcertante è il moltiplicarsi, in libreria, di titoli dedicati al sonno dei bambini: a giudicare dalla produzione editoriale si tratta di una vera e propria emergenza nazionale. Insomma, un intero Paese di adulti tenuto in pugno da bambini insonni. Una situazione che ricorda un vecchio horror in bianco e nero degli anni ’50, dal titolo “Il villaggio dei dannati”, in cui un gruppo di bambini diventava malvagio nello stesso istante sprigionando dagli occhi bagliori minacciosi: e tutte le notti, nelle case delle famiglie italiane, tanti bambini illuminano, con i loro occhioni spalancati, l’insonnia forzata di mamme e papà.
I genitori che cercano questo genere di libri si riconoscono subito: hanno l’aria rassegnata (“proveremo anche questo”), oppure fiduciosa (soprattutto se il consiglio è stato dato dal pediatra o dagli amici che ci sono già passati), ma tutti hanno il viso segnato da troppe notti insonni.
Queste pubblicazioni hanno in comune alcuni tratti:
a) l’immagine di copertina rassicurante, c’è sempre un bel pupo sereno e dormiente
 
 
b) gli autori, che sono sempre presentati come le massime autorità in materia
  
c) le quarte di copertina che promettono l’infallibilità del metodo
 
 
Purtroppo non si riesce ad avere un riscontro sulla loro reale efficacia: nessuno è mai tornato in libreria per dirci quali sono stati i risultati, anche se abbiamo il sospetto che molti abbandonino il manuale già alle prime pagine.
 E tra tabelle, metodi, orari fasce d’età e studi approfonditi della psiche di ciascun individuo, qualcuno ci ha scritto un romanzo
 
 
oppure ha cercato di sdrammatizzare
 
 
 
 
 

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Nella vita di ogni lettore e di ogni scrittore esiste il libro che per la prima volta ti ha colpito al cuore, lasciandoti un segno. Quel libro per Veronica Tomassini è stato Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. (Rizzoli). Leggete la storia del suo incontro.

 

 

 

Veronica Tomassini è siciliana, ma di origini umbre. Collabora con il Quotidiano La Sicilia dal 1996. Esordisce con il romanzo Sangue di cane, Laurana editore, nel 2010. Nei suoi scritti tornano spesso ambientazioni suburbane, storie intestine e marginali. Predilige gli antieroi, ammette, gli immigrati, i vuoti a perdere, i profeti delle panchine. Ha pubblicato diversi racconti nelle sillogi: “L’aquilone” (Emanuele Romeo Editore, 2002); “Outsider” (A&B Editrice, 2006); “La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza” (Emanuele Romeo Editore, 2008).

 

 


VISTA DA QUI

 

di Veronica Tomassini

So che Christiane è entrata nella mia vita per cambiarla definitivamente. So che l’ago nel suo collo sarebbe stata la mia ossessione, la mia poetica, direi oggi, appena appena sicura. So che c’è stato un prima e un dopo, il Bahnhof zoo in mezzo, lo spartiacque acido che tutto sommato ha deciso pure per me. Vivo in un luogo dove ha senso solo la periferia, la sua inutilità, le sue strade cieche e tumide per il gran caldo. Queste strade avevano un senso, un tempo, perché c’era Christiane. Christiane Felscherinow. Lei era una ragazzina, frequentava il Sound. Io invece ero una bambina, avevo nove anni, compiuti il 5 dicembre 1980. Era il mio compleanno. Che desiderio, chiese mamma. Scegli. Scelsi lei, puntai il dito giù, ultimo piano della vetrinetta scorrevole, libricino giallo, notai il chiodo di pelle, una donna giovane, un broncio rosso, i capelli lunghi, lisci, dietro sfumava il nero di un underground. O il fumo di uno chilom.
Era una libreria del centro.
Così sedetti per terra, incastrai la piccola mano tra le fessure della vetrina girevole, erano feritoie, dico adesso, feritoie per l’inferno. Un prologo di inferno. Vista da qui, si chiude la ragione superiore, si chiude oggi, perché Christiane non è morta, ma lo è per me. Intanto, scongiurai l’attesa facendo spallucce ad ogni morto di overdose che attraversò la mia vita da adolescente. Era meglio fermarsi per tempo, quel giorno in libreria. Mi lasciarono fare, non ci fu censura. Mamma e papà presero il pacchetto e lo infilarono nella sporta. Il diario era già un cult. Tutta Europa parlava di lei, parlava di un libro maledetto, “Vir Kinderm vom Bahnhof zoo”. Già mi pareva di sentire l’odore acre del fumo negli androni marci di una Berlino piovosa e periferica; già mi pareva di sputare il succo di ciliegia che Christiane beveva al Sound, calando il suo trip. Imparai presto lo slang di quelli fatti di ero, la lingua di Christiane. Prima di tutti imparai, prima della mia piazza di cadaveri, dei miei ectoplasmi in overdose, seppi pronunciare la dannazione – spada, rota, ero, viaggio, scimmia – con la sapienza che nutre in seno, simile ad una serpe, cagionata dall’ossessione. Così avevo dieci anni. Sapevo tutto di Christiane, “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, controllo su google e rimango di stucco: il Bahnhof zoo è banale e patinato come un qualsiasi centro commerciale. Scale mobili sfavillanti, spariti gli underground dove Detlef andava a battere e qualche volta anche Christiane. Perché facevano marchette, Detlef era il suo fidanzato. Poi c’erano gli zombi che aspettavano la roba dentro la luce aspra della Kurfustendamme. Una luce mortale, capace di svuotare le creature, sacchi inutili. E tutte le volte i sottopassaggi di una metro sono un terrificante déjà vu, torno a casa dell’ossessa, dove dimorano le pagine ingiallite di un diario, era un diario maledetto, sento una vocina sussurrare. Non sentire, non ascoltare. Ad ogni raglio di rotaia, ancora adesso una pagina si chiude. Ad ogni underground, ancora adesso, la mia memoria si contrae, nello spasmo che parlerà di lei.
Lei non è morta. –br–
Babette sì. Babette, Babsi, l’amica, con la madre concertista, il padre sucida, con la sua enorme casa liberty nel centro di Berlino, fu la più giovane vittima di eroina, titolavano i maggiori tabloid dell’epoca. Babette Babsi Doge.  Eroina tagliata male. Babsi aveva quattordici anni. E c’era Stella. Stella è sopravvissuta. Babsi invece fece il suo buco con la stricnina e adieu. Battevano. Indossavano il chiodo, jeans attillati, scarpe con il tacco. Era una divisa. Non so quante volte l’ho sognata. Io pensavo di somigliare a Babsi. Christiane ha cambiato la mia vita. A cosa sia servito, mi domando tuttora. Sono viva, non mi sono bucata, lo hanno fatto gli altri per me. Ma avevo una strada segnata, una strada che conduceva in periferia, da lì mi urlavano sul muso tutti i cadaveri, tre quattro a distanza di poco. Ragazzoni, diavolo, quello proprio no, quello era un gigante, aspettava di entrare nella Folgore. Quello no. E c’era David Bowie in cassetta nel mangianastri o c’erano gli Smiths. Io cantavo Heroes. “/I, I will be king /And you, you will be queen/Though nothing will drive them away/We can be Heroes, just for one day /We can be us, just for one day/”. C’è un sapore acido che mi perseguita, non è il succo dolciastro di ciliegia. Una luce metallica, dove si stagliano guance cave e chiodi di pelle e dentro un cesso vedo un tizio piegato sul water e sulla panca della stazione Christiane dorme, sul suo vomito di bava. E quel tizio infila l’ago in vena, negli interstizi, tra le dita. Vedo Riboldi Gino. Finisco dentro un viaggio cattivo.
For ever and ever. A cosa è servito, le luci sono veloci, sono sole e fredde come quando si viaggia di notte, in treno, come quando la vita si allontana.
Just for one day.

 


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«Quanto mi piacerebbe poter sentire che ne pensate, poter ascoltare la vostra voce. Sarebbe bello, davvero».


 

Inizia la quinta puntata del corso speciale di scrittura di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino. Potete leggere la prima lezione cliccando qui, la seconda qui, la terza qui, la quarta qui, la scheda del libro qui, il primo capitolo qui.
E adesso, buona lettura.

 

 

lezione 5

Il colore dell’erba – ancora una cosa sulla semplicità

 

di Elena Varvello


 

Volete sapere una cosa? Continuo a riflettere sulla semplicità, continuo a riflettere sulla chiarezza. Già, proprio così. È da una settimana che, in fondo, in un modo o nell’altro, non faccio che pensarci e ripensarci. La semplicità non è semplice, il valore della chiarezza e tutto quello di cui vi ho parlato nel corso del mio ultimo, breve ragionamento sulla scrittura (o meglio, sul mio modo di vedere la scrittura). Insomma, credo abbiate capito che questa è una questione di primaria importanza, per me, e magari è proprio per questo che ho la sensazione di dover aggiungere ancora qualcosa, di dovermi soffermare ancora un momento – e, nello stesso tempo, quanto mi piacerebbe poterne parlare con voi, quanto mi piacerebbe poter sentire che ne pensate, poter ascoltare la vostra voce. Sarebbe bello, davvero. Sarà che oggi è una giornata un po’ strana, un po’ troppo silenziosa (e io sono abituata al silenzio, figuratevi un po’). Insomma, abbiate pazienza.
Comunque, visto che continuo a rimuginarci sopra, tanto vale che provi ad aggiungere ancora un tassello, ripartendo da qui per poi spingermi oltre. Un breve aneddoto, una piccola storia che racconto spesso alle persone con le quali ho modo di riflettere sulla scrittura. Un altro degli insegnamenti che, nel corso del tempo, ho ricevuto. Proviamoci: abbandoniamo Flaubert e il suo interrogarsi su di una virgola, abbandoniamo la Francia e spostiamoci in Russia. Andiamo avanti di qualche decennio. Guardate: c’è un uomo che sta scrivendo una lettera (di nuovo una lettera). Sta scrivendo a una donna che gli ha inviato un racconto. È un uomo molto paziente e molto gentile, che risponde con puntualità alle lettere che riceve e tenta di leggere tutto ciò che i suoi lettori gli inviano. E la donna gli ha appunto inviato un racconto, del quale – come è giusto che sia, permettetemi di aggiungere – non è rimasta alcuna traccia. Dalla risposta dell’uomo, però, è possibile dedurre alcune cose, ed ecco quello che ci interessa: il racconto della donna comincia con una lunga descrizione dell’arrivo della primavera, un paio di pagine, forse addirittura tre pagine intere. Pagine evidentemente colme di dettagli inutili, di svolazzi ridondanti, di presunte belle immagini e di presunte belle frasi sullo sbocciare dei fiori e sul cielo che si fa sempre più terso e suoi profumi e sugli uccellini nei nidi e sullo spuntare delle prime, turgide gemme.–br–
L’uomo ha letto il racconto, l’ha letto con attenzione, e ora sta scrivendo alla donna dalla cui penna quel racconto è uscito. È chino sul suo scrittoio. Ci pensa un po’ su, poi scrive una cosa del genere: “Cara Signora, ho letto con molto piacere il vostro racconto, e l’ho trovato davvero interessante (probabilmente, anzi di certo, sta mentendo, ma, come vi ho detto poco fa, è un uomo molto gentile). Se posso permettermi, però, vi vorrei dare un consiglio, che spero non prendiate come un segno di arroganza da parte mia. Intendo dire che le prime tre pagine potrebbero essere riassunte in un’unica frase, e la frase potrebbe essere: ‘L’erba era già verde’. Tutti noi capiremmo che vi state riferendo alla primavera, credetemi. Inoltre, la nostra attenzione non è in grado di trattenere tutti i bei (bugia) particolari su cui voi vi soffermate. Il punto è che non possiamo trattenere tutto, mia cara, e molto presto la nostra misura è colma. ‘L’erba era già verde’, quindi. Come vi dicevo, il mio è solo un piccolo suggerimento. Per il resto, il vostro racconto è davvero apprezzabile (e qui, di nuovo, un’altra bugia). Con grande stima e rispetto, il vostro Anton.”
Già, perché l’uomo chino sullo scrittoio è proprio lui: Anton Cechov – a proposito, se vi piacciono i racconti, se volete provare a scrivere racconti o se già lo state facendo, leggete i suoi, leggeteli tutti. Difficilmente potreste trovare un maestro migliore.
Ed è qui che volevo arrivare, questo è il senso del breve aneddoto che desideravo raccontarvi, prima di archiviare la questione una volta per tutte: tre pagine grondanti autocompiacimento e bello stile riassunte in una semplice frase. Anzi, in una frase semplice, sarebbe meglio dire. Semplice e chiara.
L’erba era già verde. L’erba era già verde.
A proposito, vi ricordate Tobias Wolff? “Prima di Natale, mio padre mi portò a sciare sul Monte Baker”.
Un’altra frase semplice e chiara.
Torniamo un attimo indietro, torniamo alle parole di Cechov, chino sul suo scrittoio, intento a scrivere una lettera giunta fino a noi, per nostra fortuna, riguardo a un racconto di cui, sempre per nostra fortuna, nessuno serba memoria. La settimana scorsa vi parlavo di autorevolezza, vi parlavo del patto che dobbiamo stipulare con i nostri lettori, chiunque essi siano, dovunque essi siano. Un patto che li porti a sospendere la loro più che legittima incredulità (che poi è la nostra, quando leggiamo). Per farla breve, mettevo in relazione l’autorevolezza di uno scrittore con la sua capacità di essere semplice e chiaro. Non banale, né semplicistico, ma semplice e chiaro. Be’, Cechov fa un passo in più, si spinge oltre, aggiunge un tassello, dicevo, ed è per questo che, se vi va, vorrei che provassimo a seguirlo, solo un istante.
La nostra attenzione non può trattenere ogni cosa, scrive alla donna che gli ha inviato il racconto, perché molto presto la misura è colma. Tre pagine ridondanti per descrivere l’arrivo della primavera: no, proprio no, non va bene. Una decina di righe del genere e ci siamo già persi, ce ne siamo già andati da un’altra parte. Per quanti uccellini e fiori e boccioli e cieli tersi e profumi e dettagli e aggettivi e sfumature possiamo far spazio dentro di noi?
Come potete immaginare, sono perfettamente d’accordo con lui (anche se, certo, ci sono molte, meravigliose eccezioni, e anche se, certo, stiamo parlando di un racconto, cioè di una storia che si dipana nello spazio di poche, pochissime pagine). Ma vedete, questo ha a che fare con un altro punto per me essenziale, un’altra parola su cui vorrei soffermarmi un momento. Questa parola è necessità. La necessità. È qui che volevo arrivare. Musica per le mie orecchie.
È come se Cechov, chino sul suo scrittoio, si voltasse per un istante verso di noi (immaginate una certa penombra, una candela poggiata sullo scrittoio, e, fuori, la neve) e ci chiedesse: “Lo sapete o no, cos’è davvero necessario, quando scrivete? Ci avete mai pensato?” Oppure: “Siete sicuri che tutto quello che scrivete sia necessario? Siete sicuri che tutto questo non possa essere detto in una sola, semplice frase?”
Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero, diceva. Be’, aveva ragione. In altri termini, cerca di capire cos’è necessario. Ricorda che le parole hanno un peso. Ricorda che c’è una parola giusta per ogni cosa, e questa parola è l’unica che sia davvero necessaria. Non dimenticartelo mai, quando scrivi. Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero, appunto. Cechov, e anche lo scrivere poesie (per quanto velleitaria e acerba io fossi, in quel periodo; ragazzi, era il secolo scorso) me l’hanno insegnato. Così, molto spesso, seduta davanti al mio computer, mi ritrovo a pensare alla frase che lui suggerì a quella donna. Mentre scrivevo La luce perfetta del giorno me lo ripetevo in continuazione. L’erba era già verde, l’erba era già verde. Non una parola di più. Fermati qui. Non una parola di più. Non una parola di più.
E ora sapete che faccio? Faccio finta di parlarne con voi, in questa silenziosa serata di aprile. Eccomi qui, ditemi tutto.

 

 

Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello

 

Oggi i Lettori su rotaie di Gabriele Dadati, che arrivano qui ogni lunedì, sono in viaggio, non si fermano in stazione. Vi danno appuntamento al 2 maggio.
Anche il libro Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele (Barbera editore, 2008) sta andando in giro… E ne sono felice, perché è una raccolta di racconti straordinaria, di grande bellezza. Potete leggere un estratto cliccando qui.
 

 

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25apr
2011

25 aprile

 

 

 

 

Pagine fotografate dal libro Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (Einaudi).

Il post qui sotto lo avevo già messo il 31 gennaio, ma mi sembra bello guardare Fenoglio seduto alla sua scrivania anche oggi.

 

 

«Scrivo per un’infinità di motivi. [..] Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo with a deep distrust and a deeper faith».

 

Beppe Fenoglio

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VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

Pochi versi scelti, concentrati – da conservare, far girare – di autori diversi.

Conoscere il respiro, esattamente
è l’occupazione degli amanti
toccare
l’acqua misteriosa
del volto silenzioso


dire mio
amore come dire niente

la impaziente luce delle dita
quel che trema e non smette
di tremare.

 

Davide Rondoni

 

 

 

 

 

Una breve poesia di Davide Rondoni. Un grande poeta del nostro tempo, sempre in viaggio tra uomini e città… quando parla d’amore ha una feroce tenerezza. Questi versi sono tratti da Apocalisse amore (Mondadori 2008).

 

 

 

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NELLA TESTA DEGLI SCRITTORI: 
i libri che leggono, i libri che stanno scrivendo
a cura di
Caterina Morgantini

 


L’ultimo romanzo di Lorenzo Pavolini è Accanto alla tigre (Fandango, finalista al Premio Strega 2010), un romanzo di memorie importante per capire chi eravamo e chi siamo.

 
I libri che sto leggendo: Ho diversi libri in testa, perché contemporaneamente li tengo aperti per leggerli e/o lavorarci. E alla fine formano una matassa inestricabile che li lega uno all’altro in una catena più o meno infinita. Ho ripreso ad esempio La banalità del male
della Arendt perché stavo lavorando su un testo teatrale che la scrittrice israeliana Savyon Liebrecht ha recentemente dedicato al rapporto tra la celebre teorica della politica e il suo professore Martin Heidegger con il titolo La banalità dell’amore (edizioni e/o). Con l’occasione ho rispolverato anche il breve carteggio tra la Arendt e Gershom Scholem, in una smilza edizione Nottetempo. La sua geniale intuizione sulla natura umana alle prese con il male mi sembra ancora utile: “Oggi il mio parere è che il male non sia mai radicale, che sia solo estremo, e che non possieda né profondità né dimensione demoniaca. Esso può invadere tutto e devastare il mondo intero precisamente perché si propaga come un fungo… È qui la sua banalità. Solo il bene ha profondità e può essere radicale”. –br– Intanto leggo una raccolta di interventi pubblicati da Ristretti Orizzonti, che normalmente realizza una rivista con le detenute, i detenuti e i volontari della Casa di Reclusione di Padova. Il libro in questo caso si intitola Spezzare la catena del male e contiene tra l’altro alcune testimonianze di familiari di vittime di attentati terroristici come Manlio Milani, Andrea Casalegno, Olga D’Antona, Benedetta Tobagi, Silvia Giralucci, Sabina Rossa. Nel frattempo mi è capitato tra le mani il nuovo libro di Giovanni De Luna La Repubblica del dolore (Feltrinelli) dove si sostiene che a tenere insieme il patto fondativo della nostra memoria sono oggi solo il dolore che scaturisce dal ricordo delle vittime, della mafia, del terrorismo, della Shoah… Sto anche leggendo gli ultimi romanzi di Mauro Covacich (sempre e ancora più bravo) e Mario Desiati (tq). Ma se devo dire la scoperta di questi primi mesi dell’anno è stata la lettura di uno dei nostri capolavori sommersi, senza ombra di dubbio il miglior libro scritto sull’avventura dei Mille per mano del mitico attendente di Garibaldi, Giuseppe Bandi. Sono arrivato a lui seguendo un sentiero che risale per le vie maremmane di Bianciardi. La cronaca di Bandi I Mille. Da Genova a Capua è insieme romanzo picaresco e d’avventura (tanto che non c’è da dubitare che Salgari calcò Sandokan sul Generale e Yanez su Bixio), domestico (sappiamo tutto dell’amore per il caffè di Garibaldi e della sua passione per i baccelli), vivido come sanno essere solo le immagini della storia vissuta con disinvoltura (Bandi fu gravemente ferito a Calatafimi). Nella sua lingua risuonano Dante e Leopardi, la voce di Bandi m’è proprio rimasta in testa.
 

Il libro che sto scrivendo: Sono alle prese con la storia di tre fratelli (titolo provvisorio sperando prenda peso: tre fratelli magri). Direi che i primi cinque capitoli ci sono, magari sono da buttare ma contano 50mila battute. Di capitoli la storia alla fine dovrebbe misurarne una ventina. Il problema è che uno di questi tre fratelli sono io, per cui anche gli altri due rischiano di coincidere con fratelli veri, e in più, per complicarmi la vita sto intrecciando anche il fili di una vecchia storia di famiglia, di quelle cose che restano chiuse in una scatola a lungo e nessuno ha tanta voglia di ricordare, un lutto che risale al ’54, un fratello di mia madre che è morto in montagna a diciannove anni. Insomma roba allegra e soprattutto da mediare passo passo con persone realmente esistenti, con le loro ferite, le loro memorie. Sono per la letteratura come relazione, quindi mi convinco a scrivere mentre faccio digerire ad altri che io scriva di questioni che li riguardano intimamente, anzi la mia necessità di raccontare è proporzionale al loro tacito assenso… bo? Ce la farò? Riuscirà una vicenda particolare a mettersi in cortocircuito con un senso più ampio, senza pretendere che diventi collettivo, ma almeno condominiale?

 

 

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