Ho un libro in testa

29dic
2011

Christian Mascheroni: un momento così maledettamente bello

La nuova puntata di Non avere paura dei libri.
Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Christian Mascheroni, scrittore e autore televisivo, ci fa entrare nella sua famiglia, tra ricordi, emozioni, figure straordinarie che fanno innamorare (ancora di più) dei libri.
Per leggere le puntate precedenti, vai a Categorie: Non avere paura dei libri.
Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!

 

 

 

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Diciassettesima puntata: Stille Nacht

 

Eravamo capaci di scioglierci come neve quando si parlava del Natale.

Eva, la viennese che spalancava le finestrelle del calendario dell’avvento come fossero finestre sul mondo che le piaceva osservare.

Gino, “il moro di Appiano Gentile” che lasciava impronte di gigante buono sulle strade bianche.

Ed io, che l’attesa del Natale l’ha sempre vissuta con l’indescrivibile stupore di un bambino di fronte al contatto di un fiocco di neve sulla punta della lingua.

Sarà che eravamo tre bambini nei giorni che precedevano la vigilia, tre piccole pesti che si scatenavano per difendere il baluardo della magia delle feste dagli attacchi della vita reale. Non permettevamo a nessuno, incluso ognuno di noi, di rovinare il gusto della celebrazione di un giorno che ci vedeva uniti più che mai, tanto che Charles Dickens e Louise May Alcott avrebbero potuto cederci le loro penne a patto di smetterla di incarnare lo spirito del Natale in maniera così snervantemente fiabesca. Eravamo capaci di cariare i denti a chiunque quando parlavamo di come avremmo passato il Natale, perché ogni nostro entusiasmo verso le nostre tradizioni -da ottemperare in modo ligio e senza margine di insuccesso- era ricoperto da strati di zucchero e caramello a prova di morso. Per dirla tutta, eravamo stucchevoli ed insaziabili di aspettative di fronte alla possibilità di celebrare un momento così maledettamente bello. La dice lunga il fatto che, se incominciava a nevicare qualche giorno prima di Natale, mia madre ed io correvamo in cortile bardati con guanti dai colori fluorescenti e cappelli da derisione sicura –lei indossava berretti di lana fatti a mano di una bruttezza ineguagliabile ed io un colbacco con finta coda di procione alla David Crockett. Saltavamo verso il cielo spalancando gli occhi oltre alle nostre possibilità anatomiche e afferrando i fiocchi di neve che ingurgitavamo come se piovessero caramelle. Eva, la viennese che perdeva il controllo di se stessa di fronte ad un’emozione infantile, emetteva suoni di una lingua che probabilmente poteva appartenere ad una popolazione primitiva ed io le premevo la sciarpa –anch’essa fatta a mano e quindi aberrante per abbinamento cromatico di fili e intrecci- contro quella bocca incapace di starsene in silenzio. Se poi la neve attecchiva e ricopriva il nostro mondo di un manto spesso e pannoso, era la fine della nostra dignità, che andava irrimediabilmente persa.

Eravamo i personaggi delle finestrelle del calendario dell’Avvento, immancabile per iniziare le nostre giornate dicembrine con la sensazione, imprecisata, che sarebbe stato il nostro Natale più bello. Noi ce la mettevamo tutta e non eravamo mai da soli. Persino le nostre letture si spostavano radicalmente verso l’attesa del Natale. A mia madre –la viennese che appiccicava ai vetri di porte e finestre decorazioni con pezzi di scotch che non si sarebbero staccati nemmeno dopo la Primavera- piaceva evocare lo spirito natalizio comprandomi libri illustrati, sin da piccolo. Quando ci fu il periodo in cui volevo fortemente dedicare la mia vita agli animali e diventare un veterinario, lei mi regalò, una settimana prima della vigilia, il racconto Il dono di Natale di James Herriot, storia di un gattino, portato dalla mamma gatta in punto di morte, nella casa di una donna inglese che non aveva mai posseduto un gatto. Era un volumetto grande, pieno di disegni, che avevo amato molto, ma ancor di più avevo amato quel regalo anticipato da parte di Eva, colei che sembrava, talvolta, non ascoltare i sogni di suo figlio e che, a sorpresa, li accudiva nei momenti più inaspettati. Casa nostra, d’altro canto, in quei giorni, si trasformava in un camino acceso per ravvivare il costante fuoco di attese che provavamo, anche se talvolta le fiamme erano alte e si rischiava di bruciarsi, o si spegnevano, improvvisamente, come i giorni dopo la scomparsa di mio padre o quando Eva aveva nostalgia di Vienna. Proprio in quella città, dalla quale era fuggita per trovare serenità, ma che la richiamava sempre, avevamo trascorso uno dei Natali più felici della nostra vita. Avevo sette anni –un piccolo folletto biondo con un quaderno ad anelli, le matite colorate e i giornali a fumetti in valigia- ed eravamo andati a Vienna in treno. Nevicava come in uno di quei film televisivi che mia madre ed io non perdevamo mai, e quando scendemmo dal vagone, la città ci apparve per quello che è sempre stata capace di regalare ad un bambino: l’affresco di un incanto puro e semplice. Dopo esserci sistemati in casa di mia zia Suky Yuki, ricordo che andammo a fare un giro in centro e l’odore di biscotti al marzapane si mescolava a quello pungente e delizioso dei ghiaccioli che si formavano in ogni angolo. L’albero di Natale, un abete maestoso che brillava di palle colorate e fili d’argento, custodiva l’essenza delle fiabe che avevo sino ad allora trovato solo nei libri. La gente camminava lenta, scivolando lungo la via principale scuotendo i nasi sui quali la neve si scioglieva. Io provavo solletico e ridevo. Mia madre e mio padre si aggrappavano l’un l’altro per non scivolare a terra, e ogni tentennamento era motivo per scoppiare in una risata. Eva riusciva persino a tollerare le disattenzioni di mia nonna, la cui dolcezza nei miei confronti era un bel vestito invernale, caldo e avvolgente, ma nascondeva screzi irrisolti con sua figlia. Ma ero solo un bambino e mi ritrovai a pregare Eva di non litigare con la nonna. Lei ci riuscì, quel Natale, ma solo dopo anni riuscì a comprendere come si dovesse sentire nel trovare la forza per ascoltare separatamente i suoi genitori, allora già divorziati, e allora già pieni di assenze. Mia madre era forte e bella quel Natale, grazie anche a mia zia Suki Yuki, con la quale si assentò solo qualche ora per andare a comprarmi i regali. Le immagino, a distanza di tempo, in un caffè viennese; mia zia con la mano sul braccio tremante di sua nipote e mia madre con lo sguardo rivolto alla neve, per sentirsi leggera come i fiocchi, e dimenticare invece di essere una figlia trasparente, un cristallo di ghiaccio. Furono alleate e combattive. Mia zia sola da anni, senza un marito, e mia madre lontana dall’alcool, per regalarmi una notte magica. Così fu. Ci fu il momento di addobbare l’albero insieme, e vedere mia nonna, sua sorella e mia madre insieme mi aveva reso felice –e nemmeno immaginavo che la tensione fra loro avrebbe potuto appiccare un incendio che nemmeno mio padre sarebbe stato capace di spegnere. Fui inondato di regali, libri in particolare, fra i quali un gigantesco albo con le storie dei Puffi, che leggemmo insieme. Per la sfortuna di tutti, mia zia mi regalò il circo dei Playmobil e quella sera decisi di rappresentare uno spettacolo da me scritto e diretto della durata di due ore durante le quali l’ammaestratore di leoni aveva una storia d’amore con l’assistente del lanciatore di coltelli e i leoni ad un certo punto scappavano con le foche per andare alla ricerca dei loro genitori. Trascorsi il resto delle feste giocando e disegnando, e creai un mondo di personaggi, in particolare Robery e Rudyno, un gatto ed un canarino che, anni dopo, sarebbero diventati i protagonisti del mio primo romanzo, Impronte di Pioggia. Non trascorremmo più il Natale a Vienna, purtroppo, ma questo non rese meno speciale quelli passati ad Appiano Gentile. Eva –la viennese che fumava sigarette con la testa infilata sotto l’albero di Natale per sistemare le decorazioni- sarebbe stata la moglie perfetta di Santa Claus. Non c’era tradizione che non venisse rispettata da tutti noi, con una solerzia pari ad un gruppo di renne ben ammaestrate. Forse esageravamo un po’ e sovraccaricavamo l’abete ecologico di addobbi natalizi quali angioletti di legno, palle dai colori fluorescenti e ibridi fatti a mano fino a piegare i rami e talvolta lo stesso tronco. Forse tendevamo a sovrappopolare il presepe con troppe statuine e posizionavamo persino i miei dinosauri di plastica al fianco di Gesù Bambino. Ma di certo, fra tutte le tradizioni, quella della conta degli alberi di Natale era di gran lunga una delle più divertenti e delle più riuscite. La sera del 24, prima di andare a cena in pizzeria, Gino –il padre che mi portava a prendere il gelato anche in una giornata di bufera di neve- ci caricava sulla nostra automobile e ci faceva fare il giro dei paesi. Non si andava a mangiare fino a che fra me e mia madre non avessimo contato, lungo le strade, ben 100 alberi di Natale addobbati. Lei contava quelli alla sua destra, io quelli a sinistra, e non valevano semplici lucine attaccate ai balconi o insegne luminose. Dovevano essere alberi addobbati nei giardini, nei cortili o dentro le case. Naturalmente Eva, che non resisteva per la fame, tentava ogni volta di barare e sbagliava la conta o insisteva a dire di aver visto un albero quando invece era un cartello stradale o un arbusto spoglio. A volte ci mettevamo persino un’ora buona, ma mio padre sembrava ormai conoscere a menadito le strade più proficue. A cena finita, c’era poi il rito dell’attesa al freddo. Mio padre ed io dovevamo stare fuori da casa fino a che mia madre non avesse acceso tutte le candele e sistemato i regali sotto l’albero, poi noi, a distanza di circa un quarto d’ora buono, potevamo citofonare e lei ci diceva se potevamo o no salire. A volte lei si perdeva nel sistemare casa, quando le sembrava che l’atmosfera non fosse perfetta, e mio padre ed io rischiavamo di diventare uno di quei pupazzi di neve del nostro cortile. Ma l’attesa portava con sé un momento di chiacchiera libera con mio padre, che la maggior parte delle volte puntualizzava sul fatto che mamma stesse una meraviglia e che si fosse data da fare più degli anni precedenti.

A volte lo lasciavo parlare, anche se la sua visione era distorta o cercava solamente che ci fosse una nota stonata nel nostro canto di Natale. Lo facevo anche io, perché sapevo che le feste erano un carico emotivo forte per mia madre e che pacchetti regalo, fiocchi, neve, addobbi, film tv e presepe erano solo palliativi per allontanare i fantasmi. Ma funzionava. Eravamo insieme e ci credevamo. Credevamo fino alla fine all’esistenza di un Babbo Natale capace di portare in dono le risposte agli interrogativi di una vita intera.

 

 

 

 

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