Ho un libro in testa

Archivio: luglio 2011

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

Inchiostro nero


La vita esce dal quaderno
a righe, stamattina, svolge i pensieri,
supera i ponti, getta le sillabe
in un fiume di acque lunari e di ragazze
disperate per un corpo da niente
un cenno delle labbra,
una tenerezza protesa nel vuoto.


Milo De Angelis da Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010)

 

 

Questa settimana vi faccio incontrare uno degli ospiti del mio festival, ma soprattutto uno dei più grandi poeti italiani del nostro tempo: Milo De Angelis. Questa poesia è tratta dal suo ultimo libro Quell’andarsene nel buio dei cortili che nelle ultime settimane ha vinto tre dei più importanti premi italiani, il Cetona Verde, il Pascoli ed il Dedalus. Milo è uno dei poeti più amati, e con questo nuovo libro accoglie ed apre anche una particolare leggerezza, luninosa e piena. Sapete cosa succede quando un autore che conosce bene il buio ed i lampi riesce a portare nella sua poesia anche il sole del mattino? Leggete questo libro splendido.

 

 

Categorie: Versi diversi

Un messaggio e un racconto inedito inviati dallo scrittore e viaggiatore Davide Sapienza.

 

Voglio condividere con voi CAIRN – IL SEGNAVIA DEL NON RITORNO. È un breve racconto inedito, che mi sembrava adatto per questo blog e per i suoi viaggiatori. In fondo, siamo tutti Cairn, e tutti cercatori di Segnavia. Settimana prossima il 2 agosto camminerò negli splendidi boschi del Giovetto a Borno per Voci dal bosco e poi proseguo il cammino seguendo un Cairn molto speciale, del quale parleremo però prossimamente, con il mio prossimo dispaccio dall’Ognidove.

 

Dedico alla piccola meravigliosa Miriam questo racconto, che nel suo Viaggio spesso incontra tempeste difficili da superare.

un abbraccio

dav

 

 

 

CAIRN – IL SEGNAVIA DEL NON RITORNO

Da “I racconti del Seminatore” (inedito)

di Davide Sapienza

 

 

Cairn. Il mio nome è Cairn.

 

Sei tu, uomo, che dopo avermi visto ergere la figura naturale da terra mi hai manipolato, usato, desiderato e numerato così tante volte che forse hai dimenticato la cosa più importante e cioè che prima di qualsiasi viaggio, prima di progettare ogni esplorazione, prima di partire per quelle che voi chiamate scoperte io già ero dove sono sempre stato. Mi ero messo sulla terra a darvi una direzione e l’ho fatto per unire il cammino dei popoli. Infatti furono i popoli a crearmi, aderendo all’antico Trattato della Creazione, che è quello tra l’uomo e la terra, patto che si è trasformato in un dogma che nel corso della storia ci ha fatto sentire aggrediti e insultati.

 

Nella terra dei Vichinghi, quando mi ergevo sulla costa, mi mettevo volentieri al servizio dei vascelli. Nella terra degli Inuit, ero la memoria e la guida e anche la casa dell’ultima speranza durante il blizzard, quando la carestia colpiva l’Inuk disperso nel tempo. Nella terra dei sassoni conducevo gli antenati dei conquistatori venuti da nord, innalzandomi senza paura tra le pioggie violente, sbucando dal nulla quando le nebbie fitte toglievano lo spazio al viandante e gli acquitrini che si snodavano attraverso la terra erano l’unica strada.

 

E così, anche lungo le vie del tempo proseguì la mia crescita. Con calma io restavo fermo dove mi ergevo, diventando esperienza che riusciva a osservare, imperturbabile, l’eternità di tutto ciò che scorre. E adesso? Adesso siamo qui insieme. Io sono Cairn, tu che leggi sei il viaggiatore. Siamo andati e siamo tornati molte volte insieme e poi la quota dove non avresti dovuto mettere piede ha diviso le nostre strade: tu hai lasciato il viaggiatore alle spalle, hai smesso l’abito dell’esploratore e sei diventato l’ossessione di te stesso. Uomo, è così che ci siamo allontanati. Leggi di più..

Categorie: L'Ognidove

 

Ángeles Caso, nata a Gijón, è figlia di un filologo che incantava i figli con ballate spagnole del Cinquecento.  Con Controvento ha vinto il Premio Planeta (il premio letterario più ricco del mondo dopo il Nobel, che Ángeles ha diviso con la sua baby sitter di Capo Verde, protagonista del romanzo).  Ora è uscito in Italia  Un lungo silenzio (Marcos y Marcos).

 

 

VI RACCONTO UN LUNGO SILENZIO

Ho scritto Un lungo silenzio perché da tempo volevo raccontare la storia delle donne della mia famiglia: mia madre, mia nonna e le zie. Tutte donne con cui sono cresciuta. Hanno vissuto la guerra civile spagnola tra il 1936 e il 1939 da repubblicane. Dopo la vittoria di Franco, la situazione per loro è diventata molto difficile: gli uomini della famiglia o erano morti o erano stati fatti prigionieri. Erano sole, senza soldi, messe ai margini dai vincitori. Ma erano donne coraggiose e hanno continuato a vivere malgrado tutta la tristezza che accompagnava gli sconfitti.
Un lungo silenzio, però, non è solo la storia delle donne della mia famiglia, è la storia di tantissime donne che vivono e subiscono le guerre ma di cui non si parla quasi mai, come se la guerra fosse solo una cosa da uomini.           Ángeles Caso

 


IL BRANO SCELTO

Alegría rimane in silenzio per un po’. Da tempo non sa più bene cosa sia giusto dire alla bambina sull’argomento. Ne ha parlato spesso con le altre, ma non riescono a mettersi d’accordo. Letrita è del parere che sia meglio non darle troppe spiegazioni. Ha sempre creduto che non fosse bello educare Mercedes all’idea che c’è qualcuno da odiare. E adesso che la guerra è perduta, le sembra ancora più ingiusto che debba pagare per scelte non sue, e pensa che si debba soltanto farla stare più serena possibile, fino a quando non sarà abbastanza grande da poter capire e pensare con la sua testa. María Luisa è invece dell’opinione che sia meglio dirle tutto per bene, e crescerla nelle stesse convinzioni in cui sono cresciute loro. Questa situazione non durerà mica per sempre, dice, e qualcuno dovrà pur raccogliere il testimone quando noi non ci saremo più. Se non prepariamo i bambini al futuro, che ne sarà di loro, e del mondo? dichiara con convinzione. E Alegría si chiede se per caso non abbia ragione. Ma poi le si spezza il cuore al pensiero della figlia additata per strada, rifiutata a scuola, messa all’angolo perché sta dalla parte dei perdenti. E allora la stringe forte, e la riempie di baci, come a voler scongiurare tutto il male che la minaccia. Leggi di più..

Categorie: vi racconto il mio libro

Agota Kristof oggi è morta. Il post che state per leggere era già programmato per oggi. È un caso che Barbara avesse deciso proprio oggi di parlare di lei. È un caso che il libro si intitoli Quello che resta.
Un caso. Assurdo. Commovente. Un caso.

 

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 

 

LA LETTRICE INNAMORATA di Barbara Garlaschelli

 

I corpi cambiano. Non ci appartengono anche quando sono nostri. I nostri corpi ci sfuggono. Si modificano, diventano altro. Ci rendono riconoscibili ma inconoscibili a noi stessi.

I corpi si ammalano e si chiudono in se stessi. A volte guariscono e sembra si riaprano al vento, all’aria, agli odori, ai sapori.

I corpi. Troppo facile pensarli come libri da sfogliare. I corpi sono difficili anagrammi.

Sono troppo fragili. Troppo fragili.

Io vorrei un corpo d’acciaio e un cuore di rame e un cervello di vetro. Per guardarci dentro e capire com’è che non è mai in sintonia con il suo ospite…

(B.G.)

 

Ci sono libri che hanno segnato non solo la mia immaginazione ma hanno lasciato sul mio corpo il segno del loro passaggio, magari negli occhi stanchi per la lettura vorace con cui li ho affrontati; o nello stomaco che si è chiuso dall’emozione. Uno di questi è Quello che resta di Agota Kristof.

Ricordo di averlo letto tantissimi anni fa, nella prima edizione di Guanda. Me lo ha regalato Tecla Dozio, dicendomi. <<Questo libro è straordinario e atroce.>>

Aveva ragione.

Non solo per la storia in sé – molti di voi la conosceranno (è  stata poi intitolata Il grande quaderno e pubblicata in Trilogia della città di K.)  e chi non la conosce deve assolutamente porvi rimedio – che non starò a narrarvi, ma per la potente semplicità della scrittura della Kristof. Chi vuole imparare qualcosa sulla scrittura, su cosa significa arrivare al cuore della parola, deve leggere questo libro.

Una scrittura che appare di testa (lucida, semplice, diretta) e invece ti colpisce diretta alla pancia, ma non solo come modo di dire. Il corpo reagisce alla lettura di questo piccolo, grandissimo libro. Se ne esce dalla lettura doloranti, scossi, contratti.

 

Ed è in queste occasioni che si comprende che leggere non è solo una questione di testa e concentrazione mentale. Ma è attraversare con tutti noi stessi un altro mondo.

Per questo penso che nell’affrontare certe letture bisognerebbe avere un corpo d’acciaio e un cuore di rame e un cervello di vetro. Per vedere oltre le parole e non uscirne indenni, ma nemmeno piegati. Perché ci sono libri che questo potere, lo hanno.

 

 

 

Oggi abbiamo saputo che la grande Agota Kristof è morta. Il privilegio delle grandi narratrici e dei grandi narratori (e il nostro) è che le loro storie, le loro parole resteranno.

 

Barbara Garlaschelli

Categorie: La Lettrice Innamorata

Oggi la nostra libraia, Monica Zanfini, ci racconta un effetto del Premio Strega e ci consiglia il romanzo che ha stregato lei.

 

 

 

 

CRONACHE DALLA LIBRERIA di Monica Zanfini

 

È stata una settimana all’insegna dei premi letterari, anzi, per essere esatti all’insegna del Premio Strega. Davvero un premio magico: Storia della mia gente di Edoardo Nesi, vincitore di questa edizione, non è un libro recentissimo eppure sta volando verso le vette delle classifiche, trascinando tutta la produzione del suo autore. Ma la cosa più divertente sono i clienti che entrano in libreria gridando: «C’è Nesi?» (come se lavorasse con noi).

E verrebbe voglia di rispondere:

“No, ha appena finito il turno. Lo trova domani mattina alle 9.00!”

 

Insomma il Premio Strega fa sempre la parte del leone nelle letture per le vacanze. Ma per i librai questo è anche il momento dell’anno in cui si fa un bilancio delle letture invernali e primaverili e si consiglia quello che ci è piaciuto. Tra i libri che ho letto questa primavera continuo a proporre La donna che collezionava farfalle di Bernie McGill.

Confesso che l’ho comprato incuriosita dalla copertina. Mi aveva colpito che su un libro dell’editore Bollati Boringhieri campeggiasse una fanciulla con ampio abito lungo nero, un modello di gran moda su molte pubblicazioni horror-vampiresche (vedi qui e poi qui e poi qui e poi qui).

Non c’è nessun vampiro in questo bel romanzo, che si snoda in un arco temporale di circa 70 anni tra due voci narranti e diverse contaminazioni di generi letterari (il romanzo epistolare, le leggende popolari, il diario). Però si incontrano l’orrore della crudeltà e i fantasmi, non quelli che trascinano le catene, ma quelli sepolti nelle coscienze dei protagonisti.

 

 

Categorie: Cronache dalla libreria

Inizia la quattordicesima puntata del corso speciale di scrittura per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
Per leggere le puntate precedenti, clicca in alto a destra su Categorie: Il corso di scrittura.
Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

 

 

 

I LUOGI IMMAGINARI – DOVE ACCADONO LE STORIE
di Elena Varvello

 

Sapete, riflettevo su una cosa, stamattina. Stavo guardando fuori dalla finestra, pensando a ciò che avrei voluto dirvi – avevo intenzione di fare due chiacchiere con voi riguardo alla punteggiatura come strumento per dare forma alla propria voce, per darle ritmo e suono – e c’era appena un alito di vento e una luce strana, una luce opaca che si accendeva all’improvviso, là fuori, e poi di nuovo si spegneva, e allora, non so come spiegarvelo, forse per via di quella luce o del vento mi è venuto in mente d’aver dimenticato una cosa importantissima, un aspetto di cui avrei voluto parlarvi fin dall’inizio, e allora chissà perché ho aspettato così tanto? Mistero. Comunque, provo a rimediare. Parleremo un’altra volta della punteggiatura. Perché prima, adesso, viene il paesaggio.

Già, proprio il paesaggio.

Ogni volta che tiro fuori questa parola, trovo qualcuno che mi dice: “Ah, stiamo parlando della descrizione. Vuoi dirci qualcosa a proposito delle descrizioni”.

No. Non si tratta di questo – si tratta anche di questo, certo, ma non soprattutto di questo. Sto parlando dei paesaggi come dei luoghi in cui accadono le storie, e perdonatemi se farò riferimento anche alle mie, se parlerò di me – ma solo perché sono le storie che conosco meglio, da un certo punto di vista, tutto qui.

Sto parlando di geografia e toponomastica, di mappe stradali, di ponti e boschi e fiumi e strade e piazze e quartieri e città. Non tanto del modo in cui li descriviamo, in cui cerchiamo di descriverli, ma proprio del modo in cui li immaginiamo, o in cui dovremmo farlo, prima ancora di buttare giù la prima frase. L’orizzonte visto dalla finestra di un appartamento, per esempio, o la strada lungo la quale si ferma una macchina: tutti i luoghi del mondo immaginario in cui i nostri personaggi pensano e si muovono, parlano e camminano.

Partiamo da qui: le storie accadono in un luogo. Sempre. E quel luogo deve essere visibile, è chiaro – ricordate quando parlavamo di dettagli? – e quindi deve essere concreto. Ciascuna storia si muove in una geografia che le appartiene e che, in fondo, la determina. Ciascuna storia nasce e muore dentro un paesaggio.

Intendo dire che non credo nei non-luoghi, così come non credo più nei luoghi indefiniti, o appena accennati, una pennellata e via, tanto per dare un po’ di concretezza – ma non troppa, no, per carità, non complichiamoci le cose.

Credo piuttosto nei luoghi immaginari raccontati con accuratezza, quei luoghi che nascono a partire da visioni misteriose e parzialmente oscure, di cui noi stessi siamo in buona parte inconsapevoli, e che diventano la terra dei nostri personaggi, la loro origine, l’aria che respirano, la polvere che calpestano, d’estate, e la neve che cade sui loro tetti, d’inverno. Leggi di più..

Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello

Il Filosofo del Mare del Nulla

 

Il nulla è il posto più pieno del mondo. Nel nulla finiscono le cose che si perdono e nella vita di una sola persona sono più numerose quelle perdute di quelle che restano.
Il nulla è una distesa infinita che si muove continuamente, è ovunque. A volte entra nel mare, e così acqua e nulla diventano la stessa sostanza. Le cose perdute allora si mettono a galleggiare. Chi osserva il mare, per un attimo, può ritrovare pezzi di sé.

 

da Gli occhi degli alberi di Chicca Gagliardo e Massimiliano Tappari

 

 

 

 

 

Letttrice fotografata da Patrizia Traverso, autrice di Preferisco leggere (Tea).

 

 

Questo spazio si intitola VITE DA LETTORE perché i lettori vivono più vite. Patrizia e io cercheremo di foto-grafare, con le sue foto e le mie parole scritte, le meraviglie della lettura. Saremo qui ogni martedì, dalle prime ore del mattino.

Per leggere le puntate precedenti, clicca in alto a destra su Categorie: Vite da lettore

 

Categorie: Vite da lettore

Nicola Lagioia, Tommaso Pincio, Giorgio Vasta, Michela Murgia… sono tanti gli scrittori rimasti folgorati da Elisabeth, il romanzo d’esordio di Paolo Sortino. Una storia scolpita nell’anima.

 

 

 

 

 

UN MICHELANGELO POST-MODERNO
di Daniele Rubatti


Esistono i libri e le opere d’arte. I primi li divori compiaciuto, in preda alla frenesia del voltar pagina, le seconde le ammiri attonito e stupito di come possano riguardarti così da vicino. A questa seconda categoria appartiene Elisabeth, romanzo del romano Paolo Sortino, classe 1982, un’opera prima disturbante e pretenziosa che scava solchi profondi nell’anima, che contempli quasi come fosse una scultura. Siamo di fronte a un vero e proprio capolavoro: ogni pagina di questo libro è dipinta della luce sacra della letteratura. Per certi versi Sortino incarna un Michelangelo post-moderno, egli restaura infatti la tecnica del non-finito michelangiolesco: le parole, scelte e scavate su carta con una cura maniacale, sono spigolose, poco rifinite, imperfette come l’uomo, un attimo preda di sentimenti radiosi e positivi, l’altro di terrificanti pulsioni bestiali. Uno stile incantato e incantatorio che permette di rivedere con originalità uno dei casi di cronaca più terribili di tutti i tempi.

Joef Fritzl, un uomo che ha disimparato l’arte del vivere, decide di compiere una cavalcata attraverso le età per raggiungere il principio di tutte le cose richiudendo la figlia Elisabeth in un bunker antiatomico di pochi metri quadri, che è allo stesso tempo una caverna preistorica. “La mente di Josef aveva ingaggiato col corpo una scommessa impossibile: voleva risalire tutte le età dell’uomo fino al luogo in cui lo scorrere del tempo rallenta e da dove, ammesso che si sopravviva, si assiste alla nascita di ogni cosa”. Durante i ventiquattro anni di prigionia Elisabeth sarà privata di ogni libertà, violentata, malmenata e costretta a continui rapporti incestuosi dai quali nasceranno sette figli, che padre e figlia cresceranno con tutto l’amore di cui sono capaci. Josef, padre ossessivo e ossessionato, tenterà di non far mancare niente ai proprio figli: a mano a mano porterà nel bunker una televisione, una ghiacciaia, libri, vestiti e persino una spiaggia con tanto di mare. In questo libro torture e macellazioni si alternano ad abbracci affettuosi e baci nervosamente, grazie alla capacità unica dell’autore di utilizzare disinvolto sia i registri linguistici del raccapricciante sia quelli del commovente. Elisabeth è un tremendo e impietoso viaggio nella bruttezza esistenziale della modernità, dove ogni valore familiare è alla deriva, una laparatomia del genere umano. Attraverso pagine vertiginose il lettore viene risucchiato di forza nel bunker. Una volta dentro viene incatenato con una potenza disarmante dalle parole che cominciano a intrecciarsi fra loro come rami nodosi e aspri che alla fine vanno a costituire una corda rigida che afferra il lettore per il collo quasi fino a soffocarlo, e lo lega per tutta la vita a questa terribile vicenda, nella quale ritroverà pezzi della sua esistenza e capirà che bene e male sono presenti dentro di noi in egual misura fin dalla nascita. Sarà questa scoperta a terrorizzare il lettore e non la vena post-pulp e sanguinolenta che caratterizza la prima parte del romanzo e che, non soffocandolo, gli permette di aprirsi a orizzonti vasti, profondi e filosofici. Temi universali come amore, odio, felicità, piacere e dolore vengono trattati con un taglio originale e scioccante, cosa molto rara ultimamente. La felicità viene ricondotta alla sua essenzialità e naturalità, e per Elisabeth diventerà la soppressione dei turbamenti e dei dolori provocati dall’insensato desiderio di uscire fuori dal bunker. “La ricerca della felicità avrebbe avuto ancora senso se l’avesse pensata non come una distanza da percorrere, ma come una forma da costruire con le cose che si possiedono. Così la libertà non consisteva più nell’andare lontano, ma nel diritto di creare le condizioni necessarie a essere felici.” Leggi di più..

Categorie: Il caso

Oggi si parla del libro di Giuseppe Ayala, di impegno, di verità e di bellezza.
Preparatevi, perché sta per partire la nuova puntata delle avventure del nostro avvistatore di libri in treno. Qui, su Hounlibrointesta, ogni lunedì. Per leggere le puntate precendenti, clicca in alto su Categorie: Lettori su rotaie.
E voi fate mai caso a quello che leggono le persone sui mezzi di trasporto?

 


 

Lunedì mattina, sul regionale che da Seregno porta a Milano Centrale, stavo in piedi, ciondolante, preso in uno di quelli che io chiamo controrisvegli: risvegli in cui in realtà ci si inabissa in una letargia tale per cui il nostro corpo si muove nel mondo, ma la nostra testa continua a discendere negli abissi del sogno. E vabbé. Insomma stavo lì, ciondolavo, e di fronte a me, di fianco a me, tutt’attorno a me tanti altri morti viventi facevano altrettanto. Il più coraggioso leggeva, sempre ondeggiando, il tascabile di Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino (Mondadori) di Giuseppe Ayala, che è questo libro qui (secondo la scheda): “Sono passati quindici anni dalla terribile estate che, con i due attentati di Punta Raisi e di via d’Amelio, segnò forse il momento più drammatico della lotta contro la mafia in Sicilia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino restano due simboli, non solo dell’antimafia, ma anche di uno Stato italiano che, grazie a loro, seppe ritrovare una serietà e un’onestà senza compromessi. Ma per Giuseppe Ayala, che di entrambi fu grande amico, oltre che collega, i due magistrati siciliani sono anche il ricordo commosso di dieci anni di vita professionale e privata, e un rabbioso e mai sopito rimpianto. Ayala rappresentò in aula la pubblica accusa nel primo maxi-processo, sostenendo le tesi di Falcone e del pool antimafia di fronte ai boss e ai loro avvocati, interrogando i primi pentiti (tra cui Tommaso Buscetta), ottenendo una strepitosa serie di condanne che fecero epoca. E fu vicino ai due magistrati in prima linea quando, dopo questi primi, grandi successi, la reazione degli ambienti politico-mediatici vicini a Cosa Nostra, la diffidenza del Csm e l’indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, isolarli. Per la prima volta, Ayala racconta la sua verità, non solo su Falcone e Borsellino, che in queste pagine ci vengono restituiti alla loro appassionata e ironica umanità, ma anche su quegli anni, sulle vittorie e i fallimenti della lotta alla mafia, sui ritardi e le complicità dello Stato, sulle colpe e i silenzi di una Sicilia che, forse, non è molto cambiata da allora”. Si tratta di un libro importante, con un titolo bello. Leggi di più..

Categorie: Lettori su rotaie

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

In un solo corpo di virtù e voluttà

 

La tua mano, traccia d’avvenire
apre una vena
nel cuore del pomeriggio
sulla guancia, la pelle, il silenzio
il gong della pioggia, dell’orologio
sono eternità palpabili
è la vacanza di un’ora
strappata al tempo – tutta nuova

 

sotto la tua mano, caldo focolare
io interamente rannicchiata.

 

Sylvie Fabre G.

 

Per poter leggere in italiano il mio amico Jean Baptiste Para (un meraviglioso poeta francese e grande traduttore dei nostri migliori autori) ho comprato l’antologia Nuovi Poeti Francesi uscita da Einaudi a cura di Fabio Scotto. Qualche volta le antologie servono proprio a questo, a fare nuove scoperte. È un po’ come andare a una festa e incontrare amici di amici. E così ecco qui Sylvie Fabre G. che mi ha conquistato. Saranno le origini italiane del padre a mettere nel dna di questa poetessa nata nel 1951 un po’ di quel canto innamorato che ci appartiene? Festeggiamo le traduzioni di poesia contemporanea e auguriamoci che gli editori italiani ce ne regalino sempre di più.

 

 

Categorie: Versi diversi