Ho un libro in testa

26gen
2012

Christian Mascheroni: vene come lame sul ghiaccio

La nuova puntata di Non avere paura dei libri.
Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Christian Mascheroni, scrittore e autore televisivo, ci fa entrare nella sua famiglia, tra ricordi, emozioni, figure straordinarie che fanno innamorare (ancora di più) dei libri.
Per leggere le puntate precedenti, vai a Categorie: Non avere paura dei libri.
Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!


 

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Diciannovesima puntata Vene come lame sul ghiaccio

 

 

“Esito ad apporre il nome, il bel nome grave di tristezza su questo sentimento, del quale la noia, la dolcezza mi ossessionano. È un sentimento così completo, così egoista che io quasi me ne vergogno mentre la tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto, e più raramente i rimorsi. Oggi, qualcosa si ripiega su me come una seta, snervante e dolce, e mi separa dagli altri.”

(Da Bonjour Tristesse di Françoise Sagan)

 

Eravamo le parole scritte e bruciate nella notte di Capodanno.

Così ci piaceva pensare, all’inizio di una nuova era. L’anno non poteva incominciare se non dai buoni propositi e da promesse da mantenere, che scrivevamo su un foglio di carta e che poi, dopo la mezzanotte di San Silvestro, bruciavamo fino al midollo. Lo facevamo in terrazza, così da poter soffiare sulla cenere e spargerla nell’aria, affinché le nostre parole arrivassero a sorvolare i tetti, a spegnersi nei mari della luna o, semplicemente, a diventare semi pronti a dischiudersi giorno per giorno. I nostri propositi erano segreti. Io non conoscevo quelli di mia madre, lei non conosceva i miei. Non dovevano essere speranze che qualcuno avrebbe potuto accendere per noi, ma azioni per ribellarci a tutto quello che non eravamo riusciti a fare nei mesi precedenti per pigrizia, apatia, o mancanza di coraggio. Chissà quali erano le promesse di mia madre.

Facevo fatica, a volte, indovinare che cosa volesse cambiare del passato, quali errori volesse smettere di ripetere. Di sicuro c’erano però cose che intuitivamente volevamo entrambi per iniziare bene l’anno, come condividere ciò che ci rendeva affiatati e complici. Per molti anni andare a pattinare sul ghiaccio insieme era una di quelle promesse che mantenevamo con entusiasmo. Mia madre Eva – la viennese che riusciva a trasformare in cubetti di ghiaccio e ghiaccioli qualsiasi cosa fosse commestibile- ricordava con particolare orgoglio quando, da piccola, volteggiava sulle piste di pattinaggio sognando di diventare una campionessa e che, per questo, aveva amato immedesimarsi nella parte di Gretel dopo aver letto il romanzo Pattini d’argento di Mary Mapes Dodge. I suoi pattini, bianchi, con le lame lucenti e le stringhe ancora intatte, li aveva conservati in una vecchia scatola di cartone. Eva li lucidava ogni volta che decidevamo di andare a pattinare. Erano naturalmente troppo stretti per essere ancora indossati, ma lei diceva che portava bene lucidarli, che avremmo vinto il primo premio come peggiori pattinatori di tutto il mondo e che saremmo tornati a casa con il sedere nero di ematomi, ma trionfanti per aver fatto ridere tutti quanti con la nostra goffaggine. Perché per lei strappare una risata era una vittoria incommensurabile, un premio da finale di romanzo. Così, il sabato pomeriggio, prendevamo il bus che ci portava diretti alla pista di Casate, in provincia di Como, imbacuccati e avvolti dentro sciarpe, guanti e cappotti che ci rendevano goffi e buffi. Eravamo chiassosi, parlavamo ad alta voce ridendo come due scolari che marinavano le lezioni, anche se il mio zainetto e la sua borsa erano sempre pieni di libri. Li portavamo dietro per leggere qualche pagina durante le pause. Ricordo le mie mani arrossate dal freddo che cercavano di sfogliare Uomini e topi di John Steinbeck o Leggende e fiabe di Hermann Hesse che venivano scaldate da bicchieri di plastica colmi di cioccolata al latte. Eva invece tirava fuori It di Stephen King e lo poneva sul tavolino traballante, sorbendo caffè che si dimenticava ogni volta di zuccherare. Così, in maniera elegante, lei spalancava la bocca e srotolava come una rotella la sua lingua ed emetteva un rumoroso bleah che spingeva gli altri astanti a ridere della sua espressione. Lei era un’espressione unica. Quando entrava in pista, sulla punta delle lame dei pattini da ghiaccio, strizzava gli occhi verdi e digrignava i denti. Io mi agganciavo alla sua giacca e le dicevo di avanzare lentamente. Lei sussurrava Scheisse! E si girava verso di me con lo sguardo di quelle bambine pestifere da cartone animato. Allora io prendevo lo slancio e incominciavo a tuffarmi in mezzo alla gente, muovevo le braccia alla stregua di un nuotatore provetto, incontrando di solito la faccia di qualche sprovveduto che mi passava accanto. Eva gesticolava verso di me, ancora attaccata alla balaustra per non cadere, ma con il volto fiero, per non smentire il suo talento di pattinatrice. Ma quando poi prendeva confidenza, tutta la pista diventava la sua arena e la sua faccia lasciava posto ad un sorriso maniacale, divertito, divertente. Tuttavia si lasciava prendere la mano e si metteva a rincorrermi per afferrarmi per il braccio, ma puntualmente lo mancava e cadeva addosso agli altri. Cadeva nel modo più eclatante possibile, sfuggendo persino alla presa di chi tentava di salvarla. E una volta a terra alzava e abbassava una gamba come se stesse facendo ginnastica e gridava Hop Hop! Era impossibile non adorarla, così infinitamente innocente nel suo essere bambina. Quando si andava a pattinare, io sapevo che lei era salva. Invitava spesso anche i miei amici. Le piaceva l’idea che anche loro partecipassero alle nostre scorribande. A volte però mi prendeva una sorta di gelosia. Le piaceva partecipare alle conversazioni con i miei amici e cercava di farli ridere fino a farli piangere. Più loro si divertivano, più lei gesticolava e faceva smorfie, lanciando battute senza senso. Io mi sentivo in disparte, non abbastanza divertente o ironico come lei. C’erano dei momenti in cui tutta la sua energia e la sua simpatia mi facevano sentire insicuro e a disagio, la sua luce trasformava in un cono di ombra la mia presenza. Era difficile che se ne accorgesse, perché in realtà voleva solo dimostrarmi di essere all’altezza delle aspettative dei miei amici e di poter appartenere al mio mondo. In quella strana dimensione di disgiunzione involontaria, volgevo lo sguardo verso la pista e cercavo la coppia perfetta, coloro che avevo soprannominato in un racconto La Divina Fanciulla e Mister Nero. Erano un ragazzo ed una ragazza sui diciotto anni, forse anche più grandi, lui sempre vestito di nero, pantaloni e maglione aderenti che disegnavano il corpo atletico, e lei longilinea, inafferrabile, la carnagione perlacea, una creatura fiabesca. Li ammiravo, li osservavo mentre, con naturalezza, volteggiavano in mezzo alla pista, con eleganza e pathos, baciandosi ogni volta che si fermavano sul bordo della pista, come se non esistessero che loro. In quei giorni provavo il desiderio di essere un ragazzo perfetto, capace di incantare, di essere incanto, di muovermi nel mondo con sicurezza, di essere ammirato. Se da una parte ero ambizioso negli studi, dall’altra volevo essere un amico speciale e, allo stesso tempo, essere le braccia di un abbraccio, la schiena di due mani, il bacio di una bocca. Volevo essere tutto in un tutto, un punto circondato da un insieme. Un pomeriggio feci in modo di pattinare vicino alla Divina Fanciulla e Mister Nero, volevo incontrare il loro sguardo, affinché si accorgessero di me. Desideravo che mi rivolgessero la parola, che mi chiedessero il nome o mi confidassero il segreto di quella perfezione che vedevo nel loro modo di attirare l’universo al centro della loro distanza formata dai loro respiri e dalle loro braccia tese, le mani intrecciate, le lame lucenti come ali di gabbiano. Invece inciampai su me stesso e per non cadere mi aggrappai al maglione di un padre che stava tenendo per mano sua figlia. Cademmo tutti e tre e la gente si girò, e si girarono anche loro, La Divina Fanciulla e Mister Nero. Non vidi nei loro occhi la derisione o lo scherno, ma vidi i loro occhi che mi sollevavano da terra con un gesto di sicurezza e partecipazione, uno sguardo di sostegno, quasi mi stessero dicendo che non dovevo vergognarmi, che al mondo si cade, e che al mondo qualcuno ti sorreggerà con la sua amicizia e con il suo amore. Allo stesso tempo, però, io vedevo loro due dentro una sfera di perfezione intangibile ed io solo, inzuppato, con il ginocchio dolorante, a terra, imperfetto, mentre mia madre ed il mio amico si avvicinavano verso di me. Fu una sensazione di dolore chimico, inferto dalla mia immaginazione e da quella dose di autocommiserazione che poi, per anni, mi avrebbe ridotto ad una vittima di me stesso e dei miei capitoli di sofferenza inferta dalla mia mancanza di fiducia e di amor proprio. Avevo quattordici anni circa quando provai quella fitta. Negli anni successivi si sarebbe ripetuta in maniera violenta e per molti anni rividi, in flashback, quella coppia di perfetti sconosciuti che, nella mia fantasia, vivevano i sogni di tutti quanti, i loro, i miei. Non per nulla Bonjour tristesse di Françoise Sagan fu il libro che predilessi per molto tempo e che ancora oggi, quando rileggo, rilascia nel mio sangue quella sensazione di perdita e di melanconia che provavo quando non mi sentivo desiderato o quando il senso di appartenenza fra due persone era equidistante dal senso di smarrimento.

Smarrimmo quei pomeriggi, un giorno, mia madre ed io. Un giorno, semplicemente, forse perché mi sentivo troppo grande per condividere una gioia con lei, smettemmo di andare a pattinare sul ghiaccio. Eva ci andò da sola qualche volta, ma si arrese alla mia resa. Non lo feci per farle un torto e lei sapeva che, alcuni momenti di condivisione fra una madre ed un figlio terminano in maniera naturale, senza spiegazione. Sostituimmo quei pomeriggi con passeggiate e film, con litigate e incomprensioni, con risate e disillusioni. Per certi versi mi sentivo perso anche io, come il protagonista del racconto di Hermann Hesse Sogno di flauto. Mi ero allontanato da mia madre, dalla nostre terra e mi ritrovavo su un’imbarcazione, in mezzo ad un fiume notturno, con solo una lanterna che svelava, sullo specchio nero d’acqua, un volto scavato e serio che mi guardava con occhi grigi. So che le mancava andare a pattinare. Aveva tentato di convincere mio padre, ma lui spegneva fuochi con il sudore di notti insonni. Crollava sul divano, si addormentava di colpo, stremato.

Non so se tornò a lucidare i suoi pattini d’argento. Capitò di trovare una bottiglietta di gin vuota dentro la scatola dove li conservava. La scaraventai lontano, si ruppe in mille pezzi. Lei era sul letto, l’avevo trascinata a forza, di peso. Mi guardava con occhi freddi, di ghiaccio. Tentò di darmi una sberla, mi mancò, si vergognò di quel gesto. Rovesciò il posacenere ed i libri che erano in bilico sul suo comò.

Le strinsi il braccio, era gelato. Era la regina delle nevi.

Eppure le sue vene erano come i lacci dei suoi pattini d’argento, solo che non riuscivo più a trovare il modo di infilarli dentro le asole del suo corpo.

 

 

 

 

Categorie: Non avere paura dei libri

Commenti