Ho un libro in testa

Archivio: settembre 2011

Eccoci alla nuova puntata della rubrica Le giornate di un editor. Ogni venerdì su Hounlibrointesta potremo seguire Elisabetta Migliavada, direttore della narrativa straniera della casa editrice Garzanti, e vedere da vicino com’è il lavoro di un editor.

 

Una mia foto mentre attendo l’autore a Torino… mantengo il sorriso, ma mi ero letteralmente accasciata per la stanchezza.

 

 

LE GIORNATE DI UN EDITOR: uno scrittore e un centrifugatore di Elisabetta Migliavada

 

Quando mi chiedono perché mi piaccia fare questo lavoro, non ho dubbi a rispondere: prima di tutto mi piace perché non ci si annoia mai. Ogni libro è diverso, ogni frase è diversa: in ogni romanzo sostantivi, aggettivi, versi, subordinate e principali si incastrano magicamente tra loro per creare una storia unica. E così come le storie, anche gli autori sono tutti unici e diversi gli uni dagli altri. Uno dei compiti dell’editor è anche quello di seguire lo scrittore quando promuove il libro. È sempre un’esperienza molto bella e formativa per me conoscere di persona un autore, sentire la sua voce (mi chiedo sempre: chissà se la sua voce reale è la stessa che sentivo io quando leggevo il libro? Spesso sì, lo è, sapete?), percepire i suoi gesti, apprezzarne pregi, e a volte anche difetti (si sa, nessuno è perfetto). Ma seguire un autore in visita non significa solo conoscerlo. Spesso si passa molto tempo con gli scrittori. A volte in situazioni che non avreste mai pensato di affrontare lavorando sui libri. Perché, credetemi, durante i viaggi promozionali ne possono capitare davvero di tutte. E un editor deve essere pronto, in un batter d’occhio, a vestire i panni del babysitter, capace di risolvere qualsiasi problema o emergenza alla velocità della luce. Che dire di quell’autore che appena toccato il suolo italiano, ha pensato bene di rompersi un braccio togliendo la valigia dal nastro trasportatore? Cercare di organizzare le interviste al pronto soccorso è stata un’impresa, ma ci siamo riusciti grazie alla bravura dell’ufficio stampa (gli altri angeli dell’editoria)! E poi che soddisfazione! Una delle infermiere era una sua fan, neanche a farlo apposta. Altra cosa è passare la mattina a fare shopping con l’autrice cui hanno perso il bagaglio. Devi improvvisarti personal shopper, e consigliarla al meglio, senza fare gaffes e cercando di anticipare quello che vorrebbe che tu le dicessi. E poi può anche capitare che dopo un anno ti recapitino a casa tua la valigia della scrittrice. Ma lo shopping con un autore non è detto che sia solo per cercare vestiti. Mi è capitato di trascorre un pomeriggio intero vagando per Torino insieme a uno scrittore alla ricerca di un centrifugatore da regalare a sua moglie. Trovavamo solo frullatori, ma nessun centrifugatore… Sempre a Torino sono rimasta chiusa dentro il Museo Egizio con uno scrittore di thriller dall’aspetto un po’ sinistro: non si sono accorti di noi. Alla fine, dopo un paio d’ore, ci è venuto a salvare un portinaio. Io mi ricordo ancora questa esperienza, le mummie non mi sono mai piaciute, eppure lo scrittore ci è grati, ha tratto ispirazione per il suo successivo romanzo. Alcuni autori poi possono essere tremendamente distratti. I poliziotti della questura ormai lo sanno: almeno una volta all’anno io vado a trovarli insieme a un autore che ha perso il passaporto. Ma perdere il passaporto non è niente. Una volta uno scrittore ha smarrito il computer portatile in aeroporto. Ovviamente su quel computer era salvata l’unica copia del romanzo che stava scrivendo. Ho girato tutto l’aeroporto, ho chiesto a tutti. Per giorni si era creduto perso o rubato. Fino a quando un taxista non ha chiamato la casa editrice… Gli angeli esistono veramente, altro che storie!

 

 

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Categorie: Le giornate di un editor

«Mi è stato chiesto: è un romanzo sull’Italia di Berlusconi? è un romanzo sul rapporto tra padri e figli? su un’adolescenza soprattutto mentale?»
Dove eravate tutti
(Feltrinelli) sarà presentato oggi a Roma da Dacia Maraini, Giulio Ferroni e Alberto Rollo.

 

 

I libri che scriviamo di Paolo Di Paolo

 

I libri che scriviamo – mentre li scriviamo – non possiamo capirli. È difficile, per uno scrittore, spiegare a sé stesso che cosa esattamente va facendo, pagina dopo pagina. L’idea da cui eravamo partiti – può accadere – non la ricordiamo più, eppure lampeggiava al largo della nostra immaginazione come una boa luminosa. Ma adesso dov’è? Poi il libro esce, comincia a percorrere il suo piccolo o grande pezzo di strada, e ci sembra finalmente di capire. L’oggetto-libro che abbiamo tra le mani ci aiuta a prendere le distanze; e le voci degli altri, a capire.

“Ma quindi il tuo è un libro sul tema xy?” ci viene detto. E sì, rispondiamo, hai proprio colto nel segno, amico mio. Poi un’altra voce: “Il tuo mi pare essenzialmente un romanzo su…”, e segue argomento. Esatto!, ci viene da esclamare anche se questa seconda voce quasi smentisce la prima. Il fatto, molto semplice e tuttavia un po’ allarmante, è questo: il libro che volevamo scrivere non somiglia mai del tutto a quello che abbiamo scritto. E quello che abbiamo scritto vive e parla solo grazie a chi lo legge e lo interpreta.

A proposito di Dove eravate tutti, mi è stato chiesto: è un romanzo sull’Italia di Berlusconi? è un romanzo sul rapporto tra padri e figli? su un’adolescenza soprattutto mentale? Mi è sembrato che, almeno in parte, tutto questo fosse vero. Ma confesserò che non volevo scrivere né un libro sull’Italia di Berlusconi, né sul rapporto tra padri e figli, né sull’adolescenza mentale. Dirò di più: presi così, questi temi mi sembrano perfino scontati e privi di interesse.

In verità ero partito da una ragazzina che si perde su una spiaggia e chiede a un ragazzo se ha visto un ombrellone rosso con dei pesci. Lui vorrebbe alzarsi e aiutarla, ma qualcosa gli fa dire solo, semplicemente “no”. Poi se ne pente e vive tutto un terribile pomeriggio di angoscia. Ero partito da questa immagine e non l’ho usata. Sarà per un’altra volta.

Poi, ancora un’immagine. Un professore in pensione, Mario Tramontana, una mattina passa in macchina davanti alla sua vecchia scuola, si vede sfilare davanti un suo ex studente – uno che l’aveva fatto letteralmente tribolare, con provocazioni continue – e lo investe. È un incidente? Forse no. Un trentennio di onorata carriera mandato in frantumi in un istante. Sono partito da qui. E da una frase di Francesco De Sanctis, il grande critico della Storia della letteratura italiana: “I popoli, come gl’individui, nel pendio della loro decadenza diventano nervosi, vaporosi, sentimentali”. Mi sembravano, mi sembrano tre aggettivi perfetti per descrivere questo tempo, almeno alle nostre latitudini. Leggi di più..

Categorie: vi racconto il mio libro

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì pomeriggio. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 

 

LA LETTRICE INNAMORATA e Sante gonne di René Steinke (Alet)


Sante gonne è una biografia romanzata, genere che la vostra Lettrice Innamorata ama. Il romanzo di René Steinke ha come protagonista una donna straordinaria: la baronessa Elsa von Feytag-Loringhoven.

Dietro questo titolo pomposo si nascondeva Elsa, una donna fragile e fortissima, con un’immaginazione grande e una passione travolgente per l’arte. E gli uomini. La prima l’ha fatta rinascere varie volte, i secondi l’hanno quasi distrutta. Il colpo finale se lo è inferta da sola.

 

Come ci avverte l’autrice, “la maggior parte degli avvenimenti del romanzo sono basati su fonti originali, ma a causa delle enormi lacune in ciò che si sa della baronessa […] certi eventi sono stati cambiati”. Capita, in letteratura che l’autore intervenga a ricostruire, re-inventare, indagare la vita di un personaggio che, per quanto famoso, resta un mistero.

 

Berlino 1904. Elsa ci arriva che ha diciannove anni, e nient’altro.

Elsa non era mai stata come le altre ragazze che conosceva, pudiche e vergognose del proprio corpo. Gli uomini sembravano intuirlo. E questa peculiarità, questa libertà di vivere il proprio corpo e usarlo come fosse un’opera d’arte esso stesso, segnerà l’ascesa e la caduta della vita di Elsa.

 

È una ragazza intelligente, brillante, ama le parole e la vita. S’innamora continuamente, soprattutto degli uomini sbagliati, abbagliati dalla sua bellezza e dalla sua spregiudicatezza.

Passava le giornate a leggere nella sua cameretta, con le tende tirate finché era ora di andare a un’audizione p al Wintergarten. […] leggendoli, Elsa sentiva il suo cervello crescere in circonferenza e complessità, un lungo nastro che le scendeva alla gola proteso verso il cuore.

 

Elsa diventa, nel corso della sua acrobatica esistenza, un’icona del Novecento. Camminava per le vie del Greenwich Village abbigliata in modo strambo, portando su di sé la provocazione che per lei era il rapporto tra arte e vita.

Passava dal declamare le sue poesie nelle bettole frequentate solo da marinai a posare nuda per artisti com Man Ray e Duchamp (a cui era legatissima).

 

Vive senza freni, terrorizzata dall’idea di diventare folle come la madre. Passa da un uomo all’altro lasciandosi sfruttare, passando dalla ricchezza alla povertà con la leggerezza che, invece, non ha nell’affrontare la poesia, sua vera e grande passione.

Si ammala di sifilide, viene abbandonata, derisa, insultata ma Elsa non si piegherà mai ai diktat della morale comune che preferirebbe donne tranquille che badano alla famiglia e al focolare domestico. Riesce a spiazzare anche gli artisti, gli e le intellettuali che non sanno dove collocare questa donna fuori da ogni controllo.

 

Il fermento culturale e politico del Novecento in molti paesi del mondo ha avuto come protagoniste donne eccezionali, eccessive, appassionate (Tina Modotti, Nahui Olìn, Frida Khalo tanto per fare qualche nome).

E la baronessa Elsa la si può incorniciare in quest’epoca di donne vive e imprudenti, creative, folle, di fascino irresistibile e intelligenza tagliente come una lama di coltello.

 

La Steinke descrive, in infiniti dettagli, Elsa, i suoi gesti e i suoi pensieri e il mondo che la circondava, con uno stile poetico e, allo stesso tempo, secco e preciso. E una partecipazione umana che ci restituisce Elsa più viva, palpitante e dolente che mai.

 

 

 

 

 

Categorie: La Lettrice Innamorata

Prima puntata con La cassetta degli attrezzi di Davide Musso, che sarà qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni quindici giorni.
Nato a Milano nel 1974, giornalista professionista, Davide Musso lavora come editor. Ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di racconti Vita di traverso, finalista al Premio Tondelli 2009. Scrive di libri su “Blow Up”, “Pulp”, “Terre di mezzo-street magazine”, e cura la webzine letteraria “le parole necessarie”.


 

 

 

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI Letture, scritture, lavoro editoriale
di Davide Musso

 


Il fegato dell’esordiente

Per fare lo scrittore servono talento, dedizione, perseveranza. E chi lo nega. Ma per decidere di buttarsi nella mischia – costi quel che costi – ci vuole soprattutto un gran fegato.

Prendete sei aspiranti autori (o emergenti, o inediti, o esordienti, fate voi: a me le definizioni “di genere” sono sempre andate strette), metteteli su un palco davanti ad altrettanti editor delle maggiori case editrici italiane e a un pubblico di un centinaio di persone. Chiedete a ognuno di questi autori di leggere un brano del proprio romanzo o un proprio racconto, e di sottoporsi poi al giudizio severo e minuzioso degli editor di cui sopra. Da brivido, vero? Eppure è accaduto un paio di settimane fa durante il festival Pordenonelegge in occasione del primo appuntamento di Roland, la nuova creatura di Giorgio Vasta e Marco Peano, una manifestazione “che intende innescare una riflessione condivisa su scrittura, editoria, critica e pubblico”, per usare le parole degli stessi organizzatori. A Pordenone è andato in scena Roland. Scritture Emergenti: l’obiettivo era quello di mostrare cosa succede in una casa editrice quando si deve decidere se pubblicare o no un testo (sabato 1 ottobre a Milano, invece, sarà la volta di Roland. Macchine e Animali, con un programma che vi consiglio di non perdere, se siete in zona), e molti tra gli autori “emergenti” quel giorno se ne sono tornati a casa con le ossa rotte. Non perché gli editor siano stati particolarmente cattivi o che so io – che interesse avrebbero avuto? Chiunque faccia questo mestiere spera sempre di trovare un bravo scrittore e una buona storia – quanto perché molti di quei testi presentavano effettivamente dei problemi che li rendevano non pubblicabili. Credo però che, superato il trauma iniziale, quegli autori debbano continuare a scrivere facendo tesoro dei suggerimenti ricevuti, se è davvero la loro ossessione. Ágota Kristóf, autrice ungherese scomparsa di recente, nel breve racconto autobiografico L’analfabeta, che vi consiglio di leggere, a un certo punto dice: “Come si diventa scrittori? Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. (…) Ecco la risposta alla domanda: si diventa scrittori scrivendo con pazienza e ostinazione, senza mai perdere la fiducia in quello che si scrive”. Mi sembra un buon punto di partenza.

 

(E la foto qui sopra? Colpa di Chicca Gagliardo – che ringrazio per avermi offerto questo spazio che vorrei dedicare, come recita il sottotitolo, alla scrittura, alla lettura e alle pratiche editoriali, sperando di non annoiarvi troppo. Insomma, dopo aver visto alcuni miei scatti, Chicca mi ha gettato l’amo: “Tu lavori con le storie su diversi fronti, e le fotografie sono delle storie, a modo loro. Perché non racconti come sono nate?”. Metto le mani avanti: non sono un fotografo professionista, e ultimamente mi sono fissato a scattare e a fare photo editing usando solo il cellulare. Però Chicca ha ragione, e allora proverò di volta in volta a spiegarvi come e perché è nata quella particolare immagine. La prima foto me la gioco facile: Milano, Stazione Centrale, in attesa di un treno diretto non so dove. Un po’ come quando si mette mano a una nuova storia, appunto. Prendetela come un augurio.)


 

Categorie: La cassetta degli attrezzi

Continua il corso speciale per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
Per leggere le puntate precedenti, clicca su Categorie: Il corso di scrittura.
Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

 

 

 

17° PUNTATA
LA CORSA – LE STORIE ACCADONO NEL TEMPO

di Elena Varvello

 

Il tempo: stavamo parlando di questo, ricordate? Del fatto che tutte le storie si dispiegano nel tempo, accadono nel tempo – l’immagine della clessidra. Una corrente che scorre, a volte invisibile – il racconto di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ad esempio – sotterranea come un fiume carsico, a volte in piena luce. Qualcosa intorno a cui dovremmo interrogarci, perché ha a che fare con le storie che scriviamo.

È dalla nostra ultima chiacchierata che sto pensando a come affrontare nel modo più semplice e immediato questa cosa, perché di solito è possibile – come accendere la luce in una stanza buia, e dire “be’, è tutto qui?”. Ma, devo ammetterlo, questa volta è un po’ più complicato. E allora sapete cosa faccio? Provo a ripartire da me. Provo a raccontarvi una cosa che mi riguarda. Una scoperta che risale ormai a sei o sette anni fa – oddio, a proposito del tempo, quanto ne è passato? – e che ha cambiato radicalmente il mio modo di vedere la scrittura, il mio modo di concepire le storie e, appunto, il loro rapporto con il tempo.

In L’economia delle cose c’è un racconto. S’intitola La corsa. È il primo che io abbia mai scritto. E quando dico il primo intendo proprio il primo in assoluto: non avevo mai, mai scritto un racconto in vita mia – avevo scritto molte poesie, fino a quel giorno, alcune delle quali erano state pubblicate. Però avevo quella storia che mi girava in testa, la storia di una donna e di un bambino, una madre e un figlio, un pomeriggio d’inverno. Insomma, c’è un sacco di neve – ha nevicato parecchio, nelle settimane precedenti, il bambino vuole provare il bob e la madre lo accompagna fuori, sulla strada. Il bambino ha una giacca a vento rossa. Si siede sul bob. La madre tiene il cordino – avete presente, no? – fin quando non si accorge di avere una scarpa slacciata e allora si china – ha le mani intirizzite dal freddo – e per allacciarsi la scarpa lascia andare il cordino. Un attimo, un istante, e il bob se ne va giù lungo la strada innevata, e il bambino, che è ancora troppo piccolo, non riesce a tirare i freni – oppure, non intuendo il pericolo, non pensa di doverlo fare – e la madre rimane lì, a guardare la corsa del bob, la giacca a vento rossa di suo figlio, paralizzata dalla paura, congelata dalla paura, prima di cominciare a correre, nel tentativo di raggiungerlo e fermarlo. Ma ha aspettato troppo, questo è il punto, e quando comincia a correre è già comunque troppo tardi, perché, dalla curva al fondo della strada, all’improvviso spunta una macchina. Leggi di più..

Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello

Qui, su Hounlibrointesta, ogni lunedì.

 

CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 

Le storie che raccontiamo – non solo come professionisti della narrazione, ma anche nella vita di tutti i giorni, quando la sera illustriamo ai nostri cari un episodio della giornata lavorativa trascorsa – stanno in piedi principalmente grazie a due binari: quello di causa-effetto e quello di prima-dopo. Vale a dire che quando raccontiamo una storia dobbiamo sapere come sono concatenate le sue parti, e le sue parti stanno insieme grazie a legami, e questi legami sono costituiti appunto da causa-effetto e da prima-dopo. Più ne siamo consapevoli, maggiore è la libertà nella disposizione delle scene (libertà estrema quella del giallo: siamo alla fine, l’ammazzamento, e dobbiamo risalire all’inizio, il perché e il percome dell’ammazzamento).
Una “narrazione ben fatta” è priva di pezzi sconnessi e inutili e si muove con intelligenza sui binari di cui sopra. Sì, certo. Però dobbiamo ricordarci anche la vita mica è fatta così. Che la vita vera, la vita vissuta, le sue false piste e i suoi tempi morti ce li ha eccome. La vita vita vera è “raccontata male”, ecco.
Tutto questo per dire che se per caso prendete in mano il bel romanzo di Matteo De Simone intitolato Denti guasti (Hacca, 2011) per tutto il tempo leggerete una “narrazione ben fatta”, e alla fine ci troverete un colpo di genio che va in direzione della vita vera. Il romanzo racconta le storie di due giovani – Roman, immigrato, che campa di sotterfugi; e Giulia, un’italiana non troppo fortunata, che pur essendo una ragazzina tiene in piedi la famiglia, visto che la madre alcolista non è in grado – e le dipana per benino fino a pagina 219, dove per benino significa che con consapevolezza utilizza i meccanismi di prima-dopo e di causa-effetto. Poi a pagina 221 arriva una risposta automatica a una mail. Che cos’è una risposta automatica? È quel che si ottiene quando si scrive a un sito di una grande azienda e ci viene detto “abbiamo ricevuto la sua mail, verrà processata al più presto”. Solo che qui Giulia non sta scrivendo a un’azienda, sta scrivendo a… Ma non posso dirvelo. Posso dirvi che arrivati lì, vi aspettereste che la “narrazione ben fatta” la ricompensi per le sue sofferenze. Ma poi, arriva la vita vera, che si prende pure Roman.

 

Categorie: Catene di smontaggio

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

 

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia…

 

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

 

Guido Gozzano
(da Tutte le poesie, Mondadori)

 

 

Ma chi ha detto che le poesie d’amore debbano essere tutte fiori e immagini aggraziate? La parola poetica è fatta per accendere la realtà, non per farle il fotoritocco. Così qualche volta siamo un po’ spietati perfino con l’amato, nascono in fondo da una tenera presa in giro i soprannomi più belli che si danno gli innamorati. Ed ecco la memorabile “Signorina Felicita, ovvero la Felicità” di Guido Gozzano, con la sua malinconica ironia piemontese. Come sconvolgevano il mondo quegli occhi “d’un azzurro di stoviglia” dopo tante danunziane “gelide virgo preraffaellite”! Anche il nostro Guido le sognava, ma proprio come accade eccolo a stupirsi… la felicità arriva come una inaspettata Signorina Felicita, che più la guardi e più diventa bella. La prossima volta che darete un soprannome buffo sappiate che siete andati più vicini alla poesia di quanto crediate.

 

 

 

 

Categorie: Versi diversi

Una buona notizia: stanno per partire i nuovi seminari di Laurana Editore curati da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati (che è con noi, qui su Hounlibrointesta, ogni lunedì).

Appuntamento a Milano, presso lo Spazio Melampo (via Tenca 7, MM Repubblica), il 22-23 ottobre, con il week end su “Come trasformare in narrazione la propria vita”, mentre il 29-30 ottobre saranno di scena “L’autore e l’editore alle prime armi”.

 

Cliccate qui per il programma completo. E scrivete a bottega@laurana.it per ogni informazione.

 

Se siete a Milano oggi: presso lo Spazio Melampo (via Tenca 7, MM Repubblica) si festeggia il primo anno in libreria di Laurana Editore con “Happy birthday, mr Laurana!” insieme a Giulio Mozzi e Valter Binaghi, Gilberto Squizzato e Alessandro Zaccuri, ore 17,  per “Basta parlare di sesso: parliamo di Dio!”; a seguire, ore 18.30, Alessandro Bertante e Gianni Biondillo, Daniele Giglioli e Luigi Mascheroni dialogheranno con Gabriele Dadati a proposito di “La letteratura italiana è morta, viva la letteratura italiana!”. Per saperne di più, cliccate qui.


Non fare come tutti! Sii creativo… da Vibrisse, il bollettino di scritture e letture curato da Giulio Mozzi.

 

 

P.S. Ci tengo anche a ricordarvi che sono sempre on line le lezioni  – utilissime, divertenti – di Giulio Mozzi.

 

 

Per seguirle, basta cliccare qui.

 

Categorie: appuntamento

Eccoci alla quarta puntata della rubrica Le giornate di un editor. Ogni venerdì su Hounlibrointesta potremo seguire Elisabetta Migliavada, direttore della narrativa straniera della casa editrice Garzanti, e vedere da vicino com’è il lavoro di un editor.


 

 

 

LE GIORNATE DI UN EDITOR: Gli angeli dell’editoria di Elisabetta Migliavada

 

Torno in ufficio dopo un giro di festival di settembre che, come sempre, è stato bellissimo ed emozionante. Tra Mantova, Pordenone e Roma i libri hanno camminato fuori dalla casa editrice, hanno preso la loro strada. Anche io ho camminato e infatti ho male a un piede. Ma anche al gomito, a un mignolo, al collo e a un orecchio. Ah dimenticavo, oggi mi fa male anche un dente. Ma si sa, io ho addosso l’argento vivo di un’ottantenne.
Sono le nove: la mia scrivania, che ormai conoscete, è coperta da un mucchio selvaggio di dattiloscritti, prove colore, staffette, fotocopie di classifiche straniere, giornali. Apro Outlook: sono stata via tre giorni, il programma scarica 340 email.
Per chi come me segue la narrativa straniera settembre è un mese caldissimo.
La Fiera del libro di Francoforte, uno degli appuntamenti più importanti per l’editoria di tutto il mondo, è alle porte. E questo è il periodo in cui riceviamo più dattiloscritti inviati dagli agenti e dagli editori stranieri. L’orda maggiore arriva dai paesi anglosassoni, dall’America e dall’Inghilterra, perché è da lì che in Europa e in Italia si traduce di più. Ma negli ultimi tempi si sono imposti anche Spagna, Germania, Francia e naturalmente i paesi scandinavi.
Dovrei leggerli tutti subito. Ma ci sono anche altre cose da fare. La grafica mi invia quattro prove di copertina e mi chiede che titolo abbiamo scelto per un altro romanzo su cui deve lavorare. Ho in mente qualche proposta ma prima mi voglio confrontare con i colleghi (per la scelta di una copertina o di un titolo il confronto collettivo, ho imparato in questi anni, è fondamentale, quello che non vedi tu lo vedono gli altri e viceversa). Devo approvare un depliant (ne parleremo, ma un depliant serve per presentare un libro ai librai che ne dovranno prenotare le copie). L’ufficio stampa mi scrive il piano di lancio per il prossimo autore in visita in Italia. L’ufficio tecnico sollecita il testo per una fascetta. E c’è una traduttrice che ha bisogno di parlarmi di alcune espressioni intraducibili del libro su cui sta lavorando. Mi ricordo poi che devo scrivere una bandella, cioè i testi dei risvolti della copertina.
Ma quando mai potrò leggere i dattilo che sono arrivati? Leggi di più..

Categorie: Le giornate di un editor