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Ho un libro in testa

Un messaggio e un racconto inedito inviati dallo scrittore e viaggiatore Davide Sapienza.

 

Voglio condividere con voi CAIRN – IL SEGNAVIA DEL NON RITORNO. È un breve racconto inedito, che mi sembrava adatto per questo blog e per i suoi viaggiatori. In fondo, siamo tutti Cairn, e tutti cercatori di Segnavia. Settimana prossima il 2 agosto camminerò negli splendidi boschi del Giovetto a Borno per Voci dal bosco e poi proseguo il cammino seguendo un Cairn molto speciale, del quale parleremo però prossimamente, con il mio prossimo dispaccio dall’Ognidove.

 

Dedico alla piccola meravigliosa Miriam questo racconto, che nel suo Viaggio spesso incontra tempeste difficili da superare.

un abbraccio

dav

 

 

 

CAIRN – IL SEGNAVIA DEL NON RITORNO

Da “I racconti del Seminatore” (inedito)

di Davide Sapienza

 

 

Cairn. Il mio nome è Cairn.

 

Sei tu, uomo, che dopo avermi visto ergere la figura naturale da terra mi hai manipolato, usato, desiderato e numerato così tante volte che forse hai dimenticato la cosa più importante e cioè che prima di qualsiasi viaggio, prima di progettare ogni esplorazione, prima di partire per quelle che voi chiamate scoperte io già ero dove sono sempre stato. Mi ero messo sulla terra a darvi una direzione e l’ho fatto per unire il cammino dei popoli. Infatti furono i popoli a crearmi, aderendo all’antico Trattato della Creazione, che è quello tra l’uomo e la terra, patto che si è trasformato in un dogma che nel corso della storia ci ha fatto sentire aggrediti e insultati.

 

Nella terra dei Vichinghi, quando mi ergevo sulla costa, mi mettevo volentieri al servizio dei vascelli. Nella terra degli Inuit, ero la memoria e la guida e anche la casa dell’ultima speranza durante il blizzard, quando la carestia colpiva l’Inuk disperso nel tempo. Nella terra dei sassoni conducevo gli antenati dei conquistatori venuti da nord, innalzandomi senza paura tra le pioggie violente, sbucando dal nulla quando le nebbie fitte toglievano lo spazio al viandante e gli acquitrini che si snodavano attraverso la terra erano l’unica strada.

 

E così, anche lungo le vie del tempo proseguì la mia crescita. Con calma io restavo fermo dove mi ergevo, diventando esperienza che riusciva a osservare, imperturbabile, l’eternità di tutto ciò che scorre. E adesso? Adesso siamo qui insieme. Io sono Cairn, tu che leggi sei il viaggiatore. Siamo andati e siamo tornati molte volte insieme e poi la quota dove non avresti dovuto mettere piede ha diviso le nostre strade: tu hai lasciato il viaggiatore alle spalle, hai smesso l’abito dell’esploratore e sei diventato l’ossessione di te stesso. Uomo, è così che ci siamo allontanati.

 

Per noi Cairn la quota rappresenta un mondo di ignoti significati e remote considerazioni della terra. Lassù solo tu, Uomo, puoi capire la rete del tuo cammino e anche se in cima a ogni quota troverai uno di noi, ricorda che la nostra vocazione è quella di farti comprendere una distanza più che darti la certezza della meta. Noi Cairn non ci facciamo mandare via da nessun vento e nessuna tempesta può spazzarci lontani nel volgere di una stagione. Siamo dove siamo perché osserviamo le vite di voi umani che ci avete creati. Ogni pietra raccolta e messa in relazione con un’altra si risveglia e ricorda. E la memoria delle pietre, unita nel Cairn, crea lo svolgimento del gioco che diventa l’ambizione della mitologia che voi sapete creare e perseguire.

 

Tu Uomo ci hai creato nella speranza di fare tua la terra e di fare tuo il viaggio. Ma è un momento breve, perché poi voi avete l’abitudine di andarvene e di lasciare il segnavia nella sua posizione. Noi segnavia siamo bravi: restiamo dove ci mettete. Ma nella nostra immobilità ci amalgamiamo al paesaggio, ogni pietra che ci compone è un organo di un corpo che inizia a intercettare il vento, la pioggia, la neve, il caldo scirocco e la fredda tramontana, l’imponderabile favonio e l’immobilità umida della bonaccia. Diventiamo un paesaggio che non potrete mai vedere se non nel breve attimo del passaggio, durante il quale poco potrete conoscere perché voi misurate il viaggio a distanze, noi a presenze.

 

Strano, davvero strano, considerato il fatto che noi Cairn esistiamo perché voi Uomini ci create. E tanto ci basta. Ognuno e tutti, uno e mille – ma l’anima è una, il senso della nostra esistenza uno e semplice da capire, cordiale nell’aspetto e misterioso nello scorrere della propria esistenza. Siamo portatori di certezze nella vasta terra dell’immaginazione febbricitante della conquista umana. Una terra effimera e in definitiva inutile, la cui vera distanza è quella che la separa dal cuore nudo della terra reale. Ci sono voluti secoli per capirlo, e per secoli noi siamo rimasti dove ci avete messi per potervelo comunicare: ci avevate mandato in avanscoperta a esplorare le possibilità del viaggio e adesso questo è ciò che abbiamo da dirvi, infine.

 

Ricordi quel Cairn che ti chiese di non continuare? No, non ricordi perché non ascolti la lingua della terra. Tu parli la lingua dell’uomo e usi le sue parole per descrivere le azioni della terra. Per me ciò è curioso, perché io Cairn sono la lingua della terra espressa da te Uomo. Non capisci? Ma vuoi davvero capire? Noi siamo sempre Cairn. Anche quando siamo pietre sparse, siamo un popolo della terra e ci adattiamo a voi che chiedete lumi alla via – voi che ci chiedete di non farvi perdere.

 

Poiché le pietre provengono da un unico corpo, anche quando ci disperdiamo sul territorio, non dimentichiamo la nostra unità e non dimentichiamo la nostra provenienza da un’unica creazione. Il misterioso giocoliere dell’universo ha deciso di offrirvi un’opportunità che nessuno ha mai avuto. Così voi siete quelli che dovete riuscire a capire cosa ci stiamo a fare noi Cairn quando ancora siamo solo sassi ammucchiati, o quando siamo già sassi sparsi dopo lunghe stagioni che hanno imperversato per abbatterci. Eravamo pietre. Poi eravamo segnavia. Infine siamo ancora pietre.

 

Te lo racconto in un altro modo. Noi popolo dei Cairn eravamo tutto l’orizzonte conosciuto per ogni viandante: eravamo il suo sguardo. Il viandante necessita di un segnavia, che è come il sole che penetra attraverso i rami dell’abetaia dove gli alberi torreggiano davanti ai tuoi occhi sbigottiti dalla profondità del cielo, dove il sole osserva il nostro viaggio. Ecco, è in quello sguardo che si trovano gli occhi di tutti i viandanti – il che significa che siamo un popolo libero. Nessuno di noi ha il comando. La nostra unità di misura – ricordi? – è la distanza, non la dimensione. È solo una questione di prospettiva: la pietra più piccola può ricondurre il viandante sulla via giusta e la roccia più grande può farlo perdere.

 

No, ancora non comprendi. Eppure, il vostro gesto che crea il segnavia, la capacità di apprezzare ogni Cairn, indicherebbe il contrario. Perché sembra che sappiate andare oltre. E dunque ti saluto dicendoti solo: segui la distanza. Lì, troverai il segnavia del non ritorno. Il segnavia di ogni giorno.

 

 

Categorie: Ognidove

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