Ho un libro in testa

06dic
2011

Il corso di scrittura di Elena Varvello: Aprire la porta giusta – scrivere l’incipit

Inizia la nuova puntata del corso speciale per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
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Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

 

 

 

24° PUNTATA

APRIRE LA PORTA GIUSTA SCRIVERE L’INCIPIT
di Elena Varvello

 

Sono appena tornata dalla mia passeggiata – cammino tutti i giorni, se posso, due o tre chilometri, per evitare che la mia schiena, o qualche altra misteriosa parte di me, cominci a tormentarmi quando, una volta tornata a casa, mi siederò davanti al computer e rimarrò lì seduta per un sacco di tempo. Rimanere seduti per un sacco di tempo non è una cosa naturale, mi hanno spiegato. Non è naturale né sano. Soprattutto nella posizione in cui io sto seduta, non avendo una sedia ergonomica e incurvandomi sulla tastiera del computer come alcuni pianisti si curvano sulla tastiera del pianoforte. Dovresti praticare uno sport, mi hanno detto. O perlomeno, se non ti passa proprio per la testa di praticare uno sport – be’, no, non mi passa; credo di averlo fatto l’ultima volta quand’ero ancora alle medie, ed ero obbligata a giocare a pallavolo e comunque facevo di tutto, arrivando a elaborare sofisticate e intricate bugie, per evitarlo, per rimanere in panchina – se non ti passa proprio per la testa, dovresti almeno camminare un poco ogni giorno. Sì, perfetto: questo va bene, mi piace. Camminare aiuta a pensare e a sgombrare la mente e a rimettere le cose a posto, non sempre, lo ammetto, ma spesso, ed è già un bell’aiuto.

Comunque, mentre camminavo, pensavo a quanto sia difficile iniziare a scrivere, pensavo a quella cosa che tecnicamente chiamiamo incipit. Mi sono detta: “Ecco, è di questo che dovresti provare a parlare”. Cosa significa scrivere un buon incipit? Come si fa?

Lo sapete meglio di me: siamo tutti alla disperata ricerca di ricette o di regole che ci aiutino ad andare avanti, lo siamo e lo saremo per sempre, mi sa, perché non è che, col tempo, le cose si facciano chiare e del tutto evidenti. Voglio dire che ogni volta che cominciamo a pensare a una nuova storia, ogni volta che decidiamo o, meglio, sentiamo che è arrivato il momento di scrivere, è come se dovessimo imparare tutto daccapo. Ogni nuova storia ci chiede qualcosa d’inedito, ci pone problemi e domande a cui non sappiamo rispondere, non come vorremmo. Rimaniamo per tutta la vita dei principianti, ve l’ho già detto, credo proprio che sia così. E allora, questa cosa dell’incipit? Come la mettiamo con l’incipit?

Mentre camminavo – una parte del tragitto mi obbliga a percorrere una strada lungo la quale non passa nessuno, una strada che corre fra i boschi, ed è quello il punto in cui, nelle giornate migliori, emergono pensieri e ricordi – mi è tornata in mente una frase di uno scrittore che amo, uno scrittore che si chiama E. L. Doctorow – ha dalla sua molti buoni racconti e romanzi. Doctorow ha detto, una volta, che “scrivere un romanzo è come guidare di notte. Non vedi più in là dei fanali, ma puoi fare comunque tutta la strada”. Esperienza comune, no? Lo sappiamo benissimo, come funziona guidare di notte. Sappiamo che, pur non vedendo al di là dei fanali, arriveremo a destinazione. Poi ho pensato che, durante i mesi in cui abbiamo chiacchierato e ragionato intorno alla scrittura, ho usato spesso l’espressione “brancolare nel buio”. Andare a tentoni. Vedere poco più in là e non oltre.

D’accordo, mi sono detta, e poi, subito dopo: cosa c’entra tutto questo con la questione dell’incipit? C’entra, in qualche modo, ma quale? Nel frattempo, ero arrivata a casa, e ora eccomi qui seduta a scrivere, senza una sedia ergonomica, curva sulla tastiera.

Lasciate che vi dica quello che penso, e lasciate che ve lo dica subito: questa cosa dello scrivere un buon incipit è, innanzi tutto, per il momento, un falso problema. Devo spiegarmi meglio, mi sa. Diciamo che, nel corso degli anni, ho sviluppato una strana e personalissima visione della scrittura, una visione, direi, organica, secondo cui essa non è sezionabile in parti distinte, da apprendere distintamente (saper scrivere un buon incipit sarebbe la prima, saper scrivere un buon dialogo la seconda, saper costruire una trama solida la terza e così via). La scrittura è, per quanto mi riguarda, un corpo che non si può sezionare. Non ci sono moduli da imparare uno dopo l’altro, unendo i quali avrete sicuramente un buon racconto, o un buon romanzo. Non funziona per giustapposizione e, soprattutto, non prevedere regole o ricette. Eh, no. Questo vuol dire che nessuno, e quindi tantomeno io, potrà mai dirvi come si scrive un buon incipit – tenetevi alla larga da chi pretende di potervelo spiegare una volta per tutte, anche se potrebbe sembrarvi utile o consolatorio.

Scrivere un incipit (bello o brutto che sia) significa aprire una porta su un mondo nuovo, un mondo che non esiste ancora, se non nella nostra mente. La costruzione di un mondo che non esiste è terribilmente complicata, lo è per tutti, nessuno escluso, e aprire quella porta (quella giusta) è ancora più complicato. Un po’ come trovarsi in un punto da cui partono molti sentieri diversi, moltissimi, e non sapere proprio quale imboccare. Quante volte ci capita? Insomma, come vi ho detto, brancoliamo nel buio, non vediamo al di là dei fanali, pochi metri più avanti. Tutto il resto è avvolto dall’oscurità, però dobbiamo procedere. Allora, c’è qualcosa che può venirci in aiuto, ed è di questo che vorrei parlarvi, oggi e la prossima volta. Questa cosa potremmo chiamarla così: accettare le false partenze.

Le false partenze sono il nostro pane quotidiano, sapete? Buttare giù la prima parola, poi la seconda e la terza, scrivere, insomma, senza porsi troppi problemi. Aprire una porta, in qualche modo, salvo poi scoprire che è quella sbagliata e che, al di là, non c’è la stanza in cui saremmo voluti entrare davvero. Quindi cancellare tutto e aprirne una nuova. Il punto è: come facciamo a sapere quale porta aprire, o quale sentiero imboccare, se prima non sappiamo che stanza ci sia oltre la porta, o dove ci condurrà quel particolare sentiero?

Molto spesso, quando mi trovo in una situazione del genere (ogni volta che comincio a scrivere, direi), sapete che faccio? Prendo un libro che amo – ne tengo sempre parecchi sulla mia scrivania, mi danno conforto e mi spingono a lavorare di più, e meglio. Lo apro e leggo le prime righe, la prima pagina. Bellissima. Situazione molto frustrante, direte voi. A che ti serve?, potreste pensare. Così peggiori le cose. Vuoi farti del male? Sì, apparentemente è così. Ma qui sta il segreto: mentre leggo quel bellissimo incipit, comincio a pensare: non me la racconti giusta, mio caro – o mia cara – non ti è mica venuto così al primo tentativo, ci sei dovuto arrivare, come ciascuno di noi, salvo rare eccezioni. Probabilmente, prima ti sei trovato a brancolare nel buio. Dico a me stessa che quell’incipit, sì, proprio quello, in quella forma definitiva, è, molto probabilmente, arrivato più avanti, ed è il frutto di una, due, tre, quattro, dieci riscritture. In alcuni casi – lo so per certo – quell’incipit è addirittura arrivato alla fine, quando il racconto o l’intero romanzo se ne stavano lì, già scritti. E allora mi dico: perfetto, ci arriverò anch’io, prima o poi. L’importante è che, adesso, apra una porta, l’importante è che ci provi e che, soprattutto, abbia la forza di accettare l’idea che si tratta di una falsa partenza e che dovrò necessariamente tornarci su, una volta che la mia storia avrà preso corpo. Una volta che avrà preso vita. Solo allora saprò cosa fare, solo allora mi sarà dato modo di conoscere quale sia l’incipit giusto. L’unico, il solo. Proprio perché ciascuna storia è un organismo non sezionabile in parti distinte.

Tutto qui, per il momento. Alcune riflessioni in libertà, dopo una bella camminata in una giornata di sole.

Conclusione: non accanitevi nella speranza di poter scrivere da subito l’incipit giusto. Quello più bello e fulminante, che lasci voi e poi i vostri lettori senza fiato. Non disperatevi se non accade. Andate avanti, superate l’ostacolo. Accettate le false partenze, perché fanno parte del nostro lavoro, non possiamo evitarle. Nello stesso tempo, però, cercate di non ostinarvi nella convinzione di aver scritto un ottimo incipit se, a un certo punto, vi pare che non c’entri più un accidenti con la vostra storia. Abbiate il coraggio di riscriverlo anche se, in astratto, sarebbe perfetto. Il problema non è avere un bell’incipit, direi, ma l’incipit giusto. Fra le due cose, spero che lo sentiate anche voi, c’è una certa differenza.

Sottigliezze? Forse, ma ci sono momenti in cui le sottigliezze racconti mondi completamente diversi. Ci sono momenti in cui contano più di quanto pensiamo.

 

 

 

 

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