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Ho un libro in testa

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 

 

LA LETTRICE INNAMORATA
di Barbara Garlaschelli

 

Scriveva Simone de Beauvoir: “Non si nasce donne: si diventa.” Tenete a mente questa frase quando arriverete alla fine di questo articolo. E, magari, anche dopo.

 

Domenica, a pranzo, chiacchieravo con un amico. Parlavamo del rapporto tra le donne e gli uomini, in relazione a loro stessi e all’altro sesso. Io sostenevo che noi donne abbiamo ancora molta strada da fare per raggiungere la sempre citata “parità”; lui sosteneva che sì, era vero, che però noi donne siamo capaci di essere solidali mentre gli uomini no. Io ho espresso i miei dubbi anche sulla solidarietà, che secondo me può esistere solo nel momento in cui esiste la possibilità di scegliere con libertà, se no si chiama fare gruppo per sopravvivere e non per condividere. E da lì tanti discorsi vecchi e nuovi, un po’ di stereotipi, un po’ di analisi più profonda, di certo un bel confronto.

 

Poi, inizio a leggere Donne che abbaiano e mordono (Le tragicomiche avventure di Carmen e le altre) di Ana Manrique (Sonzogno) e come capita spesso, almeno a me, la vita s’incrocia con la letteratura. Il libro di Ana Manrique è un boccone indigesto, soprattutto per noi donne.

 

Ma prima di condividere con voi alcune riflessioni, vi do una quadro della storia: ci sono tre donne molto diverse tra loro – per stato sociale, educazione, vita, cultura – che si incrociano e scontrano, più che incontrano: Carmen, la donna delle pulizie, maltrattata dal marito, con tre figli, uno dei quali psicopatico, alla spasmodica ricerca di un modo per potersi liberare dalle vessazioni famigliari e riconquistare la propria dignità; Rebeca la donna ricca che per vicissitudini varie decade (secondo la sua ottica) dalla posizione di ricca borghese che disprezza il lavoro, a quella di lavoratrice, la donna illuminata e progressista, critica e sconfitta; Susana, la manager perfetta che si scopre tradita e che da quel momento consuma la sua vita alla ricerca della vendetta, per cadere, invece, in un’ossessione che la distruggerà.

 

Le tre storie – ricche di eventi tragici e grotteschi – continuano ad incrociarsi, non solo tra di loro, ma anche coinvolgendo altri protagonisti: i mariti, prima di tutto, le amiche, i figli.

 

Donne che abbaiano e mordono è un libro feroce e quando hai terminato di leggerlo – in un fiato, nel mio caso – resti lì a pensare a quale categoria di donna appartieni, se sei una “cagna del presente”, come Rebeca (una delle protagoniste) pensa della maggior parte delle sue simili, una “supercagna” o una “cagna del futuro”.

Già il termine “cagna” è davvero un boccone difficile, anzi impossibile da digerire.

 

Ma chi è la “cagna del presente”? Rebecca lo spiega a Susana: <<Certo, tu parli dei mariti come tutte le altre, ma in realtà […] dovremmo parlare delle donne. Sì, perché voi vi credete moderne, “emancipate”, come diceva mia madre. Quando siete sedute nei vostri uffici, quando licenziate personale, date ordini, vestite come uomini, vi credete molto moderne, amate, delle donne del futuro. […] “Il futuro è delle donne”, è questo che vi vende la pubblicità. Ma no, Susanita, no, cucciolotta. Il futuro è di tutti. E voi, le donne come te, sono le “cagne del presente”>>.

E Susana più che punta, bastonata sul vivo, risponde: <<Ma non ti dimenticare che io lavoro, Rebeca, ho un ruolo importante. Guadagno praticamente come Arturo… Voglio dire che sono un individuo produttivo in questa società, che sono indipendente…>>

<<Economicamente>> puntualizzò Rebeca.

E continua, davanti a una Susana sempre più debole e confusa: <<Ascolta, se guardi indietro nella storia dell’uomo, vedrai che le donne che hanno dato il loro contributo alla cultura o alla scienza provenivano da strati sociali che davano loro gli strumenti per cambiare, un po’, il mondo […] È evidente che tutta la classe media e le donne della classe operaia lottarono perché tu e io potessimo votare. Che migliaia di donne andarono contro il sistema e ottennero, molte volte a rischio delle propria vita fisica, sentimentale, “economica”, che tu e io, cara, ci vestissimo come ci vestiamo, che avessimo accesso a qualsiasi posto di lavoro e potessimo fare sesso come e quando ci pare […] Voglio dire che la tua segretaria, di sicuro si sbatte come te, ma cara, di sicuro non vive bene come te, non ha le tue opportunità. E tu, che sei nella posizione di poter cambiare le cose, non lo fai e ti adatti e ti fai sottomettere. Per questo ti ho chiamato cagna. Perché lo sei.>>

E poi Rebeca aggiunge questa frase, che scolpirei a caratteri d’oro e che vale tutto il libro: <<Susana, il tuo nome non sarà mai nei libri di storia, e nemmeno il mio, ma non è una scusa per vivere così. Perché nella storia hanno vissuto migliaia di donne di cui non ricordiamo il nome, o totalmente sconosciute, ma che hanno cambiato il mondo…>>

 

Secondo la teoria di Rebeca, che a sua volta sarà condannata dalla sue stesse parole, la “cagna del presente” è quella donna emancipata, indipendente ma che non smette di essere “tutto”: casalinga, madre, lavoratrice. È lei quella che gestisce l’andamento della casa, pure se ha la donna di servizio, perché: <<Chi prepara la lista della spesa? Chi dice alla donna di servizio cosa fare? Chi sa dove sono le lenzuola e gli asciugamani? E chi sa cosa c’è per cena e chi no? Chi scopa quando vuole e chi no?>>

 

Scritto con uno stile asciutto e incalzante, Donne che mordono e abbaiano è un libro che provoca disagio e molte riflessioni, il che, dal punto di vista della vostra Lettrice Innamorata, è assai positivo. Anche perché, nonostante gli stralci che ho riportato e riporterò, dentro il romanzo esiste una storia solida, anzi tre.

 

L’amore è il grande assente di questo libro, mentre la perdita e la riconquista della propria dignità di donna ne sono il centro.

 

Ad un certo punto, in un dialogo (e i dialoghi sono davvero notevoli ) tra Rebeca e la sua più cara amica Cristina, la donna che Rebeca ritiene al di sopra della categoria cagnesca, l’autrice, butta sul piatto un succulento boccone.

Cristina racconta all’amica di aver fatto la guerra all’ex marito proprio per non voler entrare nella categoria “cagna del presente”, cioè colei che si occupa “della produzione della casa”. All’idea della “guerra”, Rebeca commenta “Non è male”. E la risposta di Cristina è lapidaria: <<Per carità, lascia stare! Ho un’amica che lo ha fatto ed è finita dallo psichiatra. Gli uomini hanno più resistenza psicologica. Se no, perché credi che siamo noi le “cagne del presente” e non loro i cani? […] Io sono una supercagna. Ascolta quello che ti sto per dire e non mi rivolgerai più la parola. Mi separo e resto con la bambina. Mi innamoro di Victor. Andiamo a vivere insieme, ma la bambina non è sua figlia per cui non è una sua responsabilità. Se un padre normale se ne occupa poco, un “non padre” non se ne occupa per niente. Quindi sono io che devo portare la bimba all’asilo nido, andare al lavoro, in palestra per tenermi in forma, essere una buona madre, essere sexy, uscire con il mio fidanzato, sistemare la bambina dai nonni per andare in vacanza con Victor e anche fare in modo che la piccola non dia loro troppo fastidio. E viceversa. E oltre a tutto questo convivo con un senso di colpa che non riesco a cancellare. [….] Se vivo la mia vita facendo finta di non avere una figlia mi sento una cattiva madre. Se mi preoccupo di mia figlia, mi sento una cattiva compagna. E siccome faccio entrambe le cose mi sento in trappola. […] O sei single o sei in trappola. Gli uomini appena trovano una compagna, si trasformano. Ci hanno ingannato. […] Maledico tutte le madri che hanno educato così i loro figli. Le maledico. Ma per ora è così. Non è che ti dicano fammi la cena o portami le pantofole o cose del genere. Semplicemente sono uomini che non fanno niente in casa, o fanno poco, di certo non fanno abbastanza. Aiutano e basta. Giocano con i bambini o li portano a scuola ma non preparano la pappa e non pensano a cosa bisogna comperare né lo comprano.>>

 

Certo, si dirà che queste donne sono frustrate, incattivite, sono degli stereotipi di fallimento. È vero. Nessuna di loro si salva, così come non si salvano i loro uomini.

 

Ana Manrique non la si può dire nemmeno “di parte” perché massacra molto più le rappresentanti del suo stesso sesso che gli uomini.

 

Esagera, provoca, gioca su dei luoghi comuni. Sì, lo fa. Anche. Ma quando avrete chiuso il libro, uomini o donne che siate, delle domande ve le farete. E generare domande, non è poca cosa per una narratrice di storie.

Trovare le risposte, invece, tocca a ciascuno di noi.

 

 

 

 

Categorie: La Lettrice Innamorata

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