Ho un libro in testa

04dic
2011

Il romanzo di tutti: un editing collettivo. La nuova rubrica di Marco Corrias

Da oggi e per ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblicherà uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo, di cui trovate qui sotto la sinossi. L’intento è quello di coinvolgere voi lettori in una sorta di editing collettivo che porti a una stesura definitiva del romanzo. Funzionerà così: le vostre osservazioni potranno riguardare sia la forma che la sostanza stessa dei vari capitoli. Potrete per esempio suggerire migliori messe a fuoco dei personaggi, chiedere interventi su passaggi particolarmente complessi per la trama, suggerire nuovi intrecci o semplificazioni, chiedere approfondimenti o segnalare errori sul contesto storico che fa da sfondo al romanzo. L’autore, ogni settimana, segnalerà quali suggerimenti sono stati accettati e si impegnerà a inserirli nella stesura definitiva. Se il lavoro andrà a buon fine e verrà pubblicato, nei ringraziamenti finali appariranno i nomi di coloro che hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera.

 

 

Marco Corrias, giornalista e scrittore, è nato in Sardegna e lavora a Roma come inviato al programma Terra! Ha pubblicato tre libri: “Mio figlio Farouk, anatomia di un rapimento” (Rizzoli). “Mino Pecorelli un uomo che sapeva troppo” (Sperling & Kupfer).
“Il pozzo Zimmerman. Storia di un minatore dalla luce al buio andata e ritorno” (Demos). Quest’ultimo è presente anche come e-book nella piattaforma Simplicissimus Book Farm.

 

 

LA TRAMA

Sono gli anni a cavallo tra il 1500 e il 1600, il clima politico italiano è avvelenato dalla controriforma che la chiesa sta mettendo in atto, l’inquisizione reprime ogni forma di eterodossia. Cecco, abile scultore attivo in Firenze, è famoso per le sue opere che rasentano l’eresia a causa dei loro soggetti licenziosi e provocatori. Un giorno Cecco viene contattato da due strani individui, un uomo e una donna, che lo convincono ad entrare in una società che, attraverso eclatanti azioni dimostrative, vuole protestare a favore della libera espressione. Cecco scolpisce un’opera per sbeffeggiare l’ipocrisia della chiesa e, di notte, con l’aiuto di alcuni complici, la espone in un luogo pubblico della città. Subito dopo Cecco è costretto a scappare. La sua bottega rimane chiusa fino a quando quelli che erano i suoi aiutanti non la riaprono. Tra questi c’è anche un uomo chiamatoPungiglione, ormai diventato un maestro nell’arte della scultura. Anche Pungiglione entra a far parte della società e viene convinto a recarsi a Roma per incontrarsi con un certo Lupo. Nella città eterna Pungiglione entra a far parte di una compagnia di bontemponi e artisti, anche loro contrari ad ogni forma di censura (tra questi c’è anche Caravaggio). Lupo rivela a Pungiglione che il suo compito è quello di diffondere un libercolo per propagandare le idee della Società scritto da un certo Meo, il quale si occuperà presto di stamparlo in molte copie. Un membro della compagnia di Pungiglione durante una rissa uccide la guarda personale di un cardinale, così Pungiglione e tutta la compagnia è costretta a separarsi per allontanarsi da Roma. Pungiglione fa la conoscenza di un certo Eugenio che gli consiglia di rifugiarsi in una casa di campagna sull’Appia Antica. Un giorno Lupo torna a farsi sentire dando a Pungiglione un appuntamento per consegnargli i libri di Meo. L’incontro ha luogo sotto Castel Sant’angelo, durante una pubblica esecuzione. Si tratta di un’imboscata: Lupo viene ucciso e Meo viene arrestato insieme alla sorella accusata di stregoneria (dopo qualche giorno in prigione i due verranno rilasciati per essere uccisi per strada subito dopo). Pungiglione questa volta trova rifugio in una villa fuori città sotto la protezione del Cardinal Del Monte, mecenate di Caravaggio, da sempre protettore degli artisti ribelli. Con Pungiglione ci sono anche alcuni membri della sua vecchia compagnia, comprese Lena e Angiolina (tra quest’ultima e Pungiglione nasce una storia d’amore). Nel frattempo la chiesa è sempre più divisa tra la corrente che fa capo ai gesuiti e agli spagnoli (i più intransigenti) e quella che fa capo ai francesi. I rapporti tra le due fazioni si rompono quando alcuni uomini, mandati direttamente dal Papa, fanno irruzione nella villa dove il Cardinal Del Monte tiene nascosto Pungiglione e gli altri, che vengono tutti arrestati. La ragione che ha scatenato questa violenza è stata la scoperta del libro di Meo che, in realtà, nascondeva un messaggio criptato che annunciava la morte del Papa per il giorno di Natale. Lena e Angiolina vengono uccise ma il Cardinal Del Monte riesce a salvare Pungiglione che viene venduto come schiavo ai Montefeltro, i quali adibiscono un intero edificio, che verrà chiamato “la casa dei pazzi”, a luogo dove poter esprimere senza censure, soltanto sotto la guida di frate Alceo, la propria creatività.

 

 

 

 

Capitolo 1 (dove il Pungiglione arriva nel monastero e incontra frate Alceo)

 

 

Al ventitreesimo giro del chiostro Alceo si fermò. Aveva percorso senza sosta il perimetro del colonnato con le mani incrociate dietro la schiena: la sinistra teneva il polso della destra e questa a sua volta reggeva un libretto dalla copertina di pelle d’agnello color nocciola. Il dito indice stretto tra due pagine, quasi esangue, segnalava il punto in cui Alceo aveva interrotto la lettura. Storia veritiera del martirio di San Sebastiano, si leggeva sulla copertina del libercolo che padre Felice, il bibliotecario, aveva avuto da certi confratelli di Perugia, e che Alceo sapeva essere riposto nella parte più alta e inaccessibile dello scaffale dei libri sconvenienti. Ma non era il contenuto del libro, o meglio, il solo contenuto del libro che l’aveva portato a interrompere la lettura. Era un rincorrersi di pensieri che da ore gli affollavano la mente, e quel che aveva appena letto non aveva fatto altro che accentuare lo stato di confusione dei suoi sentimenti.

Carlo era partito di primo mattino. Era rimasto nell’abbazia per 15 giorni e Alceo si rendeva conto che quelle due settimane, per l’intensità con cui le aveva vissute valevano quasi per intero la sua vita, trascorsa dentro le mura del monastero. Ne ricordava ogni momento.

I rintocchi del vespro, in quella giornata fredda di fine marzo che volgeva al tramonto e che gli appariva ora così lontana, erano ancora nell’aria, quando Angelo, l’anziano fratello che presiedeva alla foresteria, era entrato nella cella di Alceo scuro in volto.

“Una comitiva proveniente da Roma ha bussato poco fa al nostro portale. Hanno chiesto asilo all’Abate priore. L’hanno ottenuto.

“Chi sono?” Aveva chiesto Alceo, all’apparenza all’oscuro di quella novità. ” Viaggiano in incognito o esibiscono credenziali?”

“Se le hanno esibite io non lo so. Alcuni di loro paiono cortigiani. Gli altri, non saprei. Ma non sembra gente di corte. Gente del mondo, certamente”.

Alceo aveva colto un sottile disprezzo nel tono e nelle parole di frate Angelo. Conosceva l’ostilità dei confratelli per quel genere di persone ed era consapevole che in fondo si trattava solo di una forma di autodifesa, con una nascosta e perniciosa componente: l’invidia. Lui che, orfano, era vissuto tra quelle mura fin dagli anni più teneri, sapeva di essere al riparo da risentimenti o nostalgie per il mondo di fuori. Ma tra i suoi confratelli, specie tra i più vecchi, quei sentimenti erano sempre in agguato, e in occasioni come quelle non mancavano di manifestarsi. Il modo migliore per proteggere quegli ospiti era far finta di non sapere. In verità quel simulare non gli costava molta fatica. L’Abate, come previsto, gli aveva annunciato il giorno prima l’arrivo di quei viaggiatori e aveva solo aggiunto che dovevano essere trattati con grande garbo, perché questa era stata, come certamente ricordava Alceo, la raccomandazione del Segretario del Duca. Alceo ritornò col pensiero a cinque giorni prima, quando lui e l’Abate erano stati convocati a palazzo. Era stato particolarmente caloroso quel giorno, il Segretario. Li aveva ricevuti nel suo studio, accanto alla sala delle udienze, e aveva esposto loro i desideri del Duca, che avendo già ottenuto il placet del vescovo, erano in realtà degli ordini. Quegli ospiti annunciati erano giunti a destinazione.

“Andiamo a vedere chi sono dunque questi viaggiatori che ci onorano della loro presenza”, aveva detto Alceo precedendo Angelo verso l’uscita della cella.

Nella sala grande, l’unica della foresteria che contenesse panche e tavoli, una decina di uomini parlavano tra loro in un frastuono da mercato, si schernivano, ridevano. Un intero angolo della sala era occupato dai loro stivali, dai mantelli ammucchiati, da grandi borse di cuoio e da cinque enormi bauli.

All’ingresso di Alceo si era fatto silenzio e in quel silenzio dalla panca nei pressi della finestra si vide levarsi un uomo dai lunghi capelli scuri. Indossava una semplice tunica azzurra che copriva fino alle cosce i pantaloni cremisi di foggia orientale.

“Siate i benvenuti in questo luogo di meditazione e di preghiera che si onora di essere vegliato dall’occhio del signore – disse il giovane nutritus -. Il mio nome è Alceo, ho il compito di rendervi gradevoli i giorni che vorrete trascorrere tra noi”..

Un inchino profondo che Alceo accolse perplesso, annunciò le parole del giovane uomo.

“Il mio nome è Carlo degli Argini, ma chi mi conosce ama chiamarmi Pungiglione, certamente esagerando le mie doti di arguzia e di prontezza, là dove al posto della spada ci sia da usar parole”.

Alceo aveva già occasionalmente incontrato dei cortigiani da quando l’Abate gli aveva affidato, un anno prima, il compito di sovrintendere agli ospiti dell’abbazia. Erano, di solito, paggi, giullari, compiti gentiluomini e gentildonne, uomini di chiesa o commercianti o cerusici che accompagnavano i loro signori nei lunghi viaggi da uno Stato all’altro. Non aveva però mai visto un così vario assortimento di personaggi e specialmente di tale incerta provenienza. L’unica cosa che li accomunava, pensò, a parte una certa qual benevola strafottenza dei modi, era l’assoluta mancanza di armi. Nessuno di loro ne portava. Il Segretario del Duca non aveva voluto dilungarsi su chi fossero gli annunciati ospiti, né perché il Duca tenesse tanto a loro. Si era solo raccomandato, e l’Abate fu molto d’accordo, che si fingesse stupore per quell’arrivo. Gli altri frati non dovevano sapere null’altro, se non che la comitiva sarebbe rimasta nel convento per un tempo imprecisato.

Alceo fece la sua parte.

“Sapremo a tempo debito quando dovrete proseguire il vostro cammino. Se sarà lungo e faticoso, lo sapete voi. A noi il compito di fare in modo che lasciate queste umili mura riposati nel fisico e nella mente”.

“Nessuno di noi sa quanto tempo resteremo qua. La vostra ospitalità è stata sollecitata dal Duca di Montefeltro, signore di queste terre, in attesa che la nostra sistemazione a Urbino sia pronta. Viaggiamo sotto scorta delle sue guardie, che sono accampate lungo la strada che porta al convento. Nei loro piani di viaggio, che hanno benevolmente voluto comunicarci, questa è l’ultima tappa prima di Urbino. Poi il Duca ci farà l’onore di aprirci le porte del suo Palazzo,” concluse il Pungiglione, suscitando lo stupore controllato di Alceo. Il frate giunse le mani, accennò un sorriso e un inchino e si ritirò seguito da Angelo fin dentro la sua cella.

“Sono protetti dal Duca, dunque, e l’Abate nutre per loro una certa attenzione”, disse Alceo rivolto ad Angelo, fingendo di aver appreso solo pochi momenti prima a quali condizioni quei viaggiatori fossero stati ospitati nel convento. “Dovremo fare del nostro meglio per metterli a loro agio. Non so chi siano, ma ho idea che al Duca stiano a cuore come i migliori gentiluomini di corte. Sii dunque sollecito, fratello, nell’esaudire i loro desideri, ma non dimenticare che dentro queste mura le regole dei nostri padri fondatori sono insuperabili”.

“Non potranno lamentarsi della nostra ospitalità”, sibilò Angelo prima di ritirarsi.

Era ormai l’ora delle orazioni serali, appuntamento che Alceo non mancava mai, ben sapendo che l’ordinato svolgersi della giornata, il seguire con scrupolo le scadenze quotidiane che la regula imponeva, era oltre che un doveroso atto di disciplina per l’anima, anche l’occasione, una volta che le orazioni fossero terminate, per raccogliere informazioni e scambiare impressioni sugli avvenimenti accaduti dall’alba al tramonto in quel piccolo universo. Ma Alceo quella sera non aveva alcuna voglia di raggiungere i confratelli che sicuramente erano già riuniti intorno alla lunga tavola al centro del refettorio. Sapeva che avrebbe dovuto rispondere a molte domande circa la presenza dei nuovi ospiti. E avrebbe dovuto rintuzzare curiosità che non poteva soddisfare, rivolte a lui in vece che all’Abate, la cui autorità lo poneva al riparo dalle inevitabili domande della comunità, stranita da un evento così eccezionale.

Ma quel che più convinceva Alceo a disertare l’appuntamento serale con i confratelli era lo sguardo di Carlo che si posava sul suo volto. Erano i suoi occhi che brillavano di verde sotto il casco di capelli scuri, la sua aria spavalda e timida in una. L’impalpabile sensazione che il venticello che gli agitava l’anima dovesse, da lì a breve, tramutarsi in una buriana capace di stravolgere la sua quieta esistenza.

E mentre questi pensieri passavano veloci, ma non senza lasciare tracce, Alceo aveva preso, con gesto meccanico un piccolo quaderno dalla libreria che occupava una vasta nicchia della parete e lo aprì due pagine più avanti del segnalibro. Quindi, dopo essersi chinato sullo scarno inginocchiatoio, lesse: “Madre vergine tu che conosci ciascuno di noi nel profondo dell’anima, tu che sondi l’imperscrutabile gettando una luce di grazia nei baratri del cuore e della mente, o santa vergine che prima tra le donne conoscesti i turbamenti del corpo riuscendo a conservarti immacolata in attesa di più alti destini, abbi pietà di me. O santa vergine, tu che seguisti non vista il tuo figliolo nel deserto e vivesti con lui l’angoscia della tentazione della carne, allontana da me ogni immondo desiderio. O San Sebastiano, tu che accettasti il martirio come una liberazione dal diavolo che si era di te impossessato, tu che contavi e agognavi una a una le frecce che ti martoriavano i costati, riconoscendo in ciascuna di esse innominabili desideri, sii mio maestro lungo la strada della perfezione.

Nel leggere quelle parole che tante volte erano state unguento per la sua anima lacerata, scritte da sé medesimo nelle notti di tormento più intollerabile, Alceo fissava una porzione di parete bianca, delimitata da un cerchio sottile e perfetto. Quel cerchio immacolato era da anni il suo altare, centro dell’universo in cui concentrare ogni pensiero, gabbia immaginaria capace di raccogliere e custodire le sue angosce, di adolescente prima, di giovane uomo poi. Subito fuori da quel cerchio, a due palmi di distanza dalla curva sottile, sul lato del suo occhio destro, fissato alla parete, sapeva esserci un piccolo specchio. Gliel’aveva donato, al compimento del quindicesimo anno d’età, padre Gregorio, un eremita che trascorreva la sua esistenza in una capanna tra i boschi del monte Catria, presso cui Alceo si era recato in occasione di quella data così importante per la vita di un ragazzo che si affaccia alla vita adulta. I turbamenti del sangue e della carne si erano già affacciati da tempo nel giovane corpo di Alceo, ed egli, dopo essersi confidato con un anziano confratello, ne aveva ricevuto il consiglio di visitare il pio Gregorio e di confidare a lui i pensieri più segreti. L’eremita lo era stato ad ascoltare per una mattina intera, quindi, nel congedarlo, gli aveva fatto dono di quello specchio. “Portalo con te”, gli aveva raccomandato “che possa esserti di guida negli anni travagliati che ti troverai ad affrontare. Lo appenderai alla parete della tua cella, ma da quel momento non dovrà più esistere. Mai dovrai rivolgergli uno sguardo diretto. Saprai ogni giorno della tua esistenza che è là con te, ma non ti ci dovrai specchiare. Sarà il simbolo di ogni tentazione da rifuggire, il richiamo delle cose del mondo che non dovrai udire, la vanagloria che dovrai cancellare, rendendoti invisibile a te stesso a maggior gloria del creatore”.

Così era stato. Alceo non aveva mai trasgredito alla promessa fatta, mai v’era stata alba di nuovo giorno, quando il bisogno di ritrovarsi dopo le tenebre si fa impellente, che l’avesse visto riflesso in quello specchio. Tale era stato l’impegno posto nel cancellare il ricordo delle sue fattezze, che persino quando si chinava sul catino Alceo chiudeva gli occhi perché l’acqua gelida e trasparente non gli rimandasse la visione di sé. Aveva sentito la prima tenera peluria del volto farsi barba e aveva resistito. Aveva sentito gli zigomi e le mascelle indurirsi nel naturale divenire uomo e aveva resistito. Alla rasatura della barba, una volta ogni sette giorni, provvedeva un anziano frate, lo stesso che badava a tenergli i capelli costantemente cortissimi, il quale lavorava di forbici e rasoio evitando accuratamente ogni riferimento ai risultati di quell’opera. Alceo niente sapeva di sé e niente voleva sapere, avendo pregato ciascun confratello di evitare qualsiasi commento o riferimento al suo essere corporeo.

Si levò dall’inginocchiatoio più sereno. Accennò un sorriso, ricordando come ancora pochi minuti prima l’immagine spavalda e maschia di Carlo l’avesse invaso. Si diresse quindi al refettorio, che trovò ormai deserto. I resti della cena erano pochi e miseri. Qualche tozzo di pane, alcune croste di cacio, cinque mele, di cui tre ridotte ormai quasi al torsolo, una caraffa d’acqua semipiena. Mangiò lentamente, seduto all’estremità di una delle due panche che correvano parallele alla lunga tavola, e intanto pensava alle parole con cui il pio Gregorio l’aveva congedato: “Tu sei un servo di Dio, nato per vivere lontano dal mondo. E quand’anche col mondo dovessi venire in contatto dovrai comportarti come un medico: cura il malato ma evitane il contagio; abbi pietà di chi pecca, non farti incantare dal peccato”.

Con questi pensieri nella mente Alceo si accorse che era giunta l’ora di andare a vedere come i suoi ospiti si erano sistemati e afferrato un candelabro si avviò verso la sala grande. Il silenzio aveva sostituito le risa e il baccano. Una figura curva su una delle panche che circondavano il grande tavolo sembrava immobile nella penombra provocata da un piccolo lume. Alceo si avvicinò e Carlo sollevò la testa, in mano una piuma pronta a essere intinta nell’inchiostro, davanti al petto, poggiato sul tavolo, un quaderno fitto di righe scritte a caratteri minuti ma regolari.

I due si scrutarono in silenzio per qualche attimo, poi Alceo, in evidente imbarazzo, disse: “Ero venuto a sincerarmi che i nostri monaci vi avessero accomodati per il meglio…”

“Oh, sì, certo, ci trattano bene, da principi. Mi sembrano un po’ smarriti per questa nostra presenza, ma una certa diffidenza mi sembra lecita – disse Carlo, abbassando la voce e aprendosi un po’ in un sorriso sghembo – veniamo dai luoghi del peccato…da Roma…la grande meretrice. Però, la cena è stata ottima e i letti mi sembrano all’altezza dei nostri poveri lombi. Più tardi andrò a provare il mio”.

Alceo non poté fare a meno di notare una piccola dose di sarcasmo. Decise di fare finta di niente.

“Lo spazio non è mai troppo e le celle a disposizione non sono sufficienti per tutti. Dovrete accontentarvi di dividerle tra di voi”.

“Nessun problema. Da questa sera, finché resterò qui, cambierò le mie buone abitudini. Starò sveglio la notte, andrò a dormire quando gli altri si leveranno”. Poi, con un sussurro che voleva essere complice ma non perdeva il solito, lieve accenno di sarcasmo, aggiunse: “Raggiungerò così il duplice scopo di non sorbirmi il ronfare da porco del mio compagno di cella e di impegnare la mente alla ricerca dei miei ricordi”.

“Ricordi?”, si lasciò sfuggire Alceo, e subito si maledisse per aver lasciato trapelare la sua curiosità.

“Ricordi”, rispose Carlo, che intinse la piuma nel calamaio e si piegò in avanti per riprendere a scrivere.

Alceo capì che l’ostentata sequenza con cui l’altro sembrava volerlo ignorare, non era che un’esca, ben gettata, verso la sua curiosità.

“Vi auguro quindi una buona notte di ricordi”, disse cercando di assumere un tono il più distaccato possibile. E senza aspettare risposta voltò le spalle e si avviò.

“Così giovane e così permaloso, dunque. Oltre che gran curioso, naturalmente”.

Fu un tutt’uno per Alceo afferrare il senso delle parole che lo avevano raggiunto alle spalle e fermarsi. Si voltò lentamente e disse: “La vostra condizione di ospite non vi esime dal portarmi rispetto”.

“Confermo: permaloso”, disse Carlo e una piccola risata, senza sarcasmo, questa volta, investì Alceo. L’ospite proseguì: “D’altronde la curiosità è di questo mondo, e le mura di un’abbazia, per quanto alte, non proteggono da questa piccola e assolutamente scusabile debolezza umana”.

Ora, fermo in mezzo al chiostro, Alceo ripensava a Carlo e al suo racconto. Il lungo racconto di una vita che pochi avevano avuto il privilegio di vivere. Una confessione senza un penitente in cerca di assoluzione, senza un confessore in cerca di peccati da punire. Carlo e gli altri ospiti si fermarono nell’abazia per due settimane. E quasi ogni notte, da quella notte, Alceo stette ad ascoltare i ricordi del Pungiglione. Che fluivano come olio profumato dalla sua bocca e finivano nelle pagine scritte, che intanto si andavano accumulando. Carlo aveva la straordinaria capacità di parlare e scrivere nello stesso tempo. Ma le frasi che vergava sulle pagine non erano che riassunti perfetti dei suoi racconti. Col risultato che Alceo, avendo ascoltato le une e letto gli altri, aveva ora nello scrigno della sua memoria il racconto perfetto, fin nelle minuzie, di tutti gli avvenimenti che avevano condotto Carlo e i suoi compagni in quella lontana abbazia. Quel che segue è la fedele trascrizione di ciò che Alceo ha udito dalla bocca di Carlo e di ciò che lo stesso Carlo ha scritto. Perciò il lettore troverà (e per questo non dovrà stupirsi), parti raccontate in prima persona da Carlo e altre affidate a un terzo narrante. Lo stesso Alceo.

 

 

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