Ho un libro in testa

06gen
2012

Lo strano caso del dottor Schmitz e di Mr Svevo. Ovvero: uno scrittore quanto assomiglia a se stesso?

 

Il corpo di chi scrive quanto assomiglia allo stesso corpo che vive nel tran tran quotidiano? Ecco a voi lo strano caso di Italo Svevo, pseudomino di Ettore Schmitz, e di Ettore Schmitz in persona.
Il capitolo che state per leggere è tratto dal libro Attorno a questo mio corpo. Ritratti e autoritratti degli scrittori della letteratura italiana a cura di Laura Pacelli, Maria Francesca Papi e Fabio Pierangeli (Hacca edizioni).
Buona lettura


IL CORPO CARTESIANO DI ITALO SVEVO di Giulio Savelli
Sul finire dell’inverno del ’26, in un mattino già quasi primaverile, un signore piuttosto anziano, non alto, alquanto corpulento ma elegante, si era fermato dinanzi all’ingresso del teatro della Scala, a Milano, per leggere il manifesto del Lohengrin. […] Il signore anziano somigliava stranamente a un ritratto dell’industriale triestino Ettore Schmitz, da me visto poco prima sulle «Nouvelles Litteraires».
Con queste parole Montale ricordava il suo primo, casuale, incontro con l’autore a cui aveva appena dedicato un articolo. Lo fermò e chiacchierarono amabilmente. Montale fu subito colpito dalla somiglianza che esisteva fra lo Schmitz e i suoi personaggi: in Italo Svevo era tutto sveviano dalla testa ai piedi; per Montale, tuttavia, il signor Schmitz «tale restò […] fino alla morte», senza mai divenire il romanziere Italo Svevo. Chi aveva dunque incontrato Montale? Svevo o piuttosto Schmitz, parente stretto di Svevo e dei suoi personaggi? In che modo, cioè, il corpo di Ettore Schmitz è diverso da quello di Italo Svevo? Lo pseudonimo permette una constatazione di valore complessivo, che si trova in accordo con l’esperienza raccontata da Montale: il corpo anagrafico, biografico, non si identifica con quello “dello scrittore”. –br– Ci può essere una relazione, più o meno forte, ma non c’è identità. Nessuna relazione ermeneuticamente significativa, cioè, possiamo stabilire fra la grossa testa di Schmitz e La coscienza di Zeno – non maggiore, almeno, di quella fra la gobba di Leopardi e L’infinito. Il corpo dell’autore è un’interposizione metafisica, un fantasma reale, costituito a partire dalla scrittura, fra quello designato anagraficamente e il corpus testuale. Il corpo dell’autore Svevo è dunque edificato secondo un progetto analogo a quello con cui sono costruiti i suoi personaggi. Come sono fatti questi corpi? Se per esempio si osserva la descrizione di Alfonso Nitti, protagonista del primo romanzo di Svevo, Una vita, ciò che si può immediatamente dire è che quello di Alfonso è un corpo “interpretato”: una specie di tavola di Rorschach la cui descrizione è intrisa di punti di vista non necessariamente oggettivi, di valutazioni parziali e di ipotesi implicite. Quanto al protagonista, la concezione che egli ha del proprio corpo è altrettanto mediata. Per Alfonso il corpo è infatti “organismo”, che non coincide con se stesso ma con uno “strumento” che egli si aspetta debba “obbedire”, “strumento” con proprie autonome esigenze (per esempio “stancarsi”, “esaurirsi”), e con il quale venire a patti. Non sempre, inoltre, si tratta di esigenze chiare e trasparenti; anche qui vale dunque il principio dell’interpretazione. Il corpo, poi, nel suo funzionamento, segue un modello energetico di tipo idraulico, analogamente a quanto Freud, nell’arco degli stessi anni, andrà ipotizzando con la teoria della libido. È chiaro che per Alfonso mente e soma sono un continuum, in cui le condizioni ambientali dell’uno influenzano lo stato dell’altra e viceversa, rappresentabile con un sistema metaforico comune. Corpo e mente formano assieme l’organismo: tuttavia, l’Io che lo controlla si trova fuori di questo, nella posizione di interprete e padrone, ma anche in una posizione di dipendenza e di estraneità problematica.
Nei suoi tratti generali questa concezione rimarrà in Svevo invariata. Nella psicosomatica de La coscienza di Zeno, di tipo groddeckiano, la mente, onnipotente e capace di alterare a proprio arbitrio tutto l’organismo, assomiglia al corpo di Alfonso, con i suoi autonomi bisogni e i suoi ipotetici fluidi da regolare, così che il movimento invisibile della mente appare nel soma, divenuto il suo spazio scenico. Esemplare a tale proposito il dolore paralizzante alla gamba derivato dal sapere che per il movimento di questa vengono impegnati ben cinquantaquattro muscoli: il pensiero produce la malattia, che a sua volta, attraverso il corpo, getta luce sull’attività della mente. Che il corpo sia lo specchio della mente non è una concezione propria della psicoanalisi: entrata in vigore già con la fisiognomica settecentesca, ha avuto la sua base nella distinzione cartesiana fra il corpo, una macchina, e la mente, immateriale res cogitans connessa intimamente al corpo. L’innovazione, che non è tanto sveviana né freudiana quanto genericamente materialista e positivista, consiste nel pensare la mente anch’essa come res extensa, dunque come corpo, come organismo, macchina – non senza conseguenze sul pronome di prima persona singolare. La psicosomatica, in un regime cartesiano corretto dal positivismo, è un gioco in cui mente e corpo si specchiano uno nell’altra, due forme della stessa sostanza che lasciano l’Io in un’indefinita condizione di conseguenza collaterale dei processi organici. La soggettività, tuttavia, in Svevo non si scioglie, se non in via teorica ed enunciativa, nell’oggettività della materia. Il rapporto fra mente e corpo nella Coscienza non si risolve, infatti, in un materialismo genuinamente olistico, conservando nascostamente l’originaria duplicità cartesiana. L’Io, in tal modo, si trova, autonomo, in una situazione intrinsecamente problematica, fuori dal corpo come dalla mente. Cruciale circa i rapporti mente-corpo-coscienza, come accennato, la concezione della malattia sviluppata ne La coscienza di Zeno. La malattia consiste nel desiderio, che si manifesta nel corpo e per il corpo ad opera della mente; la malattia è la vita stessa e il corpo in quanto materia vivente – per sintetizzare la situazione con un aforisma, «la vita è una malattia della materia»; il corpo, in altri termini, è, assiomaticamente, lo spazio della malattia. La salute si pone oltre la vita e fuori del mondo, in un luogo consistente in un puro costrutto teorico, e si trova, precisamente, nel punto di osservazione implicito nelle ultime righe de La coscienza: in quel luogo impossibile da cui il testo offre il panorama sull’«esplosione enorme», destinata a ridurre la Terra allo stato di nebulosa, e che “nessuno udrà”. L’Io che osserva, collocato in una salute inattaccabile perché fuori dal corpo, è precisamente questo “nessuno”. Tale soggetto vuoto appare nella struttura della Coscienza come l’autore – colui che, solo, potrebbe teoricamente conoscere la verità che si nasconde dietro le tante menzogne di Zeno. L’Io, la res cogitans, la coscienza, trasformata in un’entità problematica, è il corpo dell’autore Svevo; ha riscontro tangibile solo nelle corporeità dei testi, nella scrittura quale atto fisico e in quanto realtà immateriale. Se l’autore è indistinguibile dai suoi testi in quanto è “fatto” di questi, il suo corpo è la loro molteplice sostanza fisica. Il corpo dell’autore non sarebbe dunque quello i cui resti sono conservati nella tomba di Ettore Schmitz, bensì quello delle molteplici edizioni, della carta e dell’inchiostro, dei dischi magnetici e delle memorie volatili, che danno sostanza fruibile alle parole di Italo Svevo. Il carattere precipuo di questo corpo – o corpus – è la disposizione a un’interpretabilità aperta, all’ambiguità, all’ironia. Tali caratteri (comuni anche ai personaggi sveviani) sono in relazione diretta con lo status peculiare dell’Io autoriale. Probabilmente l’indipendenza dell’Io dell’autore dalla mente e dal corpo di Ettore Schmitz nasce a partire dalla profonda necessità di questi, materialista convinto, di costruire un artificio duraturo in cui far risiedere, almeno di tanto in tanto, la coscienza – un luogo fuori dal grosso corpo borghese avvelenato di nicotinae di cibo, fuori dalla malattia e dalla salute, una posizione da cui è possibile giudicare e misurare, da cui è possibile parlare e mostrare, un posto da cui si scrive. Ne sono testimonianza le ultime parole di Ettore Schmitz. Dopo il fatale incidente presso Motta di Livenza, ormai prossimo alla fine, sussurrò rivolto ai familiari accanto a lui: «Fioi, guardé come che se mori».
Il punto di vista di Ettore Schmitz sulla propria morte è, in tali parole, quello stesso in cui si pone Svevo – il punto senza luogo, a lato della vita, da dove nasce la scrittura e da cui si osserva la morte – e testimonia che Schmitz condivideva con Svevo la convinzione, ironica e fermissima, della distinzione radicale fra l’Io e il continuum rappresentato da corpo e mente. In queste parole si conferma anche il giudizio di Montale su quanto sveviano, “dalla testa ai piedi”, sia stato l’industriale triestino Ettore Schmitz – tanto da poter coincidere, infine, con l’autore a cui ha dato per quasi sessantotto anni provvisorio corpo.

 

 

Categorie: Rivediamoli

Commenti