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Ho un libro in testa

Mentre si avvicina la notte degli Oscar, Christian & Eva si riempiono gli occhi di film e libri.
Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Christian Mascheroni, scrittore e autore televisivo, ci fa entrare nella sua famiglia, tra ricordi, emozioni, figure straordinarie che fanno innamorare (ancora di più) dei libri.
Per leggere le puntate precedenti, vai a Categorie: Non avere paura dei libri.
Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!

 

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Ventunesima puntata Ciak, Eva in scena


Eva contro Eva.

Eva, la viennese senza maschere da palcoscenico, era il volto di quelle donne che ti aspetti di vedere sullo schermo di un cinema di periferia, un film d’essai, piano sequenza. Non sapevi mai quale battuta avrebbe pronunciato dopo un ciak, non c’era copione che rispettava. Recitava seguendo un canovaccio che il pubblico le porgeva di volta in volta, involontariamente, chiedendole un’ora di felicità. Non importava se non fosse la sua, non era richiesto all’attrice di condividere. Nessuno aveva colpa, perché a nessuno veniva in mente che dietro una risata ci potesse essere una bocca serrata dalla paura di non essere quella risata invocata. E allora Eva, anche se aveva appena finito di deglutire una giornata di supplizi interiori, appena il motore girava, dava vita a monologhi esilaranti, per i suoi studenti, per i passanti, per i negozianti, per gli sconosciuti. E più tutti ridevano grati di quella commedia dai ritmi perfetti, più lei si sentiva in grado di restare su quel palcoscenico che era la sua imperfetta, maledetta vita da spettatrice.

A modo suo, amava le luci della ribalta e le piaceva prepararsi a quelle occasioni in cui il motore girava solo per lei, primi piani di registi ammaliati dalla sua verve e dalla sua bellezza. Ma lo faceva in maniera innocente, senza vizio di forma, leggermente imbarazzata. Era apparsa così in un video amatoriale che ho ritrovato quando ho fatto il trasloco. Nel risistemare le vecchie videocassette in soffitta, ho scovato il riversamento di un filmato girato nel 1989. L’etichetta è scritta a mano, da me: Pila strikes back. Ho sorriso. Era un titolo che le si addiceva perfettamente. Mostrava alcuni momenti delle lezioni che si svolgevano durante la scuola serale di Appiano Gentile, presso gli edifici dove avevo fatto le scuole elementari. Le inquadrature erano tremule e sgranate, e sembravano scene rubate di nascosto più che una documentazione del lavoro fatto dagli insegnanti, ma quell’imperfetta intrusione nel mondo di mia madre la mostrava nella sua naturale e compiuta essenza di timida stella. Perché sebbene sembrasse non avvertire la presenza della telecamera, è impossibile non notare la sua irresistibile interpretazione di insegnante seriosa e attenta. Quasi da Oscar, se non fosse che, bravura a parte, era incapace di non far ridere i suoi studenti mettendoli a proprio agio, masticando chewing gum e toccandosi i capelli intossicati da nuvole di lacca. Non sapeva essere severa, ma sapeva trasmettere passione nello studio, perché ammetteva per prima le sue lacune e cercava nella sua classe compagni con i quali poter giocare a nascondino.

Eva –la viennese che da giovane le era stato proposta una carriera da attrice teatrale, ma che rifiutò per terrore del palcoscenico- era un talento naturale e come tale, amava il cinema e le grandi interpretazioni. Sono cresciuto con i libri e la televisione sempre accesa, perché in casa nostra un bel film era un evento al quale ci si preparava con entusiasmo. Sin da piccolo mia madre mi portava al cinema dentro casa nostra. Lavava i piatti con una veloce passata di spugna e spesso li lasciava a mollo pur di non perdere l’inizio di un film. Anche mio padre era abituato alla nostra frenesia e sapeva che, appena i titoli di testa avessero incominciato a scorrere, il silenzio doveva calare. Si spegnevano le luci e si accendeva solo un abatjour appoggiato a terra, vicino alla cesta dove dormiva il gatto o dove si ammassavano gomitoli di lana colorati. Eva lavorava a maglia quando si guardava un film. I nostri generi preferiti erano i film horror, le commedie brillanti, i drammi e le pellicole tratte dai libri. A mia madre piacevano le trasposizioni cinematografiche e televisive dei romanzi, anche se era un giudice severo. Uno dei suoi film preferiti era Il buio oltre la siepe con Gregory Peck. Diceva che la bambina protagonista era proprio come se l’era immaginata lei la prima volta che aveva letto il libro di Harper Lee. Diceva che era così che i bambini dovevano crescere, senza giudizi razziali, e si infervorava quando vedeva la scena del processo. Scuoteva la testa e con l’uncinetto pungolava Gino perché prestasse attenzione, ricordando a lui e a me quanto odiasse tutte quelle persone dalla mentalità chiusa e ottusa, incapaci di andare al di là del colore della pelle o delle tendenze sessuali. Per questo, un giorno, dopo avermi raccontato della vita di Oscar Wilde, lei mi lasciò vedere film come Making Love (con Harry Hamlin e la e Charlie’s Angel Kate Jackson) e Il bacio della donna ragno (con i grandiosi William Hurt e Raul Julia). Quando i protagonisti maschili si baciavano, lei non guardava me, né mi dava spiegazioni, ma scrutava la reazione di mio padre. Lui non era imbarazzato se non altro perché pensava che forse ero troppo piccolo per capire. Ma Eva sgranava gli occhi e lui si sistemava sulla poltrona, un po’ irrigidito, e aspettava le mie domande. Io mi voltavo e mia madre si metteva ad applaudire e diceva: quanto sono bravi questi attori? Ed io annuivo e restavo incantato dal potere del cinema, così simile a quello dei libri, di dare voce e potenza a tutti, senza giudicarci o lasciarci marcire in qualche limbo di pregiudizio o ignoranza. Ero sempre piccolo quando mia madre mi diede da leggere Olocausto di Gerald Green dopo aver visto la miniserie, e comprò una copia sgualcita de La scelta di Sophie di William Styron, che lei aveva solo in tedesco, ma che voleva che avessimo anche in italiano. Ci innamorammo dell’attrice che ci aveva commosso entrambe le volte: Meryl Streep. Eva la considerava la più grande attrice di tutti i tempi, perché ogni volta che interpretava il ruolo di un personaggio di un libro, lo rendeva straordinariamente umano e reale. Avevamo visto tutti i suoi film e possedevamo i romanzi che, prima o dopo aver visto le sue interpretazioni, leggevamo: Il cacciatore (la novellizzazione di E.M. Corder) Kramer contro Kramer di Avery Corman, di La mia Africa di Karen Blixen e tanti altri. Era raro che, leggendo un libro, pensassi al volto di un attore o di un attrice, ma mia madre ed io pensavamo alla Streep come ad una scrittrice di emozioni. Accadde con tanti altri attori e tanti altri libri. Eva aveva una memoria di ferro e si ricordava sempre se esisteva un romanzo dal quale il film era tratto. Si ricordava anche tutti i nomi degli attori, dove li avevamo visti, in che ruoli. Eravamo maniacali. Lei amava alla follia Paul Newman in ogni sua parte, il James Dean de La valle dell’Eden, il Jeremy Irons di Ritorno a Brideshead e Inseparabili, ma anche Robert Redford, Harrison Ford, Denzel Washington e Sean Penn. Condividevamo la passione per una lunga serie di attrici, molte delle quali gliele feci conoscere io. La vidi commuoversi per l’interpretazione di Robin Wright in She’s so lovely e per quella di Elisabeth Shue in Via da Las Vegas, e ci devastò leggerne il romanzo di John O’Brien. Sia il libro che il film la toccarono da vicino e io lo sapevo che si sarebbe rivista in quella disperazione. Fu così anche per Requiem per un sogno. Io sono sempre stato un grande fan di Jennifer Connelly e mia madre la apprezzò per la prima volta nella versione cinematografica del romanzo di Hubert Selby jr. (di cui avevamo amato anche Ultima fermata Brooklyn con Jennifer Jason Leigh, altra attrice idolatrata.) Rivide il film da sola molte volte dopo la morte di papà. Diceva che voleva capire il dolore. Diceva che si sentiva come la Connelly davanti allo specchio, nuda, devastata dal vuoto. Erano giorni in cui già il tremore delle mani era avanzato. Allora le facevo vedere la sua commedia preferita, con il suo idolo Kevin Kline: Ti amerò… fino ad ammazzarti. Lo aveva visto almeno trenta volte. Impazzivamo per quella commedia, per i suoi personaggi esilaranti, come la madre di origine slave interpretata da Joan Plowright e la coppia di killer strampalati Keanu Reeves e Williams Hurt. Ci facevano ridere le commedie dei Monty Python e ci spezzava l’umorismo ebraico americano alla Woody Allen. Sebbene non lo ammettesse, le piacevano anche i film sentimentali, per di più se la si portava al cinema. Ci andavamo raramente, insieme, ma era raggiante quando la invitavo a passare un pomeriggio a Milano a guardarci qualche nuova pellicola in uscita. Si vestiva elegante, come se in realtà andassimo a teatro. Mangiavamo hamburger e patatine e poi ci mettevamo nelle file centrali, lei emozionata come una bambina. L’avevo portata a vedere Qualcuno da amare con Marisa Tomei e la vidi piangere, per la prima volta, dopo tanto tempo, per un film. Si divertì un mondo invece con Tutti pazzi per Mary con Cameron Diaz, si scatenò in sala per l’entusiasmo con un film come Giovani, carini e disoccupati con Ethan Hawke e Winona Ryder (che ci faceva letteralmente impazzire, tanto che ai titoli di testa gridammo in coro Forza, Winnie!!!) mentre litigò furiosamente con mio padre dopo aver visto Forrest Gump con Tom Hanks. I film le procuravano emozioni così forti che spesso entrata dentro la storia e quando usciva dal cinema e trovava che la realtà fosse poco cinematografica, si arrabbiava, si incupiva e litigava per sciocchezze. Nutrivamo per i gialli e gli horror una passione straripante. Avere paura era meglio di non averla, quando si trattava di passare delle ore a vedere film come Nightmare, Profondo Rosso, Halloween, Scream. Erano forse il nostro genere preferito, sin da quando ero bambino. Erano in molti a pensare che mia madre fosse una squinternata a farmi vedere pellicole così cruente ad una tenera età, ma lei mi spiegava i trucchi e gli effetti speciali. La intrigava il meccanismo della paura, l’ingegno del finale a sorpresa, il brivido condensato in un brano musicale o gli spaventi improvvisi che ci coglievano inaspettatamente. Ma una categoria che ci faceva impazzire era quella dei film che noi avevamo soprannominato i “distributors” (perché immaginavamo che fossero prodotti da distributori…di benzina.) Veniva regolarmente trasmessi da emittenti locali ed erano film horror di serie z il cui effetto era involontariamente esilarante. Ricordo che in uno di questi la formosa protagonista si difendeva da colpi di mannaia con una scatola di cartone e la mannaia si era visibilmente incrinata. Eva scoppiò a ridere così forte che io dovetti premerle la mano sulla bocca, perché mio padre cercava di dormire. Un’altra volta una delle vittime di un film di Lucio Fulci fece un’espressione così buffa prima di essere martoriata che Eva, per tutta la settimana, rifece quella stessa espressione quando mio padre le parlava. Quando recitava, non recitava affatto in quei momenti. Era divertita e serena, perché il pubblico eravamo noi, Gino ed io, capaci di premiarla con l’Oscar come migliore madre e migliore moglie tutte le volte che lei, semplicemente, era il nostro film preferito.

 

 

 

Categorie: Non avere paura dei libri

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