Ho un libro in testa

26mar
2012

Veronica Tomassini: su Fb siamo tutti scrittori o poeti o veline al limite

Veronica Tomassini ha esordito con il romanzo Sangue di cane (Laurana Editore). Ogni suo post nel web lascia il segno. Ho visto un suo messaggio su Fb che diceva “quanta retorica qui, tutti si improvvisano, sagaci, poeti, scrittori, tutti a piangersi addosso (me compresa). una lagna. quanta pazienza”.
E così le ho chiesto di venire su Hounlibrontesta a raccontare.


Siamo tutti scrittori o poeti o veline al limite. O bad boy. Non so.
di Veronica Tomassini

Per esempio: uno si sveglia la mattina e decide di declamare qualcosa. È un affare molto nobile. Mia nonna guardava le starlette in tv, chiedendomi piena d’angoscia: “Ma il medico non vuole farlo più nessuno, e il panettiere, l’ortolano, il camionista?”. Niente da fare nonna. Mamma scuoteva il capo, un po’ arresa, un po’ mortificata.

Oggi in particolar modo siamo scrittori o estensori in rima o cani sciolti del verso. Senz’altro neofiti di bacheche pregne di intenzioni elegiache, di argomentati componimenti in prosa che Facebook rende consapevoli e seri sopra ogni cosa, sopra i ranghi, come no. In fondo l’idea che Barbara D’Urso abbia raccontato in un romanzo la storia della sua infanzia (è possibile?) è un fatto decisivo, verificato. Tutto ciò mi rende pensierosa. Flavio Insinna ha dato alle stampe, Carmen Russo, Lory Del Santo. È la chiave di volta, è una nuova era. Siamo in una fase empirica davvero interessante. Per dire: Facebook ha imposto la sua traccia di medietà, democratizzando quel che una volta atteneva all’eccezionalità finanche al mito, chessò una volta si diceva talento. Chi vuole esordisca, declami, ammorbi bacheche e pensieri altrui, tagghi sconcezze o barlumi di capolavori, orienti verso piagnistei dedicati, non batteremo ciglio. Promesso. È una nuova era. Tutti possiamo fare tutto. È un fatto, un diktat, però non lamentiamoci – per carità – se ci hanno levato il molare sbagliato, ingessato la gamba buona, mollato in pancia la garza e il filo dei punti di sutura. C’era un capitolo da finire casomai, la chiusa sapete, e si è concentrati sapete. Ma fai il medico o no? Chiederebbe mamma, testarda, abruzzese com’è. Mamma, no, il medico non vuole farlo più nessuno, prima si chiudesse il capitolo. La chiusa mamma, la più difficile, sai. Poi dare alle stampe, si dice così, promuoversi, enfatizzarsi, crederci, l’ego a palla, pronto ad esplodere. Fatto. È esploso. È cronaca, mamma. È esploso.

Facebook è la svolta. Inducendo a un continuo pedissequo coming out ha svelato ogni segreto, potenzialità inedite (come certi manoscritti), autori rivelati, che se fossero pittori imbratterebbero tele e griderebbero al miracolo: “è concettuale, è revisionismo di futurismi vari prossimi”. Fortissimo. Un poeta farà lo stesso, non occorre che imbratti tele, urlerà i suoi tormenti, affogato nelle laconiche interlinee, dentro lo spazio di una nota in bacheca nel profilo del critico ics, dell’editore tal de tali, del giornalista sprezzante. Tutti nomi altisonanti, per la miseria. E non importa se non rispondono ai commenti, non una emoticon, un cuoricino, dai almeno un mi piace, like it, dai, per favore. Facebook è importante per uno scrittore, se non lo si è davvero, lo si diventa. Cosa vuol dire essere uno scrittore per davvero? Nulla. Proprio Nulla. Sulla visione, sul dolore del mondo, su tutto questo, che qualcuno chiama betise o “balle” semplicemente, lascerei alla discrezione di ognuno una vaga minima composta spiegazione. Sì, va bene, lo scrittore. Lo scrittore è un modo di venire al mondo, di guardarlo e sostenerlo. E’ un modo a parte di raggiungere le cose. Sì, va bene. Ma: chissenefrega. Lo dicono, certo, chissenefrega. Mi sveglio una mattina e decido di declamare. E allora? La mia parola contro la tua. Sono un poeta. E allora? Dimostrami il contrario.

Facebook: non è vero che induce alla lagna, no, no e no. Non è lagna, è patir il mondo, scoprendo la vocazione or ora. Ed è un mistero. Vallo a pensare. Io che amavo l’i pad fino a un giorno fa, io che volevo fare l’addetta alle risorse umane o la commercialista (ma poi non mi sono iscritta all’università), io proprio io: sono un poeta. E se vai su facebook e cliccki sul mio profilo, vedrai: due tre note dedicate alla sera e alla luna, all’amore e alla solitudine, e sono versi, lunghi, straniati, volitivi. E più cerco sullo Zingarelli, più trovo aggettivi. E taggo tutti. Così sono felice, in un certo senso. Poi i piagnistei mi piacciono. Scusate, come si fa distinguere in questa logorrea diffusa? Non è logorrea, intanto, è partecipazione, è impegno, face book forgia sagaci, moralisti, rivoluzionari sulla carta, con ottima padronanza della lingua italiana (astenersi congiuntivi). Forgia indignati. Tra i neofiti, come fate a distinguere, sù? Si incoccia persino la genialità. Uh non lo sapevo che potevo scrive pure ‘ste cose. E sono gratificazioni. Ecco fatto. La mia parola contro la tua. Antonia Pozzi. Chi è? E se ti dico Dino Campana, Dario Bellezza, Mario Luzi. Vattela a pesca, non esageriamo. Alda Merini? Via, questa è facile. Ad ogni modo: Bò.

Mi piace scrivere, dici. Allora sei un poeta, dico. Conosco Leopardi, dici. Bravo, dico. E Saviano e Volo, dici. Eh?

Scrivo sempre, aggiungi. Oh mamma, impreco. E’ mica una minaccia? Scherzo, dico. Ma non rido e infatti non commento con il doveroso “ahahah”. Non prendertela, e non te la prendi, mi metti la faccina che sorride. Ho sette commenti ad un post che proprio non avrei immaginato. Comunque ho mille e duecento amici. Almeno il 20 per cento mi dà ragione. Quindi. Quindi cosa? Quindi: niente.

Veronica Tomassini

Categorie: Il caso

TAGS: scritturaveronica tomassini

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