Ho un libro in testa

Archivio: ottobre 2011

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

 

Sapete voi perché ognun non accende,
e non empie d’amore,
l’infinita beltà del mio signore?
Però ch’ognun, com’io, non la comprende,
a cui per sorte è dato
vedervi quel, ch’a tant’altri è vietato;
ché, se non fosse ciò, le pietre e l’erbe
spirerebbeno ardore,
e girian di tal fiamma alte e superbe.

 

Gaspara Stampa

 

 

 

La cosa bella della poesia d’amore è che dice sempre le stesse cose. O meglio, riesce secolo dopo secolo, a dire in modi sempre nuovi le solite, antichissime e sempre uguali cose innamorate. Abbiamo visto i poeti del ’900 ed i contemporanei raccontare la bellezza con immagini insolite. Oggi a spiegarci il miracolo di tutte le signorine Felicite arriva da 5 secoli addietro Gaspara Stampa. Quanti di noi hanno il super potere che lei ci racconta: quello di vedere bellissimo qualcuno. Perché non si innamorano tutti del suo amore? Perché solo a lei è dato di vedere in lui quello che ad altri è vietato. E per fortuna perché altrimenti si innamorerebbero di lui anche i sassi! Gaspara nel ’500 dice una cosa così quotidiana: quanti di noi sono gelosi per paura che tutti vedano quello che noi vediamo? E chi può dire se i più ciechi siamo noi, che vediamo ancora su un viso anche l’adolescenza che non c’è più, o piuttosto tutti gli altri, che non avendola vista ed amata, per fortuna non possono vederla.

 

 

 

Categorie: Versi diversi

Eccoci alla nuova puntata della rubrica Le giornate di un editor. Ogni venerdì su Hounlibrointesta potremo seguire Elisabetta Migliavada, direttore della narrativa straniera della casa editrice Garzanti, e vedere da vicino com’è il lavoro di un editor.

 

La mia scrivania. Per saperne di più, vai alla prima puntata.

 

 

LE GIORNATE DI UN EDITOR  Immaginate una storia e raccontatemela in tre righe: l’avventura continua di Elisabetta Migliavada

 

Una volta le storie si raccontavano e si tramandavano riunendosi attorno a un fuoco.
Ci si trovava la sera o la notte e ci si scaldava con favole, aneddoti o brevi narrazioni che nascevano lì, in quel momento, oppure provenivano da paesi vicini e meno vicini e passando di bocca in bocca si ingigantivano, alteravano, arricchivano… Oppure erano storie che, immutabili, si passavano di generazione in generazione. Quelle storie divertivano, intrattenevano, sorridevano alla mente e al cuore.

Ma non solo. Erano anche un modo per stare uniti, per affermare la propria identità collettiva, per rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo.

Bene: una volta c’era il fuoco e adesso c’è il blog.

Siete stati davvero molti a immaginare una storia in tre righe e vi ringrazio. Vedere tanta partecipazione, tanto entusiasmo, è meraviglioso. Dato il successo dell’iniziativa, abbiamo pensato di darvi una settimana in più. Scrivete ancora, immaginate ancora, e poi…

Poi sarete voi a scegliere la storia che intraprenderà il viaggio con me. Già alcuni di voi lo stanno facendo esprimendo la propria preferenza!

Nel prossimo post dunque raccoglieremo tutte le storie e faremo scegliere a voi la migliore. E poi inizierà il viaggio.

Immagineremo che dietro a quelle tre-righe-tre di storia ci sia un libro. Individueremo quali sono i punti forti, gli elementi su cui puntare per lanciarla. Questo ci servirà per trovare un titolo, per pensare a che cosa mettere sulla copertina e per immaginare un lancio marketing e uno stampa.

Queste attività sono le basi di ciò che si chiama ‘publishing’, ed è una parte consistente ed importante del lavoro che faccio tutti i giorni. Certo, tutto parte dal leggere e dallo scegliere i libri, ma non si esaurisce in questo: si tratta appunto di un viaggio con tappe ben definite, un percorso di avvicinamento del manoscritto ai lettori.

Credo che questo esercizio, quello di immaginare una storia in tre righe e non una di più, sia fondamentale anche per chi si cimenta nell’arte della scrittura. Avere in testa una linea narrativa è un faro che manda segnali mentre scrivi e ti permette di non perdere la rotta.

Pronti, dunque, a riprendere la vostra rotta?

p.s. tre righe sono poche? Provate a vedere qui. Le mie preferite?

 

Gown removed carelessly. Head, less so.

- Joss Whedon

 

Machine. Unexpectedly, I’d invented a time

- Alan Moore

Categorie: Le giornate di un editor

Oggi si parla di un grande autore dimenticato. Cronache dalla libreria è qui, su Hounlibrointesta, ogni giovedì pomeriggio.

 

 

CRONACHE DALLA LIBRERIA: raffinati intellettuali di Monica Zanfini

 

 

Avere sulle spalle tanti anni di lavoro in libreria ha tanti vantaggi, primo tra tutti che non si corre il rischio di annoiarsi, e qualche svantaggio: quello di fare, talvolta, il “tappabuchi” sostituendo i colleghi di altri reparti. Però, alla fine, non è male perché si riesce ad avere una visione allargata della produzione editoriale.

Durante una sostituzione al reparto di saggistica ho scoperto le letture dei miei giovani colleghi che, devo dire, rappresentano bene il loro settore. Leggono solo testi difficilissimi di filosofia o di scienza della politica, in più sono tutti altamente scolarizzati: ogni tanto, per scherzare, li chiamiamo “raffinati intellettuali”.

Dunque, sul desk dei “raffinati intellettuali” mi sono imbattuta in una copia di  un vecchio libro di Paolo Volponi, Memoriale: pubblicato nel 1962 è stato sempre ristampato. I colleghi mi hanno spiegato che si stanno dedicando alla lettura dei suoi romanzi attirati da un articolo uscito sull’ultimo numero di Alfabeta 2.

Mi procurerò senz’altro la rivista, perché Volponi, ben due volte vincitore del Premio Strega, mi sembra sia stato dimenticato, anche se nel 2010 Einaudi ha ripubblicato Le mosche del capitale, un romanzo davvero profetico, rileggendolo alla luce degli eventi attuali.

Devo dire che questa attenzione mi ha fatto piacere: i romanzi di Volponi sono stati tra le letture dei 40 anni e li ho letti quasi tutti. Corporale no, non ce l’ho fatta, quello andava oltre la mia umana comprensione. Ma alla fine, quello che ho amato di più è il Volponi delle Cantonate di Urbino, finalmente tornato da poco in libreria.

 

 

 

Per ascoltare Paolo Volponi, clicca qui.

Categorie: Cronache dalla libreria

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì pomeriggio. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 

 

LA LETTRICE INNAMORATA e La stracciata pazzia di Stefano Bernazzani (Mobydick)

 

Stefano Bernazzani ha riportato parole come “fabbrica”, “operai”, “sindacato”, “padroni”, “sciopero”, “lavoro” dentro la narrativa italiana.

Trovare queste parole in un romanzo e non sui giornali o alla radio e alla televisione, fa un certo effetto.

Leggere una storia che ruota attorno alla vita di tre giovani – due operai e uno studente -, amici da sempre e che dovranno fare i conti con un evento più grande di loro, legato proprio alla fabbrica dove i due giovani operai lavorano, fa ancora più effetto.

Perché questa storia siamo noi.

Vincenzo, Davide, Giovanni e poi Lucia, Valentina, Piero, Giuseppe, siamo noi.

Noi siamo questo mondo del lavoro che ci si sta sgretolando tra le mani, siamo un futuro incerto e buio, siamo sogni che non hanno il coraggio di essere sognati, siamo arrivati senza essere mai partiti.

 

“Così cominciò a lavorare al reparto saldatura, e con il primo stipendio affittò un piccolo appartamento arredato (…) Quello era stato il periodo più felice della su vita. (…) Adesso gli pareva incredibile, eppure c’erano voluti sette anni perché iniziasse a rendersi conto della realtà, e solo grazie alle prime contraddizioni. (…) Innanzitutto la produzione della SI-TEC si era stabilizzata ma i ritmi di lavoro continuavano a crescere anche a scapito della qualità. Si era perso il sincronismo tra i reparti (…) Poi avevano bloccato gli straordinari e subito dopo era sparito il premio di produzione, con la promessa che avrebbero rivisto i parametri. Quindi c’era stata la chiusura estiva per cinque settimane anziché tre, senza che dalla fabbrica uscisse una sola scheda in meno rispetto al passato. L’unica cosa in meno erano i dipendenti, perché quelli che andavano in pensione non venivano sostituiti. E infine erano cominciate a circolare le voci sulla cassaintegrazione, in coincidenza con la crisi economica mondiale (…)”

 

Questi uomini e queste donne con le loro vite in apparenza tranquille, senza grandi scosse, ma nella realtà segnate da eventi incancellabili e importanti, siamo noi.

 

È una storia di valori: l’amicizia, prima di tutto. “Presi singolarmente, tutti e tre, dovevano essere ragazzi normali (…) eppure Vincenzo pensava che erano ragazzi speciali, e che il loro segreto risiedesse nella particolare ricetta che li aveva trasformati in gruppo (…) il cui ingrediente principale era una massiccia dose di complicità (…) era qualcosa che riguardava la fiducia, la reciprocità, la certezza di atterrare sul morbido (…)

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Categorie: La Lettrice Innamorata

Eccoci alla terza puntata de La cassetta degli attrezzi. Davide Musso lavora come editor. Ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di racconti Vita di traverso, finalista al Premio Tondelli 2009. Scrive di libri su “Blow Up”, “Pulp”, “Terre di mezzo-street magazine”, e cura la webzine letteraria “le parole necessarie”.
Davide è qui con noi su Hounlibrointesta il mercoledì, ogni quindici giorni.

 

 

 

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI Letture, scritture, lavoro editoriale
di Davide Musso

 

Se sai come iniziare, andrà tutto bene
Tempo fa ho pubblicato un libro di interviste – una faccenda di lavoro: dopo anni di giornalismo, sto iniziando a muovermi in ambito editoriale e il mio capo mi suggerisce di imparare da colleghi che hanno molta più esperienza di me. Così decido di intervistare una manciata di editor e di agenti letterari. È istruttivo e divertente. Tranne in un caso: uno degli intervistati – forse uno degli editor più esperti e potenti oggi in Italia (non provateci: non vi dirò mai di chi si tratta) – in due o tre occasioni mi fa notare che la domanda che gli ho appena fatto non è degna di risposta. E a quelle domande, coerentemente, non risponde.
Anzi, mi correggo: col senno di poi anche quelle non-risposte sono state a loro modo istruttive. Ma non è quello che ho pensato sul momento, se riuscite a immaginare cosa intendo.
Insomma, per farla breve: tempo dopo mi imbatto in un’altra intervista che, a un certo punto, presenta il seguente scambio:

 

Intervistatore: “Trova facile passare da un progetto letterario a un altro o va avanti per terminare quello che ha iniziato?”

Intervistato: “Il fatto che io interrompa dei lavori seri per rispondere a domande del genere dimostra che sono così stupido che dovrei essere punito severamente.”


Ora, se pensate che l’intervistatore si chiamava George Plimpton, giovane direttore dell’altrettanto giovane Paris Review fondata nel 1953, cioè appena cinque anni prima di quell’intervista, e che l’intervistato era Ernest Hemingway – be’, converrete che a me è andata di lusso.

Questo per dire che nella vita c’è sempre da imparare, ma soprattutto che se amate scrittura e scrittori non dovreste perdere neanche una riga della suddetta rivista. In quasi sessant’anni ha intervistato tutti i grandi della letteratura mondiale (e americana in particolare) e il suo archivio è una vera miniera d’oro: le interviste originali sono tutte online, divise per decadi (quella a Hemingway, in particolare, è qui), e se non masticate l’inglese, niente paura: Fandango ha già pubblicato in italiano tre dei quattro volumi che raccolgono le migliori interviste uscite nel tempo.
In chiusura vi lascio con qualche altro scambio del duo Plimpton/Hemingway, ormai rodato (perché ho scelto proprio questi brani? Ritengo sia meglio essere severi e pignoli con il proprio lavoro, e provare a darsi delle regole. E non perdere la speranza):

 

Plimpton: “Quale crede sia il miglior esercizio intellettuale per l’aspirante scrittore?”

Hemingway: “Diciamo che dovrebbe uscire e impiccarsi, perché si rende conto che scrivere bene è una cosa incredibilmente difficile. Poi dovrebbe essere tirato giù senza pietà e costringersi a scrivere meglio che può per il resto della sua vita. Almeno avrà la storia dell’impiccagione dalla quale cominciare.”

 

Plimpton: “Quando rilegge il brano che ha smesso di scrivere il giorno prima, riscrive qualcosa? O questa è una fase che arriva più tardi, quando ha finito tutto?”
Hemingway: “Riscrivo sempre, ogni giorno, fino al punto in cui mi ero fermato. Quando è tutto finito naturalmente ci torni sopra. Hai un’altra possibilità di correggere e riscrivere quando qualcun altro lo batte a macchina. Un’altra possibilità sono le bozze. E sei grato per tutte queste possibilità”.

 

Plimpton: “Quante volte riscrive?”
Hemingway: “Dipende. Ho riscritto la fine di Addio alle armi, l’ultima pagina, trentanove volte prima di essere soddisfatto”.

 

Plimpton: “Ma capita che  l’ispirazione le manchi del tutto?”
Hemingway: “Naturalmente. Ma se hai smesso di scrivere quando sapevi già quello che sarebbe accaduto dopo, allora puoi continuare. Finché sei in grado di iniziare, allora va tutto bene”.

 

 

[La traduzione approssimativa è mia, dio mi perdoni. Così come la foto qui sopra, e anche per questa dovrei cospargermi il capo di cenere: nella realtà è il soffitto di un ascensore, ma a me fa pensare alla centrifuga in cui a volte chi scrive – chi vive – viene trascinato suo malgrado.]

 

 


Categorie: La cassetta degli attrezzi

Inizia la nuova puntata del corso speciale per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
Per leggere tutte le puntate precedenti, vai a Categorie: Il corso di scrittura.
Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

 

 

 

20° PUNTATA
TERRITORI INESPLORATI – LA RISCRITTURA

di Elena Varvello

 

Scrivere vuol dire riscrivere: proviamo a ripartire da qui.

Come vi dicevo la volta scorsa, il punto è rendere quel che si è scritto al meglio delle nostre possibilità; è questo, alla fine, ciò che dà senso a quel che facciamo, ciò che lo rende così bello e importante. Guardare in faccia la frustrazione e poi alzare la posta. Rileggere, dopo essersi disposti alla calma. Cercare di affrontare le pagine, ciascuna pagina, con lucidità. Darsi del tempo. Ricordarsi che quelle parole che ci sono sembrate così misere e deboli sono tutto ciò che abbiamo, una tela il cui disegno, pennellata dopo pennellata, si farà man mano più chiaro.

Questa cosa della tela potrebbe tornarci utile, in effetti. Provate a pensarci un istante. Immaginate che il vostro racconto (o il vostro romanzo) sia un disegno, tratti di matita o di carboncino. Immaginate d’averci lavorato con impeto, perché avevate in testa una visione e dovevate tradurla, darle vita e corpo su un foglio bianco. Ecco, avete finito, e ora il disegno è lì, davanti a voi, e vi viene da pensare: è tutto qui? Be’, quel che vorrei dirvi è: guardatelo bene. Fate un passo indietro, allontanatevi un po’. L’impeto deve lasciare il posto alla calma, alla lucidità. È una questione di proporzioni, capite?, singoli tratti che compongono la vostra figura e su cui voi potete, dovete, intervenire.

Fate ancora un passo indietro, se serve, trovate la vostra distanza, quella che vi consente uno sguardo d’insieme. Cercate di valutare con calma, appunto, e con lucidità il disegno che vi sta davanti. Che cosa manca? Che cosa, invece, è eccessivo? Cosa potrei cancellare? Cosa potrei aggiungere? – perché riscrivere non vuol dire soltanto cancellare, buttare via, liberarsi di ciò che è ridondante, ma anche rendersi conto che potrebbe invece mancare qualcosa, e cercare di capire di cosa si tratti.

Prima di tutto, però, è necessario, e questo è evidente, aver terminato il disegno.

Intendo dire che è necessario avere di fronte a sé una prima stesura, aver tradotto la nostra visione in parole, avere un inizio e uno sviluppo e un finale. Una prima stesura imperfetta, lacunosa, eccessiva, zoppicante, ridondante, frettolosa, troppo dettagliata, poco dettagliata, imprecisa, confusa, sbilanciata, enfatica, monca, e tutto ciò che, ancora e di più, potreste pensarne. Tutto ciò a cui dovete arrendervi, non c’è altro da fare. Perché sì, a questo punto serve proprio una resa. Intendo dire che bisogna sapersi arrendere alla constatazione dei propri limiti, come già vi accennavo. Intendo dire che la domanda “è tutto qui?” è dolorosa ma indispensabile. Una resa che non deve essere vissuta come una sconfitta, questo è il segreto. Una resa che non comporta il deporre le armi (pensare cioè che non saremo mai capaci di scrivere, e che abbiamo sbagliato tutto) quanto piuttosto il cominciare ad usarle.

È quanto di meglio ci possa accadere, credetemi.

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Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello

Mentre attendiamo l’uscita del film One Day tratto dal suo best seller, David Nicholls ci racconta Le domande di Brian (BEAT).

 

 

VI RACCONTO COME HO SCRITTO “LE DOMANDE DI BRIAN” di David Nicholls



Come molti romanzi d’esordio, Le domande di Brian è una storia di formazione, ma anche il più autobiografico dei miei libri. L’ispirazione mi è venuta da un programma televisivo, University Challenge, che seguivo fin da bambino, un quiz per gli studenti eccentrico e piuttosto vecchia maniera. Da ragazzino, non avevo idea di cosa facesse davvero uno “studente”. Di certo non mi sarei mai aspettato di arrivare anch’io all’università. Quando finalmente mi ci ritrovai, a studiare Inglese e arte drammatica nel 1985, l’esperienza mi lasciò tanto stupefatto quanto euforico. La confusione di quel periodo della mia vita, gli errori idioti e le cotte strappacuore, le umiliazioni e le delusioni, ma anche i piccoli occasionali trionfi, di quei primi anni di vita adulta mi hanno fornito le basi per l’elemento commedia del romanzo.

Brian Jackson è un fanatico dei quiz, un goffo, maldestro e pretenzioso adolescente, un figlio della classe operaia dotato di un’incredibile cultura generale ma praticamente privo di qualunque esperienza della vita reale. Solo poche ore dopo essere arrivato all’università, si innamora perdutamente e senza speranza di una bellissima aspirante attrice, Alice Harbison. Così, quando i due si ritrovano nella stessa squadra di quiz, lui si propone di conquistarla servendosi attentamente della sua immensa conoscenza dei fatti.

Le domande di Brian è il più comico dei miei libri. Volevo scrivere qualcosa che speravo fosse divertente a ogni singola pagina. E Brian, questa specie di eroe, è uno dei miei personaggi preferiti. Benintenzionato ma inetto, molto informato ma anche penosamente sciocco com’è, spero che risulti tanto irritante quanto simpatico. Mentirei se dicessi che non c’è niente di me da giovane in questo personaggio. In effetti, parlando in generale, più il suo comportamento è stupido e più è probabile che sia basato sulla vita reale. Spero però che rimanga simpatico, nonostante i tanti difetti, e spero che il libro evochi dei ricordi di quei momenti goffi, romantici e divertenti che tutti abbiamo vissuto al limitare della vita adulta.

 

 

David Nicholls

 

 

 

 

Categorie: vi racconto il mio libro

Vanni Santoni ci racconta come sono nate l’idea e la trama del suo nuovo romanzo Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza).

Chi è l’autore Vanni Santoni (1978) ha pubblicato Personaggi Precari (RGB) e Gli interessi in comune (Feltrinelli). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva.

 

 

COME HO SCRITTO “SE FOSSI FUOCO, ARDEREI FIRENZE”  di Vanni Santoni


L’idea di questo libro non è venuta fuori facilmente. Venni contattato da Laterza, mi chiesero specificamente di scrivere un libro per Contromano. La collana mi piaceva molto e accettai subito. Di primo acchito feci loro una proposta un po’ giornalistica. Me la bocciarono. Allora mi spostai su qualcosa di più saggistico, sulla linea di molti libri della collana. Mi bocciarono anche questa seconda proposta. In entrambi i casi avevano ragione: erano debolucce. Pensai allora che l’unica cosa che mi rimaneva era fare quello che (probabilmente) so fare meglio, cioè i romanzi. Buttai giù una trentina di pagine di un ipotetico romanzo ambientato a Firenze, che avesse la città come vera protagonista; da lì scelsi qualche pagina di esempio e ci costruii intorno la proposta. Me la approvarono.

Era solo l’inizio, in quanto il romanzo era appena abbozzato: da lì cominciai a scrivere capitoli sparsi, lavorando innanzitutto sulle suggestioni estetiche delle zone di Firenze a me più care. Quando ebbi per le mani una decina di capitoli, iniziai a vedere le linee di collegamento e a tesserle tra loro. Capii che avebbe dovuto essere un romanzo con molte storie di pari peso, fittissimamente intrecciate. Via via che ci lavoravo, dai buchi nell’ordito capivo quali parti mancavano, e dal lavoro su di esse nascevano tanto le idee successive quanto l’idea unitaria, il quadro complessivo del romanzo.

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Categorie: vi racconto il mio libro

Gabriele Dadati è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni lunedì.

 

 

 

 

 

CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 

Giovedì scorso ho pranzato con una persona che a un certo punto, mentre trotterellavamo dal ristorante verso il suo ufficio, mi ha chiesto: “Ma tu, insomma, da cosa sei ossessionato? Come letteratura, come musica, come arte, cosa ti ossessiona?”
Io, che ormai da tempo faccio fatica anche solo ad abbandonarmi alle cose, figuriamoci lasciarmi ossessionare, ho detto: “Mah, una cosa in effetti c’è. Io sono tanti anni ormai che compro e ascolto i dischi dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che vado a tutti i loro concerti che capitano a tiro, che leggo le graphic novel bellissime fatte dal cantante, Davide Toffolo”.
“Capito. E invece come letteratura?”
“Da niente mi sa. Ah no, anche qui una cosa c’è: come tutti, quando l’ho letta, mi sono sentito in balia della prosa di Thomas Bernhard”.
La persona con cui ero ha annuito.
Ora, si sappia che la prosa dei romanzi di Thomas Bernhard (è bene specificare dei romanzi, perché il teatro è tutto diverso) è fatta più o meno così: c’è una prima frase, poi ce n’è una seconda che riprende la prima, ricalcando in parte la sua semantica e aggiungendo qualcosa di nuovo, poi viene una terza che intrattiene uno stesso rapporto di somiglianza con la seconda e a sua volta rappresenta un piccolo slittamento in avanti, e poi una quarta simile ma diversa dalla terza e così via fino a fine romanzo. Risultato: i romanzi di Thomas Bernhard sono costituiti di solito da un solo lungo paragrafo che va da pagina uno a pagina x, quando poi finiscono. Una prosa fatta come una catena, dove ogni frase è un anello che per metà copre il precedente e per metà si offre al successivo. Un’unica, grande colata lavica di testo. Che procede lenta, che procede inesorabile.
Per questo motivo, forse, il romanzo più interessate di Bernhard è Gelo, quello con cui ha esordito (l’ha ristampato nella bella collana “Letture” Einaudi nel 2008). Non il più bello, ma il più interessate. Qui, non avendo ancora perfezionato la tecnica mirabile di cui s’è detto, riusciamo più facilmente a entrare nel laboratorio della prosa. I monologhi del pittore pazzo Strauch, nel suo esilio montano, sono almeno divisi per giornate-capitolo, e in ogni giornata-capitolo c’è una articolazione in paragrafi, c’è un minimo ricorso ai dialoghi. E dunque Gelo – che non è bello come Il soccombente, come La cantina, come Antichi maestri, come A colpi d’ascia – tuttavia si rivela il più credibile avviamento alla lettura di tutto Bernhard, l’unico suo libro ossessionante con dentro un quantitativo di ossessione accettabile.
Quindi, poiché è una fortuna venire investiti dall’ossessione di questa prosa e provare con forza a fronteggiarla, si parta da Gelo.

 

 

 

Categorie: Catene di smontaggio

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

 

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…
comprimimi discioglimi tormentami…
infiammami programmami rinnovami.
Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami.

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domami, sgominami poi sgomentami…
dissociami divorami… comprovami.

Legami annegami e infine annientami.
Addormentami e ancora entra… riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami.

 

Patrizia Valduga
da Medicamenta (Guanda 1982)

 

 

 

Quando nei laboratori di poesia i ragazzi mi dicono che non leggono per non copiare, gli dico “bene, così anziché copiare da un grande poeta senza accorgertene copierai dalla pubblicità”. Lavoro sempre con la tv in sottofondo… l’altro giorno qualcosa mi urta i nervi. “Guardami, toccami, accarezzami, sussurrami, prendimi, scuotimi, incitami, venerami, esaltami…” È la pubblicità di una macchina. Qui c’è sicuramente un pubblicitario con il vezzo della letteratura, perché la macchina ha un nome shakespeariano e l’anno scorso lo slogan diceva “sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni”. Allora dovevate chiamarla Mab, avevo pensato … oppure perché non dire direttamente “Oh, sorgi bel sole, e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia, perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.” La pubblicità strizza l’occhio alla poesia da sempre, ma non si fida di lei fino in fondo. Eppure quest’anno già che c’erano potevano davvero usare la poesia originale anziché riscriverla peggio… Quando vi passerà davanti quella pubblicità ricordatevi di questi versi di Patrizia Valduga.

È un gioiello di erotismo questa poesia, ma nello stesso tempo è una grande prova di sapienza metrica. Erotismo e metrica sembrerebbero due parole che stridono insieme… E invece non è affatto così, entrambe hanno a che fare con il respiro. La differenza tra la poesia della Valduga e i verbi della pubblicità sta proprio in questo: il ritmo di questa poesia è forse troppo audace per mandarlo in tv. Ora come dice la pubblicità, provatela, leggete questi versi a voce alta a chi volete sedurre e vedete che effetto fa.

 

 

Categorie: Versi diversi