Inizia la nuova puntata del corso speciale per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo La luce perfetta del giorno (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino.
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Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.
26° PUNTATA
Zampette che si dibattono nell’acqua – l’ossessione del controllo
di Elena Varvello
Carissimi, ovunque voi siate eccoci tornati qui…
Spero che quest’anno sia iniziato nel migliore dei modi, per ciascuno di voi, lo spero sinceramente, me lo auguro. Per quanto mi riguarda, mi sono presa un po’ di tempo – anche se poi questo vuol dire che, fra un pranzo e l’altro, fra un panettone e l’altro, ho continuato a ragionare e a riflettere e a fare alcuni passi avanti e alcuni passi indietro, perché mi è proprio impossibile mettere a tacere certe domande, o smetterla di incaponirmi intorno a certe questioni, e tutte, ormai lo sapete, hanno a che fare, sempre, con la scrittura. Come se la scrittura fosse un sottofondo, un ostinato, a volte appena percettibile, a volte troppo intenso – parlavamo di ossessioni, ricordate? Comunque, questo è un bene, perché, in fondo, è l’unica cosa che io sia in grado di fare, e lo dico a ragion veduta, arrivata a questo punto della mia vita, l’unica cosa al mondo, a parte la mia famiglia e le persone che amo – anche se non intendo dire di saperla fare così come vorrei, questo proprio no.
E così, riprendiamo il nostro discorso, se ne avete voglia, ripartiamo da dove eravamo arrivati: l’incipit, e, prima ancora, la riscrittura. Questa cosa della riscrittura sarebbe dovuta arrivare alla fine del nostro ragionare, me ne rendo conto, e avremmo dovuto, perciò, affrontare prima la delicata questione del finale – uno dei punti più interessanti e misteriosi ed entusiasmanti, per quanto mi riguarda. Però, in fondo, ne abbiamo già parlato, e penso che sia importante dirvi ancora un paio di cose, e farlo adesso, subito, sperando che possano servirvi, in qualche modo, se state lavorando, se state buttando giù la vostra storia.
Vedete, il fatto è che, col tempo, mi pare di avere imparato una lezione. Niente di trascendentale, niente di così illuminante – le illuminazioni sono sempre state, per me, piccole luci che si accendevano e si accendono nel buio, appena in grado di rischiarare un angolo, un dettaglio, una porzione molto piccola di un territorio troppo vasto. Una lezione, però, che mi è servita molto, e che mi ha aiutato a lavorare meglio, con maggior tranquillità, senza speranza e senza disperazione, come vi ho già detto.
Provo a metterla così: un tempo, tendevo a intestardirmi. Mi intestardivo sull’incipit che avevo faticosamente scritto (ecco, a proposito di incipit), mi intestardivo sulla mia prima pagina, sulla seconda o magari sulla terza, e ciò che avevo in mente di scrivere di lì in avanti lentamente inaridiva e si accartocciava su se stesso. Pensavo: “Se non riesco a cominciare bene, a cominciare come io vorrei, non posso proseguire, non posso andare oltre, sarebbe inutile, sarebbe una perdita di tempo”.
In fondo, il presupposto era: non è possibile costruire una casa che stia in piedi a partire da fondamenta mal fatte, deboli, precarie. E l’incipit era esattamente questo: le mie fondamenta. Mal fatte, deboli, precarie, il più delle volte. Pensavo che, se avessi proseguito, tutto ciò che avrei potuto fare in seguito sarebbe stato destinato al fallimento. Il primo muro che avessi tirato su sarebbe crollato miseramente, perché non mi ero occupata abbastanza delle fondamenta. Così, il tempo passava, e quel che succedeva era semplicemente che non riuscivo a proseguire, e della casa che avevo in mente di costruire non c’era nulla, non un muro o una finestra, non un soffitto o un pavimento. Niente, oltre a quelle poche pagine su cui tornavo e ritornavo ancora, riscrivendo, settimana dopo settimana.
Ciò che provavo allora, mentre rileggevo e rimettevo mano ostinatamente a quella manciata di parole, era la sensazione d’aver sbagliato tutto, la certezza di non essere capace e soprattutto il timore di aver riposto le mie speranze in un gesto che non avrei mai potuto fare, non importava quanto ci avessi provato, con quanta determinazione e ostinazione e buona volontà.
Penso che capiate ciò che intendo dire, la sensazione a cui mi riferisco.
È stato allora, in quel periodo, che mi sono imbattuta in Karen Blixen, e in quella frase di cui vi ho già parlato: scrivere senza speranza e senza disperazione. Non che ne abbia capito immediatamente il senso, no. Troppo testarda, forse, e quindi poco disponibile a permettere che qualcosa, qualsiasi cosa, cambiasse radicalmente, o almeno in parte, il mio modo di pensare. Certi incontri, però, ci cambiano, che noi lo si voglia o meno, che noi lo si permetta o meno, e le parole di Karen Blixen mi hanno cambiata eccome, si sono fatte largo dentro di me, silenziosamente, e mi hanno aperto gli occhi. Così, ho imparato la lezione, ciò di cui avevo più bisogno: dobbiamo lasciare che la scrittura si dispieghi, dobbiamo permettere che accada, dobbiamo lasciarla respirare a modo suo e consentirle di prendere il suo tempo. E, insieme, dobbiamo convincere noi stessi ad abbandonare la tendenza a controllarla troppo, e troppo ferocemente. Dobbiamo smetterla di braccarla e di marcarla troppo da vicino, insomma.
Be’, ho capito una cosa che avrebbe dovuto essere evidente fin dal principio: se è vero che scrivere è riscrivere (ed è vero, nel senso che non si può evitare il lavoro duro e meraviglioso della riscrittura), è anche vero che per poter riscrivere bisogna avere scritto. E qui si annida un’ossessione più imponente: l’ossessione del controllo (l’altra faccia della medaglia dell’autocompiacimento, dell’autoassoluzione, ugualmente improduttiva).
Anne Lamott ha scritto: “Rassegnatevi all’idea di non poter controllare il destino. Le energie che sprechiamo perché tutto vada per il meglio non sono affatto ciò che fa andare le cose per il verso giusto. Non siamo altro che pulci che si dibattono nel fiume. Pur avendo ben chiaro il concetto, quelli come me insistono a crearsi un sacco di regole per convincersi di avere il controllo. Perciò devo continuamente ripetermi che non serve a niente, cara mia. Goditi i piccoli piaceri della vita da pulce. Non ha senso far pratica se non si portano a termine gli esercizi. Sii gentile con il prossimo, procurati la tua particella d’alga di fiume e osserva quanto sono belle le tue zampette che si dimenano nell’acqua”.
Le nostre zampette che si dibattono nell’acqua: quanto mi piace questa cosa, quanto mi conforta. Spero d’essere riuscita, attraverso parole altrui, a rendere l’idea, a farvi capire la portata della lezione che ho imparato. Le zampette di ciascuno di noi non fanno altro, all’inizio, che dibattersi nell’acqua.
Quindi, adesso le cose per me funzionano così: se, una volta, prima di rimettermi al lavoro, ogni giorno rileggevo e riscrivevo ostinatamente tutto ciò che avevo scritto fino a quel momento (una fatica immane, lo capite, con il rischio di precipitare nello sconforto e non andare avanti), ora rileggo solo ciò che ho scritto il giorno prima, cercando di dimenticare tutto il resto – anche se, certo, ricordo quel che ho fatto, e intendo dire che ne ricordo il senso, l’atmosfera, il tono. Ciò che ho scritto il giorno prima è la mia àncora, è tutto quel che ho, e quindi mi ci aggrappo. Questo è il modo in cui, ormai da un po’ di tempo, lascio che la scrittura si dispieghi a modo suo, un modo che, da un certo punto di vista, rimane imprevedibile, e, lasciate che lo ripeta, misterioso.
Tiro su i miei muri e i miei pilastri e arrivo fino al tetto, non chiedendomi ogni secondo se la struttura reggerà e se le fondamenta sono state fatte a regola d’arte (lo spero, questo è certo, ma cerco di non sbatterci la testa col rischio che si rompa).
Una schifosa prima stesura, ricordate?
L’incipit è solo una porta, insomma, ed è possibile, anzi è molto probabile, che in seguito io ne debba aprire un’altra. Quando avrò capito come farlo, lo farò. Lavori di ristrutturazione, chiamiamoli così. Migliorie. Devi riparare l’impianto idraulico, a un certo punto. Ti rimbocchi le maniche e lo ripari. O magari ti accorgi che un pavimento è stato posato male e allora, solo allora, ci rimetti mano.
Il punto, però, è scoprire di giorno in giorno cosa sta per accadere, e permettere che accada, e questo significa anche liberarsi dell’ossessione del controllo. Comprendere qual è il significato nascosto nel cuore della storia che desideriamo raccontare, che stiamo provando a raccontare: ecco la cosa più importante. Come possiamo farlo se ci ostiniamo intorno a un incipit?
Un consiglio pratico, direi. Il modo in cui le cose funzionano per me. Ma ci tenevo a dirvelo, e a farlo subito, prima di fare un balzo in avanti e arrivare alla fine.
Lasciate che le vostre zampette si dibattano nell’acqua, e guardatele: sono meravigliose, non vedete? E intanto l’acqua scorre, e vi porterà dove dovete andare. O, nel migliore dei casi, e qualche volta accade, dove avreste voluto andare fin dal primo istante.
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