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Ho un libro in testa

Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblica uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo. L’intento è quello di coinvolgere voi lettori in una sorta di editing collettivo. Insomma, riscriviamo insieme questo romanzo.
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I vostri commenti

Mariano da Sassari mi scrive che il titolo del capitolo 18 (dove si racconta come si costruisce una trappola) non è adeguato al contenuto “perché sembra precorrere dei fatti al momento oscuri”. Sono d’accordo con lui. Ne proporrò uno più adeguato. Laura invece entra direttamente nel merito del linguaggio: “Va bene l’uso di una forma un po’ arcaica, ma forse è bene riservarla solo ai dialoghi dei personaggi e non al racconto. Quando si usa la parola “novella”, invece di notizia, si ha un senso di straniamento rispetto allo scorrere del racconto”. Cara Laura, in parte è vero quel che rilevi, ma questo è dovuto al fatto che chi racconta non è un’entità astratta, ma come ho scritto nel primo capitolo si tratta di Alceo. Prometto che ci starò attento. Grazie infine anche a Doriana che ha apprezzato una frase sull’amicizia e la descrizione di alcune scene in cui si parlva di profumi. Alla prossima.
Marco

 

 

Capitolo 19

(dove si racconta dei dubbi di Pungiglione su Lupo)

 

I giorni alla masseria trascorrevano tediosi e sempre più corti. Pungiglione aveva preso l’abitudine di scrivere per qualche ora al giorno. Sentiva il bisogno di raccontare, anche solo a sé stesso, i fatti che in quegli anni avevano così di netto modificato il corso della sua vita.

Si era battuto con la sua famiglia per stabilirsi a Firenze e si trovava a vivere a Roma. Voleva fare lo scultore e ora l’unica attività legata alle arti era quello scrivere che gli placava l’ansia del vivere. Aveva giurato che mai si sarebbe servito della spada per superare gli inciampi che costellano la vita e si era ritrovato spergiuro. Aveva contato su un amico e quell’amico era diventato il suo accusatore. Aveva diffidato di uno sconosciuto che riteneva un nemico e ora quello s’era trasformato in suo amico e protettore.

Era un altro uomo il Pungiglione che ogni giorno attendeva novità e scrutava con malcelata ansia la strada polverosa e solitaria che tra due filari di pini conduceva alla masseria.

Eugenio aveva diradato le sue visite alla masseria, perché bisognava usare prudenza, gli aveva detto una delle ultime volte che si erano incontrati. Il terrore imposto dalle centinaia di arresti ordinati dalla polizia e dagli sbirri del Sant’Uffizio, rendeva tutto più difficile. I pochi fidati che aveva potuto avvicinare gli avevano riferito che ogni attività, ogni progetto della Società erano da intendersi sospesi.

Cominciava ormai la seconda settimana di settembre e Pungiglione si sentiva come devono sentirsi quelle anime che nel limbo attendono sfinite di conoscere la loro sorte per l’eternità. Gli pesava, a lui che non era mai pesata, la solitudine. L’atteggiamento di Cesira era nel frattempo cambiato. Se in principio mai aveva avuto da ridire quando vedeva (o più spesso veniva a sapere) Pungiglione fermarsi a discorrere con i contadini e i pastori che giravano nei dintorni della masseria, ora prese a consigliargli di non dare confidenza alcuna ai lavoranti, “ché sono maligni e malfidati”. Cesira e la ragazza, poi, sembravano esse stesse scansarlo, neanche fosse un monatto. Si limitavano a mettere i pasti in tavola nella grande sala con i camini, cosicché Pungiglione mangiava da solo e da solo attendeva che arrivasse il sonno, immerso nei più cupi pensieri.

Una mattina di buon’ora aveva lasciato la masseria deciso a raggiungere una fonte d’acqua fumante e solforosa che sapeva trovarsi a qualche miglio, oltre la palude che circondava i campi coltivati a meridione. Era una piacevole passeggiata e si era indotto a intraprenderla consigliato da uno dei bovari che in quei pressi conduceva le mandrie, uno dei pochi con cui scambiava qualche parola.

“Se si resiste alla puzza, quelle acque hanno il dono di placare i dolori del corpo e i turbamenti dell’anima”, gli aveva detto. “Io talvolta mi ci sono immerso, e vi assicuro che il beneficio che ne ho tratto è durato a lungo”.

Per niente certo che sarebbe riuscito a placare i suoi turbamenti, andava comunque a passo spedito, ben lieto di affrontare in modo diverso dal solito la giornata.

L’aria era fresca, una leggera foschia ammantava i campi umidi di rugiada. Un volo di fagiani si levò da un boschetto di ontani, disturbato dal rumore dei suoi passi sul legno di un ponticello che attraversava un torrente. La masseria era ancora alle viste. Insieme al fruscio sordo dei fagiani in volo udì un leggero fischio provenire dalle sue spalle. Si voltò pensando di vedere un pastore o un bovaro. Vide Lupo.

Avanzava cauto, tenendosi al riparo delle siepi di tasso che costeggiavano il sentiero per non essere visto dalla masseria. Pungiglione aspettò che gli fosse da presso, ma quando capì che Lupo stava per abbracciarlo si ritrasse.

Deluso, Lupo abbassò le braccia.

“Sono trascorsi pochi mesi e già non riconosci un amico, dunque,” e nel dirlo aprì il suo viso, incorniciato dalla barba rossastra che ricordava bene, in un largo sorriso.

“Sei ancora troppo giovane per poterti permettere una memoria così labile,” scherzò.

Pungiglione lo scrutò a lungo, prima di parlare. Come se potesse leggere nel profondo degli occhi di Lupo la verità che sembrava sfuggirgli.

“Ti ho riconosciuto, invece, Lupo. Ma lo stupore di vederti qui supera il piacere. Come sei riuscito a tornare libero?”.

“Libero? Da che cosa dovrei essere libero. ”

“Dalle prigioni. ”

“Non capisco…”

“Sono io che non capisco. Dalle segrete del Castello si esce in due modi: per salire il patibolo, o dopo anni di catena. ”

Pungiglione tenne per sé il terzo modo: parlare, confessare, accusare, a torto o a ragione, amici e complici.

“Come vedi,” disse Lupo continuando a sorridere mentre allargava le braccia con i palmi delle mani rivolti in alto, “il mio collo è al suo posto, e per quanto riguarda le catene, vedi tu stesso che non ne porto il più piccolo segno. Perché, a Dio volendo, quest’esperienza finora mi è stata risparmiata. Ma dimmi, chi ti ha messo in testa questa panzana?”

Sembra sincero, pensò tra sé Pungiglione. Oppure era il più grande mentitore che avesse mai incontrato. Che fosse lì per vendicarsi dell’essere finito in prigione a causa sua? E comunque restava il mistero di come fosse riuscito a lasciare le segrete del Castello.

Pungiglione provò una punta di rimorso nel constatare che non credeva a quel che diceva l’amico. L’idea che fosse un mentitore gli stava invadendo il cervello, l’occupava tutto, impedendo a qualsiasi altra ipotesi di trovarvi spazio.

“L’ho creduto dopo aver chiesto tue notizie al fabbro dei Coronari” mentì. “Mi disse di non sapere più nulla di te da mesi, e la sua faccia terrea per qualche spavento che l’aveva preso mi ha convinto che doveva esserti accaduto qualcosa di grave. Ho pensato alla prigione…”

Ignaro dei suoi reali pensieri Lupo continuò come se parlasse ancora con l’uomo fidato che aveva conosciuto a maggio.

“Anche a me quel fabbro è parso strano, quando pochi giorni fa gli ho chiesto se qualcuno mi avesse cercato durante la mia assenza. Mi ha risposto di no, ma hai ragione: sembrava spaventato a morte. Non gliene ho chiesto motivo, ma sospetto che la polizia avendolo scoperto lo tenga sotto ricatto.

Ma ora dimmi: che ci fai qui, e cos’è accaduto in questi mesi di mia assenza? “

Intenzionato a restare nel vago, rispose con una domanda, la sola che, se avesse avuto la risposta sperata, poteva ridargli la fiducia in Lupo.

“Come mi hai trovato, chi ti ha detto che ero qui? “

Aveva sperato che rispondesse “Eugenio “, perché questo avrebbe voluto dire che i due si conoscevano e che si battevano, insieme, per la stessa causa, la loro causa. Invece l’anima di Pungiglione era destinata a restare lacerata, perché Lupo gli raccontò tutt’altra storia.

Qualche giorno dopo il loro incontro di maggio era partito per raggiungere Meo a Salerno. In quella città lontana da Roma c’era uno stampatore che aveva accettato il rischio di un’impresa così temeraria. L’uomo era noto agli sbirri dell’Inquisizione, ma solo perché prestava gratis et amore dei la sua opera al vescovato. Era considerato un uomo pio e affidabile, ma in realtà possedeva uno spirito libero che in più d’una occasione non aveva mancato di manifestare, stampando anonimi libelli ispirati da personaggi vicini a Giordano Bruno.

A Roma Lupo e Meo erano tornati ai primi di settembre e subito s‘erano separati, riparando ciascuno per suo conto in un rifugio il cui indirizzo fosse sconosciuto all’altro. S’erano infatti accorti che la casa dello scrittore era controllata a vista dalla polizia. Forse gli sbirri avevano cominciato a capire che tipo di complotto si stesse preparando. O più che capire, intuivano, sospettavano, come cani che abbiano appena fiutato la presenza di una preda e che se ne stiano immobili, annusando l’aria, in attesa di una conferma che li faccia partire alla caccia. Probabilmente erano arrivati a Meo grazie a una spiata, ma ancora non era chiaro come, dove e quando, la spia avesse potuto agire.

Comunque ora i libri erano pronti. Ben custoditi in diverse case, i cui proprietari non si conoscevano tra loro, aspettavano solo di poter prendere le varie strade d’Italia per andare a compiere la loro missione.

Lupo, al ritorno a Roma, questo sosteneva, aveva cercato Pungiglione alla locanda del Sole. Naturalmente non lo aveva trovato e si era non poco stupito di questo. Nessuno l’aveva avvisato di un simile cambiamento. Gli ci volle poco a capire che qualcosa di grave era intervenuto. Aveva chiesto al padrone della locanda se fosse al corrente della sorte di Pungiglione, ma quello gli disse solo che era andato via con una carrozza, in compagnia di uno sconosciuto.

C’era stato, però, non visto, qualcuno che aveva ascoltato il colloquio tra Lupo e il padrone della locanda: Mariolina. Svelta com’era, alla ragazza ci volle poco per mettere insieme quel che aveva sentito con quel che aveva visto il giorno della frettolosa partenza di Pungiglione.

Ma non il solo Lupo era in ansia per Pungiglione. A Roma erano infatti ricomparse Lena e Angiolina. Lupo non sapeva dire molto di loro, ma evidentemente le due donne dovevano essersi sentite tranquillizzate dal trascorrere del tempo e confidando che gli uomini del capitano di polizia avessero altro di cui occuparsi, avevano lasciato il loro rifugio sicuro in città ed erano corse anch’esse alla locanda per chiedere di Pungiglione.

Mariolina si era allora ricordata dell’amico postiglione, il ragazzo che guidava la carrozza con cui Pungiglione e Eugenio avevano raggiunto la masseria. Quel giovane spasimava per lei e Mariolina lo sapeva. Non le fu difficile perciò fargli rivelare dove avesse condotto la carrozza in quel triste giorno di pioggia.

Ma Mariolina aveva fatto di più. Lupo aveva lasciato al padrone della locanda, che era persona fidata e amica, un foglio con su scritto come ritrovarlo, nel caso Pungiglione si fosse fatto vivo. La giovane serva se ne impossessò e lo consegnò a Lena e Angiolina.

“Ecco spiegato” disse Lupo sollevando le spalle “com’è che ti ho ritrovato. Devi ringraziare quelle tre ragazze, una delle quali, quella che sembra una leonessa fiera e selvaggia, mi è parsa particolarmente ansiosa di avere tue notizie”.

Lupo, finito il racconto, s’era appoggiato alla staccionata che delimitava il ponticello e lo scrutava, in attesa sue reazioni. Pungiglione lo fissò a sua volta, ma non se la sentì di sostenere a lungo il suo sguardo. Come si può sostenere lo sguardo di un amico essendo ancora incerti se considerarlo o no un traditore?

Lupo, che all’apparenza davvero non riusciva a capacitarsi del perché Pungiglione fosse così sospettoso, se ne stette per un po’ in silenzio. Poi, come avesse rimosso ogni dubbio, passò spavaldo sulla sua diffidenza e disse:

“Abbiamo un compito da condurre a buon fine. I libri sono pronti, la tua parte é già dentro due capienti sacche. Non ti resta che andarle a ritirare dove ti dirò, attaccarle alla groppa di un cavallo e partire a buon trotto per il Nord”.

Doveva accettare il suo gioco. Non aveva prove che fosse un traditore, ma neanche poteva dirsi sicuro del contrario. Sapeva che Lupo aspettava una sua spiegazione del perché avesse lasciato la locanda. Non glielo chiese, ma capì dal suo sguardo che non poteva sottrarsi. Il racconto che gli fece era un impasto di verità e di falsità, ma gli sembrava potesse risultare credibile.

Gli narrò dei fatti accaduti a Monti, dell’omicidio, della fuga successiva e di come a un certo punto, dopo aver trascorso l’estate in solitudine, sentendosi braccato, si fosse rivolto a Eugenio, che descrisse semplicemente come un nuovo amico, uno della compagnia di Onorio, ma assente quella sera a Monti, e perciò sconosciuto alla polizia: uno dei pochi che non era stato costretto a sparire. A Lupo disse soltanto che i padroni della masseria erano amici di Eugenio e che lo avevano ospitato senza chiedergli chi fosse e perché dovesse nascondersi.

Lupo annuì, dando segno di credere a quel che raccontava.

“Avevo temuto di molto peggio,” disse. “Invece mi sembra che possiamo procedere nel compito che c’è stato affidato. Ho buoni motivi per credere che gli sbirri in questi giorni abbiano altro cui pensare.

Si scambiarono un fugace abbraccio e Lupo si avviò nella direzione da cui era arrivato. Pungiglione ne seguì i passi, incerto se leggere subito il biglietto che gli aveva consegnato. Lo sguardo spaziò fino alla masseria, che non distava più di duecento passi e in quella scorse Cesira ritrarsi dal loggiato al primo piano. Era quasi certo che da lassù avesse seguito il loro incontro.

Lupo, continuando nel cammino, come avesse avuto il dono di vedere con la nuca, lo avvertì con un tono che gli suonò beffardo, ma forse era solo giocoso:

“Tienilo a memoria quel biglietto, poi gettalo. O ingoialo, se qui in campagna non ti danno abbastanza da mangiare”.

Si sentii solo, una volta che Lupo era sparito alla sua vista. Solo e più confuso che mai. Non riusciva a capacitarsi che Lupo avesse potuto tradirlo.

Non gl’importava più nulla della sorgente miracolosa. Sedette sotto un grande platano rigirando il biglietto tra le mani. Si decise infine a leggerlo. V’erano contenute poche e chiare indicazioni: un’ora dopo l’alba dell’11 di settembre avrebbe dovuto aspettare là dove la via della Grotta Pinta si conclude per aprirsi nel passetto del Biscione. Doveva portare con sé la sua sacca pronta per il viaggio. Altri particolari li avrebbe conosciuti direttamente da Lupo e da Meo al momento dell’incontro.

Quello stesso giorno, subito dopo pranzo, Eugenio arrivò alla masseria. Si stupì non poco nel ritrovarselo davanti, giacché si erano lasciati appena il giorno prima con l’intento di rincontrarsi di lì a una settimana.

Il volto scuro, come di chi sia afflitto da una pena insopportabile, da un’angoscia senza sollievo, Eugenio si tormentava le mani:

“Non capisco cosa stia accadendo. Non riusciamo a comprendere, eppure c’è qualcosa che si sta preparando a nostra insaputa. Neanche gli amici più avvertiti riescono a rischiarare il pericolo che sentono vicino. L’unico lume che arriva, esile, molto esile, è che questo pericolo riguarderebbe te”.

“Me? Ma io sono qui, in questo esilio e nessuno può minacciarmi. Nessuno, oltre te e la gente della masseria, sa di questo mio rifugio”.

Sapeva che non era vero, ma voleva capire quanto Eugenio fosse al corrente del suo incontro con Lupo. Se lo sapeva non lo dette a vedere.

“Hai ragione, ma dobbiamo essere se possibile ancora più accorti di quanto siamo stati finora. Qui sei al sicuro, ma solo qui. Io questo posso garantirti”.

Sembrava sincero. E si convinse anche che non sapeva di Lupo. Non poteva però tenere per sé il segreto, tanto più ora che si paventava un pericolo, per quanto oscuro e indistinto fosse. E poi sarebbe stato inutile nascondere l’incontro. Cesira da lontano aveva visto tutto. Come sempre aveva fatto, però, il suo fu un racconto a metà. Gli riferì l’intera versione di Lupo, aggiungendo solo che gli aveva dato un vago, e in un giorno ancora da stabilire, appuntamento a Roma. Pungiglione concluse che aveva intenzione, a suo tempo, di andare a quell’appuntamento.

“Non ci andare: è una trappola”, disse seccamente, Eugenio.

“Lupo l’ho guardato negli occhi e ho visto l’innocenza”, rispose, “non posso credere che voglia tendermi una trappola”.

“Come puoi fidarti di uno che è uscito dal Castello senza apparente motivo. Ora comincia a prender forma il contorno del pericolo di cui si parlava. E’ una trappola mortale quella che ti si prepara, ti scongiuro: non ci andare”.

 

 

 

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