Ho un libro in testa

10mar
2012

Elio Pagliarani: un grande poeta, una giornata d’afa e una ragazzina che voleva scrivere

VERSI DIVERSI a cura di Isabella Leardini

versi – da conservare, far girare – di autori diversi

 

 

Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini,
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.

(E. Pagliarani)

 

 

Elio Pagliarani se n’è andato in queste ore. Il mio saluto per lui è questa piccola e perfetta poesia d’amore, così semplice e vera. Se Elio Pagliarani è l’unico poeta del Gruppo 63 amato anche da chi è lontanissimo dalla sperimentazione linguistica di quegli anni, è perché la poesia, quella vera, in lui non è mai mancata. Pagliarani poteva permettersi il coraggio di portare al limite la lingua, e anche di vivere con quelli che furono i suoi amici l’idea, perché dalla sua aveva una voce autentica e uno sguardo chiaro che nulla gli avrebbe mai tolto. Per raccontare di lui racconterò il nostro incontro. Era la fine degli anni ’90 e a Rimini, sotto un tendone sbattuto dal vento, sulla darsena del porto, si tenevano gli stati generali della neoavanguardia. Pagliarani li aveva portati tutti lì, e sul palco i poeti più giovani si avvicendavano a quelli anziani, altri che non c’erano più andavano solo in video, ricordati con nostalgia dagli amici. Io mi ero seduta nelle prime file, non sapevo ancora la differenza tra ermetismo, linea lombarda, gruppo 63, non avevo ancora studiato la poesia del ’900 sulle antologie e nei corsi universitari… Sapevo solo che erano poeti importanti. Fissavo Sanguineti trattenendo il respiro esattamente come avrei fissato Luzi, era l’emozione di riconoscere i volti segnati dall’età, di quei nomi visti tante volte stampati e sentiti citare.

E fissavo Pagliarani, che aveva raccolto tutti intorno a sé in quelle serate ventose sul mare. In quegli anni non andavo mai ad un evento di poesia senza un paio di manoscritti nella borsa… Sceglievo a istinto a chi lasciare le mie poesie, con una sorta di radar cercamaestri. Quella sera con adolescenziale sfacciataggine andai dritta da Pagliarani. Gli parlai dello stand della Rivista ClanDestino, dove al Metting anche noi avremmo proiettato video di poeti e gli lasciai le mie fotocopie. Avevo fatto una cosa di un’ingenuità disarmante, eppure… Due giorni dopo nell’afa della vecchia fiera di Rimini vidi entrare la moglie del poeta, cercava me. Quasi cinguettando mi disse, “vieni c’è Elio all’ingresso che ti aspetta, ha letto le tue poesie”. Ricordo che arrivai con lei d’un fiato e lo vidi, un po’ in disparte tra la folla che passava; era già anziano e visibilmente accaldato. Aveva in mano il mio plico e mi disse pochissime parole. “Queste poesie mi hanno colpito. C’è da lavorare, ma la stoffa c’è”. L’ho incontrato solo un’altra volta e l’ho ringraziato ancora per questo; lui non si ricordava, ma io sì. Elio Pagliarani con la sua tenera rudezza romagnola per me è stato e resterà soprattutto questo: un grande poeta anziano che va di persona nel caos a cercare una ragazzina, soltanto per dirgli di continuare a scrivere. Un vero maestro. Umile, gratuito, autentico e indimenticabile.

 

Categorie: Versi diversi

TAGS: Elio PagliaraniGruppo 63poesia

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