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Ho un libro in testa

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì pomeriggio. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.
Nota: è appena uscito un libro che contiene un racconto di Barbara: Non è un paese per donne
(Mondadori).

 

 

 

Ci sono libri che ti entrano nel cuore e nel cervello, che si depositano nella coscienza e ti accompagnano. Credo che questo Lettere ai figli di Antonio Gramsci (edizioni ed.it) sia uno di quelli.

 

L’editore – un piccolo, prezioso editore – ha raccolto le lettere che Gramsci scrisse ai figli Delio e Giuliano (a loro direttamente o a un membro della famiglia – la moglie Giulia, la cognata Tatiana, la madre -, ma che sempre hanno come “tema” i suoi figli) durante il lunghissimo periodo trascorso in carcere.

 

Gramsci il filosofo, Gramsci lo studioso, Gramsci il politico. E’ tutto qui, racchiuso nel Gramsci padre che assiste, da lontano, alla crescita dei propri figli e ne vuole vivere ogni istante pur nell’impossibilità della condivisione fisica e quotidiana.

Racconta dei suoi ricordi da bambino, delle passioni, della vita in cella, di rose e violette, di Storia e ideali, e lo fa con tenerezza e umorismo e amore infinito.

 

Nella bellissima introduzione di Neri Marcorè, si legge: “In quel nefasto periodo di violenza e terrore molte persone colpevoli solamente della propria intelligenza e dignità inflessibile pagarono con la vita la difese del diritto, proprio e altrui, di esprimere idee. Ma, si sa, le idee sopravvivono agli uomini e questo dimostra che una mente continua a brillare anche quando si tenta di soffocarla in un’umida cella carceraria [...]” Ed è proprio così che accade con taluni uomini e donne: continuano a vivere negli altri e in ciò che hanno conquistato. Non bisogna abbassare la guardia, mai, e ricordare, sempre. Per questa ragione Lettere ai figli è importante, perché è un libro per ragazzi e i ragazzi devono sapere che i diritti di cui godono qualcuno li ha pagati con la vita e devono essere protetti e vigilati, sempre.

 

Voglio scrivervi solo brevi stralci di queste missive e invitarvi a fare passaparola e regalare a un giovane questo libro. Perché è tenero e importante, perché è una testimonianza di vita e intelligenza, perché nessuna morte potrà mai far tacere un essere umano.

 

[20 maggio 1929]

Caro Delio [Delca] (il figlio maggiore),

ho saputo che vai a scuola, che sei alto ben 1 metro e 8 centimetri e che pesi 18 chili. Così penso che tu sei già molto grande e che tra poco tempo mi scriverai delle lettere. (…) So che costruisci aeroplani e treni e partecipi attivamente all’industrializzazione del paese, ma poi questi aeroplani volano davvero e questi treni corrono? Se ci fossi io metterei la sigaretta nella ciminiera, in modo che si vedesse un po’ di fumo! (…)”

 

[26 agosto 1929]

Cara Tatiana (la cognata),

ho ricevuto la fotografia dei bambini e sono stato molto contento, come puoi immaginare. Sono anche molto soddisfatto perché mi sono persuaso con i miei occhi che essi hanno un corpo e delle gambe: da tre anni vedevo solo delle teste e era cominciato a nascere il dubbio che essi fossero diventati dei cherubini senza alette agli orecchi. Insomma ho avuto una impressione di vita più viva. (…)

 

[15 giugno 1931]

Carissima mamma,

(…) tu non puoi immaginare quante cose ricordo in cui tu appari sempre come una forza benefica e piena di tenerezza per noi.

Se ci pensi bene le questioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e dell’inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all’altra, in movimento perpetuo (…).

 

[senza data]

Carissimo Delio,

mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto.

(…) Io penso che la storia ti piace come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanto più uomini possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa (…)”

 

E sempre, ogni lettera scritta ai figli e ai famigliari, termina con “ti abbraccio”. Un desiderio fisico, un’esigenza, un sogno. Non realizzato perché morì in carcere, solo per aver osato pensare.

 

Vi lascio con una sua ultima, spiazzante riflessione: “… il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me.”

 

 

 

Categorie: La Lettrice Innamorata

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