Ho un libro in testa

11dic
2011

“Il romanzo di tutti: un editing collettivo”. Seconda puntata

L’idea è piaciuta e i commenti lo dimostrano. Grazie a tutti e ora ecco il secondo capitolo. Dove si comincia a delineare la figura di Pungiglione. Capitolo importante, perché qui si intravvedono i caratteri del personaggio: complesso, duro e onesto, forse un po’ troppo idealista. Bisognerà lavorarci a fondo, perché è un pilastro del romanzo. A maggior ragione aspetto la vostra preziosa collaborazione. Alla prossima. E passate parola.

Marco

 


IL ROMANZO DI TUTTI: UN EDITING COLLETTIVO Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblicherà uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo, di cui trovate qui sotto la sinossi. L’intento è quello di coinvolgere voi lettori in una sorta di editing collettivo che porti a una stesura definitiva del romanzo. Funzionerà così: le vostre osservazioni potranno riguardare sia la forma che la sostanza stessa dei vari capitoli. Potrete per esempio suggerire migliori messe a fuoco dei personaggi, chiedere interventi su passaggi particolarmente complessi per la trama, suggerire nuovi intrecci o semplificazioni, chiedere approfondimenti o segnalare errori sul contesto storico che fa da sfondo al romanzo. L’autore, ogni settimana, segnalerà quali suggerimenti sono stati accettati e si impegnerà a inserirli nella stesura definitiva. Se il lavoro andrà a buon fine e verrà pubblicato, nei ringraziamenti finali appariranno i nomi di coloro che hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera.

MARCO CORRIAS, giornalista e scrittore, è nato in Sardegna e lavora a Roma come inviato al programma Terra! Ha pubblicato tre libri: “Mio figlio Farouk, anatomia di un rapimento” (Rizzoli). “Mino Pecorelli un uomo che sapeva troppo” (Sperling & Kupfer).
“Il pozzo Zimmerman. Storia di un minatore dalla luce al buio andata e ritorno” (Demos). Quest’ultimo è presente anche come e-book nella piattaforma Simplicissimus Book Farm.

Per leggere la SINOSSI e il PRIMO CAPITOLO clicca qui.

 

 

Capitolo 2 (dove si narra di Pungiglione)

 

Chi gli avesse per primo attribuito quel sopranome, il Pungiglione non lo ricordava. Aveva soltanto la certezza che fosse stato nel periodo fiorentino, ma questo era tutto. D’altra parte, poteva mai ricordare tutti coloro, uomini o donne che fossero, incontrati in quella parte della sua vita così svagata e turbolenta?

Era arrivato a Firenze giovanissimo, quando aveva appena compiuto i diciotto anni. Suo padre, Aristide degli Argini, piccolo nobile di recente lignaggio, con terre attraversate da paludi e canali nella parte più meridionale delle valli di Comacchio, l’avrebbe voluto dottore in legge, perché Bologna e la sua università non erano distanti dalla villa turrita e dai campi sterminati dove Carlo era cresciuto, ultimo di tre fratelli e di due sorelle. Il sogno di farne un dottore in legge, però, durò giusto il tempo che Carlo ebbe di passare dalla fanciullezza all’adolescenza. Perché in quel breve lasso di tempo, che ai fanciulli sembra eterno e che ai genitori invece sfugge come un legno preso dalla corrente d’un fiume in piena, il padre Aristide capì che il carattere di suo figlio mal si sarebbe conciliato con una vita di studio, con la pacatezza necessaria all’apprendimento del latino e del greco, delle lettere e della filosofia; per non dire dei libri che trattavano di cose giuridiche, sui quali, il genitore ne era certo, Carlo non avrebbe mai speso il tempo richiesto e necessario per diventare un uomo di legge.

Carlo era di natura selvaggia e indomita. Amava i cavalli, che cavalcava a pelo e che lanciava in corse sfrenate; amava la lotta e il tiro con l’arco e la balestra, e si esercitava in quelle discipline nel corso di lunghi pomeriggi trascorsi in solitudine. I due fratelli maggiori, affidati alle cure di un istitutore, impegnavano le loro giornate nell’apprendere coscienziosamente il mestiere delle armi, ma soprattutto le arti sottili da impiegare nel governo degli affari della giovane casata. Erano destinati alla successione e a tale scopo venivano educati.

Le due sorelle, che Carlo amava ma che vivevano vite così distanti dalla sua, le vedeva di rado, assegnate com’erano all’educazione di certe suore d’un convento vicino, che supplivano così all’assenza della madre. Elisabetta, nobildonna di un ramo cadetto degli Este, era morta in un giorno freddo e terso di gennaio. I dolori del parto, nel dare al mondo il figlio che altri avrebbero chiamato Carlo, s’erano fatti maligni e, diventati insopportabili, le avevano tolto il respiro e la vita. Carlo pagò due volte per quella morte: crebbe senza una mamma e con la brutta sensazione che l’essere al mondo gli fosse attribuito come una colpa. Quasi che i suoi fratelli e sorelle addebitassero a lui il furto eterno delle dolcezze di cui Elisabetta era capace. Non era vero, ma lui a lungo si lasciò prendere da questa colpa, se ne avvolse fino a farla diventare essenza stessa di sé.

La fanciullezza fu stagione di tristezza e inquietudine, una vita al contrario. Il tempo in cui a tutti è dato di vivere in gioia e spensieratezza, il tempo dell’essere bambini, Carlo lo trascorse preda d’una cupezza che nessun dono paterno, nessuno scherzo bonario da parte dei fratelli, riusciva a dissolvere. Più d’una volta l’istitutore, che vegliava in una stanza vicina alla sua, l’aveva sorpreso a notte fonda mentre s’aggirava lungo gli spalti su cui dava la sua camera. Lo sentiva singhiozzare e invocare perdono, in una litania che strappava il cuore.

Poi, con l’affacciarsi dell’adolescenza, quella sua vita capovolta si aprì. Al contrario dei coetanei, che in quell’epoca si interrogano sui misteri del mondo e per questo spesso cadono preda di tormenti infiniti, Carlo fu invaso da un’energia sconosciuta, da una sicurezza che lasciò sconcertati il padre e i fratelli.

Al compimento del tredicesimo anno d’età chiese al padre d’essere assegnato a un maestro d’armi. Aristide ne rimase sbigottito. Fin da quand’era bambino lo aveva spronato a imparare l’uso delle armi, ma aveva sempre ricevuto dei secchi rifiuti. Ora, invece, Carlo sembrava posseduto d’un furore sconosciuto. Non v’era prova di forza fisica, non v’era sfida d’abilità e di agilità con le quali non volesse cimentarsi. Ma chi gli era attorno, a cominciare dal padre Aristide, non poteva fare a meno di notare che quelle sfide, quell’esibizione di forza altro non erano che prove contro la sua stessa natura.

“Potrebbe uccidere un nemico in due mosse, se solo volesse”, disse un giorno Eusebio, il maestro d’armi spagnolo, ad Aristide. “Ma non ucciderà nessuno, perché l’uccidere non è istinto che gli appartenga. Se mai dovesse farlo, vorrà dire che non avrà avuto un’altra scelta”.

Che la natura di Carlo fosse quella così profeticamente suggerita dal maestro d’armi, fu chiaro a tutti, nel feudo di Comacchio, il giorno in cui compì diciotto anni. Il banchetto che lo festeggiava era appena terminato, quando Carlo si levò da tavola e con la spada sguainata tra le mani si avvicinò al genitore e ai due fratelli. Nella sala s’era fatto silenzio.

“Padre mio, fratelli, amici, questa spada che ho imparato a maneggiare d’oggi in poi sarà riposta nella guaina e riposerà nel fondo del mio baule. La porterò con me ovunque andrò, ma non cingerà il mio fianco, non sarà strumento di morte e non affiderò ad essa la difesa dei miei interessi, se non quelli, estremi, che riguardano la vita stessa.”

Lo stupore che passò sul volto dei presenti sembrò non turbare minimamente Carlo, che anzi, mutò il tono solenne e accompagnandosi con un sorriso proseguì: “Il sollievo che vedo sui volti dei miei fratelli e di tutti voi, per il fatto che sarete preservati dall’incrociare la mia spada con le vostre, mi rende felice e considero questo il primo vero gesto di bontà della mia esistenza; un regalo per i miei diciott’anni che, anziché ricevere, omaggio a tutti i presenti” .

A quelle parole tutti sorrisero e ci fu persino chi applaudì. Fu in quell’occasione che uno dei gentiluomini presenti al banchetto, levando il calice per un brindisi, ebbe a inventare il sopranome che accompagnò Carlo per tutta la vita: “Brindo a colui che avendo rinunciato alla spada l’ha prontamente, e con non meno mortale efficacia, sostituita col pungiglione della lingua, capace di uccidere i nemici, non uno per volta e con gran fatica, ma tutti insieme e con leggerezza”. Aristide si arrese al fatto che quel suo figlio cadetto non sarebbe mai diventato un uomo d’armi. E così, qualche giorno dopo, non si stupì più di tanto della richiesta di Carlo di andare a vivere a Firenze.

“Voi sapete, padre”, disse Carlo guardandolo negli occhi, gesto non usuale tra i figli di Aristide, che di solito durante i colloqui si rivolgevano al genitore col capo chino, “che fin da quando ebbi l’uso della ragione il mio spirito è sempre stato teso piuttosto alle arti e alla contemplazione della bellezza che all’uso delle armi e a tutto ciò che esso comporta. So bene che i privilegi che la nascita assegna ai fortunati come me, vanno poi difesi, e se possibile aumentati, nel corso della vita. Ma io, vi giuro, sento che la mia esistenza debba svolgersi lontano da questi affanni: il governo delle nostre cose, la loro difesa e il loro moltiplicarsi, sono compiti che i miei due fratelli sapranno svolgere con capacità e profitto. Io non vi chiedo se non quella parte che vorrete assegnarmi come rendita per il solo fatto d’essere nato nella vostra casa e il permesso di andare a vivere a Firenze, dove conto di apprendere l’arte della scultura”.

Aristide, a cui quel figlio, più che gli altri, ricordava l’amata moglie, diede il suo assenso. S’era da tempo rassegnato a mettere da parte ogni dubbio e ogni speranza di vederlo crescere alla sua corte al pari degli altri figli.

 

 

 

 

 

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