Ho un libro in testa

27mar
2012

Tutto su Jennifer Egan (vista dietro le quinte)

Oggi incontriamo una scrittrice straordinaria: Jennifer Egan, autrice di Il tempo è un bastardo (minimum fax), un libro originalissimo (se non lo avete ancora letto, non aspettate). Marta Perego l’ha incontrata, intervistata, analizzata e su Hounlibrointesta ce la racconta in tutti i dettagli. Dal suo presente fino al futuro del libro. Due buoni motivi per leggere questo post: se ancora non conoscete Jennifer Egan, è arrivato il momento. Se già la conoscete, è un’occasione per conoscerla meglio.

Jennifer Egan & Marta Perego.


DA PROUST AL 2020: IL TEMPO SECONDO JENNIFER EGAN di Marta Perego (@marta_perego)

Il “mondo del libro” è stato sconvolto da un evento che ha fatto parlare, discutere, scaldare i cuori, sbocciare gli animi. Jennifer Egan l’autrice Premio Pulitzer 2011 con Il tempo è un bastardo è approdata in Italia. Due presentazioni. A Milano al Teatro Franco Parenti e a Roma all’Auditorium Parco della Musica perla rassegna Libri come. Folla da stadio, pubblico in visibilio, tutti parlavano di lei. Io il libro l’avevo letto due mesi fa, me l’ha consigliato una libraia, che ringrazio e ringrazierò sempre, perché questo è uno di quei libri che, in qualche modo, un po’ la vita (o per lo meno il modo di percepirla) te la cambiano davvero.

Quando l’incontro con uno scrittore diventa un happening atteso e conclamato (con tanto di coda all’ingresso del teatro, un “dai dai guardatemi che ce sto pure io qui pevvedella” che si legge sui volti di donne, uomini- generalmente tra i 28 e i 55, librai, scrittori, editor, curiosanti, aspiranti scribacchini, lettori più o meno appassionati, cultori dell’esserci- sempre e comunque- più o meno inseriti in quello che volgarmente e gergalmente è chiamato “mondo del libro”- tutti lì in piedi con la copia del libro in mano, come per dire “eh si perché noi l’avevamo già letto.. prima”), bene quando capita così, io sono felice. E lo sono solamente e senza ritegno snobbistico quando queste cose capitano se seduta a presentare il suo libro c’è una che, tutto questo can can, se lo merita. E se lo merita, come direbbe mio cugino di 16 anni tamarro, dibbbbbrutto. Eccome. Non solo perché, bionda, donna e affascinante, si è conquistata un Premio Pulitzer senza Franzen che tengano, non solo perché può permettersi di citare Proust come fonte di ispirazione senza temere conati di indignazione (e non parlo solo dei puristi), non solo perché è orgogliosa di ammettere che scrive fiction per divertimento e non per veicolare chissà quali principi e chissà quali ideali, ma soprattutto perché ha scritto il libro che più ha sconvolto, fatto parlare e messo in discussione la letteratura americana dai tempi di David Foster Wallace.

E se ci aggiungi anche che lei, che è considerata la scrittrice che più di tutti ha saputo interpretare le frenesie contemporanee (tra internet, social network, solitudini e fallimenti post-postmoderni), scrive a mano, allora capirete perché siamo di fronte ad una tipologia umana fuori da ogni canone.

Chiamatela pure superdonna (intelligente, ironica, bellissima, con tanto di marito, casa a Brooklyn e due figli preadolescenti). Niente invidie, però, perché quando una donna è così super, si merita tutto quello che ha. E noi donne, lo sappiamo bene, quando una le cose se le guadagna con capacità, costanza, energia e impegno la apprezziamo, sosteniamo, ammiriamo e ne facciamo un esempio. Per noi, per loro. Per tutti. Per il “mondo del libro” e per il mondo, punto.

PER CHI VUOLE: Del libro avevo scritto una “recensione” un paio di mesi fa quando l’avevo letto (eh sì perché io faccio parte della categoria di quelli che avevano letto il libro “prima”). Se volete andatevelo a leggere (è veloce, semplice, comprensibile a tutti), se non avete voglia vi riporto questa che secondo me è la parte più importante: da leggere perché tutto il romanzo ruota attorno ad una domanda: Quanto il tempo è un bastardo? Quanto si abbatte sulla tua vita, la placa o la stravolge e ti fa alzare a 40 anni ritrovandoti ad essere il contrario di quello che speravi?
E poi perché si legge shuffle (come ascoltare musica dall’Ipod), sta in bilico tra due fili conduttori (la Recherche di Proust e le canzoni di Iggy Pop) e perché l’epilogo della vicenda è raccontato da una ragazzina di dodici anni in una presentazione PowerPoint nel 2020.
Posso anche dirvi che affronta tematiche sociali importanti: la droga nel mondo della musica anni Ottanta, l’impatto di internet sulla coscienza collettiva contemporanea, la crisi del matrimonio, il senso del tempo. Ma a me piace sottolineare soprattutto questo: l’ho finito due settimane fa e non mi è ancora uscito dalla testa. È un libro che colpisce, va a fondo e stordisce. A trovarne.

INCONTRARE JENNIFER EGAN

Incontrare Jennifer Egan è una sensazione a metà tra incrociare Madonna per caso in un bar e l’andare al giapponese con la migliore amica del liceo: quasi non ti rendi conto che sia lei per davvero, perché ci ridi e scherzi con una naturalezza che neanche foste amiche da una vita. Jennifer Egan è così: sorridente, amichevole, ma consapevole del suo genio e della sua posizione. Risponde con pazienza, non si stanca mai e ti fa credere che il tuo inglese sia il più bell’inglese che abbia mai sentito (l’ho molto amata per questo). E quindi, che dire, ecco a voi stralci della lunga intervista che mi ha regalato. Lei, la superdonna, che terrò nel cuore, a lungo.

Come mai al tempo della crisi economica, degli ebook, dei social network che diventano il surrogato dei nostri sentimenti ha voluto scrivere un libro sull’inevitabilità del tempo che passa?«Il libro deriva soprattutto da Proust, dalla Recherche. Volevo scrivere un libro che si rifacesse alla Recherche in chiave contemporanea. Era una sfida che mi affascinava molto. Io credo che ognuno di noi anche se sa che il tempo deve passare, che per forza di cose si cresce, si diventa vecchi, eccetera rimane scioccato quando se ne accorge e lo vede sulla sua pelle. E ho voluto analizzare questo tema attraverso diversi punti di vista, non uno soltanto. Per catturare lo shock che ti arriva quando acquisisci la consapevolezza che il tempo è passato».

Una delle grandi metafore del romanzo è quella rappresentata dall’industria musicale contemporanea, emblema del tempo che passa e del fallimento. Come mai questa scelta?
«Credo per molte ragioni. In parte perché la musica è molto importante anche per Proust sia come elemento della trama sia come principio fondante di tutto il romanzo. Poi perché faccio la giornalista e ho sempre voluto scrivere di musica, ma non sono mai riuscita a farmi accreditare ai grandi concerti, quindi mi son detta: faccio da sola! E poi perché ero molto interessata all’argomento. Per raccontare il personaggio di Bennie Salazar, il produttore, ho dovuto fare molte ricerche, non sapevo per esempio la differenza tra registrazione analogica e digitale, o altre cose tecniche. Così ho parlato con gente che fa questo lavoro è ho capito fino a che punto l’industria musicale sia devastata e in crisi. Lo sapevo già certo, ma non fino a questo punto. E ho capito che sarebbe stata una metafora perfetta: l’industria musicale è stata fortissima e sfarzosissima fino alla fine degli anni ’90, pensate invece ora come è ridotta: molte persone che non lavorano, case discografiche che chiudono. E il tutto è stato causato dai cambiamenti tecnologici. Internet, il sistema di download peer to peer. Eventi e scoperte che non erano direttamente legati al mondo della musica e che l’hanno distrutta. E infine, last but not the least, il fatto che la musica segna il passare del tempo per tutti. Ognuno ha la sua colonna sonora».

Un’altra fonte di ispirazione per il libro oltre che Proust sono i Soprano, come ha ripetuto in diverse interviste.
«Sì lo so che sembra strano. Anche se poi così strano non lo è. Io ho visto la serie dei Soprano mentre leggevo Proust. Anche i Soprano parlano del passare del tempo. Ed è così che mettendo insieme Proust e loro mi è venuta voglia di scrivere un libro che parlasse del tempo ma che lo facesse in maniera contemporanea. Senza occupare pagine e pagine in ordine cronologico. Ho deciso, anche se inconsciamente- in realtà ho iniziato a farlo e basta-, di prendere in prestito le tecniche di scrittura delle serie tv. Tanti personaggi, ognuno con la sua storia, che viene raccontata usando flash back, passaggi temporali, in maniera “compressa” e giustapposta tra un personaggio e l’altro. E poi mi affascina il modo che hanno le serie tv di trasformare personaggi che inizialmente sono marginali in figure importantissime al centro della storia. Se ci pensate, nelle stagioni delle serie tv si parte con una storia portante ma poi non si sa dove va a finire. Ogni episodio emoziona da sé e tante volte ti dimentichi e nemmeno ti interessa più come spettatore, vedere come andrà a finire la storia iniziale che si era aperta».

Quindi la struttura così complessa, che cambia i punti di vista (arriva addirittura ad usare la seconda persona) deriva da questo?«Sì anche se non solamente. Ogni storia, ogni personaggio, mi suonava nella testa in modo diverso. C’erano personaggi che si presentavano in prima persona altri in terza, alcuni con un linguaggio altri con un altro. Mi sono lasciata guidare dalla mia curiosità Inizialmente il romanzo doveva essere strutturato da un lungo flashback, tutto doveva essere strutturato a ritroso nel tempo. Ma poi l’ho riletto e ho capito che così non andava bene, non sarebbe stato interessante per il lettore come non lo era interessante per me. Allora ho rimescolato tutto e creato questa strana struttura».

20 personaggi, uomini donne, tutti che sembrano vivi, quasi reali. C’è Bennie il produttore, Sasha la sua bella assistente cleptomane, Dolly, l’ex pr più potente di New York fallita e costretta ad occuparsi della comunicazione di un dittatore criminale di guerra…. c’è un personaggio che le è piaciuto di più? Che l’ha fatta più divertire?
«Ma io sono innamorata di Bennie, perdutamente. Ma sento una empatia con ognuno di loro. C’è chi più e chi meno simpatico ma la cosa che mi interessava davvero era far capire la logica che sta alla base delle loro scelte e dei loro comportamenti. Poi mi è capitato di partire con un’idea di loro (per esempio di Scottie, l’amico di liceo di Bennie, chitarrista fallito) che inizialmente era un perdente ma poi mi sono affezionata e l’ho trasformato in un eroe. Vede, gran parte del mio libro è scritto inconsciamente, mi sono fatta guidare dall’istinto».

Dov’è Jennifer Egan? Qual è il personaggio a lei più vicino?
«Ahah bella domanda, io come sempre sono un po’ dappertutto anche se mai troppo (odio quando scrivo di me stessa), ma mi identifico soprattutto con Alison, la piccola narratrice in Power Point perchè è una vera scrittrice, le piace raccontare storie. E poi perché è una ragazzina che ama creare armonia, costruire ponti tra le persone, le situazioni. Ma dato che era così giovane all’inizio non mi sono accorta che fossi io! Poi mi son detta.. ma guarda! Quella sono io davvero! Insomma è la piccola reporter nascosta tra le pagine! Da grande farà la scrittrice!».

Il romanzo parte dagli anni Settanta finisce nel futuro, nel 2020. Bennie, Lou e i personaggi che hanno vissuto la loro giovinezza negli anni Settanta sembrano svuotati e poco fiduciosi verso il futuro, hanno pessime opinioni sulle nuove tecnologie, il futuro della democrazia, il futuro della cultura. Ma l’epilogo della storia è lasciato ad Alison, quindi alle nuovissime generazioni.
«Vede, la realtà è che faccio fatica a rispondere a queste domande. Io non ho voluto inserire idee mie nel romanzo. Il mio libro è solo fiction, le idee dei personaggi sono le idee dei personaggi. Per esempio Bennie, per ovvie ragioni, odia il digitale, io no. Io non ho paura del web, di Internet e del futuro. E nemmeno penso che si stava meglio negli Settanta rispetto a oggi. Certo, gran parte dei miei più bei ricordi andavo ai concerti sono legati al passato, a quando avevo vent’anni all’inizio degli anni Ottanta. È normale: più si diventa vecchi più si diventa nostalgici. Ma io sono affascinata dal presente, dalle nuove forme di linguaggio, Power Point, gli sms… e ho fiducia nel futuro e adoro lo sguardo ironico e disincantato con cui bambini guardano alla realtà. No, odio i romanzi d’opinione, io scrivo romanzi per divertirmi, divertire e raccontare (non capirli perché è impossibile!) gli esseri umani».

Dato che l’ha citato. Da cosa è nata l’idea del capitolo in Power Point?
«Volevo che ogni capitolo avesse un approccio tecnico diverso. E quando ho finito le possibilità della prosa, non potendomi buttare sulla poesia (sono una poetessa terribile) ho provato Power Point, ero convinta mi avrebbe dato spunti narrativi interessanti».

Leggevo che scrive a mano…
«Sì, uso il computer solo per gli articoli giornalistici e come macchina dove copiare i miei appunti per i romanzi. La fiction la scrivo a mano. Penso che le mie migliori idee vengano dal mio inconscio. Quando scrivo a computer sono troppo razionale, osservo le mie parole sullo schermo, non riesco a trasferire direttamente le mie idee più profonde. Cosa che invece riesco a fare quando scarabocchio a mano».

Nel suo libro la tecnologia uccide la musica. Cosa ne pensa invece del futuro del romanzo? Ci sono suoi colleghi, come Jonathan Franzen, che dichiarano di odiare twitter e i social network, e altri che su twitter annunciano nuovi romanzi (come Bret Easton Ellis)…
«Molte persone sono preoccupate sul futuro del romanzo. E io capisco il perché. In America tutti hanno un e-reader e già ci sono persone che stanno sperimentando nuovi modi di narrare che vanno oltre il romanzo, che si avvicinano al video, agli ipertesti. Guardi, io non saprei.. credo che ci sarà sempre un posto per i romanzi. La vera letteratura sa relazionarsi con la contemporaneità. Alcune cose potranno cambiare ma se gli scrittori saranno in grado di scrivere romanzi interessanti, entusiasmanti, io sono convinta che il romanzo non morirà. La cosa importante però è insegnare ai bambini (per esempio mio figlio odia leggere e io sono disperata) che leggere è un piacere, non una medicina. Se le nuove generazioni impareranno ad amare il piacere della lettura il romanzo non morirà, ma il compito è nostro. Di scrittori e di genitori».

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Marta Perego, giornalista, si occupa di libri e cinema per un canale del digitale terrestre (Iris Mediaset) e uno di sky (ClassCNBC). Sarà qui su Hounlibrointesta ogni quindici giorni con una serie di illustrissimi nomi della letteratura internazionale. Visti molto da vicino.

Categorie: Incontri ravvicinati del tipo "scrittore famoso"

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