Ho un libro in testa

26ott
2011

Davide Musso: «Se sai come iniziare, andrà tutto bene»

Eccoci alla terza puntata de La cassetta degli attrezzi. Davide Musso lavora come editor. Ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di racconti Vita di traverso, finalista al Premio Tondelli 2009. Scrive di libri su “Blow Up”, “Pulp”, “Terre di mezzo-street magazine”, e cura la webzine letteraria “le parole necessarie”.
Davide è qui con noi su Hounlibrointesta il mercoledì, ogni quindici giorni.

 

 

 

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI Letture, scritture, lavoro editoriale
di Davide Musso

 

Se sai come iniziare, andrà tutto bene
Tempo fa ho pubblicato un libro di interviste – una faccenda di lavoro: dopo anni di giornalismo, sto iniziando a muovermi in ambito editoriale e il mio capo mi suggerisce di imparare da colleghi che hanno molta più esperienza di me. Così decido di intervistare una manciata di editor e di agenti letterari. È istruttivo e divertente. Tranne in un caso: uno degli intervistati – forse uno degli editor più esperti e potenti oggi in Italia (non provateci: non vi dirò mai di chi si tratta) – in due o tre occasioni mi fa notare che la domanda che gli ho appena fatto non è degna di risposta. E a quelle domande, coerentemente, non risponde.
Anzi, mi correggo: col senno di poi anche quelle non-risposte sono state a loro modo istruttive. Ma non è quello che ho pensato sul momento, se riuscite a immaginare cosa intendo.
Insomma, per farla breve: tempo dopo mi imbatto in un’altra intervista che, a un certo punto, presenta il seguente scambio:

 

Intervistatore: “Trova facile passare da un progetto letterario a un altro o va avanti per terminare quello che ha iniziato?”

Intervistato: “Il fatto che io interrompa dei lavori seri per rispondere a domande del genere dimostra che sono così stupido che dovrei essere punito severamente.”


Ora, se pensate che l’intervistatore si chiamava George Plimpton, giovane direttore dell’altrettanto giovane Paris Review fondata nel 1953, cioè appena cinque anni prima di quell’intervista, e che l’intervistato era Ernest Hemingway – be’, converrete che a me è andata di lusso.

Questo per dire che nella vita c’è sempre da imparare, ma soprattutto che se amate scrittura e scrittori non dovreste perdere neanche una riga della suddetta rivista. In quasi sessant’anni ha intervistato tutti i grandi della letteratura mondiale (e americana in particolare) e il suo archivio è una vera miniera d’oro: le interviste originali sono tutte online, divise per decadi (quella a Hemingway, in particolare, è qui), e se non masticate l’inglese, niente paura: Fandango ha già pubblicato in italiano tre dei quattro volumi che raccolgono le migliori interviste uscite nel tempo.
In chiusura vi lascio con qualche altro scambio del duo Plimpton/Hemingway, ormai rodato (perché ho scelto proprio questi brani? Ritengo sia meglio essere severi e pignoli con il proprio lavoro, e provare a darsi delle regole. E non perdere la speranza):

 

Plimpton: “Quale crede sia il miglior esercizio intellettuale per l’aspirante scrittore?”

Hemingway: “Diciamo che dovrebbe uscire e impiccarsi, perché si rende conto che scrivere bene è una cosa incredibilmente difficile. Poi dovrebbe essere tirato giù senza pietà e costringersi a scrivere meglio che può per il resto della sua vita. Almeno avrà la storia dell’impiccagione dalla quale cominciare.”

 

Plimpton: “Quando rilegge il brano che ha smesso di scrivere il giorno prima, riscrive qualcosa? O questa è una fase che arriva più tardi, quando ha finito tutto?”
Hemingway: “Riscrivo sempre, ogni giorno, fino al punto in cui mi ero fermato. Quando è tutto finito naturalmente ci torni sopra. Hai un’altra possibilità di correggere e riscrivere quando qualcun altro lo batte a macchina. Un’altra possibilità sono le bozze. E sei grato per tutte queste possibilità”.

 

Plimpton: “Quante volte riscrive?”
Hemingway: “Dipende. Ho riscritto la fine di Addio alle armi, l’ultima pagina, trentanove volte prima di essere soddisfatto”.

 

Plimpton: “Ma capita che  l’ispirazione le manchi del tutto?”
Hemingway: “Naturalmente. Ma se hai smesso di scrivere quando sapevi già quello che sarebbe accaduto dopo, allora puoi continuare. Finché sei in grado di iniziare, allora va tutto bene”.

 

 

[La traduzione approssimativa è mia, dio mi perdoni. Così come la foto qui sopra, e anche per questa dovrei cospargermi il capo di cenere: nella realtà è il soffitto di un ascensore, ma a me fa pensare alla centrifuga in cui a volte chi scrive – chi vive – viene trascinato suo malgrado.]

 

 


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