
«Chiedersi che cosa vuole dire un personaggio, quali parole vuole pronunciare, significa anche chiedersi quale posto occupa e dovrà occupare nel racconto che stiamo scrivendo, cosa desidera, cosa vuole, di cosa ha paura».
Inizia la decima puntata del corso speciale di scrittura per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
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IL BAMBINO CON LE MANI IN TASCA – LE VOCI DEI NOSTRI PERSONAGGI di Elena Varvello
È una cosa che mi capita spesso. Anzi, molto spesso, dovrei dire. Un’esperienza personale che mi sembra significativo raccontarvi, tanto per incominciare a ragionare intorno al dialogo, o meglio, intorno alle voci e alle parole dei nostri personaggi. Una cosa che accade molto spesso, vi dicevo, quando comincio a lavorare in un laboratorio di scrittura. Ricevo molti racconti brevi, magari scritti a partire da un mio suggerimento, e alcuni sono belli, davvero, ed è un piacere leggerli – lo faccio ormai da più di dieci anni, e continuo a farlo con autentico piacere. Soltanto che, nel corso del tempo, mi sono accorta di una cosa: anche nei racconti più belli, all’inizio i personaggi tendono a restare muti. Pensano moltissimo – a volte troppo, devo essere sincera – osservano tutto ciò che li circonda, sognano e ricordano, però non parlano, o parlano a fatica – magari si scambiano appena un paio di battute, parole che paiono casuali, o, nei casi peggiori, addirittura inessenziali.
Sapete cosa faccio, normalmente? Domando: “Com’è che questi personaggi non hanno niente da dirsi? Non ci sono battute di dialogo, qui”. La risposta ha questo sapore: “Non volevo farli parlare. È stata una mia scelta”.
Questa, il più delle volte, è una bugia. Il più delle volte, la risposta autentica sarebbe: “Non sono capace, non so scrivere un dialogo. Proprio non mi riesce, per quanto io ci provi”. Perché è così, ve l’assicuro – e infatti, alla fine la cosa viene fuori, ed è questo il momento in cui si può iniziare a lavorare veramente.
Non che io non lo capisca. Lo capisco eccome. C’è stato un tempo in cui, anche per me, le cose andavano in questo modo. Non ci riuscivo, punto e basta. Avevo l’impressione che, ogni volta che aprivano bocca, i miei personaggi dicessero cose sbagliate nel modo sbagliato. Così, facevo in modo che non parlassero affatto – al massimo, mi concedevo qualche discorso indiretto, ma, anche quello, lo vivevo con enorme sofferenza. Questo, capite bene, incideva pesantemente sulle storie che provavo a raccontare – perché si arriva sempre, sempre, al momento in cui è necessario un dialogo, e girarci intorno è faticoso, e, quasi sempre, improduttivo. Mi ritrovavo in una situazione analoga a quella di chi, avendo paura di imboccare un sentiero che gli pare troppo ripido, ne imbocca un altro, costringendosi, però, a cambiare meta. Camminare si cammina, certo, e come no?, solo che non si è più diretti nel luogo in cui si sarebbe voluti andare originariamente.
Da un certo punto di vista credo dipendesse dal fatto che ero convinta di non saperlo fare. Però, a essere onesta, c’era qualcos’altro, anche se l’ho capito solo in seguito, dopo averci pensato a lungo. Il fatto è, credetemi, che non sapevo esattamente cosa i miei personaggi avrebbero dovuto dire. Non rimanevano muti soltanto perché ero convinta di non riuscire a costruire un dialogo – già, perché anche un dialogo si costruisce, come un piccolo muro, potremmo dire, all’interno di quello spazio più ampio che è un racconto, o addirittura un romanzo. Rimanevano muti perché non sapevo cosa avrebbero dovuto dire veramente. Leggi di più..
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