Ho un libro in testa

Archivio: novembre 2011

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì pomeriggio. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 


 

LA LETTRICE INNAMORATA e Scusate la polvere di Elvira Seminara (Nottetempo)


Maledizione. C’ero sempre riuscita, da professionista, a schivare perfettamente la vita. Vita in tutti i sensi, non solo batterico, dico. Cioè rumori, cattivi odori, confusione, bambini, supermercati, guasti, polveri, scorie. (…) Mi era venuto naturale, come sempre, resistere al caos, e far coincidere col tappeto il perimetro esatto della mia autonomia. (…) Sopravvissuta a ogni aggressione di felicità, ogni strofinio di voci troppo ravvicinate o, come le chiamate voi, emozioni.

 

Signore e signori, ecco a voi, in poche righe, il ritratto di Coscienza (detta Cosce, Enza, Scienza più un’altra variegata gamma di soprannomi), la protagonista del romanzo di Elvira Seminara Scusate la polvere.

 

Questo è uno di quei libri che ti viene voglia di leggerlo ad alta voce per ridere insieme a chi ti ascolta.

È uno di quei libri che la vostra Lettrice Innamorata – che ama far “parlare” i libri piuttosto che parlarci sopra – continuerebbe a sottolineare per riportarne citazioni.

È un libro che fa ridere e pensare e commuovere.

 

Coscienza è una neo-vedova che scopre, d’improvviso, che forse del marito non ha capito nulla (e nemmeno di se stessa). Insieme alle due amiche Alice e Mia, inizia un’improbabile indagine per recuperare ciò che sono state, sino a quel momento, le sue certezze: la solidità del proprio matrimonio e la fedeltà del marito.

Invece, un giorno Andrea, il marito, muore (non vi svelerò altro), e tutto cambia.

 

Elvira Seminara gioca con gli stereotipi, sovvertendo luoghi comuni, modi di dire, di vedere, di vivere. Lo fa con una scrittura leggera ma tagliente come un bisturi.

 

Dovremmo essere più difesi nelle città e nelle case, dal pericolo dei bambini, era un discorso che facevo spesso con mio marito. I bambini ti tagliano la strada, la sporcano con le merendine, levano spazio negli anziani nei parchi con quelle giostre preistoriche (che se ne fanno, non c’è la Play Station?), inquinano l’ambiente coi pannolini sporchi e minano le famiglie coi loro bisogni eccessivi. Ci sono un sacco di divorzi a causa dei bambini, perfino quando non ce ne sono, perché tormentano le coppie pure quando non nascono.

I bambini sono un pericolo continuo per la continuità delle specie adulta.

(…) E poi si danno un sacco di arie, ti isolano, parlano apposta di personaggi di cartoni che conoscono solo loro, sono egocentrici, ti sfottono perché sei lenta col cellulare, usano un sacco di parole inglesi per mortificarti, fanno spendere un sacco di soldi.”

 

Coscienza ci porta nel suo mondo di fragilità e sarcasmo, rabbia e dolcezza, amicizia e solitudine e noi non possiamo fare altro che seguirla, ridendo, consapevoli che Cosce un po’ ci somiglia.

 

“(…) è una vita che mi batto per la bellezza di dentro, quella che al massimo in tutta la tua vita riesci a mostrarla a cinque persone, inclusi l’orrendo compagno di IB e tuo marito.

Quella che mantenerla è una fatica, altro che massaggi o parrucchiere, tu devi lavorarci ogni giorno, è una specie di training che non finisce mai, una manutenzione del cervello continua (…)”.

 

Fidatevi della vostra Lettrice: di Coscienza e della sua corte dei miracoli vi innamorerete.

 

 

Categorie: La Lettrice Innamorata

I lettori si stanno trasformando, i libri si fanno sempre più digitali. E siccome non tutto il futuro vien per nuocere, Giulio Passerini ci spiegherà come usarlo al meglio. Sarà con noi il mercoledì mattina, ogni quindici giorni.
Giulio Passerini collabora come ufficio stampa per le Edizioni E/O, coordina per conto del CRELEB (Centro di Ricerca Europeo Libro, Editoria e Biblioteca dell’Università Cattolica) i progetti riguardanti l’editoria digitale e tiene un blog,
Who’s the reader?, su cui scrive di copertine e grafica editoriale.


 

 

È APERTO, CLICCHI PURE di Giulio Passerini


Scegliere un libro è una delle esperienze più semplici e belle che possano toccare a un lettore. Prendersi una pausa dalla frenesia quotidiana, entrare nel tempore di una libreria accogliente lasciando fuori il freddo invernale, lasciarsi abbracciare dal profumo di centinaia e centinaia di volumi in attesa di una mano curiosa che li colga dagli scaffali: finalmente del tempo per fare due chiacchiere con amici vecchi e nuovi, un tempo solo per noi, mentre tutto il resto rimane fuori da quella porta. E in un attimo siamo già fra gli scaffali col naso all’insù e le dita formicolanti fra i volumi, un po’ fiutando un po’ leggendo, lasciandoci guidare da vaghi ricordi di scuola, dalla recensione letta il giorno prima, o dalla voce del libraio alle nostre spalle paziente e rispettosa della nostra concentrazione. Quando la porta si chiuderà alle nostre spalle avremo un nuovo libro in borsa, magari due, facciamo tre; quasi certamente diversi da quelli a cui avevamo pensato entrando qualche minuto prima; l’inverno ci sembrerà meno freddo, e la forma decisa del libro contro gli angoli della borsa ci farà pregustare i cuscini del salotto e la luce morbida che accompagneranno le nostre letture della sera.

 

“Mi spiace, non abbiamo quello che cerca”. “Come scusi?”. “Il libro che mi aveva chiesto, quella ristampa intendo, purtroppo non lo abbiamo in negozio. Ma se vuole possiamo ordinarlo: in 15 o 20 giorni sarà di certo disponibile”. Perdinci. Ho annusato, formicolato, chiacchierato, leggiucchiato, ma il libro che cercavo proprio non ce l’hanno. Naso all’insù, ricordi di scuola, recensione letta sul quotidiano del giorno, ma il libro non è ancora arrivato. La voce del libraio, il profumo della carta, il tepore della libreria, ma purtroppo è un libro ormai fuori catalogo. Quante volte ci capita di andare in libreria entusiasti, armati delle migliori intenzioni, bramosi di pagine e pagine di grande letteratura per poi ritrovarci di fronte un libraio sconsolato, sinceramente dispiaciuto di non poterci aiutare? D’altronde non ci sono alternative: lo spazio che si trova a disposizione è limitato e deve essere sfruttato al meglio: qualche scaffale di pochi metri, alcune centinaia di volumi (qualche migliaia, se si tratta di una grande libreria), titoli di catalogo e best seller in misura variabile ma sempre tale da garantire un rapido ricambio sugli scaffali; libri la cui vita si consuma in pochi mesi.

 

E cosa resta da fare allora per quei lettori che non si ritrovano i riflessi di un centometrista? Non resta che cliccare. L’assortimento disponibile in una libreria online non è comparabile con quello di una libreria tradizionale in calce e mattoni (per quanto questa possa essere fornita): qualunque titolo in commercio si trova a non più di un clic di distanza dal nostro computer e le consegne possono essere effettuate talvolta in appena un paio di giorni; senza contare la possibilità di recuperare testi rari o fuori catalogo sui siti specializzati in commercio di libri antichi, aste online, o ancora sui siti dei singoli editori. Parlando di ebook, il tutto diventa ancora più rapido: un paio di clic e in pochi minuti il libro si trova nel nostro reader, pronto a tenerci compagnia per una rilassante serata di letture. Bellissimo, comodissimo, spesso anche economico.

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Categorie: I vestiti nuovi del lettore

Inizia la nuova puntata del corso speciale per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
Per leggere tutte le puntate precedenti, vai a Categorie: Il corso di scrittura.
Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

 

 

 

23° PUNTATA

TRAFIGGERE IL CUORE UNA PARENTESI
di Elena Varvello

 

Sempre qui, la mia vecchia mantella buttata sulle spalle e una tazza di tè senza zucchero. La tazza è sbeccata e il tè è ormai freddo, ma non importa. Ciò che importa è essere qui. Da questo punto di vista, ho tutto ciò che mi serve, non ho bisogno di altro. Sono qui, e immagino di parlare con voi. Non c’è niente di meglio, credetemi.

Sapete, sto pensando a ciò di cui vi ho parlato la volta scorsa. Ci sto pensando perché mi è venuta in mente una cosa. Uno scrupolo. Un dubbio, direi. Non so se sarò in grado di tradurlo in parole, ma mi pare che sia importante provare a farlo, prima di spingerci avanti.

Proviamo in questo modo, proviamo a trasformare lo scrupolo, il dubbio, in una domanda. La domanda è questa, direi: ciò di cui abbiamo parlato fino ad adesso è davvero così importante? È davvero così necessario? Trafiggere il cuore, intendo dire, cercare la propria musica, il proprio ritmo, scrivere e poi riscrivere e riscrivere ancora, raccontare le proprie visioni cercando la forma migliore, e lasciare che questa sia la nostra ossessione. Tutto ciò è davvero così necessario?

Lasciatemi fare un passo indietro, allora, lasciate che vi racconti una piccola cosa che mi riguarda. Ho scritto due libri, in questi ultimi sei anni, e sto lavorando al mio secondo romanzo. L’economia delle cose e La luce perfetta del giorno sono stati pubblicati, per mia fortuna, e, di questo, non posso che essere grata. Lo sono, sinceramente. La mia gratitudine è piena. Non avrei potuto desiderare di più. Ma è che, quando si pubblica un libro, ci si espone parecchio, diciamo così, e chi legge quel libro ha tutto il diritto di dire la sua. È per questa ragione che, in alcune occasioni, ultimamente, mi è parso di percepire qualcosa del genere (qui mi tocca semplificare, e me ne scuso, davvero, non lo farei se potessi): ma insomma, sei proprio sicura che sia questo ciò di cui la gente ha bisogno? Questo lavoro così minuzioso, questa ricerca di verità e di bellezza (non sto dicendo che io sia riuscita a trovarle, no, credetemi: sto dicendo soltanto che sono una di quelle persone che, per qualche misterioso motivo, ne sono costantemente alla ricerca, non possono proprio far altro, e accettano la possibilità del fallimento senza che questo cambi, per loro, una virgola).

La domanda è: non potrebbe essere tutto più semplice, in realtà?

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Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello

Le storie che leggiamo sono le stesse storie che leggono i pesci.
Se al posto della parola “acqua” metti “terra” e al posto della parola “terra” metti “acqua”, avrai la mappa esatta della letteratura che gira sul fondo marino.
Come Moby Dick, la storia dell’immenso elefante bianco.

 

 

Dal libro Nell’aldilà dei pesci di Chicca Gagliardo

 

 

 

Lettrice fotografata da Patrizia Traverso, autrice di Preferisco leggere (Tea).

 

 

Questo spazio si intitola VITE DA LETTORE perché i lettori vivono più vite. Patrizia Traverso e io (Chicca Gagliardo) cercheremo di foto-grafare, con le sue foto e le mie parole scritte, le meraviglie della lettura. Saremo qui ogni martedì mattina.

Per leggere le puntate precedenti, clicca in alto a destra su Categorie: Vite da lettore

 

Categorie: Vite da lettore

Gabriele Dadati è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni lunedì.

 

 

 

 

 

CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 

 

Tra le ossessioni letterarie che si possono avere, non è infrequente quella dovuta alla prosa del romanziere austriaco Thomas Bernhard. Tutti i suoi libri – a partire da Gelo, di cui si è scritto in tempi recenti – sono scritti in una maniera meticolosa che prevede che ogni frase ripeta in parte la precedente qualcosa tralasciando e qualcosa aggiungendo, e così di frase in frase si procede in maniera lenta e inesorabile fino all’ultima pagina. Se si entra in sintonia con una prosa del genere è la fine: tocca aprire la porta di casa e rassegnarsi a esserne invasi.

Bene, in Benhard convivevano lo scrittore ossessionante e l’uomo ossessivo. Lo si scopre bene leggendo Un anno con Thomas Bernhard. Il diario segreto (L’ancora del Mediterraneo, 2011) di Karl Ignaz Hennetmair, il resoconto quasi giorno per giorno dell’anno 1972, in cui Bernhard e Hennetmair furono amici e vicini. Quest’ultimo era l’agente immobiliare che nel 1965 aveva permesso allo scrittore di comprare casa e s’era poi preso, negli anni, il compito di vegliare su di lui: perché niente lo infastidisse, perché entrasse in contrasto col mondo il meno possibile. Del resto Bernhard aveva un carattere maniacale e una naturale scontrosità che gli rendevano difficile anche solo la vita quotidiana.

Leggendo il libro ci si rende conto di come debba essere stato difficile, per Hennetmair, scriverlo: lavoratore, padre di famiglia, con intere giornate a disposizione di Bernhard che lo porta con sé in lunghe passeggiate nel bosco e mangia più spesso a casa sua che nella propria. E in più, pronto ad accendersi d’ira, al solo sospetto che qualcuno potesse ritrarre la sua vita privata. Così Hennetmeir è costretto a mille sotterfugi per prendere appunti (a volte va in cucina a prendere un piatto per portarlo in tavola e si ferma un attimo in più per scribacchiare su fogli volanti; a volte è alla scrivania che trascrive documenti e deve mettere la moglie di sentinella, perché lo avvisi dell’improvviso arrivo di Bernhard; e così via) e davvero non si capisce, leggendo, come abbia fatto a scrivere così tanto. Forse di notte, rinunciando a dormire. Chissà.

Quello che resta è davvero notevole. Si scopre – ma lo si poteva immaginare – che le giornate di un grande scrittore sono spesso meno interessanti e varie di quelle di tutti gli altri uomini, che le sue ossessioni lo fanno vivere male, che le invidie lo mangiano ancorché acclamato. E così, mentre vediamo rimpicciolirsi sotto i nostri occhi il Bernhard uomo, sempre più vediamo giganteggiare l’artista.

 

 

Categorie: Catene di smontaggio

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

 

 

Sì, li ho amati quei raduni notturni:
i bicchieri ghiacciati sparsi sul tavolino,
l’esile nube fragrante sul nero caffè,
l’invernale, greve vampa del caminetto infocato,
l’allegria velenosa dei frizzi letterari
e il primo sguardo di lui, inerme e angosciante.

 

Anna Achmatova
da La corsa del tempo (Einaudi)

 

 

Non ce la faccio, ogni tanto devo tornare a lei, Anna Achmatova è senza dubbio e da molto tempo “la mia poetessa”. Oggi in una strada invernale di Rimini una ragazza russa cercava disperatamente un’informazione. Continuava agitata a chiedere e nessuno le rispondeva, perché cercava di spiegarsi e si lamentava soltanto in russo. Mi sono fermata con lei e miracolosamente ho colto una parola, ma nel suono della sua agitazione non so come, ho colto tutto quello che stava disperatamente dicendo: la camminata dalla stazione, la gente che non capisce, l’albergo che non si sa dove sia. Per un attimo sono stata tentata di dirle una parola nella sua lingua: Achmatova… come una formula magica che la facesse sentire meno sola. Poi le ho ripetuto tre volte la zona che aveva nominato indicandole la direzione. In quel momento tra il grattacielo anni ’70 e le ville liberty era lei Anna, straniera e sradicata. La poesia che leggiamo è del 1917. Guardate come parla dell’amore e delle cose… Anna è la poetessa dei primi sguardi che hanno già dentro tutto, dei gesti che raccontano un destino prima che prenda forma. Anna è la mappa da seguire per chi vuole scrivere una poesia d’amore autentica e scolpita come nella pietra sulla realtà di ogni giorno. Ora che è tempo di guanti, ripensiamo a quei quattro versi assolutamente perfetti nel suo “Canto dell’ultimo incontro”.

“Così smarrito gelava il petto,
ma andavo con passi leggeri.
Infilai nella mano destra
il guanto della sinistra.”

 

 

Categorie: Versi diversi

La nuova puntata della rubrica Le giornate di un editor. Ogni venerdì su Hounlibrointesta potremo seguire Elisabetta Migliavada, direttore della narrativa straniera della casa editrice Garzanti, e vedere da vicino com’è il lavoro di un editor e come nascono i libri.
Per leggere le puntate precendenti vai in alto a Categorie: Le giornate di un editor.

 

La mia scrivania. Per saperne di più, vai alla prima puntata.

 

 

LE GIORNATE DI UN EDITOR  Ogni copertina è appesa a un filo
di Elisabetta Migliavada


Quante idee che avete avuto, e che belle! Complimenti a tutti e grazie per aver partecipato, anche se ho visto che per ora vi siete concentrati sulla storia del trapezista mentre mancano ancora degli spunti sullo scrittore (vedi le trame qui).

 

Ci torneremo su, ma ora vorrei utilizzare i vostri spunti per ragionare un po’ sulla copertina del trapezista (rimandando a un post seguente la questione dei titoli, perché quelli che stiamo utilizzando qui sono naturalmente soltanto dei titoli di lavorazione).

 

Mi trovo d’accordo sulla questione dell’invisibilità sollevata da qualche commento al post precedente. Lasciando da parte il fatto che a ciascuno di noi è capitato di voler essere invisibile in qualche situazione (spesso imbarazzante – ho un aneddoto simpatico che riguarda un vestito che ho indossato una sera per una presentazione importante per poi scoprire che l’autrice l’aveva uguale-identico-spiccicato al mio e giuro che avrei dato qualunque cosa per essere invisibile in quel momento!), c’è qualcosa di assolutamente vero ed efficace nell’idea di invisibile.

L’invisibile è, per una copertina, ciò che lascia spazio all’immaginazione e allo stesso tempo la guida in modo sottile, attraverso il dispositivo dell’assenza.

Io immagino questo.

Immagino, per la copertina del Trapezista, uno scatto fotografico. Non un’illustrazione, che per il fatto stesso di essere illustrazione pone la necessità di un ulteriore salto immaginativo da parte del lettore, cosa che va benissimo in altri casi ma non in questo, qui già il soggetto richiede al lettore un ‘salto’ e non vorremmo mai che fosse percepito come troppo distante da sé.

Uno scatto, quindi, che racconti senza dire, che illustri senza spiegare tutto.

Un uomo e una donna, visti di spalle, dunque. Circondati dalle ombre ma con un punto di luce sullo sfondo, centrale, non invasivo, che conferisca chiaroscuri. Colori dominanti non troppo squillanti, che rischiano di indurre una suggestione di tipo farsesco.

 

Manca ancora qualcosa.

Un aggancio più specifico al tema.

Immaginate queste due persone sedute su… un filo. Un filo da trapezista, teso tra due edifici, e dunque tra le loro case (e cioè i loro cuori), due edifici di periferia senza tempo, forse dal sapore vagamente primo novecentesco.

Manca ancora qualcosa…

Ah, sì: manca la notte. Perché è nella notte che si addensano i pensieri, è nella notte che i propri sogni stanno in equilibrio sul filo della vita. E’ nella notte che siamo più liberi di essere spericolati e di lasciare che siano le stelle, anche soltanto una stella, magari quella che abbiamo di fianco, a guidarci.

La notte è ricca di promesse. E ogni copertina – tornando al ‘mestiere’ del libro e dell’editor – ogni copertina, come e forse più di ogni altra confezione o packaging di prodotto, in fondo non è altro che una promessa al consumatore, al lettore in questo caso. Ti prometto che ti spaventerò, ma non ti dico come. Ti prometto che ti innamorerai di questo personaggio, ma non ti dico perché. Ti prometto che ti commuoverai ma alla fine troverai un sorriso. Ti prometto che scoprirai mondi di cui non sospettavi nemmeno l’esistenza…

Ti prometto che le due esistenze appese a un filo di questi due amanti ti rimarranno nel cuore e nei sogni a lungo.

Io insomma la vedo così.
Adesso datemi qualche spunto per l’altra storia, lo scrittore fantasma ha bisogno di voi!

 

 

 

Categorie: Le giornate di un editor

Lo scrittore e viaggiatore Davide Sapienza, che qui su Hounlibrointesta scrive la rubrica Ognidove, ci spiega com’è nato il suo nuovo libro (oggi pomeriggio, alle 18.30, lo presenterà a Bergamo alla libreria Feltrinelli).

 

 

 

DOVE SUONA “LA MUSICA DELLA NEVE”
di Davide Sapienza


Ora vi spiego perché mi hanno fatto scrivere un libro che non avrei osato proporre…

 

La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca. Era l’ultimo venerdì di maggio quando Ediciclo, editore che si esplica nel proprio nome ma che negli ultimi anni sta muovendosi verso zone del Viaggio sempre più universali, mi scrive circa questo: stiamo per lanciare una collana, Piccola Filosofia di Viaggio, dell’editore francese Transboreal. Traduciamo i titoli dei loro autori, ma vogliamo che il primo italiano sia tu. Siccome sappiamo bene del tuo amore per il viaggio, la neve, i ghiacci, ti andrebbe di scrivere seguendo le caratteristiche della collana? Abbiamo anche pensato a un titolo, se ti va: LA MUSICA DELLA NEVE.

Se mi va? Ma neanche nei miei sogni erotici avrei osato proporre questo libro a un editore. Oddio, vero che Galaad Edizioni, attualmente (e felicemente) mio editore, si era accollato La strada era l’acqua (dove l’Io narrante è l’acqua). Ma la neve. Questa poi! Beh, alle ore 18.30 avevo già scritto dieci cartelle. Perché? Perché di sì. Il lunedì, avevamo già la copertina. Il titolo a me – che sono notoriamente “l’uomo dei titoli” – piaceva eccome. Ci ho solo aggiunto il sottotitolo, su richiesta dell’editore, per dire subito: attenti, questa è la mia neve. Non presumo di dirvi verità assolute. Voglio solo condurvi in un magical mistery tour dentro il bianco. Perché nulla meglio della neve, per me, è capace di svelare cose dell’interiorità che nel viaggio tessono la loro rete per poi renderci, con generosità, una grande avventura personale, irripetibile e unica, come ogni cristallo di neve. E poi, nel cammino letterario che sto cercando di tracciare da I Diari di Rubha Hunish in avanti, è ovvio che le variazioni siano una specie di regola imposta dalla natura del mio personale viaggio letterario. Sembrava insomma tutto fatto apposta per me, come se avessero letto Sincronicità di Carl Gustav Jung, decidendo di fare un esperimento antropoletterario sul vostro devoto Sap.

Ovviamente in questo libro conta la ormai ultradecennale vita da sci escursionista. Ma anche gli studi sugli esploratori polari (tre sono i volumi che ho curato, uno di Robert Falcon Scott, due del più immenso e grande esploratore: Fridtjof Nansen. Stiamo celebrando tutto nel Giubileo del grande uomo norvegese, vedi qui), il viaggio e la permanenza con gli Inuit del Canada…tante cose. Tanta roba. Ma a differenza di quello che io stesso ho creduto, alla soglia dell’estate, la neve che mi ha parlato o che, come dice mio figlio (due anni e mezzo), la neve che mi ha visto, è la neve di tutti. La neve dell’immaginario, che come diceva Federico Fellini, è la forma più alta dell’intelligenza umana (e lui di immaginario se ne intendeva!). E così la mia estate l’ho passata nel lungo ponte bianco che mi conduce verso il nuovo inverno, il grande aiutante bianco, dove si celano i segreti della nuova stagione della semina. Siamo del resto su Hounlibrointesta e lasciatemi dire che Chicca ha scritto un libro dando voce allo sguardo dell’ombra davvero splendido. Per fortuna l’ho letto solo dopo aver concluso La Musica della Neve. Anche lei dimostra che i punti di vista possono essere infiniti ed efficaci.

Ora vi parlo del mio libro. Devo fare il bravo, resistere alla tentazione di provarci troppo, pur di vendervelo. Beh che devo dirvi. Tra spedizioni in Norvegia e Islanda, giornate e notti nelle Alpi, Beethoven e Nansen, Kurosawa e Jack London, mi sono scritto una sinfonia che credo possa dare voce ai tanti che nella neve trovano le stesse cose che trovo anch’io: cose che sono fiocchi di neve, dunque tutti simili ma mai uguali, proprio come noi esseri viventi, creature e forme della nostra immensa e magnifica terra.

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Categorie: vi racconto il mio libro

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì pomeriggio. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

 


 

LA LETTRICE INNAMORATA e Diari di viaggio in Italia, Grecia e Turchia di Virginia Woolf (Mattioli 1885)


Esistono molti modi di scrivere diari come questo. (…) Mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze. (…) al momento nutro un grande sfiducia verso le mie stesse parole.

 

In poche righe l’essenza di ciò che sarà, in futuro, il cruccio e la meta della Woolf: descrivere con precisione il mondo non solo nel suo apparire, ma nel suo essere al di là della realtà. E poi quella insicurezza verso il suo mondo fatto di parole e storie, una fragilità che è stata lo stigma della sua esistenza.

 

Questi tre diari di viaggio pubblicati da Mattioli 1885 e raccolti in un solo volume, sono una preziosità: inediti in italiano, sono custoditi in un taccuino presso la British Library.

Virginia li scrive quando ancora non è una famosa autrice e sono la rara testimonianza autografa della sua vita dal 1906 (quando andrà in Grecia e in Turchia), al 1908-1909 (in Italia).

 

È così che cominciamo a scoprire quello che diventerà il suo modo di narrare, evolvendosi, poi, nel tempo. Ci sorprendiamo leggendo brani che svelano la grandezza di quella che, allora, era ancora la semisconosciuta signora Virginia Stephen: “Io conseguo un tipo diverso di bellezza, raggiungo una simmetria attraverso infinite discordanze, mostrando tutte le tracce del passaggio della mente per il mondo; e alla fine ottengo una sorta di insieme fatto di frammenti vibranti; questo mi pare il processo naturale; il volo della mente.

 

Una mente in volo; una mente che si nutra di passione filtrata attraverso l’uso perfetto delle parole e delle descrizioni, come se la precisione fosse l’unico modo per contenere il caos del suo mondo interiore, così delicato e instabile.

 

Questa Virginia che, curiosa e viva, gira il mondo, annotandolo nel suo taccuino, sarà la stessa che anni dopo tramuterà il suo volo in una picchiata verso un luogo sconosciuto e irraggiungibile. E lo farà con la stessa precisa bellezza che ha accompagnato la sua scrittura, sempre.

 

Carissimo. Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. So che senza di me potresti lavorare e lo farai, lo so… Vedi non riesco neanche a scrivere degnamente queste righe… Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi.(Lettera di addio al marito).

 

 

 

Categorie: La Lettrice Innamorata

Inizia la nuova puntata del corso speciale per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
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Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

 

 

 

22° PUNTATA

TRAFIGGERE IL CUORE LA PUNTEGGIATURA
di Elena Varvello

 

Eccomi qui, dopo una pausa di una decina di giorni. Eccomi qui, ancora con voi, a pensare alla musica, al ritmo, alla punteggiatura. La finestra aperta in questa mattina di novembre – una mattina fredda e grigia – una vecchia mantella buttata sulle spalle, le mani intirizzite. E un paio di frasi che mi girano in testa. Frasi bellissime. Parole che mi accompagnano da molto, moltissimo tempo. La prima è di Isaac Babel, e se ne sta, come un piccolo cuore pulsante, un piccolo cuore misterioso ma luminoso, in un bellissimo racconto che s’intitola Guy de Maupassant.

Sentite un po’ cosa dice Babel: “Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore più di un punto messo al posto giusto”. Be’, accidenti.

E poi c’è Flaubert, il mio, il nostro caro Flaubert. Immaginatelo chino sullo scrittoio, in una mattina fredda e grigia come questa, intento a scrivere una lettera (così come, tempo fa, ricordate?, immaginammo Anton Cechov). Sta lavorando al romanzo che s’intitolerà Madame Bovary, e scrive una lettera. C’è qualcosa che lo tormenta, sapete, e ha bisogno di parlarne a qualcuno, ha bisogno di mettere il suo rovello nero su bianco. Ci sono moltissime cose che lo tormentano, in effetti, ma, in quella mattina grigia e fredda, ce n’è una in particolare. Perdonatemi, qui mi tocca andare a memoria – l’epistolario è andato perduto, svanito nel mio proverbiale disordine.

“Il punto è”, scrive Flaubert, “che sono quattro giorni che m’interrogo a proposito di una virgola. Devo usarla oppure no? Non riesco a decidermi, e quindi non riesco a proseguire. Non so cosa fare”. Quattro giorni, una virgola (mi viene ora il sospetto che ve ne avessi già parlato: se così fosse, fate finta di niente; sarà colpa del freddo, delle mani intirizzite e del cielo grigio e opprimente di fine novembre).

Un punto che trafigge il cuore più di una spada.

Una virgola su cui ci si arrovella per quattro giorni, scrivendo un romanzo magnifico come Madame Bovary.

Possibile?

Davvero?

Certo, possibile, davvero.

Sapete, succede proprio così. Perché? Be’, perché la punteggiatura, così come le pause indicate su uno spartito, ha a che fare col ritmo e con la musica di ciò che scriviamo, e questo è chiaro, ma anche col senso di ciò che scriviamo. La musica e il ritmo non sono disgiunti né disgiungibili dalla costruzione del senso – è questo il punto – né tantomeno dalla creazione di un’atmosfera, se vogliamo chiamarla così, una certa qualità di luce o di buio che pervade o dovrebbe pervadere ciò che scriviamo.

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Categorie: Il corso di scrittura di Elena Varvello