Beh, c’è stata davvero una risposta oltre ogni previsione. Molti i commenti, moltissimi i “like” che si traducono in altrettante finestre su fb. Un grazie particolare a chi è entrato nella storia (Marco e Carla) segnalandomi sviluppi possibili che mi sembrano interessanti e su cui lavorerò e di cui vi darò conto più in là. Intanto nel terzo e quarto capitolo si entra nel vivo con il Pungiglione-Carlo (a proposito come sarebbe giusto chiamarlo secondo voi?) che racconta dei suoi primi anni a Firenze e di come, quasi per caso, comincia ad avvicinarsi a quelle idee di ribellione verso la Controriforma incarnate per ora solo dal mite Cecco. Una domanda diretta: secondo voi, il racconto che Cecco fa della sua vita è bene che sia in prima persona o funziona di più come racconto indiretto in terza persona? Non è un quesito secondario. Grazie, alla prossima, Marco
IL ROMANZO DI TUTTI: UN EDITING COLLETTIVO Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblicherà uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo, di cui trovate qui sotto la sinossi. L’intento è quello di coinvolgere voi lettori in una sorta di editing collettivo che porti a una stesura definitiva del romanzo. Funzionerà così: le vostre osservazioni potranno riguardare sia la forma che la sostanza stessa dei vari capitoli. Potrete per esempio suggerire migliori messe a fuoco dei personaggi, chiedere interventi su passaggi particolarmente complessi per la trama, suggerire nuovi intrecci o semplificazioni, chiedere approfondimenti o segnalare errori sul contesto storico che fa da sfondo al romanzo. L’autore, ogni settimana, segnalerà quali suggerimenti sono stati accettati e si impegnerà a inserirli nella stesura definitiva. Se il lavoro andrà a buon fine e verrà pubblicato, nei ringraziamenti finali appariranno i nomi di coloro che hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera.
MARCO CORRIAS, giornalista e scrittore, è nato in Sardegna e lavora a Roma come inviato al programma Terra! Ha pubblicato tre libri: “Mio figlio Farouk, anatomia di un rapimento” (Rizzoli). “Mino Pecorelli un uomo che sapeva troppo” (Sperling & Kupfer). “Il pozzo Zimmerman. Storia di un minatore dalla luce al buio andata e ritorno” (Demos). Quest’ultimo è presente anche come e-book nella piattaforma Simplicissimus Book Farm.
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Capitolo 3
Carlo prese dunque alloggio in Firenze e sulle rive dell’Arno venne a conoscenza dei primi rudimenti della scultura. La bottega di Ceco non era delle più grandi e importanti che contasse la città. Oltre al maestro vi lavoravano altri cinque artefici e tre garzoni. Carlo era uno di questi. Impegnato per la maggior parte della giornata a ripulire il locale dalle scorie e a riassettare, osservava però con cupidigia l’uso sapiente che gli artefici, sotto la guida di mastro Ceco, facevano degli strumenti: delle subbie che abbozzano i grandi blocchi di marmo, dei calcagnuoli che danno forma più compiuta all’opera, delle gradine che rendono uniforme e fine la figura, dei trapani capaci di qualsiasi traforo, senza il cui delicato uso non vi può essere compiutezza assoluta. Apprese anche, provandole con la fatica delle sue braccia, delle differenze tra le pietre. Seppe che il marmo detto cipollino, di colore verdiccio e intriso di venature, non è buono per cavar figure, e allo stesso modo è faticoso assai lavorare i marmi saligni, perché di grana grossa e ruvida e trasudano l’acqua dei secoli. Si stupì assai la prima volta che vide un artefice lavorare un blocco di marmo campanino, per via di quel suono acuto che rimanda quando sia toccato dai ferri. Capi ben presto che marmi impareggiabili si cavano dalle montagne di Carrara e della Garfagnana. Marmi bianchi, puri come il latte appena munto, specie quelli sottratti alla cava del Polvaccio, che sono di dimensioni gigantesche tali da rendere possibile la fattura di due statue.
I giorni di Carlo trascorrevano così, nell’avido apprendimento dei segreti di quest’arte sublime, che cominciò come per tutti gli apprendisti nel dar di braccia a lustrare quelle opere con la pomice o col gesso di Tripoli, col cuoio o con gli struffoli di paglia. E intanto sognava, nella città di Michelangelo e del Bandinelli, dove crearono Giotto e Brunelleschi e dove Dante scrisse le pagine più alte dell’umanità, sognava la gloria che gli avrebbero consegnato le sue opere esposte alla vista dei secoli nelle piazze e nelle chiese d’Italia e d’Europa.
Ceco era un brav’uomo, probo e umile, ben lontano, all’apparenza, dalla consapevolezza di essere un maestro e non più uno scalpellino. Conosceva ogni segreto della pietra e del marmo, nessuna tecnica, neanche la più avanzata gli era ignota nell’uso degli strumenti. Dalle sue mani uscivano forgiate figure di santi e di re, di madonne e di angeli. E queste opere avevano la perfezione divina tanto quanto le creature immote che avevano reso famosa nel mondo la scuola fiorentina.
Il lavoro a bottega non mancava mai. Ceco lavorava su commissione di principi e vescovi e alti dignitari e ricchi mercanti, che nei contratti sottoscritti esigevano fossero soddisfatti tutti i loro capricci, che quasi mai si allontanavano dall’osservanza dei dettami ecclesiali in materia d’arte. L’arcangelo Gabriele deve Leggi di più..
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