Ho un libro in testa

Archivio: agosto 2011

Una nuova puntata di Cronache dalla libreria. Qui, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì.

 

 

CRONACHE DALLA LIBRERIA: post vacation blues di Monica Zanfini

 

Non è facile rientrare dalle ferie, specialmente in giornate ancora calde e afose. Mentre riordinavo il mio reparto dei Classici Tascabili pensavo a un vecchissimo libro, introvabile anche su Maremagnum, di Erma Bombeck dal titolo eloquente: Quando in vacanza la tua faccia comincia a somigliare alla foto sul passaporto, è ora di tornare a casa.

“Non è certo il mio caso”, stavo pensando, “la mia faccia, complici abbronzatura, nuoto e bicicletta, somiglia alla foto sulla patente che risale a molti anni fa”.

A riportarmi alla cruda realtà ha provveduto un cliente, molto maleducato, che mi ha apostrofata mentre ero arrampicata su uno scaffale gridandomi: “Ehi, tu!” Mi sono girata di scatto e l’ho fulminato con lo sguardo. Poi, con un sorriso: “Buon giorno, desidera?”

Il subumano, imbarazzato, ha aggravato la situazione e mi ha risposto: “Scusi signora, ma di spalle sembrava una ragazzina!”. Come dire: “dietro al liceo davanti al museo”, niente male come rientro!

Superata brillantemente questa prova, mi sono messa a fare la classifica del titolo più venduto tra i Classici nel mese d’agosto. Al primo posto Il maestro e Margherita, nelle edizioni Einaudi.

Una grande storia d’amore, di dissenso politico e stregoneria, un libro che in passato ho regalato volentieri ad amici e amiche, e il gatto nero in copertina esercita sempre il suo fascino.

 

 

Categorie: Cronache dalla libreria

Giovedì scorso sono passata da Terre di mezzo, una casa editrice che stimo per l’impegno, per il lavoro di ricerca (tra i nuovi autori pubblicati, tanto per fare un esempio, c’è Susanna Bissoli).
E infatti ecco che trovo un esordiente, si chiama Pietro De Viola. È venuto a ritirare qualche copia del suo libro fresco di stampa: Alice senza niente. Un fatto normale, normalissimo in una casa editrice. Eppure, quando gli chiedo: mi firmi una copia? Pietro è restio. Sorride. Imbarazzato. Emozionatissimo. Mi dice: sai, è la prima firma che metto su una copia del mio ebook diventato un libro di carta.
Alice senza niente non è un libro con una storia normale.
Prima è nato come blog, poi è diventato un ebook (un successo: più di 35.000 copie scaricate) e l’8 settembre arriverà in libreria. L’ebook nato nella realtà virtuale è diventato un libro che si può toccare, sottolineare con la penna, sfogliare, tenere sul comodino. Un libro vero.
Alice senza niente racconta le disavventure di una trentenne, laureata, disoccupata. Racconta la storia di una generazione che non è  più “mille euro”, perché non riesce nemmeno più a immaginare che cosa si possa fare con mille euro ogni trenta giorni. Racconta la storia di Pietro.
Potete trovare tutte le tappe nel blog Alice senza niente.

E adesso, leggiamoci quello che Pietro ha scritto per noi, dopo che ci siamo salutati e ha portato a casa le sue copie stampate su carta.

 

 

 

Alice senza niente di Pietro De Viola

 

Dev’essere stato di notte.

 

Si, pensandoci bene mi sembra di vederlo, il momento in cui tutto mi fu chiaro. Mi svegliai (o forse non avevo ancora preso sonno?) e dissi: farò questo, questo e quest’altro, in questo modo, poi così ed infine così. Mi riaddormentai (o addormentai?).

 

In ogni caso, al risveglio non ricordavo più nulla.

 

Qualcosa però, forse nascosto in quella parte che se fossi un medico chiamerei area cognitiva e se fossi un poeta anima, era rimasto.

 

Non sono né medico né poeta, quindi la chiamerò semplicemente sensazione. Una bella sensazione.

 

Diciamo pure un imperativo categorico: là fuori c’è un sacco di gente indecisa sul se suicidarsi nel week-end o immediatamente, vedi di raccontarla, visto che pare non freghi nulla a nessuno.

 

Avevo in mente figure femminili. E pensavo che, se uno vuole scrivere davvero, dev’essere in grado di costruire personaggi che siano credibili, veri, anche se diversi da lui. Per me significava provare a sostenere un intero romanzo con un io narrante donna. Il personaggio principale doveva quindi essere una ragazza.

 

Alice.

 

E rappresentare una generazione di ingannati. Non solo indignados, pure engañados. Quelli ai quali era stato detto, per un tempo molto vicino a tutta la vita: studiate, impegnatevi, tutto vi sarà ripagato. Come no. Niente eravamo, anzi senza niente. Orfani di grazia, pane e poesia.

 

Alice senza niente, dunque.

 

Ora stringo in mano queste pagine fresche di stampa, è notte. Mi vien quasi da fare degli stress test sul libro. Verificare la tenuta della brossura, provare con l’accendino quanto può resistere la carta, gettarlo dal sesto piano giusto per vedere l’effetto che fa.

 

Sono passati tanti mesi, successe tante cose.

 

Il 28 ottobre 2010 rilasciavo online la versione ebook gratuito. Mi sentivo come un padre che accompagni la figlia al suo primo giorno di scuola. La bacia, le sistema lo zainetto, poi la lascia, incerto.

 

Adesso Alice senza niente è un libro di carta, e va in libreria.

 

Mi sento come quello stesso padre, solo che sono passati anni, e lui si ritrova accanto alla figlia al gate 15. Va via Alice, va all’università, cambia casa e città, tornerà per Natale, forse.

 

E quel padre, un individuo che non ha mai pregato, si sorprende a dire, sottovoce: ti supplico Mondo, trattamela bene. E non farla tornare mai più.

 

Pietro De Viola

 

 


Categorie: Il caso

Gabriele Dadati (leggi la sua biografia qui) è una delle nuove voci  letterarie più originali. Per Laurana editore ha appena pubblicato Piccolo testamento (leggi la scheda qui): un libro coraggioso, toccante, profondo, che parla della vita e della morte, del significato dell’amore, della letteratura, della bellezza. Io me lo sono letto, lentamente, nelle ore notturne.
Noi qui Gabriele lo conosciamo bene, su Hounlibrointesta scrive la rubrica Lettori su rotaie (che ripartirà lunedì prossimo).

 

 

Vi racconto perché ho scritto “Piccolo testamento”

“Si può far entrare il mare in un bicchiere?” È quello che mi chiedevo quando mi sono messo a scrivere Piccolo testamento. Era la sfida che lanciavo e allo stesso tempo raccoglievo. Il mare in questione era quello di una grande amicizia intellettuale ambientata nell’Italia dei nostri anni, il bicchiere invece era rappresentato dal modo di raccontarla: nell’arco di una sola notte, tutta all’interno di un appartamento. Il protagonista è un giovane scrittore che in un’afosa serata di giugno non riesce a prendere sonno e così si mette a girare per casa. Dalle ombre attorno a lui emerge quella di Vittorio, intellettuale cinquantenne, morto il mese prima dopo una dolorosa malattia. È stato il suo maestro, quasi un padre. In quest’Italia di figli orfani, volevo raccontare un caso raro di educazione al bello e alla responsabilità.

 

Gabriele Dadati

 

 

E adesso, vi faccio leggere il primo capitolo del mio libro:

 

È la prima volta che sogno Vittorio da quando non c’è più. In genere è raro che al risveglio ricordi i sogni, ancora più raro che abbiano a che fare con qualcuno che amo e se proprio succede non è mai uno dei miei morti. A parte questo s’è trattato di un sogno che non valeva niente, completamente privo di azioni: c’eravamo solo noi due, io seduto e Vittorio in piedi. Lui indossava un completo sportivo e la cravatta scura, io non so. Mi piacerebbe dire che aveva un’aria particolare, che nel suo sguardo c’era un grado di consapevolezza che non ho mai misurato nello sguardo di nessuno, ma non è così. Lo sguardo di Vittorio era consapevole quando era vivo, mentre nel mio sogno era solo sconsolato. In più non siamo riusciti a scambiare nemmeno una parola e anche questo non mi pare sia granché. Niente verità, o confidenze, o ricordi di una tra le tante cose che abbiamo fatto insieme. In fondo è più interessante quello che è successo dopo: dal sonno sono risalito fino a un certo grado di coscienza e sono tornato a intravedere nella penombra i contorni della stanza da letto. Lì ho trovato un’altra volta Vittorio. Anche adesso era in piedi, nello spazio ricavato tra un fianco dell’armadio e il muro, e continuava a non fare niente. Le braccia distese, le mani lungo le cosce. Sono rimasto per un po’ con gli occhi socchiusi, poi li ho aperti del tutto e il suo corpo s’è dissolto in quello che era sempre stato, e cioè un’ombra di poco più scura delle altre, proiettata sulla parete dagli infissi della finestra aperta.

puoi leggere tutto il capitolo cliccando qui

Categorie: vi racconto il mio libro

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

 

Felicità dei soprannomi

 

Colombino mio, ma in russo
gli ha scritto la sua nuova
morosa

e lui che pensava di non esser più
cosa,
di non avere più neanche una rosa nel cuore
e di seccarsi piano,
sta ismito e felice nella festa dei soprannomi

su un viale di Pinarella
come se fosse a Hollywood in mezzo ai nomoni
delle star

o come un trombonista nella banda
che a lui non tocca mai
ma sta in mezzo al frastuono
senza far niente, sereno come un pollo
in un silenzio di cuore
diventato buono come se tutti attorno lì

suonassero per lui
che a guardar bene, dai, sembra pure bello

 

Davide Rondoni
da Rimbambimenti. Poesie di tipo romagnolo (Raffaelli 2011)

 

 

È ancora estate concedetemi di farvi pensare un po’ alla riviera romagnola, che per me è semplicemente il luogo in cui vivo, ma che forse per molti di voi è il ricordo di qualche estate. Lo faccio con questa bella poesia di Davide Rondoni, romagnolo anche lui, che quest’anno ha voluto dedicare un delizioso libretto alle sue radici, in cui la forza della sua poesia si fa sentire anche con un pizzico di leggerezza, raccontando di questi luoghi l’anima più folle e gentile. Una sola nota in calce a questi versi per chi non è nato qui: ismita è un aggettivo che come molte parole di origine dialettale ha un significato ampio e un po’ vago, la tradurrei con trasognato, è un po’ come tonto, ma con dentro qualcosa di più contemplativo. In fondo tutti quelli che si innamorano hanno un’aria un po’ ismita.

 

 

Categorie: Versi diversi

L’autore del romanzo di culto Le ore spiega la genesi del suo libro ambientato nel mondo dell’arte.

 

CHE COSA MI HA SPINTO A SCRIVERE AL LIMITE DELLA NOTTE
di
Michael Cunningham

 

Uno dei meno pubblicizzati tra i piaceri dello scrivere un romanzo è che hai l’opportunità di risiedere in un universo parallelo, di vivere una vita diversa dalla tua. Nel corso dei tre anni che mi ci sono voluti per scrivere Al limite della notte, ho avuto la gioia (e occasionalmente il dolore) di essere, per procura, un mercante d’arte contemporanea. Con Peter Harris, il personaggio principale del libro, ho creato un mercante d’arte che si trova in crisi perché non è più convinto che l’arte possa coesistere con la necessità di far soldi. E ho avuto la fortuna di trovare diversi galleristi disposti a insegnarmi tutto quel che sapevano sul mondo dell’arte.

Ho appreso, quindi, che il business dell’arte è spietato come il mondo del cinema. Come a Hollywood, in un certo momento sei una star, e il momento successivo sei sorpassato e non riesci più a trovare lavoro.

E come a Hollywood e in tantissimi altri posti, l’arte è una questione di soldi. Tanti soldi.

In Al limite della notte Peter, avvicinandosi alla mezza età, scopre di non farcela più a vendere opere d’arte in cui non crede soltanto per pagare i conti. Cerca disperatamente un vero artista, un grande artista, uno che crei opere di tremenda bellezza, senza curarsi del mercato. E allora trova qualcosa di diverso, a dir poco, da quel che si aspettava.

 

Michael Cunningham

 

 

Categorie: vi racconto il mio libro

Quando un filosofo pensa e la finestra riflette. Chi scrive, chi sta pensando a un’opera, spesso attraversa con gli occhi la finestra che ha di fronte a sé e riflette. E quindi, davanti a quella finestra, passano fiumi di pensieri e di immagini.
Questa è la finestra della casa di Friedrich Nietzsche che ho fotografato a Sils Maria, in Engadina. In quegli anni Nietzsche stava scrivendo Così parlò Zarathustra .
I vetri, senza tende, guardano le montagne. Forse vedrete qualcosa anche voi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie: Il caso

Eccoci all’ottava puntata di Non avere paura dei libri.
Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Christian Mascheroni, scrittore e autore televisivo, ci fa entrare nella sua famiglia, tra ricordi, emozioni, figure straordinarie che fanno innamorare (ancora di più) dei libri.
Per leggere le puntate precedenti, clicca in alto a destra su Categorie: Non avere paura dei libri.
Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!

 

 

 

 


NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

ottava puntata: Come sabbia, i sogni; come i libri, Eva e tutti noi

 

Ci sono valigie che rimangono sempre piene. I libri della mia famiglia sono valigie che non si chiudono per quanto sono colmi di fotografie. Ci salto sopra, a volta, per tentare di chiuderle, ma queste si riaprono sempre alla pagina che vorresti non sapere a memoria, ma la sai. Sai come andrà a finire quel libro. Io, almeno, mi ritrovo con questa valigia che scoppia sempre, non si chiude mai, si apre sull’ultima pagina. Ed io, a ripetermi che quell’ultima pagina non è che l’inizio di un nuovo viaggio in bottiglia. O fuori.

Tornato dalle vacanze, mi capita spesso di fare una cosa. Mi avvicino agli scaffali, inspiro, rovescio i libri per terra, come conchiglie del mare, biglie trasparenti che hanno trattenuto i ricordi del sole. Li stendo sul pavimento e li setaccio come la sabbia che rimaneva attaccata alla pelle fino al momento di farsi la doccia. Rivedo nelle copertine i riflessi dei nostri volti di famiglia, di bagnanti. Eva e il mare. Gino e la spiaggia. E poi quella piccola creatura che è cresciuta di onda in onda e che scriveva e leggeva a più non posso, per paura che la corrente lo trascinasse via dai sogni.

Già, i sogni.

Ai libri ho sempre affidato i miei silenzi, le mie pause, il senso di smarrimento, il distacco dalla realtà, la realtà stessa, ma soprattutto quelli, i sogni. Durante alcune notti, specie quelle estive, ai libri affidavo il compito di dare un sogno a testa.

A me, il sognatore ad occhi aperti che faceva rimbalzare una pallina da tennis contro il muro ogni volta che raccontavo a me stesso una storia per fare passare il tempo o affinché il tempo facesse passare me, attraverso le sue strade emotive senza cartelli.

A mio padre Gino, che sognava i miei sogni, ma con le sue aspettative di buon padre orgoglioso.

A mia madre, Eva, che non osava sognare, e allora chiamava alla sua corte farmaci e bottiglie perché le illusioni chimiche la incoronassero regina di quel mondo oltre, quel regno a noi negato perché il ponte levatoio era sempre sollevato e i coccodrilli affilavano i denti con gli incubi.

Ci sono libri che sembrano essere stati scritti appositamente per farci sognare.

Ricordo mia madre stesa sul letto dell’appartamento al mare, nella frescura della notte. Mio padre dormiva, già. La finestra aperta, l’odore della pineta, le cicale. Io, probabilmente, con una goccia di gelato cristallizzata all’angolo della bocca. Leggi di più..

Categorie: Non avere paura dei libri

 

 

CRONACHE DALLA LIBRERIA: Waiting for, Coming soon di Monica Zanfini

 

 

Giorni fa, mentre spostavo una pila di libri, da una copia è caduto un foglietto: pensavo che si trattasse di un “errata corrige”, quei bigliettini che, talvolta, gli editori inseriscono a fine libro per rettificare gli errori sfuggiti al vaglio dei correttori di bozze.

Si trattava, invece, dell’annuncio dell’uscita di un nuovo romanzo di Edmund de Waal, in cui la storia di una famiglia ruota intorno a una collezione di netsuke (le piccole sculture in avorio). Promette davvero bene.

Oggi ho saputo che Un’eredità di avorio e ambra arriverà in libreria domani, edito da Bollati Boringhieri. E io sono qui che lo aspetto come un falchetto.

 

Intanto potete leggere la trama qui. I netsuke di de Waal potete vederli qui.

 

 

 

E qui c’è il booktrailer.

 

 


 

Categorie: Cronache dalla libreria

 

Sono rientrata. Mi sono immersa nel caldo torrido, ho disfatto i bagagli, ed eccomi di nuovo qua, nel nostro blog. Bene. Che si dice di nuovo? Si dice, si dice, e si discute e si litiga e ci si insulta.
Tutto questo accade nel post sotto, quello di Veronica Tomassini, alla quale avevo chiesto di farci leggere un suo nuovo testo, che lei ha mandato, scatenando reazioni a catena. Che sia chiaro: niente di strano, tutto normale, normalissimo, è la moda dei blog, bellezza.
Epperò non ci sto.
«Mi raccomando, cerca di movimentare i commenti con le polemiche, è il modo migliore per far funzionare un blog», mi hanno consigliato in molti. Vero. Infatti questo è il post che ha avuto più visite in assoluto.
Epperò non ci sto lo stesso.
Alt. Fermiamoci un momento. Il dissenso è il sale della libertà, gli insulti spengono la discussione, il confronto, il pensiero.
Siamo tutti stanchi della moda che incita all’aggressione, delle risse in stile televisivo, della sfida a chi fa la voce più grossa, tagliente, offensiva, non lo diciamo continuamente?
Ho un desiderio: che chi scrive un post non debba essere azzannato, tanto quanto chi commenta non deve sentirsi attaccato.
Quindi, per quanto potrò, cercherò di non far calpestare questo spazio, questa piccola aiuola viaggiante per il web, dove diverse persone coltivano un punto di vista da offrire agli altri, liberamente, gratuitamente. Potrà piacere poco, molto, non piacere affatto, è comunque un’occasione di confronto.
Ben vengano le discussioni, i pareri contrari, ma non gli insulti. La parola chiave tra noi rimanga il rispetto, per chi scrive, per chi commenta.

 

E adesso, tanto per ribadire quanto ci piacciono le più diverse specie di scrittori e di lettori, vi faccio vedere un Ticenguro.

 

Per sfogliare il libro, cliccate qui.

 

 

Categorie: Il caso

Cari Naviganti di Hounlibrointesta, per qualche giorno lascio Il Deserto dei Tartari, la vuota Milano. Andrò in montagna, su uno di quei picchi che vedete dipinti da Buzzati, dove internet non arriva, e quindi non potrò collegarmi al blog, ma di certo lo avrò sempre in testa. Un saluto, buon Ferragosto, post Ferragosto, e soprattutto grazie a tutti voi, per i vostri interventi, per i vostri commenti, perché con voi questo blog sta diventando un luogo sempre più ricco di incontri. Un posto che riunisce e unisce occhi e sguardi diversi del mondo dei libri.

 

Lascio una mappa per chi, navigando nel web, in questi giorni dovesse arrivare su Hounlibrointesta per la prima volta, o per chi ha voglia di farsi un giro con più calma qua e là.
Cliccando nelle categorie, trovate: Cronache dalla libreria di Monica Zanfini, ovvero l’occhio del libraio;  Il corso di scrittura (ma anche di lettura) di Elena Varvello, scrittrice e docente della scuola Holden; La Lettrice Innamorata, i libri che hanno conquistato il cuore della scrittrice Barbara Garlaschelli; Lettori su rotaie, i libri che le persone leggono sui mezzi di trasporto, avvistati dallo scrittore Gabriele Dadati; Nella testa degli scrittori di Caterina Morgantini, i libri che gli scrittori hanno in testa perché li hanno letti e amati e perché li stanno scrivendo; Non avere paura dei libri, il racconto autobiografico a puntate di Christian Mascheroni, scrittore e autore televisivo, ovvero la storia di come è nata la passione per i libri. Ognidove, i primi appuntamenti di Davide Sapienza, scrittore viaggiatore; Versi diversi, i versi di diversi poeti scelti dalla poetessa Isabella Leardini; Vite da lettore, i ritratti fatti ai lettori in giro dalla fotografa Patrizia Traverso. E poi Scelto dall’autore, Vi racconto il mio libro, A pag… brani da leggere. E varie altre cose che potrete scoprire cliccando nelle altre voci delle categorie, un percorso in fieri.
Ci rivediamo martedì 23 agosto. A settembre, ve lo annuncio già, avremo anche il punto di vista di Elisabetta Migliavada, che ci racconterà le sue giornate di editor. E poi un’ombra particolare e poi…

 

Parto e vorrei lasciare un pensiero per tutti, per chi si trova al mare, in montagna, in città, o chissà dove. E se è vero che tutti noi che siamo qui abbiamo dei libri in testa, è anche vero che ovunque siamo sopra le nostre teste c’è il cielo. E quindi vi saluto con un pesce che ha l’abitudine di navigare nell’aria.

Chicca Gagliardo

 

 

 

I pesci che vivono al di là dell’acqua

dal libro Gli occhi degli alberi di Chicca Gagliardo e Massimiliano Tappari (Ponte alle Grazie).

 

La quasi totalità dei pesci conosce solo la realtà liquida del Pianeta sommerso. A parte i brevi momenti in cui, attraversando con un salto la superficie dell’acqua, riescono a toccare l’inconsistenza dell’aria.
Alcuni pesci, attratti dall’esistenza che è al di là, hanno modificato il proprio corpo. Tra questi, i più singolari sono tre: il Pesce volante, il Perioftalmo e il Pesce celeste (vedi foto in alto).

 

Il Pesce volante ha sviluppato ampie pinne pettorali che si spiegano come ali. Si leva dal mare spiccando il volo e volando può percorrere centinaia di metri. Poi si rituffa portando con sé l’odore delle brezze.

Il Perioftalmo ha scelto la terraferma. Lo attirano i rami, come un uccello. Erroneamente viene spesso considerato un anfibio, invece è un pesce: respira l’ossigeno disciolto nell’acqua che immagazzina nella grande bocca e nelle camere branchiali. Amante dei raggi solari, il Perioftalmo vive sulle mangrovie abbracciato ai rami, con le pinne che ha trasformato in piccole zampe.

Il Pesce celeste ha scelto la profondità del cielo. Respira l’ossigeno presente nell’acqua delle nuvole, che sempre segue.

Il corpo è affusolato, per opporre meno resistenza al flusso delle correnti del vento, ed è ricoperto di scaglie lisce e argentate che come tanti specchi riflettono le sfumature del cielo: le venature rosee dell’alba, l’azzurro terso del mattino, il blu indaco delle notti estive. Quando al tramonto il sole si immerge nel mare, la testa è rosso fuoco, la pinna caudale dorata e poi viola.

Il Pesce celeste è ermafrodito, sia maschio sia femmina, può autoriprodursi fecondando le proprie uova che disperde nell’aria.

Sopra il dorso si è sviluppato un aculeo ricurvo, retrattile, che usa come timone. Quando viveva nell’acqua, l’aculeo era corto e appuntito come una freccia, gli serviva per attaccarsi alle prede e divorarle. Da quando è avvenuta la metamorfosi, il Pesce celeste si nutre d’aria e di pace. È diventato immortale.

La vita immortale finisce appena riaffiora l’istinto predatorio. Allora il corpo color del cielo si inclina e precipita.

 

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