Scrive in una mail lo scrittore e viaggiatore Davide Sapienza: Cara Chicca, stavo “sfogliando” alcuni racconti inediti che ho. In particolare uno, che scrissi, abbozzato, per il booklet di un cd di una storica band italiana (Lilith & The Sinnersaint), nel 2009. Poi lo ripresi in mano, lo ampliai e lo cambiai. Restava quasi solo il titolo, “La radura Musk”. In pratica è inedito. Stavo riguardandolo, e avevo tanta voglia, come con CAIRN, di rimetterci mano… Fra l’altro, LA RADURA MUSK è un luogo che esiste e si trova vicino al lago di Endine e di Iseo…un mio OGNIDOVE sincero e storico per me… Ho anche foto… ci sono stato ad aprile l’ultima volta.
Ah, piccola vanità: mi hanno eletto SOCIO ACCADEMICO del GISM, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (dal 1929) ci sono passati tanti grandi veri… ecco, sarebbe anche un modo, mio personale, di celebrare questa piccola grande soddisfazione. Ma anche un modo per segnalare la nascita della prima pagina ufficiale dedicata ai Diritti della Natura sul sito della Valle di Ognidove: www.lavallediognidove.it, spero e confido in risposte consigli suggerimenti… insomma. Dalla parte della Madre Terra.
E così, ecco le foto di Davide e il suo racconto. Buona lettura.
LA RADURA MUSK 2007-2011
È domenica sette gennaio e l’inverno non c’è. È l’anno 1975. E’ due giorni che il cervo mi guarda. Voglio dire, prima ha cominciato a fissarmi ma lo faceva solo per alcuni brevi secondi. E solo quando dormivo. Come lo so? Perché lo vedevo. Quando si dorme, gli occhi lavorano, la trasparenza della palpebra non può fermare l’inarrestabile flusso di immagini. Ma poi, improvvisamente, il cervo ha iniziato a insistere con quei suoi occhi di un luccicore stellare.
È il sette gennaio e in montagna la neve è scarsa. L’acqua pure: che ne sarà di noi quest’estate? I pensieri mi assalgono. Sono indifeso. «No, non distrarti», dice il cervo. «Vieni qui, non ti vediamo da troppo tempo, non ti ricordi quando pioveva? In te albergano le forze primordiali che diventano impeto. Dunque, lascia stare i pensieri. Siediti e ascolta.» Si mi ricordo eccome, cervo. Era il primo giorno di novembre, pioveva fine e pioveva fitto ma con due giovani amici salimmo alla Corna Lunga. È quella lunga dorsale e tu sai che è proprio qui vicino a noi. Si affaccia sul Lago d’Iseo, lì la Corna dei Trentapassi si staglia oltre ogni immaginazione, forse è da qui che Leonardo, secoli fa, la vide e decise di ritrarla. Ma dall’altopiano dove abitiamo in pochi lo pensano e in meno la cercano. Eppure lei è la montagna, una vera luce per i viandanti delle valli e del lago.
Quando venni in Valle Borlezza, la Corna Lunga per alcuni anni non ebbe nome nella mia geografia: era solo una lama scura in mezzo alla foresta che si intuisce discendendo la vallata. Per me era un mistero e non sapevo bene se andare a indagare o meno. Poi iniziai a scoprire le storie dei suoi sentieri. Era inverno anche allora e alla fine la neve si stendeva dalle radure in altura sino a Campo d’Avene e al Farno. Il sentiero si chiamava spaccagambe – era sassoso e affascinante, selvaggio e solitario. Oggi c’è una strada così si può evitare di camminare e si fila nella foresta senza vedere, senza sentire. Senza.
Su quel sentiero un amico mi disse che una volta la legna e la caccia erano la ragione d’essere di queste genti. Poi vennero le la guerra e i partigiani, la famosa battaglia alla Malga Lunga. Quindi, le passeggiate e l’escursionismo. Il tempo libero, come se il tempo occupato fosse una brutta cosa: la legna è sempre lì, non si raccoglie più e il bosco si interroga – ma come?, mi sembra di sentirlo, fate una strada, vi divertite e non avete più rispetto? State scherzando con il fuoco. E non lo capite. Oggi, sette gennaio, tanto legno sembra quasi essersi ammassato per marciare. E così ogni passo spezza un osso della terra. Io vorrei portarlo con me per dargli la giusta sepoltura nel camino ma qualcosa mi trattiene. È domenica, non ho incontrato nessuno. Anzi no. Ho incontrato un uomo silenzioso, con un cane lupo. Basta uscire dal sentiero della vallata che sale alla Corna per scoprire come perdersi nel tempo. Ecco. Deve averlo fatto anche lui. Adesso che ho stretto i lacci degli scarponi e sono pronto: certo, il sette gennaio di solito sono sulla neve a tracciare desideri di orizzonte ma oggi è diverso. Va bene anche così. E quando il cane lupo mi ha osservato ha capito che avevo deciso di andare dove mi aveva detto il cervo. Il cane ha guardato accanto a me, come se avesse visto cadere tutti i pensieri a terra. Abbattuti. Sconfitti. Può sembrare pazzesco ma vi dico che quel cane, sorrideva.
Adesso vi dico del cervo. Una mattina di novembre, nella pioggia fitta e fine, dopo la salita dalle Creste Fantasma, la discesa nel bosco a rotta di collo fu irradiata da due cervi che passavano di corsa sulle ossa rotte della terra. Loro si fermarono, io mi fermai: passammo così un lungo momento silenzioso e anche il tempo si fermò. L’acqua sembrava non scendere più dagli alberi, il cervo si arrestò a dieci metri di distanza. Mi guardò per tre secondi. Poi si guardò dietro, verso il piccolo che portava in giro.
Qualcosa accadde. Il cervo aveva detto qualcosa che forse non riuscivo a capire perchè non sapevo pensarlo: ma l’aveva detto e io avevo sentito. Sempre questi pensieri a disturbare la sintonia. Allora decisi di lasciar fare all’anima, che prima o poi avrebbe elaborato e bonificato la mia corsa nella pioggia fine e fitta affinché il messaggio non si disperdesse. Poi il messaggio sarebbe diventato respiro, un velo squarciato sulla morte, dove il tempo in effetti non esiste.
No, non fraintendermi. Il cervo non fa domande e non dà risposte. Ma nel percorrere le creste noto che le montagne sembrano pronte. È il sette gennaio e siccome non siamo nell’emisfero australe, per ora ciò non è possibile ma è temibile. La neve si accartoccia e si rabbuia, si indurisce e molla, si innalza e cade, si impenna e infine scompare: anche da qui, anche guardando lontanto la vedo. Lo sguardo si inebria della propria capacità di poter catturare con due soli occhi l’immensità degli orizzonti, e non so come facciano gli occhi a stare fissi sulla distanza e controllare i piedi che devono scoprire un appoggio nel fogliame indurito dal gelo qui dove non batte mai il sole, qui dove il ripido versante che da lontano appare impenetrabile, si lascia in qualche modo capire. Non deve inebriarsi lo sguardo, se no comincio a produrre pensieri, e perdo nuovamente il segnale.
Meglio fare come gli spiriti. Gli spiriti camminano senza spezzare ossa alla terra né scivolare sulla pietra quando piove: il mondo invisibile è tutto lì, negli spazi tra le cose visibili e materiali, movimento del respiro, del muscolo, del battito cardiaco. Perché sei salito nei corridoi dei fantasmi? È ancora il cervo, lo so. Queste parole ti saranno per un certo periodo oscure, lasciale risuonare, e poi saranno tue. Quanto tempo passa ogni cervo a parlare con la razza umana? Il cervo lo sa. Si ricorda tutto. Si ricorda del discorso di allora. Ci eravamo capiti a proposito del fatto che io non avevo capito e lui non aveva compreso. Una volta messo al mondo il cucciolo, nella radura la madre lo protegge nascondendolo nell’erba: il resto lo fa la Grande Madre. Il cucciolo non ha odore, il predatore non può annusarlo. La vita si protegge ma si offre, anche.
Adesso qui, nell’ombra del sogno indecifrabile sono costretto a tenere la rotta: se cado fuori dalle creste, perché seguo l’odore dello sterco animale giù per i versanti di Polanch, se scivolo e lo zaino non mi salva la schiena, dove andrò a finire? La Corna Lunga sfibra le sue creste e mi ricorda l’altro uomo, quello che non ho mai incontrato: ho un credito con la vita ma mi sta ripagando con i sogni. Sai perché sono rimasto nel penultimo sonno? Sai perché sono tornato anche ieri sera? Perché volevo chiederti di venire qui, non di venire a vedermi. È poi così importante che tu mi veda? Non si edifica, non si innalza, per ammirare la propria opera. Si edifica, si innalza, per capire il corso delle stagioni. Osserva il Larice, e come lui potrai capire il corso delle stagioni. La sua corteccia si fa rugosa e difficile, il colore dell’autunno lo richiama quando è ancora estate. Ma nell’inverno, il Larice sa già riconoscere le correnti della primavera. Nella neve illumina il cammino ancora da tracciare.
E ora ci sono. Sono arrivato, l’ho ritrovata. La strada non l’ha uccisa, per fortuna. È la radura Musk. La chiamo io così, dal primo giorno. La vidi splendere sotto i raggi di sole di fine inverno che filtravano dagli alberi alti e risalivano le ombre. In realtà è un susseguirsi di radure, spazi sempre più grandi: sono tre e alla fine sfociano sulla Malga Lunga. In mezzo, una pozza ghiacciata circondata da un recinto in legno sembra un punto di raccolta dove il cosmo sgancia i sogni del bosco. C’è un grande faggio caduto a terra e due rami si sono avvicinati, come due braccia che il danzatore protende al cielo. La danza di quest’albero è la morte. No, non essere triste: la morte della morte, è la vita della vita. Il suo tronco ha penetrato talmente bene il terreno della Radura Musk che in realtà sembra cresciuto e sostenuto dal muschio verde sul terreno. La forza colossale degli alberi è che quando gli sfugge l’ultimo respiro si adagiano e consegnano ai rami spezzati il compito di ringraziare, pregare e proseguire la trasformazione.
I rami lavorano a lungo e in silenzio e anche quando si spezzano lavorano: fuoco e calore, oppure muschio e poi terra e poi chissà. Clack. Un’altra fotografia. Nessuno sa che sono qui, nessuno sa che sto per entrare nel fitto del bosco a cercare cose che non si cercano e non si trovano. Sono qui perché sono qui. Ho guardato nei dirupi, ho sentito l’odore della vita: la nazione Animale è tutta lì. Non c’è dogana, non ha esercito, non fa elezioni, non conquista, non esibisce. Ha un duro lavoro da compiere: essere cervo ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, sino al prossimo cervo che sarai, dopo esserti trasformato come l’albero – quello è un lavoro duro.
Giù lungo i dirupi andremo: dobbiamo cambiare cittadinanza, bruciare i passaporti e le identità. Dobbiamo guardare bene tra le parole degli antenati, nei corridoi dei villaggi fantasma: hanno così tante cose da dire e stanno ancora aspettando di morire perché sanno che la vita li ha chiamati a quest’ultimo sforzo: vivere, come gli ultimi uomini nel tempo, per svegliarci dall’oscura radura della solitudine. Cervo, so che mi stai guardando. E io sai cosa faccio? Io ti guardo attraverso le parole che mi hai chiesto per la Radura Musk. No, te lo giuro. Non erano pensieri. Solo muschio.
Categorie: Ognidove








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