Ho un libro in testa

Archivio: giugno 2011

Oggi il nostro Topo di libreria, Monica Zanfini, ci porta nel reparto Letteratura erotica.
Le cronache dalla libreria sono qui, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì mattina.

 

 


 

SEX AND THE BOOKSTORE di Monica Zanfini

 

Che prima o poi sarebbe successo tutto il mondo lo sapeva,” cantava Finardi negli anni ’70. E infatti eccoci: non poteva mancare un argomento come questo in libreria.

In realtà non succede niente di strano. È vero che noi librai non ci scomponiamo davanti a nulla, però queste cose vanno raccontate.

 

1) Il reparto Letteratura erotica è sempre defilato per non turbare la suscettibilità dei clienti, eppure funziona. Si compra da sé, si vende da sé, fa tutto da solo: i librai, di tanto in tanto, lo rimettono a posto e lo riforniscono. Nessuno, dico nessuno, se ne prende la responsabilità, insomma è a responsabilità collettiva.
Lo sappiamo, non si dovrebbe fare, ma la cosa più divertente, per noi, è andarlo a pulire e riordinare mentre ci sono gli aficionados che leggono a scrocco. E allora iniziamo a fare le pulizie di Pasqua, anche se è Natale o Ferragosto, e intanto guardiamo con disapprovazione il poveretto, al quale, dopo grande imbarazzo, viene di sicuro un esaurimento nervoso.

 

2) Non saprei dire quante volte nella mia carriera mi si è presentato qualcuno che mi ha chiesto: “Scusi, dove tenete manuali tipo il kamasutra?

e poi, a seguire una excusatio non petita:

Sa, è per uno scherzo!

 

3) Ci sono alcuni illustrati, edizioni Taschen, che hanno un prezzo quasi “politico”. Ma arrivano in libreria sigillati con il cellofan. Dato il prezzo di copertina piuttosto economico abbiamo deciso di sacrificare una copia alla collettività, lasciandola in visione in modo che il cliente non debba compare a “scatola chiusa”. Non dimenticherò mai la copia “per il popolo” del libro su Araki, ridotta a dispense.

 


Categorie: Cronache dalla libreria

«Di fronte a un buon dialogo provo un’acuta sensazione di realtà, come se l’autore di quella storia si fosse messo da parte per un po’, lasciando tutto lo spazio ai personaggi, lasciando loro il palcoscenico».

 

Inizia l’unidicesima puntata del corso speciale di scrittura per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
Per leggere le puntate precedenti, clicca in alto a destra su Categorie: Il corso di scrittura.
Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

 

 

IL BAMBINO CON LE MANI IN TASCA – ANCORA LE VOCI DEI NOSTRI PERSONAGGI
di Elena Varvello

 

Ancora alcune cose a proposito delle parole e delle voci dei nostri personaggi – è in questo modo che preferisco immaginare i dialoghi, come un intreccio di voci e di parole.

Vi dicevo dell’importanza dell’ascolto, della necessità, quando si scrive, di sviluppare un buon orecchio – oddio, quando si scrive tutti i sensi dovrebbero essere allertati. Vi dicevo di quanto sia importante, dal mio punto di vista, considerare i personaggi non solo creature letterarie, descritte e raccontate sulla pagina (perché, certo, lo sono), ma persone in carne e ossa, fino al punto di vivere la loro storia – vivere dentro la loro storia – mentre la si scrive.

Il momento in cui i nostri personaggi iniziano a parlare è semplicemente magnifico, per quanto mi riguarda, un momento che aspetto con enorme impazienza, anche se so – lo so per esperienza – che può fare paura.

Credo, ma la mia è soltanto un’ipotesi, badate bene (non riesco neppure a formularla con chiarezza), che possa far paura perché è come se fosse un’immersione nella storia, la sua definitiva trasformazione in qualche cosa che non accade solo e soltanto sulla pagina, ma che davvero prende vita. Qualcosa che possiamo controllare solo in parte (anche se questo, ovviamente, non è vero, nel senso che il controllo che noi esercitiamo, o che dovremmo esercitare, su ciò che stiamo scrivendo non è minore nel momento in cui scriviamo un dialogo). Per me, però, è così: di fronte a un buon dialogo provo un’acuta sensazione di realtà, come se l’autore di quella storia si fosse messo da parte per un po’, lasciando tutto lo spazio ai personaggi, lasciando loro il palcoscenico, e loro sono uomini e donne e bambini in carne e ossa, e vogliono parlare, lo chiedono con forza. Un banco di prova, insomma. Questo significa che, quando non riesco a dare voce ai personaggi, quando proprio non ce la faccio, quando non li sento – e capita, credetemi – di solito arrivo a interrogarmi addirittura sulla necessità di quella storia. Arrivo a pormi domande feroci riguardo alla sua autenticità. In questo senso vi dicevo che le voci e le parole dei nostri personaggi sono un banco di prova eccezionale. Leggi di più..

Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello

 

Ogni storia si svela solo in parte.
Quando un lettore ne scopre una
oltre l’orizzonte
c’è un lettore che scopre l’altra parte.

 

Chicca Gagliardo

 


Lettrici fotografate da Patrizia Traverso, autrice di Preferisco leggere (Tea).

 

 

Questo spazio si intitola VITE DA LETTORE perché i lettori vivono più vite. Patrizia e io cercheremo di foto-grafare, con le sue foto e i miei brevi scritti, le meraviglie della lettura. Saremo qui ogni martedì, dalle prime ore del mattino.

Per leggere le puntate precedenti, clicca in alto a destra su Categorie: Vite da lettore

 

 

 

Categorie: Vite da lettore

Preparatevi, sta per partire la nuova puntata delle avventure del nostro avvistatore di libri in treno. Qui, su Hounlibrointesta, ogni lunedì. Per leggere le puntate precendenti, clicca in alto su Categorie: Lettori su rotaie.
E voi fate mai caso a quello che leggono le persone sui mezzi di trasporto?

 

 


 

 

LETTORI SU ROTAIE di Gabriele Dadati

 

Ok, va bene, le traduzioni sono nel tempo. Il testo di partenza è quello, ma di volta in volta occorre stare a pari con la lingua dell’epoca per approdarci dentro, e la versione dell’Eneide di Annibal Caro era giusta per il primo Cinquecento, quella di Francesco Vivona per il primo Novecento, quella di Vittorio Sermonti ci vien buona oggi e domani non più (che poi le traduzioni di Annibal Caro, Francesco Vivona e Vittorio Sermonti siano grandi opere letterarie in sé, e per questo continueremo a leggerle in futuro, è fuor di dubbio. Però le leggeremo come calate nel loro tempo e al ginnasio ne faremo adottare un’altra, perché i ragazzini imparino il latino di Virgilio, come primo obiettivo, e vedano l’italiano come un tramite per riuscirci).

Ok, va bene, tutto questo è normale. Non ci colpisce più di tanto. Quello che ci colpisce di più è vedere come accada anche ai titoli, anche a titoli celebri, in continuazione. A questo pensavo martedì sera quando sul treno ho visto una ragazza che leggeva, nella Bur, I legami pericolosi di Pierre Choderlos De Laclos. Ma come, direte voi, non era Le relazioni pericolose? Sì, certo, quello è il titolo più conosciuto, e così lo troviamo nei tascabili di Garzanti, di Feltrinelli, di Giunti, di Newton Compton, solo per dirne un po’. Ma già se ci spostiamo verso Mondadori, lo troviamo intitolato Le amicizie pericolose, titolo che è del resto sulla copertina – bruttissima – dell’edizione Sonzogno in cui l’ho letto io quando avevo quindici anni. La collana, altrettanto tremenda, si chiamava “I libri dell’amore” e nonostante questo, con tutta evidenza, qualche capolavoro ci cascava dentro lo stesso (il libro di Choderlos De Laclos è un libro che ha una sua importanza). In più il libro era mutilo. Si tratta di un romanzo epistolare e ho scoperto, confrontando la mia copia con quella del mio compagno di banco di allora, che mi mancavano una mezza dozzina di lettere verso la fine. Era una cosa inspiegabile. Non c’era niente di particolarmente divagante nel contenuto, né un taglio così esiguo doveva portare a un gran risparmio nella stampa del libro. Conclusione, non mi ci sono mai raccapezzato. Pazienza.

 

Poi di rimando mi viene in mente un altro libro che cambia titolo. I ragazzi di via Pal o I ragazzi della via Pal o I ragazzi della via Paal eccetera. È un libro che ho caro: l’ho letto tredici volte, quando ero bimbo. Ed è il libro che mi ha messo nella necessità di mettermi a mia volta a fare libri.

 

 

 

Categorie: Lettori su rotaie

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

pochi versi scelti, concentrati – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

 

3 DICEMBRE

 

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

 

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.

 

da Frontiera

 

 

La settimana scorsa abbiamo parlato di Antonia Pozzi e come promesso questa settimana non parliamo di lei ma a lei, e non parliamo di amore ma di amicizia. Antonia aveva un amico, anzi, un “Grande amico”: Vittorio Sereni. Condividevano la poesia, la giovinezza, l’università. Questa è la poesia che lui scrisse dopo la morte di Antonia e il titolo porta la data del suo suicidio. Ma ci sono anche delle lettere, che l’editore Scheiwiller aveva raccolto in un libretto; dopo quelle tra i due giovani poeti e dopo quel 3 Dicembre, continuano con premurosa costanza le lettere di Vittorio al padre di Antonia. “E tu resta difendici amicizia” è un celebre verso di Sereni e non a caso parliamo di amicizia con lui, perché in nessun altro autore questo sentimento entra con tanta verità a far parte della poesia. Il dialogo di Sereni con gli amici più cari non si interrompe mai, resta vivo nella vita e nei versi, come con Bertolucci, con Fortini, con Saba, così con Antonia. L’amicizia per Sereni è fedeltà, parola che lui amava, è qualcosa che ha a che fare con la resistenza delle cose, il loro perdurare oltre la presenza, oltre ciò che appare. Perfino il ricordo degli amici o il loro mancare diventa nella sua poesia una più viva presenza davanti alla realtà e alla storia, anche dal passato gli amici tornano a chiamarlo per nome, come sentinelle interiori che hanno il compito di destarci di fronte alle cose. Per questo la poesia di Sereni è popolata di voci amiche e qualche volta misteriose, proprio perché nella misura delle sue reticenze, delle sue sospensioni, Vittorio Sereni getta semi profondi e fa intuire tutta la complicata forza del cuore umano. Ho sempre immaginato Sereni come uno di quegli uomini che hanno una speciale grazia nella timidezza, quella sorta di pudore dei sentimenti che ha chi li sente in modo anche più profondo, per questo lui sa parlare anche dell’amicizia vera e diventare un amico perfino per chi lo legge, lasciandosi conoscere a poco a poco. Un carattere che pesa le parole e i gesti è un grande dono in poesia, e infatti non c’è nulla in Sereni che sia superfluo ed è un autore da leggere interamente.

 

 

 

 

 

 

Categorie: Versi diversi

 

NELLA TESTA DEGLI SCRITTORI i libri che leggono, che stanno scrivendo
a cura di Caterina Morgantini



 

Barbara Di Gregorio è nata a Pescara nel 1982. Ha pubblicato racconti su “Nuovi Argomenti”, “Eleanore Rigby” e nell’antologia Voi siete qui (minimum fax 2007). Le giostre sono per gli scemi è il suo primo romanzo.

 

 

Uno dei libri che più mi ha colpita, tra quelli letti negli ultimi tempi, è Anni senza fine di Clifford Simak. È un libro di fantascienza e racconta un futuro lungo milioni di anni. La vita degli uomini, dopo aver raggiunto sulla terra il massimo livello di perfezione, si sposta su Giove scoprendo nuovi sensi e nuove forme di felicità. Il nostro pianeta resta in balia dei cani: non amo i cani, personalmente, ma sono rimasta profondamente affascinata da come Simak riesce a inventare, per il loro futuro, una civiltà avanzatissima ma totalmente altra rispetto a quella degli uomini. Mentre questi sanno ragionare solo in funzione del tempo, quelli ragionano in funzione dello spazio. Quelli che gli uomini chiamano passato e futuro, per i cani sono dimensioni parallele: qualunque minuscolo punto, sull’infinitra retta che nella nostra civiltà è il tempo, corrisponde nella loro cultura a un mondo intero completo di tutti i dettagli. Significativo che, alla fine della loro vita sulla terra, i cani non partiranno per un altro pianeta ma sceglieranno di spostarsi in un’altra dimensione. Anni senza fine è fantascienza, letteratura, intrattenimento, filosofia e fisica quantistica. Meglio di Dick, e dio mi perdoni se ho bestemmiato.

 

 

Non ho un nuovo libro in testa, o meglio ce ne ho parecchi, ma nessuno di cui valga la pena parlare adesso. Pubblicare un romanzo, litigare con gli editor, aspettare i giudizi, sopportare le critiche, riconoscere gli errori, andare in giro a dire che è bello quando in realtà si vorrebbe gridare è uno schifo: non avrò voglia di ricominciare tanto presto. Continuo a scrivere altre cose, nel frattempo, ogni giorno, in modo da non perdere l’allenamento per quando avrò una storia veramente necessaria.

 

 

Categorie: Nella testa degli scrittori


 

- Mi pare impossibile che quando c’è la luna noi si dorma nelle nostre case – disse la fanciulla con un certo ansito, parlando questa volta lentamente. – Quando c’è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose – aggiunse come riflettendo – ; cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?

 

 

da La pietra lunare di Tommaso Landolfi (Vallecchi editore, 1944), pag. 34.

 

 

Per chi ha visto l’eclissi di Luna, per chi non l’ha vista. E per chi questa notte scivolerà nel sogno pensando alla pietra lunare.

 


Categorie: a pagina...

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.
Messaggio: domenica 19 giugno Barbara Garlaschelli ritirerà il premio Alessandro Tassoni per la narrativa con il romanzo Non ti voglio vicino. Complimenti da parte di tutti noi.

 

 

LA LETTRICE INNAMORATA
di Barbara Garlaschelli

 

Mi capita spesso di scrivere che i libri sono viaggi. Ecco, questo romanzo, In una stanza sconosciuta di Damon Galgut (edizioni e/o), lo è davvero, per varie ragioni, la prima delle quali è che l’autore muove il protagonista in un eterno viaggiare, dall’Europa, all’Africa, all’India. Viaggio vero, fatto di paesaggi, confini, gente, treni, montagne, laghi, spiagge. La seconda ragione, è che il viaggio non è solo quello che il protagonista compie con il corpo, ma anche quello che compie con i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi incontri. Ed è un viaggio nel tempo perché Damon, che è anche il nome del protagonista (sudafricano bianco come l’autore stesso e come lui, scrittore), racconta di se stesso e delle sue avventure da un tempo che non è quello degli avvenimenti, ma spostato più in là, in un punto indefinito e avanzato della sua esistenza. Damon guarda a sé e a ciò che gli è capitato nel corso della vita e degli anni, come fosse altro da sé. E questo guardarsi da una distanza che non è solo di spazio ma di tempo è segnata anche dallo stile della scrittura: raccontato in terza persona, di tanto in tanto, fa incursione nella storia un “io” che non depista il lettore, ma al contrario, lo avvicina al protagonista.

 

In una stanza sconosciuta è diviso in tre parti, che compongono tre viaggi, tre incontri, tre momenti, tre ruoli della vita di Damon: Il seguace, L’amante, Il guardiano.

Dentro una scrittura pulita e perfetta si raccoglie e deflagra uno dei temi portanti del romanzo: la solitudine del protagonista che, pur nel suo contatto continuo con la gente, con viaggiatori come lui, con gli abitanti dei luoghi in cui passa o sosta, è chiuso in una totale incapacità di empatia, se non fuggevole. Gli unici momenti in cui sembra sia possibile per lui il legame con qualcuno è nell’incontro con Reiner, prima e Jacob, dopo. Ma entrambi gli uomini restano un desiderio non vissuto.

Reiner fa incetta d’amore, lo elargisce come fosse un favore, mentre io mi rodo all’infinito per la sua assenza, non avere amore equivale a non avere potere”.

Così come l’ultima parte, dedicata al viaggio in India con l’amica psicotica Anna, segna il fallimento del sua capacità di entrare in contatto vero con gli altri. Leggi di più..

Categorie: La Lettrice Innamorata

Oggi il nostro Topo di libreria, Monica Zanfini, tira fuori dagli scaffali l’età del rock e il nuovo Francis Scott Fitzgerald.

 

 


 

 

BOOKS AND THE CITY! di Monica Zanfini

 

Lunedì mattina sono tornata in libreria dopo alcuni giorni di vacanza: al mio settore, tascabili-classici, sembrava fosse scoppiata una bombola del gas. Effetto fine-scuola, certo, ma tutto era più incasinato del solito. È successo che, durante la mia assenza, proprio accanto alla libreria ha aperto la sede fiorentina di Hard Rock Cafe, e allora si è innescato un “circolo virtuoso” di giovanissimi che dal locale rock entrano in libreria a curiosare e a scegliere le letture per le vacanze. Una scelta che avviene, quasi sempre, in base al numero delle pagine.

 

Oggi a Firenze inizia il Festival degli scrittori. Tra le tante iniziative ci sarà un incontro con i tre traduttori de Il Grande Gatsby, Franca Cavagnoli ( Feltrinelli) Tommaso Pincio (minimun fax) e Roberto Serrai ( Marsilio).

 

Ecco, per noi librai tante nuove traduzioni di un libro sanciscono un cambio di settore del titolo: dai tascabili tout-court ai Classici. Adesso Gatsby è di pubblico dominio e troverà la sua collocazione insieme ad Andrea Sperelli, Zeno Cosini, Fabrizio Del Dongo…

 

Categorie: Cronache dalla libreria

«Chiedersi che cosa vuole dire un personaggio, quali parole vuole pronunciare, significa anche chiedersi quale posto occupa e dovrà occupare nel racconto che stiamo scrivendo, cosa desidera, cosa vuole, di cosa ha paura».

 

Inizia la decima puntata del corso speciale di scrittura per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
Per leggere le puntate precedenti, clicca in alto a destra su Categorie: Il corso di scrittura.

 

 

IL BAMBINO CON LE MANI IN TASCA – LE VOCI DEI NOSTRI PERSONAGGI di Elena Varvello

 

È una cosa che mi capita spesso. Anzi, molto spesso, dovrei dire. Un’esperienza personale che mi sembra significativo raccontarvi, tanto per incominciare a ragionare intorno al dialogo, o meglio, intorno alle voci e alle parole dei nostri personaggi. Una cosa che accade molto spesso, vi dicevo, quando comincio a lavorare in un laboratorio di scrittura. Ricevo molti racconti brevi, magari scritti a partire da un mio suggerimento, e alcuni sono belli, davvero, ed è un piacere leggerli – lo faccio ormai da più di dieci anni, e continuo a farlo con autentico piacere. Soltanto che, nel corso del tempo, mi sono accorta di una cosa: anche nei racconti più belli, all’inizio i personaggi tendono a restare muti. Pensano moltissimo – a volte troppo, devo essere sincera – osservano tutto ciò che li circonda, sognano e ricordano, però non parlano, o parlano a fatica – magari si scambiano appena un paio di battute, parole che paiono casuali, o, nei casi peggiori, addirittura inessenziali.

Sapete cosa faccio, normalmente? Domando: “Com’è che questi personaggi non hanno niente da dirsi? Non ci sono battute di dialogo, qui”. La risposta ha questo sapore: “Non volevo farli parlare. È stata una mia scelta”.

Questa, il più delle volte, è una bugia. Il più delle volte, la risposta autentica sarebbe: “Non sono capace, non so scrivere un dialogo. Proprio non mi riesce, per quanto io ci provi”. Perché è così, ve l’assicuro – e infatti, alla fine la cosa viene fuori, ed è questo il momento in cui si può iniziare a lavorare veramente.

Non che io non lo capisca. Lo capisco eccome. C’è stato un tempo in cui, anche per me, le cose andavano in questo modo. Non ci riuscivo, punto e basta. Avevo l’impressione che, ogni volta che aprivano bocca, i miei personaggi dicessero cose sbagliate nel modo sbagliato. Così, facevo in modo che non parlassero affatto – al massimo, mi concedevo qualche discorso indiretto, ma, anche quello, lo vivevo con enorme sofferenza. Questo, capite bene, incideva pesantemente sulle storie che provavo a raccontare – perché si arriva sempre, sempre, al momento in cui è necessario un dialogo, e girarci intorno è faticoso, e, quasi sempre, improduttivo. Mi ritrovavo in una situazione analoga a quella di chi, avendo paura di imboccare un sentiero che gli pare troppo ripido, ne imbocca un altro, costringendosi, però, a cambiare meta. Camminare si cammina, certo, e come no?, solo che non si è più diretti nel luogo in cui si sarebbe voluti andare originariamente.

Da un certo punto di vista credo dipendesse dal fatto che ero convinta di non saperlo fare. Però, a essere onesta, c’era qualcos’altro, anche se l’ho capito solo in seguito, dopo averci pensato a lungo. Il fatto è, credetemi, che non sapevo esattamente cosa i miei personaggi avrebbero dovuto dire. Non rimanevano muti soltanto perché ero convinta di non riuscire a costruire un dialogo – già, perché anche un dialogo si costruisce, come un piccolo muro, potremmo dire, all’interno di quello spazio più ampio che è un racconto, o addirittura un romanzo. Rimanevano muti perché non sapevo cosa avrebbero dovuto dire veramente. Leggi di più..

Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello