Ho un libro in testa

14lug
2011

Italo Calvino e quel suo meraviglioso sorriso triangolare

I blog sono liquidi, tutto scorre, è il loro bello. Però, ogni tanto, è bello anche andare contro corrente, tornare indietro per ripescare qualcosa e riportarlo a galla.
Nei giorno scorsi ho visto con gioia che nella classifica dei libri più venduti c’è Calvino. Bentornato! E questo mi ha fatto venire in mente un brano che avevo già messo in un post a gennaio (a ripensarci: all’inizio dell’anno qui su Hounlibrointesta ci eravamo augurati che il 2011 potesse essere l’anno di Calvino,  un po’ di desiderio si è avverato).
E quindi, ecco il ritratto di Calvino scritto da Amalia Maria Amendola per guardare ancora quello straordinario sorriso che troverete o ri-troverete alla fine, nelle parole di Natalia Ginzburg.
La verità è che quel sorriso mi è rimasto nel cuore. E ogni tanto riaffiora.

 

Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile.

Italo Calvino, Palomar

 

 

Il capitolo è tratto dal libro Attorno a questo mio corpo. Ritratti e autoritratti degli scrittori della letteratura italiana a cura di Laura Pacelli, Maria Francesca Papi e Fabio Pierangeli (Hacca edizioni). Un libro che vi consiglio di leggere quest’estate, è una galleria di ritratti di autori straordinari: Eugenio Montale, Elsa Morante, Cesare Pavese…

 

 

IL CERVELLO DI CALVINO di Amalia Maria Amendola

Italo Calvino è stato sempre descritto come un autore cerebrale, che perfino quando scriveva di corpi lo faceva con la mente. Ma Calvino era prima di tutto una persona in carne e ossa, che usava le mani per scrivere e gli occhi per leggere e osservare la realtà.
Nei ricordi dei compagni di scuola Italo viene descritto come «un adolescente fragile, ossuto, il viso minuto e finemente modellato, una voce profonda, quasi baritonale, le lunghe ciocche di capelli nerissimi e lisci che ricadono sulle tempie». Legnosità dei movimenti e sguardo profondo sono le caratteristiche che più sono rimaste impresse nella loro mente.
Duilio Cossu si sofferma sul suo volto: «Italo che aggrotta la fronte, spingendo in alto le sopracciglia marcate e fortemente arcuate quasi a congiungerle alle radici, in segno di stupefazione oppure di preoccupazione, di incredulità oppure di disapprovazione. […] E poi c’erano gli occhi, perché il suo fascino stava tutto nel cavo degli occhi». I suoi occhi erano dolci, come quelli di sua madre.
Diversi anni più tardi sarà lo stesso Italo, già personaggio pubblico, a parlarci di un suo autoritratto fotografico: «Mi pare che i dati fondamentali ci siano: la fronte corrugata, che è un fatto puramente biologico-ereditario e l’espressione con cui cerco di far capire che il corrugamento della fronte non va preso sul serio».
Il compagno di banco Eugenio Scalfari lo descrive come un ragazzo maldestro e goffo, forse a disagio in un corpo non più bambino ma non ancora adulto:

 

Nelle movenze fisiche Italo era quanto di più sgraziato si potesse conoscere: il passo scoordinato, le braccia pendenti lungo il corpo e ciondolanti senza alcuna sintonia con i movimenti delle gambe, nessun senso del ritmo, nessun amore per la musica. Noi ballavamo e cantavamo e lui se ne restava in disparte o partecipava pestando i piedi alle compagne con una sorta di ballo dell’orso involontario e carico di comicità.

 

I ricordi più fisici di Calvino sono legati alle spiacevoli sensazioni della vita da partigiano: il corpo che frana nel buio con la mezza gavetta di castagne nello stomaco, il peso delle armi sulla schiena, il piede incerto sul terreno, le cinghie che segano le spalle, i foruncoli causati dall’avitaminosi, i pidocchi, e soprattutto il sollievo procurato dallo slacciarsi gli scarponi induriti dal gelo, con la sensazione del terreno sotto i piedi nudi e le fitte sotto la pianta causate dai ricci delle castagne e dai cardi.
Altri dettagli che ci parlano del suo corpo, dell’aspetto fisico, dei suoi gesti privati vengono da Elsa De Giorgi, con la quale Calvino ebbe una relazione a metà anni Cinquanta:

 

La ruga che si imponeva tra gli occhi neri, mobili e attenti, conferiva una certa severità al viso stretto da uccello, troppo piccolo sul collo lungo e forte che lo sollevava. Bello il mento stagliato, non correggeva però un che di pietoso nel sorriso che pareva inturgidire le labbra rosse, anziché distenderle su una chiostra di denti non candidi, un po’ da roditore, volti all’interno. […] Va ricordato che Calvino non usava mai guanti nel rigore degli inverni torinesi, eppure le sue mani restavano delicate, gentili, inerti.

 

Ma per sapere com’era il corpo di Calvino nell’intimità dobbiamo aspettare che vengano tolti i sigilli all’«epistolario d’amore forse più suggestivo del Novecento italiano, quello di Calvino a Elsa De Giorgi».
E poi ci sono le testimonianze degli amici e colleghi che lo hanno conosciuto nel periodo della maturità, a Torino, quando lavorava alla Einaudi.
Ricordando le riunioni del mercoledì, Cesare Cases parla di un oratore balbettante che doveva agitare le braccia per aiutarsi, e di un Calvino assorto con il pugno sotto il mento (proprio come nei ritratti di Tullio Pericoli!) che accompagnava i suoi giudizi sui libri con movimenti della testa e della bocca. Come se Calvino usasse il linguaggio del corpo, inconsciamente, per accompagnare il suo pensiero.
Carlo Fruttero, che parla di un Calvino maldestro, impacciato, goffo e balbuziente, lo fotografa a lavoro, nell’atto di aggrottare le ciglia, non appena avesse finito di rileggere un giro di bozze o di scrivere un risvolto di copertina.
Ernesto Ferrero lo descrive nel suo bugigattolo all’Einaudi, a scrivere a testa bassa di traverso sulla scrivania. (Sappiamo anche, da una testimonianza della moglie, che in assenza di piani d’appoggio Calvino si serviva di una parte del corpo, le ginocchia, per scrivere e lavorare). Ci imbattiamo quindi in un Calvino che trascorre la maggior parte della sua esistenza fermo a una scrivania: è forse per questo che egli immagina di trasformare la forma del proprio corpo in un serpente (che, distribuendo il proprio peso uniformemente su tutto il corpo, tiene in esercizio le membra anche da fermo), oppure in un polpo, i cui tentacoli agevolerebbero «alcune capacità fisico-mentali legate alla digitazione, dalla dattilografia all’uso d’opere di consultazione, dal contare sulle dita al mangiarsi le unghie, ecc.».
E poi Ferrero ci dà un ritratto dello scrittore a quarant’anni: «aveva le guance piene e carnose che spesso ha l’età di mezzo, sopracciglia folte che davano un risalto ancora maggiore agli occhi puntuti».
Pietro Citati ricorda dell’amico Italo la spessa ruga che gli solcava a metà la fronte e lo sguardo freschissimo e precisissimo. E poi ci riporta una personale interpretazione di alcuni gesti tipici di Calvino: bastava un suo roteare d’occhi e un movimento della mano a ricordare che egli non apparteneva alla secca Liguria di Montale, ma a quella esuberante e chiacchierona dell’altra Riviera.
Pasolini lo ritrae così: «Il suo viso militare, fiero e furbetto, sotto le grosse sopracciglia nere, che benché così settentrionale, lo rendono molto mediterraneo, la bocca carnosa che si agita sempre come sul punto di dire qualcosa che passa ilarmente da lontano nel suo cervello attento».
Nei ricordi di Natalia Ginzburg Calvino era una figura «asciutta, prosciugata, svelta, diritta», anche se aveva l’abitudine di incurvare le spalle «come se volesse raggomitolarsi in se stesso, e difendersi da interrogazioni importune». Anche la Ginzburg ricorda che Calvino balbettava, sebbene talvolta simulasse, aggrottando la fronte e abbassando lo sguardo sulle dita intrecciate. E poi la Ginzburg ci descrive la sua trasformazione «in un vecchio zoppicante e canuto» a cui il tempo ha portato «sulla fronte delle rughe orizzontali, e qualche ciuffo grigio sulle tempie».
Anche se tutto sommato «il corpo di Calvino è rimasto sempre asciutto e giovanile: un corpo apparentemente immune dalle leggi dell’invecchiamento», come se non avesse dovuto subire una metamorfosi fisica, «mentre la sua mente, il suo animo e i suoi gusti letterari mutarono […] facendosi più complessi e inquieti».
Abbiamo iniziato parlando della giovinezza di Calvino, del suo corpo adolescente, poi maturo. Vogliamo chiudere con le immagini del suo corpo morente e da morto. La Ginzburg lo ricorda, dopo l’operazione subìta per un ictus, con la testa fasciata e «le braccia nude fuori dal lenzuolo, abbronzate e forti», senza segni di sofferenza sul volto. Poco dopo, Calvino viene ridotto in fin di vita da una “emorragia cerebrale”:

 

Il suo cuore, valido, continua a battere, ma il cervello dello scrittore, al termine di un’altra drammatica notte, è scivolato verso un sonno che non avrà risveglio: “Coma irreversibile”, è il verdetto dei medici […]. Il corpo dello scrittore ormai privato della coscienza è ancora in vita, ma i suoi occhi non reagiscono più alla luce; le braccia sollecitate si abbandonano ad articolazioni patologiche. Solo le gambe si muovono ancora “in flessione” comandate da una reazione corretta agli stimoli.

 

Al funerale

 

il suo corpo era stato avvolto in una bianca stoffa merlettata, attraverso la quale non si vedevano né le braccia, né le gambe, né il busto, tutto sembrava scomparso dentro quel sudario bianco. C’era solo la sua testa che, a dispetto dell’operazione, i cui segni non erano vistosi, aveva i capelli ancora neri. E, sospeso in quell’aria leggera e colorata, […] c’era uno dei suoi rari “sorrisi triangolari”. Il sorriso dello stregatto astratto. Apparve per un attimo e poi scomparve.

 

Calvino non amava parlare della morte e nemmeno della malattia, ma sappiamo che ha sempre sofferto di seri disturbi intestinali. Non solo Elsa De Giorgi fa accenno alla sua “delicatezza intestinale”, ma anche l’amico Cesare Cases, che ne scrive in occasione della morte dello scrittore: «Solo una volta mi parlò di quel suo lunghissimo intestino che per anni gli diede seri disturbi. Ma non si può dire che se ne lamentasse. Accennava con le mani all’atto di sgomitolare per mostrare quanto fosse complicato e interminabile, con un certo rassegnato disgusto».
«A pensarci, tra il cervello e l’intestino c’è una forte analogia figurativa; entrambi sono labirinti bui attraverso i quali qualcosa viene alla luce e si stacca dal corpo: […] i pensieri e le feci». E invece Calvino non muore a causa delle sue viscere, lui che scrittore viscerale non è, ma a causa dell’«organo dei “loici”». Paradosso della sorte, fu una «malformazione cerebrale congenita» ad aver portato alla morte «uno dei migliori cervelli della nostra generazione».

 

 

 

 

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