Ho un libro in testa

26mag
2011

Christian Mascheroni: «Mia madre darebbe una pacca sul sedere a Steinbeck»

Eccoci alla seconda puntata di Non avere paura dei libri.
Per leggere la prima, basta cliccare in alto a destra su Categorie: Non avere paura dei libri.
Christian Mascheroni sarà con noi ogni quindici giorni.
E adesso, buona lettura.

 

 

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni


 

 

Seconda puntata puntata: Al centro del nostro microscopico mondo

Un omaggio ad un armadio speciale che ha contenuto libri, ricordi, emozioni, e tutta la mia famiglia.

 

Abbiamo vissuto in cima ad una caserma dei vigili del fuoco.
Abbiamo vissuto.

Mia madre, la viennese che poneva al centro della tavola il candelabro ebraico perché amava Isaac Bashevis Singer.

Mio padre, il litografo appianese che spegneva i fuochi dentro e fuori il nostro appartamento.

Io, figlio dell’acqua limpida di paese e della lava incandescente di città.

E poi John Steinbeck, Archibald J. Cronin, Erich Maria Remarque, Pearl. S. Buck. Richard Mason e tanti altri. Erano di famiglia, e come tali, soggetti alle nostre attenzioni, ai nostri stati d’animo, allo sfoglio di dita così come al tocco di labbra. In casa mia baciavamo i libri, sulla fronte.

Il nostro appartamento aveva le gambe dei corridoi magre e corte, le mani delle stanze tozze e ruvide, la testa fumante della cucina piuttosto piccola e con gli occhi arrossati, ma il ventre del salotto era vasto, conteneva noi e la maggior parte dei nostri libri. Ricordo con affetto i tre armadi imperfettamente adesi alla parete. Non ricordo purtroppo che nome avesse l’armadio centrale, perché ogni cosa doveva avere un nome, e intendo quello con la maniglia quadrata laccata di bianco che custodiva circa trecento tascabili in italiano e in tedesco. Di sicuro era anche lui uno di famiglia, uno di quei parenti di primo grado che andavo a trovare spesso; praticamente, ogni giorno. A mia madre Eva – la viennese che amava fare i puzzle guardandosi, nel frattempo, film come Brian di Nazareth e Un pesce di nome Wanda - piaceva quell’armadio, tanto che ci nascondeva i pacchetti di sigarette, infilati fra una pila di libri delle edizioni Rowohlt (RORORO!) e i Mondadori anni Settanta. Le piaceva il fatto che in quello spazio tridimensionale ci potessero stare i dizionari di tedesco-italiano con i quali lei faceva lezione –specie quello piccolo con la copertina blu notte, grazie al quale lei aveva tradotto circa quaranta pagine di Mai in Paris di James Jones. Mi commuove quella sua prova incompiuta. È ora nel cassetto della mia scrivania, scritta a mano in un quaderno dalla copertina rigida. Vedo l’espressione di mia madre, accigliata, che si arrabbia con le parole, e che flirta con la bellezza narrativa di Jones (o con Jones?) come la più maliziosa delle groupies.

Del nostro armadio le piaceva soprattutto il fatto che fosse un luogo pieno di risate, perché, per puro caso o per associazione di copertine, c’era una varietà impagabile di libri allegri. A volte ci mettevamo davanti all’armadio con le sedie frontali e pescavamo i libri di Ephraim Kishon, e leggevamo a testa dei passaggi per provocare vortici di ilarità in giornate buie. Ero cresciuto con l’umorismo yiddish, anche se nessuno in famiglia aveva origini ebraiche. Il nostro libro preferito era Si volti, signora Lot. Non riuscivamo nemmeno a finire un paragrafo che mia madre affondava la faccia nel palmo della mano e invocava pietà. Allora pescavo Come ammazzare la moglie e perché di Antonio Amurri e non le davo tregua. Il nostro armadio aveva la giusta manciata di risate che ci serviva per dare sollievo ai giorni di silenzio, ai momenti di incomprensione, ai vuoti amari dei bicchieri che spesso mia madre disseminava, abbandonandoli – lei, abbandonandosi – sulle copertine dei Follett o dei Le Carrè.

Mio padre Gino – il volto bonario riflesso nell’inchiostro degli Urania – lo chiamava il ripostiglio segreto. Ogni volta che toglievamo tutti i libri per pulirlo, scovavamo ritagli di vita che ci rivelavano quanto fossimo attaccati ai ricordi, tanto da non buttare via nulla. Una volta, per esempio, mia madre trovò un mio dentino sotto il Grand Hotel di Vicki Baum. Lo guardò controluce e lo ripose nella scatoletta fatta di conchiglie dove custodiva tutti gli altri dentini. Mi guardò e disse: che ci fa il tuo dente nel mio Grand Hotel?

Le dissi che l’avevo trovato nell’ascensore privato – e lei rise perché chiamava il mio naso l’ascensore privato ogni volta che tiravo su quando avevo il raffreddore. A noi gli ascensori piacevano, ci davano la sensazione di raggiungere la cima del mondo e, in particolare, eravamo grati a Roald Dahl perché ha fatto prendere a Charlie l’ascensore di vetro più magico che ci sia.

La cosa che tuttavia amavo di più era spalancare l’armadio e stare a guardare i libri che avrei scelto da leggere. La viennese, se non era in cucina a decostruire gli alimenti o a buttare qualche piatto per far spazio ai numerosi tascabili Longanesi di fine anni Sessanta, mi guardava da dietro le tende fatta di nodi di crine e mi suggeriva quale romanzo leggere. C’era un periodo in cui era fissata con i Buddenbrook di Thomas Mann e Le grandi famiglie di Maurice Druon, ed io, per istinto di contraddizione, li mettevo nella lista dei libri che avrei letto in un futuro lontano. Quello che facevo era sparpagliare i libri sul pavimento, mentre la mia gatta – la più acculturata è sempre stata Cicca – appoggiava le zampe sui pruriginosi Harold Robbins. Non c’era un ordine prestabilito e questo rendeva eccitante la scelta. Andavo per sensazioni e ingiallimenti di carta. Mi attirava la perfezione acustica dei titoli, quando, a pronunciarli, mi si riempiva la testa di attese e mete. Ma a volte era la loro semplicità a chiamarmi, come Testi e note di Isaac Asimov, che divenne la Bibbia della mia estate 1987, oppure la loro natura elettiva, come I non conformisti di Richard Yates, versione Garzanti del ’66 – e che solo anni dopo scoprii essere niente poco di meno che Revolutionary Road. L’anta dell’armadio rimaneva sempre aperta. Non si riusciva mai a chiuderla per bene, e quando passava mia madre – la viennese che mi regalò, per i miei 39.5 di febbre a nove anni, una copia de La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati- le coste dei libri occhieggiavano, curiose, per leggere le linee della vita delle sue mani spalancate.

Quando lasciai l’appartamento dopo l’eterno arrivederci dei miei genitori, una delle cose più dolorose fu dover smembrare gli armadi. Erano vecchi, rovinati, non li voleva nessuno, e non potevo lasciarli lì, dentro le mura che presto si sarebbero trasformate in uno sgabuzzino per gli attrezzi dei pompieri. Una volta tolti i libri dal mobile centrale, perciò, salutai con una carezza quel meraviglioso scrigno di parole e vocazioni che mi aveva trasformato da lettore a uomo, e con tutta la forza e la rabbia che possedevano le braccia fiere di mio padre, ruppi le assi e i cassetti. Spaccai l’anta sbattendola contro il muro, in lacrime, e spezzai le listarelle di legno e i pannelli di cartone pressato chiamando all’appello John, Ernest, Edgar, Isaac, Saul, Marguerite, Elsa, Alfred, Frederick, Judith, Ellery e tutti coloro che non avrebbero abitato più lì.

Stanno tutti bene, adesso; i libri, e chi li ha scritti. Hanno una nuova casa, mobili robusti, legno scuro, ante laccate, e sono in compagnia di centinaia di nuovi coinquilini acquisiti anno dopo anno. Libri che restano, come resta lo sguardo di mia madre, il rumore della sua matita sulle pagine.

Già, mia madre, la viennese. Se li vedesse ora, i nostri libri del vecchio mondo, sarebbe orgogliosa di ognuno di loro. Darebbe una pacca sul sedere a Steinbeck, un pizzicotto a Kishon e, probabilmente, prenderebbe il libro di Jones e lo aprirebbe a pagina quarant’uno, sospirando.

 

 

Categorie: Non avere paura dei libri

Commenti