Ho un libro in testa

12feb
2012

“Il romanzo di tutti: un editing collettivo”. Undicesima puntata

Oggi leggiamo il capitolo 17

Complice la neve, molti di voi mi hanno scritto d’aver passato parte del loro tempo casalingo nella lettura dei capitoli arretrati. Ne è venuto fuori che la voglia di conoscere più a fondo il personaggio di Angiolina e di vederlo interagire ancora di più con la storia e con Pungiglione, è abbastanza comune. Lo farò, anche se questo mi costerà un bel po’ di lavoro supplementare, dovendo inventarmi di sana pianta, a breve, un epispodio che la riguarda. Naturalmente dovrà essere attinente al suo ruolo, che forse avrete già intuito, all’interno della Società segreta. Senza tralasciare il filo sottilissimo dei sentimenti che (forse) la lega a Pungiglione. Infine un incoraggiamento a Doriana, che soffre la lettura sul computer, preferendo (come darle torto), il libro di carta. Ha promesso che vincerà la naturale ritrosia nei confronti delle nuove tecnologie e che il suo giudizio sarà severissimo, da perfetta insegnante di lettere. Aspetto con ansia la sua e le altre osservazioni.

 

 

 

Che cos’è “Il romanzo di tutti: un editing collettivo
Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblicherà uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo, di cui trovate qui sotto la sinossi. L’intento è quello di coinvolgere voi lettori in una sorta di editing collettivo che porti a una stesura definitiva del romanzo. Funzionerà così: le vostre osservazioni potranno riguardare sia la forma che la sostanza stessa dei vari capitoli. Potrete per esempio suggerire migliori messe a fuoco dei personaggi, chiedere interventi su passaggi particolarmente complessi per la trama, suggerire nuovi intrecci o semplificazioni, chiedere approfondimenti o segnalare errori sul contesto storico che fa da sfondo al romanzo. L’autore, ogni settimana, segnalerà quali suggerimenti sono stati accettati e si impegnerà a inserirli nella stesura definitiva. Se il lavoro andrà a buon fine e verrà pubblicato, nei ringraziamenti finali appariranno i nomi di coloro che hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera.

Chi è l’autore Marco Corrias, giornalista e scrittore, è nato in Sardegna e lavora a Roma come inviato al programma Terra! Ha pubblicato tre libri: “Mio figlio Farouk, anatomia di un rapimento” (Rizzoli). “Mino Pecorelli un uomo che sapeva troppo” (Sperling & Kupfer). “Il pozzo Zimmerman. Storia di un minatore dalla luce al buio andata e ritorno” (Demos). Quest’ultimo è presente anche come e-book nella piattaforma Simplicissimus Book Farm.

Per leggere la sinossi clicca qui.
Per leggere i capitoli precedenti vai a Categorie: Il romanzo di tutti: un editing collettivo

 

 

 

Capitolo 17

(dove si racconta la fuga da Roma)

 

 

Quando Pungiglione si affacciò nell’antro oscuro e polveroso, di una polvere nera che copriva ogni cosa, gli si fece subito incontro un cristiano di quasi due metri, largo come tre uomini e con la faccia da bambino.

“Cosa tu vuoi?”, gli disse, e sembrava quel suono più simile a rutto che a linguaggio umano.

Comprese che quell’essere non poteva essere il fabbro. Gli disse quindi senza indugio che voleva parlare con il suo padrone, ma quello se ne restò lì, un muro di carne ansante tra lui e il fondo della spelonca.

“Cosa tu vuoi?”, ripeteva. E avrebbe continuato a ripeterlo per tutto il giorno, o forse fino a quando non gli fosse passato per la mente di maciullarlo, se dal fondo non fosse arrivata una voce robusta e decisa.

“Chi mi cerca, Chi sei?” .

Il rumore del ferro, colpito sull’incudine a cadenza regolare come il tocco di una campana, feriva le orecchie di Pungiglione che aguzzò lo sguardo senza riuscire però a capire chi fosse il proprietario di quella voce.

Urlò: “Ho bisogno di parlarti, amici comuni me l’hanno consigliato.”

In risposta arrivò un ordine secco: “Carmine, levati da lì e vieni al mantice, avrò bisogno di fiamma ben viva tra poco”.

Subito dopo fu di fronte a Pungiglione. Alle sue spalle il nero della spelonca era percorso dal rosso del fuoco che Carmine alimentava facendo mugghiare il mantice. Del fabbro, l’uomo che gli stava davanti aveva solo le braccia e le mani: forti, robuste, callose. Per il resto sembrava un diavolo uscito dall’inferno. Più basso che alto, le spalle incurvate, secco per tutto il resto tranne che per una pancia prominente. Un pizzo rado ma lungo, nero e riccio, gli veniva giù dal mento per un buon palmo. Altra peluria a sprazzi gli macchiava le gote, I capelli neri e lisci li portava raccolti in una corta coda sulla nuca. Gli occhi piccoli ma straordinariamente lucidi e scuri, lo fissavano.

“Cosa ti spinge alla mia bottega, non mi sembra di averti mai incontrato”, disse. “Hai forse bisogno di qualche mio lavoro?”.

Pungiglione fece finta di non aver sentito quella domanda. “Devo incontrare Lupo” gli disse diretto, senza indugio. E lo fissò per non perdersi neanche la più nascosta reazione.

Vide perciò un certo turbamento attraversargli gli occhi e notò che serrava i denti e inghiottiva la saliva evitando di guardarlo. Ma fu un momento. Subito dopo un’espressione stupefatta gli apparve in volto, per poi trasmutarsi in una sorta di sorriso beffardo, che gli sembrò però forzato, come se quell’uomo facesse di tutto per mostrare un’anima malvagia che non possedeva.

“E dimmi, questo Lupo che tu cerchi, é forse di quelli che tenevano compagnia al poverello d’Assisi? Perché se è così, qui a Roma non sono mai arrivati. L’unico Lupo che conosciamo, era in realtà una femmina e ha dato il latte ai nobili fratelli che hanno eretto questa gloriosa città. Ma era tanto tempo fa…”

“Attento, fabbro” gli disse minaccioso, “non sono qui per farmi uccellare da te. Il mio amico Lupo qualche mese or sono mi ha indicato questa spelonca come il luogo dove avrei potuto avere nuove su di lui. Non sono tocco o visionario. E tu non t’azzardare a pensarlo”.

Il fabbro capì che non v’era molto da scherzare. Si dette una grattata al braccio sinistro, tanto forte che a chiunque altro avrebbe levato la pelle. Poi, ammansito, disse:

“Giuro maestro che vorrei poterti aiutare, ma Lupo non so proprio che fine abbia fatto. Durante tutta la passata primavera si serviva di questa bottega per lasciare messaggi ai suoi amici, i quali essendo anche miei amici, non trovavano di meglio che rispondergli lasciando a loro volta qui le risposte sigillate che Lupo veniva a ritirare. Poi, con l’arrivo del caldo, non l’ho più visto. Sparito. E nessuno ha più chiesto di lui. Tu sei il primo da tanto tempo”.

Di più, era certo, da quel fabbro non avrebbe ottenuto. Non gli rimaneva che mostrargli la chiave.

“Vedi un po’ se questa può aprire la serratura di qualche tuo amico”, gli disse e avvicinò così tanto la strana chiave al suo volto che quello si ritrasse come avesse visto il demonio. Rimase a fissarla terrorizzato per qualche tempo, quindi abbassò la testa e in un bisbiglio, gli chiese: “Dimmi solo il tuo nome, qualcuno ti verrà a trovare”.

Lasciò la spelonca pensando che quel fabbro, nonostante le apparenze, sembrava quasi dispiaciuto della scomparsa di Lupo. Terrorizzato, invece, davanti alla chiave. Quasi che si trovasse obbligato a servire due padroni, uno dei quali amava e l’altro temeva.

 

 

Il sole non era ancora tramontato, quello stesso giorno, quando l’uomo della chiave bussò alla stanza di Pungiglione. Sul momento non lo riconobbe. Portava un’ampia cappa che ne celava la figura sottile; in testa un cappello basco proteggeva la rada e canuta capigliatura. Il sorriso monco che gli si palesò sul volto ancora più scavato di come lo ricordava in quell’unico loro incontro, glielo rivelò. L’uomo fece per abbracciarlo, ma davanti alla freddezza di Pungiglione si contenne. E subito entrò in questione.

“Mi dicono che volevate vedermi.”

“Voi o un altro, per me pari é. Ho bisogno d’aiuto, o forse solo d’un consiglio.”

“Siete nei guai?”

“Come da voi profeticamente previsto”.

“Non bisogna essere indovini per prevedere che uno straniero possa avere qualche difficoltà a Roma”.

“Qui è più di qualche difficoltà. Qui c’è di mezzo la mia vita e quella di un altro innocente.”

Se si accorse della contrarietà dello scultore ad avere a che fare con lui, l’uomo fece finta di nulla. Pungiglione non sapeva darsene motivo, ma sentiva di dover mettere sul suo conto quel che gli era accaduto. Come se il solo fatto di esser stato profeta di quel che poi era successo collocasse quell’uomo tra le fila dei suoi nemici. Pungiglione si era rivolto a lui più per voler capire che per reale paura. Anche se non erano da sottovalutare le minacce ricevute da quei tre.

Lo sconosciuto ascoltò senza un cenno di reazione, fino in fondo, il racconto di Pungiglione. Quando lo scultore ebbe terminato, l’uomo prese a tormentarsi l’orecchio sinistro. Aspettò a parlare, come se stesse ammucchiando in bell’ordine i pensieri.

“Maledetti bastardi”, disse infine. “Sanno molto più di quanto era lecito sperare. Altro che guai vostri, se non ci diamo da fare il boia avrà molto da lavorare nei prossimi mesi.”

“Cosa intendete dire”.

“Non l’avete ancora inteso? Siamo tutti in pericolo. Se sono arrivati a Jacopo…”

“Ma Jacopo…Che c’entra mastro Jacopo, uno che bada solo a lavorare.”

“E cosa dovrebbe fare, andarsene a zonzo sotto le mura del Vaticano a maledire Paleotti e tutti i vescovi? Perché, voi lo fate? E io, lo faccio io? O non ce ne stiamo, piuttosto, acquattati nei nostri panni in attesa che la diga si riempia?”

Cominciava finalmente a capire. Ma più quell’uomo apertamente si palesava, più lui si ritraeva diffidente.

“Quale diga intendete? Chi siete insomma, voi, e cos’è tutto questo folle accadimento?”

“Sono più vicino a voi di quanto possiate immaginare”, rispose lo sconosciuto mantenendo a sua volta un tono distaccato. “E per quel che riguarda l’accadimento di cui fate finta di non sapere, beh, avremo occasione di discorrerne con tempo nei prossimi giorni. Una sola cosa per ora vi basti sapere: Lupo si trova in un buco umido e buio del Castello, ed è vano che contiate ancora su di lui.”

Un colpo di maglio tra capo e collo gli avrebbe fatto meno male. Lupo in prigione? Com’era possibile? Prima ancora di riuscire a proferire parola, vide la catastrofe avanzare, farsi sempre più vicina. Quell’uomo sapeva di Lupo, dunque. Come poteva sapere? E quanto sapeva? Chi era costui?

Si impose di restare calmo, ma sentì che una rabbia lucida lo stava invadendo. Era la prima volta, da che aveva fatto voto davanti alla sua famiglia di rinunciare all’uso delle armi, che sentiva di poter uccidere. Le uniche due occasioni in cui gli era accaduto di servirsi della spada era stato per legittima difesa. Avrebbe potuto fuggire, lasciare Roma e rinunciare allo scontro. Invece in quel momento stava decidendo di non scappare. Di più: la tentazione di battersi gli stava prendendo la mano. Le conseguenze non sarebbero state indolori. Il nemico che gli stava intorno era molto più infido di un avversario da combattere a viso aperto.

“Chi l’ha tradito?” chiese, e in quella domanda era implicita la conseguenza: ditemelo e io l’ucciderò.

“Ne sono appena venuto a conoscenza e gli stessi amici che me l’hanno confidato non hanno potuto dirmi di più”, disse Eugenio, che s’era accorto della furia che invadeva Pungiglione e perciò cercava con cura le parole che servissero a calmarlo. “Scopriremo presto ogni particolare, ve lo prometto, ma non vi servirà a nulla farvi travolgere dalla rabbia. E’ il momento della ragione, come sempre deve essere d’altronde. Capisco la vostra disperazione, ma sappiate che gli amici, quando sono veri, non si disperdono come foglie al vento. La catena è doppia e tripla, ed è fatta di guisa che se si spezza in un punto, chi vi è aggrappato non precipiti”.

Quelle parole furono come un unguento sparso da mano gentile sulla ferita di Pungiglione. La rabbia sembrò placarsi, il ragionare prevalse.

“Ditemi dunque, voi che sembrate prevedere le cose, che v’è da fare e se lo riterrò giusto sarà fatto”.

“La prima e impellente cosa da fare è lasciare questa locanda. Sparire. Troveremo una dimora più ospitale e sicura di questa”.

“Fuggire, dunque? Questo mi proponete? E lasciare Lupo e tutti gli altri in balìa del nemico?”

“Non chiamatela fuga. Piuttosto una ritirata. Là dove andrete potrete osservare quel che accade con distacco, in sicurezza. E anche le mosse da fare risulteranno più efficaci”.

Pungiglione non riuscì mai a spiegarsi come fu che si decise ad accettare la soluzione propostagli da quello che per lui rimaneva un perfetto sconosciuto. Fatto sta che abbandonò la locanda del Sole in un giro di clessidra.

Fu in quel frangente, quando tutto sembrava precipitare, che lo sconosciuto, infine, si presentò col suo nome. Si faceva chiamare Eugenio.

“Qualcuno provvederà a pagare la pigione all’oste”, disse mentre Pungiglione riempiva ancora una volta la sua sacca.

Erano passati cinque mesi dal giorno del suo arrivo a Roma. Pochi, in realtà, ma con quanta pesantezza ora gravavano sulla sua giovane esistenza. Lasciava quello che gli era fino ad allora parso un rifugio comodo e sicuro, con lo stesso animo del galeotto che sia riuscito a spezzare il vincolo del remo, ma che per guadagnare la libertà non possa far altro che abbandonare la galera gettandosi tra i flutti in mare aperto.

Eugenio disse che sarebbe stato più sicuro andarsene senza avvisare l’oste o chiunque altro. Pungiglione tacque, approvando col silenzio quella che gli sembrava una giusta precauzione.

Nella stretta via su cui affacciava la locanda del Sole una carrozza era in attesa. Il cocchiere, sceso da cassetta, parlottava con Mariolina, che rideva compiaciuta in risposta a chissà quale galanteria del giovane.

Mariolina lo vide con la sacca in mano e si ritrasse, sorpresa, per lasciargli il passo. Pungiglione avrebbe voluto dirle qualcosa, darle conto di quel che gli accadeva. Riuscì soltanto, sfiorandola per montare in carrozza, a sussurrarle un addio.

Il viaggio non fu lungo. Attraverso i Fori arrivarono fino al Colosseo e al Laterano, quindi s’inoltrarono nella campagna seguendo la via Appia e da lì a poco la carrozza fece il suo ingresso nella grande corte di una masseria. La campagna era illuminata da una luce rossastra e incerta, proveniente dagli squarci delle nuvole a occidente, verso il mare, in mezzo alle quali tramontava il sole. Imponenti e solitari, anch’essi illuminati dal sole calante, i muri di un antico mausoleo romano s’ergevano sulla collina alla spalle della masseria.

La pioggia, caduta qualche ora prima, aveva trasformato l’aia in un pantano e lì se ne stavano, placidi, maiali e cani e galline e somari e cavalli e buoi e persino quattro o cinque di quelle bestie delle Indie occidentali dal lungo collo e dalle orecchie rosse che chiamano tacchini.

Nella parte orientale, un grande recinto con dentro un gregge di pecore ben pasciute chiudeva la masseria che era fatta di tre edifici: quello centrale era alto tre piani, essendo però l’ultimo aperto a loggia per riporvi a seccare fieno e legumi e a maturare mele cotogne e pere invernali e cacchi. Altre due case, basse e lunghe, stavano ciascuna ai lati di quella centrale. L’una, si capiva dalla porta semiaperta, doveva servire ai pastori per farvi il formaggio e la ricotta e per dormire sulle stuoie che la notte venivano disposte intorno al focolare posto al centro. Nell’altra erano riposti gli attrezzi dei contadini e serviva da magazzino per i frutti della terra: fichi e grano, mele e vino e olio e patate e tutto quel che la masseria produceva. Attaccato a questa casa, sotto un loggiato, un grande forno e più in là una stanzetta chiusa che doveva essere il cesso. Nella parte meridionale sorgevano le stalle e accanto le stie per il pollame. Alle spalle della masseria, ben protetto dai venti, un orto ormai quasi rinsecchito, giacché l’estate volgeva al termine e d’autunno gli orti se ne vanno a riposo.

Furono accolti da due donne, una giovane e una vecchia. Quella giovane era robusta e priva di grazia, i capelli stretti in due grosse trecce, le maniche della blusa bianca rimboccate fin sopra i gomiti. All’evidenza era agli ordini della vecchia, la quale, pur vestita alla villana, sembrava usa al comando come si capiva dal portamento ancora fiero. Doveva essere la moglie del massaro. Costei ed Eugenio si allontanarono di qualche passo e parlottarono per un po’. Quindi Eugenio fece cenno a Pungiglione di raggiungerlo, mentre la vecchia con un gesto secco ordinò alla giovane contadina di prendere la sua sacca.

Dentro la casa c’era un bel tepore. La prima stanza, ampia come se ne vedono nelle ricche case di città, era riscaldata da due camini accesi che si fronteggiavano. Un lungo e stretto tavolo completo di due panche altrettanto lunghe e da una sedia per capo, occupava il centro di quella specie di salone. Una porta conduceva alla cucina, che era grande e divisa in due stanze. In parte, sulla stessa parete dove affacciava la cucina, correva una scala che portava al primo piano. I gradini erano alti e il legno scricchiolava sotto i loro passi. Eugenio lo precedette fin dentro la sua nuova stanza, che trovò spaziosa e confortevole. La vecchia se ne restò dabbasso.

 

 

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