Oggi incontriamo gli autori del libro Sillabario goloso. L’alfabeto dei sapori, tra cucina e letteratura (Mondadori).
Laura Grandi e Stefano Tettamanti sono soci nell’agenzia letteraria Grandi & Associati. Hanno pubblicato Il calendario del laico (Mondadori 1998); Calendario goloso (Garzanti 1999), Nuovo calendario goloso (Garzanti 2000) e Atlante goloso (Garzanti 2011).
LA LETTERATURA È NUTRIMENTO di Laura Grandi e Stefano Tettamanti
La letteratura è nutrimento. Della mente, dell’anima e del corpo. Per secoli gli scrittori non hanno smesso di dar da mangiare e da bere ai loro personaggi, se è vero, ed è vero, che non esiste opera di narrativa in cui, prima o dopo, qualcuno non metta le gambe sotto un tavolo o non avverta il bisogno di spegnere la sete, quasi mai solo con l’acqua. E di certo aveva ragione Aldo Buzzi (il nostro vero guru: quando ci accorgiamo che stiamo rischiando di prenderci troppo sul serio, una pagina di Buzzi ci rimette in sesto) quando confessava che “lo scrittore che non parla mai di mangiare, di appetito, di fame, di cibo, di cuochi, di pranzi, mi ispira diffidenza, come se mancasse di qualcosa di essenziale”. I romanzieri nutrono i loro personaggi d’invenzione perché questi nutrano i lettori reali, in carne, ossa e frattaglie. I pranzi e le cene (e anche le prime colazioni, le merende, gli aperitivi, le spaghettate di mezzanotte…) serviti sulla pagina hanno soddisfatto le più diverse intenzioni letterarie e il cibo è stato lo strumento perfetto per creare l’illusione della realtà, obiettivo primario del lavoro di chiunque scriva romanzi o racconti. Storia, ambienti sociali, psicologie, relazioni, valori morali ed estetici, convincimenti politici, posizioni filosofiche, credenze religiose, visioni del mondo: attraverso la descrizione di un pasto uno scrittore è in grado di dirci tutto dei suoi protagonisti e molto di sé. Il cibo fornisce spunti e snodi narrativi essenziali all’interno delle trame dei romanzi anche grazie al fatto che gli uomini (e le donne) quando è l’ora di mangiare allentano i meccanismi di difesa, e la loro vulnerabilità attrae come una calamita l’immaginazione letteraria (Esaù si vende la primogenitura per un piatto di lenticchie, Sancho Panza è pronto a scambiare la promessa di nobiltà per uno stufato, Sister Carrie è portata sulla via del piacere e del peccato da un filetto di manzo, Emma Bovary da un piatto di quaglie; la resurrezione del protagonista delle Mille luci di New York è annunciata dall’odore del pane appena sfornato…) e offre allo scrittore la possibilità di svelare gli intrichi di una personalità durante l’intimità di un pasto, e parlando d’altro. La massima di Brillat-Savarin: “Fatemi vedere che cosa mangia e vi dirò che uomo sia”, non è che la sintesi del lavoro che da sempre viene svolto dai narratori e di cui nel nostro Sillabario goloso si dà conto. Il materiale cui abbiamo attinto è pressoché sterminato e attraversa epoche e letterature. Il criterio di scelta di autori, brani e ragionamenti vari (ci auguriamo il più lievi e digeribili possibile) è stato quello della qualità letteraria, del piacere puro della lettura e della possibilità di una sua piena godibilità. Non è forse sublime, e non ci dice tantissimo sui nostri anni Settanta, questo duello in punta di intelligenza e cultura fra Alberto Arbasino e Edoardo Sanguineti a proposito di champagne? È a pagina 272 del Sillabario. Cin-cin.
Agosto 1975. Molto più di trentasei anni fa. Un’era geologica fa. Per lo meno a giudicare dal livello della discussione letteraria ospitata allora sui quotidiani italiani. Dunque. È da poco uscito, nella NUE einaudiana bianca a righe rosse, Revolverate e Nuove Revolverate di Gian Pietro Lucini, pagine XVIII-671, lire 8.000, per le cure di Edoardo Sanguineti. Sul “Corriere della Sera” del 17 agosto, è una domenica, Alberto Arbasino recensisce (per i più giovani: significa che ne fa un’analisi ed esprime una valutazione critica) l’opera. È la recensione di un Arbasino nel pieno della sua maturità e della sua verve intellettuale, ed è straordinaria. Profonda, colta, sobria, elegante, arguta, spiritosa, scritta da Dio. In due dense colonne di “Corriere” (che era ancora un “Corrierone” formato lenzuolo) al fine di portare acqua al mulino della sua tesi, Arbasino cita, in ordine di apparizione: i lombardi dalle due anime, illuminista e passionale, Verri, Manzoni, Dossi, Porta, Testori, Parini, Camilla Cederna, naturalmente Gadda; i francesi del filone del dandysmo simbolista, dall’anima “un po’ finta, preziosa fino alla leziosaggine” cui appartengono Baudelaire, Huysmans, Barbey d’Aurevilly, Villiers de l’Isle-Adam, Gourmont, Schwob, Redon, Moreau, Rops; virgoletta Mario Praz (“Ah, quegli scrittori di pagina lasciva e vita proba, così tipici del decadentismo”), e un feroce Max Beerbohm (“Speriamo che Oscar Wilde si tolga la faccia, così vediamo la maschera che c’è sotto!”); quindi Zola, Sartre, Chomsky, Heine, Carducci, Prati, Aleardi, D’Annunzio, Luchino Visconti di Modrone, Majakovskij, Mallarmé, Fortebraccio, Wagner e forse qualche altro. Il mulino di Arbasino, alimentato da tutto questo po’ po’ di acqua, più che una recensione finisce per macinare una condanna senza possibilità di appello: “I versi di Lucini sono orribili. Tutti”. E per porre un paio di domande, fini e profonde, neppure troppo retoriche, ed elaborate, chissà, non solo per Lucini ma anche per chi ne ha così “scrupolosamente curato” la raccolta di scritti: “Ma è possibile che mai una volta Lucini rileggesse ciò che aveva scritto, magari a voce alta?” e “Come mai un poeta così intelligente, così impegnato, così ‘giusto’ non ebbe successo e non trova lettori?”. Infine, per bacchettare sulle dita direttamente il curatore, una chiusa al limite della perfidia, a proposito di un errore di francese, e di bon ton, che riscontra quasi al termine del libro (giusto per far capire di essere arrivato a leggere almeno fin lì): “In una prossima edizione converrà forse correggere a pagina 540, dove il testo, in circostanze di esagerata sciccheria ordina ‘champagne frappé’ e la nota chiarisce ‘ghiacciato’. In realtà sarebbe ‘frullato’ – per toglierne, con elegante strumentino d’argento, il gas”. Vittoria netta e marameo finale.
Una settimana dopo, il 24 agosto, di nuovo una domenica, il curatore dell’opera di Lucini, risponde dalle colonne del “Giorno”. Della stroncatura del suo protetto, Sanguineti si libera con un’alzata di spalle: “Il Lucini garba poco ad Alberto Arbasino che ha risgranato il rosarietto delle sue riserve sul ‘Corriere’ del 17 agosto – ed è suo buon diritto”. Quello che gli preme è risolvere una volta per tutte la vicenda del frappé e del frullino per sgasare lo champagne. Farsi dare dello zotico da Arbasino, per quanto i due siano amici, o forse proprio perché sono amici, deve bruciargli non poco. Allora via con le pezze d’appoggio a sostegno della sua tesi: “Impegni improrogabili di lavoro non mi permettevano, sventuratamente, di avventarmi in jet al Moulin Rouge, come avrei bramato, o presso altro equipollente tempio di mondana e sciccosa bevitura, onde chiarirmi della verità delle cose per testimonianza sofferta. E una domenica ferragosteggiante non offriva a me, in sede, molte opportunità di verificare sul campo”. Sanguineti è consapevole che il contributo attinto dal Dizionario Moderno di Alfredo Panzini (per quanto sostenuto degli aggiornamenti di Bruno Migliorini e Alfredo Schiaffini, per i tipi dell’editore Hoepli) non sarà sufficiente a placare “l’A. A., sopra la cui sciccheresca esperienza avrei giurato” e non si accontenterà certo di un paziente “Participio del verbo francese frapper – colpire, ed è sovente detto delle bevande, come champagne frappé, quasi colpito dal gelo” né del “Garzanti più praticamente scolastico, che pur conferma per conto suo che frappé, detto di champagne, vale puramente e semplicemente ‘servito in ghiaccio’”. La raccolta di avalli di Sanguineti non si arresta: “Ora, la consultazione per nulla alcolica dei principali e più vulgati lessici di Gallia (leggi Larousse, e Magno e Novello, e Roberto il Massimo, e Littré, e vai dicendo) testimonia, al di là di ogni ragionevole dubbio, e con notabile monotonia nelle formulazioni definitorie, che dicesi ‘Champagne frappé de glace ou simplement champagne frappé celui qu’on a refroidi vivement et même congelé, à l’aide de la glace pilée mise autour de la bouteille”. Potrebbe bastare, ma Sanguineti vuole stravincere e da “Larousse il Grande, nell’edizione 1867, al tomo III, alla pagina 892” riporta due esempi dovuti niente meno che alla penna “sublime dell’immortale Brillat-Savarin (…) sopra l’autorità del quale, come ognuno sa, innalzarsi oltre è gastronomicamente impossibile”. Brillat-Savarin scrive: “Le docteur Corvisart, qui était fort amaible quand il voulait, ne buvait que de vin de Champagne frappé de glace”; Sanguineti chiosa: “e chi risalga al testo (Physiologie du Goût, Méd. XII § 64, p. 147 dell’ed. Charpentier, Paris 1853), degusterà in supplemento il ‘théorème’ seguente: ‘Le vin de Champagne, qui est excitant dans ses premiers effets (ab initio), est stupéfiant dans ceux qui suivent (in recessu)’; con l’esplicazione: ‘ce qui est au surplus un effet notoire du gaz acide carbonique qu’il contient’ (e che non si elimina affatto, in effetti, frappando). Un altro paio di testimoni chiamati a deporre e infine l’arringa sanguinetiana, con sentenza: “Visti i sopra addotti reperti, ammoniamo pertanto publice il nominato amico A. A. a non confondere in perpetuo (auspice, ove occorra, il celebre Robert) due locuzioni tanto dissimili, quanto lo sono, per intrinseco senso e per effetti gastrici, frapper le champagne (che vale quanto si è chiarito) e battre le champagne (che è quello sgasante frullare cui bene si addice l’evocato strumentino argenteo”.
Un irresistibile ferragosto di fuoco: un duello a colpi di cultura, intelligenza, ironia, misura e raffinatezza da parte di due maestri. Che si svolse sulle pagine di due quotidiani italiani. Un’era geologica fa. Nel 1975. Bello esserci stati.
Alberto Arbasino, Se Lucini si fosse riletto. Un “caso” che ha suscitato entusiasmi un po’ eccessivi, in “Il Corriere della Sera” del 17 agosto 1975.
Edoardo Sanguineti, Garçon, champagne frappé!, in “Il Giorno” del 24 agosto 1975, poi in Giornalino 1973-1975, Einaudi.
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