Ho un libro in testa

06mag
2012

La nuova puntata del romanzo che puoi seguire qui

Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblica uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo. L’intento è quello di coinvolgere tutti voi lettori in una sorta di editing collettivo. Insomma, riscriviamo insieme questo romanzo. Ma potete anche solo gustarvi il piacere di poter leggere e seguire passo passo la nascita di un romanzo.
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Nel romanzo di Marco Corrias, tra i personaggi, potete incontrare anche Caravaggio.

Capitolo 26
(dove si racconta quel che neanche Pungiglione sa)

Il primo sole stentava ad apparire, impedito dalla nebbia che seppur leggera avvolgeva la grande spianata del vescovado di Milano. La carrozza costeggiò per un tratto la piazza del Duomo, attirando la distratta attenzione di un gruppo di beghine che si recavano alla messa mattutina. Ai piedi della scalinata il nocchiere fermò il tiro a due. L’uomo che ne discese volse lo sguardo alle finestre del primo piano, calcò in testa il cappello nero a larghe falde e raggiunse l’altro sportello. L’aprì e tese il braccio verso l’interno. La donna vi si appoggiò con grazia e scese a sua volta. Anch’essa, come l’uomo, diede un rapido sguardo alle finestre del primo piano. Era di figura alta e slanciata, portava sul capo una mantiglia, nera come il mantello dell’uomo, ma a differenza di questo bordato di una fettuccia di raso rosso.

I due salirono in fretta i gradini e una guardia li accolse per accompagnarli lungo un corridoio poco illuminato: la maggior parte delle lanterne erano state spente in attesa del giorno ormai prossimo.

La guardia guidò la coppia lungo un dedalo di sale che s’aprivano una nell’altra, finché arrivarono davanti ad uno studiolo dalla porta aperta.

L’uomo seduto a una scrivania, intento a scrivere su un grande libro, s’alzò e li salutò con un cenno del capo. Quindi s’allontanò, intendendo che i due rimanessero ad aspettarlo.

L’uomo e la donna si guardarono negli occhi e un lampo di complicità li unì. Era il loro modo di rassicurarsi. Il bel viso bruno di lei, incorniciato in una preziosa e assai pudica cuffia di seta rossa s’arrossò un poco.

Lo scrivano riapparve e indicò ai due di seguirlo.

“Vi aspetta.”

Seduto su una poltrona, accanto al grande letto a baldacchino ancora disfatto che occupava l’intero lato nord della camera, il Confessore li accolse senza un sorriso. Semplicemente indicò loro il catino in cui aveva messo i piedi a bagno.

La veste da notte copriva quasi del tutto il recipiente decorato a grandi fiori color indaco, alla maniera di Granada, ma in un punto lasciava scoperta una gamba, che appariva magra, bianchiccia e glabra. Così doveva essere tutto il suo corpo. Aveva una cinquantina d’anni, il volto ossuto, sembrava molto più provato di quanto la sua età prevedesse.

“Perdonate questa mia condizione, così poco decorosa. Ma la gota anche questa notte m’ha impedito di riposare. Solo questi pediluvi riescono a lenire un poco il dolore.”

L’uomo e la donna, se erano stupiti, seppero bene dissimulare. Era la prima volta che incontravano il Confessore.

L’ordine era giunto da Roma tre giorni prima. Dispaccio anonimo. Ma il girasole impresso sul sigillo di ceralacca era ben noto alla coppia: la firma di sua Eminenza.

“La vostra guida da oggi avrà il volto e il nome che il latore di questo messaggio vi rivelerà personalmente. A maggior gloria di Dio dimenticherete ogni legame trascorso con questa sede.”

Se il corpo di padre Orlando Capecera, il Confessore, era prematuramente segnato dal trascorrere degli anni, essendo stato sottoposto per esclusivo suo volere alla negazione d’ogni piacere terreno, la mente godeva della felice condizione di chi sui libri ha trascorso la maggior parte dei suoi giorni.

Non aveva ancora compiuto i sedici anni di vita, quando suo padre Gustavo, uno dei primi mercanti in Napoli che avesse armato una nave per intraprendere proficui traffici con le Indie, lo consegnò nelle mani forti e capaci di padre Alfonso Salmeron, allora Preposito provinciale della Compagnia.

Nel collegio di Gesù Vecchio, sotto Seggio di Nido, lo scolaro Orlando dette subito buona prova di sé.

Trascorse i primi tre anni di grammatica ad apprendere il latino, e in quei tre anni solo in due occasioni gli fu permesso di ricongiungersi alla famiglia. Fu quando, a distanza di pochi mesi, se n’andarono al Creatore il nonno paterno e un fratello di quattro anni più piccolo, travolto da un cavallo imbizzarrito.

Per il resto Orlando, come tutti gli scolari del collegio, trascorreva le sue giornate nel silenzio e nello studio.

Ma fu nella frequentazione delle due classi superiori di umanità e di retorica che lo scolaro Capecera fu notato dai professori per le eccelse capacità d’apprendimento e di elaborazione.

Il prefetto ne segnalò al rettore la memoria prodigiosa, capace ad un’unica lettura di ripetere, quasi senza fallare, un discorso di Cicerone, un passo storico di Sallustio, un’ode di Orazio. In breve Orlando divenne esempio per l’intero collegio.

Egli era consapevole di quanto la naturale inclinazione allo studio lo portasse ad eccellere tra i cinquecento allievi del Gesù Vecchio. Ma i superiori, che secondo gli insegnamenti del padre fondatore, temevano la superbia quasi in eguale misura dell’ignoranza, lo tennero sotto stretta osservazione.

Questa sua condizione di privilegio mentale, quantunque non repressa, giacché la regola poneva l’erudizione sopra ogni cosa terrena, doveva essere guidata e mantenuta nell’alveo dell’obbedienza più assoluta.

I padri gesuiti ben sapevano quale potente strumento fosse la conoscenza. Ma proprio per questo erano consci che l’umana natura poteva indurre in tentazione gli eccellenti, deviando il loro cammino dalla strada maestra, che era segnata dalla Provvidenza per condurre esclusivamente alla maggior gloria di Dio.

Orlando, dunque, invece di beneficiare di un qualche favore, si vide al contrario ristretto in un ferreo controllo. A lui, più che agli altri, veniva imposto un maggior impegno nell’approfondire i misteri e le verità rivelate della teologia: il culto della vergine e dell’angelo custode, la vita dei santi e dei martiri, furono le uniche letture concesse al di fuori dell’insegnamento. A lui, più che a chiunque altro era richiesta l’osservanza intransigente delle regole. La confessione, che per gli altri era dovuta almeno una volta al mese, per Orlando divenne rito quasi quotidiano. E così le devozioni e la moderazione nel cibo, e l’astinenza da ogni piacere e mollezza che potesse distoglierlo dal percorso della vera conoscenza.

Al termine dei cinque anni Orlando era ormai pronto per diventare un soldato della Compagnia. Forgiato al sacrificio, la mente fortificata da cinque anni di studi preparatori, poteva ora affrontare i testi di filosofia e di teologia, di greco e di ebraico e valicare i confini del sapere, proibiti a chi non fosse destinato, come lui era, ad entrare nell’ordine per assumervi posizioni di comando.

Studiò dunque la storia naturale, imparando quel che allora si sapeva ed era concesso dei fiumi, dei monti, dell’erba e delle piante, delle pietre preziose e dei metalli, dei borghi e delle città, delle regioni e delle province e degli stati, e persino della cosmografia e di cose artificiali, come i vasi e le vesti, gli edifici e le macchine da guerra, le arti della navigazione e la moneta, l’agricoltura e la pastorizia, e le leggi e i diversi costumi degli stati, i riti antichi, le cerimonie e le magistrature dei greci, dei romani, dei barbari e tutti gli aspetti del viver civile che però mai, stabiliva la regola, dovevano essere “disputati in modo filosofico ma solo al modo storico.”

Gli fu concesso di spingersi fino alle sponde insidiose della filosofia morale e dell’etica, della politica e dell’economia.

Al compimento del venticinquesimo anno, appurato che il percorso d’erudizione non s’era mai interrotto e che Orlando aveva dato prova di saldezza e disciplina, venne infine ordinato. Pronunciò i voti solenni e definitivi di povertà, castità, obbedienza. E il quarto voto, quello a cui ogni soldato della Compagnia aspira più di tutti: l’obbedienza speciale dovuta al Sommo Pontefice, riservato ai sacerdoti di acclarata preparazione e fedeltà, il cui simbolo è il girasole, fiore sempre rivolto al re degli astri.

In virtù di queste sue straordinarie doti Orlando, all’età in cui la maggior parte dei soldati della Compagnia ancora vagava nei meandri della teologia, entrò a far parte di quel colto cenacolo a cui i prepositi provinciali di tutt’Europa potevano attingere per formare nuovi collegi, per sostituire professori venuti a mancare, per aggiornare o revisionare i libri di testo.

Ma non si è buoni soldati senza aver svolto per alcuni anni apostolato là dove ci sia bisogno di diffondere o rinsaldare la fede in Cristo, dicono le regole dell’esercito fondato da Ignigo Lopez de Recalde, divenuto per la storia Sant’Ignazio di Loyola.

E così Orlando al termine degli studi nel collegio napoletano, si trovò destinato a uno sperduto villaggio delle Asturias, nei cui pressi il preposito generale Claudio Acquaviva aveva disposto per la nascita di un collegio.

In quelle terre lontane dalla giurisdizione del Papa e persino dei cattolicissimi sovrani di Spagna, s’era annidata una comunità di congregazionalisti, provenienti dalle sponde dell’Inghilterra. A Madrid e a Roma grande era il timore che la loro rovinosa dottrina, dopo aver intaccato gli animi semplici dei contadini del luogo, potesse espandersi in tutta la Spagna.

Diceva, questa dottrina tenuta in conto d’eresia, che il governo degli stati deve ben essere separato da quello della Chiesa. Ma soprattutto, ed era questo il vero scandalo da debellare con ogni arma, che in materia di fede e di disciplina ogni singola comunità di religione potesse decidere di suo, senza dover obbedire ai precetti della Santa Sede.

“I nostri nemici sono i senza fede, ma ancor di più lo sono coloro che della fede si fanno scudo per sobillare le genti alla ribellione. Andate dunque, e combattete con ogni mezzo la battaglia in favore di Cristo”, aveva esortato il Superiore benedicendo Orlando e gli altri otto confratelli, che sotto scorta di un centinaio d’armigeri lasciavano Madrid per le infide Asturias.

Il loro primo campo furono le rovine di un monastero, in fondo a una valle boscosa che s’apriva appena fuori del villaggio di Bandujo.

I frati domenicani, pure non meno indomiti dei soldati di Sant’Ignazio, quattro anni prima erano dovuti fuggire, inseguiti dai forconi dei bifolchi sordi ad ogni autorità e capeggiati da tre irlandesi che promettevano loro inaudite libertà.

Orlando e i suoi compagni non ripeterono l’errore dei domenicani, che furono persi dai vani tentativi di trovare un accordo con gli eretici.

Prima ancora di invitare alla preghiera quelle genti, prima ancora di issare una croce, prima ancora di tutto, i gesuiti scatenarono la caccia agli irlandesi. Il loro tempio, una grotta spoglia d’ogni simbolo che richiamasse la memoria di San Pietro, fu distrutto. E così furono distrutte le case dei seguaci più fedeli della congregazione.

Tale era la furia degli armigeri che per giorni le fiamme divamparono nel villaggio. I morti si contarono a decine. E pochi tra gli abitanti di quella valle si sarebbero salvati se Orlando non avesse infine posto fine alla carneficina.

La sua non fu una scelta dettata da umana pietà, quanto da un ragionamento e dal calcolo della convenienza.

“L’esempio, ancorché cruento, è stato esemplare,” disse ai confratelli riuniti sotto la tenda che i soldati avevano allestito accanto al vecchio monastero. “Abbiamo mostrato che non si può senza conseguenze disubbidire alle leggi del Signore e del suo sommo rappresentante in terra. Ma ora è il momento di deporre le armi e di avvicinare a noi coloro che vogliano trarre profitto da questa lezione.”

Tra i confratelli non tutti erano d’accordo a far deporre le armi. Un po’ perché intimamente convinti che la lezione impartita ai bifolchi non fosse sufficiente, molto perché intuivano che accettando il ragionare di Orlando ne avrebbero di fatto legittimato la supremazia. A maggior gloria di Dio, era il motto dei gesuiti, ma qualche fetta di gloria terrena non doveva dispiacere a ciascuno di loro.

Orlando però seppe convincerli.

“Nostro compito è riportare queste genti a Dio. Il buon pastore sa che quando si fa sera è tempo di trovare riparo al suo gregge, e farà di tutto per ricondurre tutte le pecore all’ovile. E se alcune di esse dovessero smarrirsi, egli non si attarderà a cercarle, ché l’interesse suo primo è salvaguardare la maggioranza. Così noi ora dobbiamo rivolgerci alla maggioranza di questa brava gente caduta nella trappola dei falsi profeti, e offrire alleanza e perdono a chi tra loro si dimostri di buona volontà.”

I primi e più solleciti ad accettare le offerte di Orlando si dimostrarono i capi delle famiglie più ricche. Pavidi, non avevano osato opporsi ai predicatori venuti dal mare, nel timore che le schiere di contadini esaltati dalla nuova dottrina dessero l’assalto ai loro beni.

Con il loro appoggio, e con quello dei pochi rimasti fedeli alla Chiesa di Roma, Orlando e i suoi confratelli in capo a pochi mesi riuscirono a riportare l’ordine nell’intera comunità. Non ci fu più bisogno delle armi, giacché troppo vivo era ancora il ricordo del massacro perpetrato. Bastarono i consigli a sottomettersi, le promesse d’impunità, le indulgenze concesse in cambio dei capi chini.

L’ultimo atto, fu la cattura dei tre irlandesi. Rifugiatisi in un bosco, braccati come cinghiali, furono condotti a valle in catene da alcuni di quegli stessi contadini che pensavano di aver conquistato per sempre alla loro causa.

Per il processo arrivarono a Bandujo dieci giudici inquisitori domenicani e un seguito numeroso di scrivani, periti e confortatori. Vennero da Madrid, giacché Orlando e gli altri gesuiti vollero che il giudizio si svolgesse a Bandujo.

L’interrogatorio durò un mese e mezzo, e si tenne, come di consuetudine nel segreto più assoluto. I giudici domenicani avevano avuto ordine di tentare in ogni modo il ravvedimento dei tre eretici. Ma gli irlandesi né si pentirono né fecero abiura, nonostante lo strazio delle torture a cui furono sottoposti. Fu, questo, motivo di grande amarezza per i soldati della Chiesa, e le preghiere per l’anima degli ostinati ribelli si levarono alte a riparare i torti subiti dalla fede di Roma.

Nel giorno del boia, i tre passarono tra due ali di bifolchi acclamanti la giustizia divina. Insultati, sbeffeggiati, maledetti, salirono al patibolo guardando in faccia molti di coloro che per quattro anni avevano riempito il loro tempio, avevano servito alle loro messe, avevano fatto giuramento eterno alle nuove idee di libertà.

Quando le loro teste furono staccate dai corpi, più d’uno tra quei contadini s’avvicinò per l’estremo sfregio d’uno sputo.

In capo a due anni il monastero fu ricostruito, e la nuova scuola dei gesuiti poté accogliere i figli dei potenti di Bandujo. Frutto raccolto dell’alleanza che aveva sconfitto l’eresia. Orlando fu il primo rettore del collegio, a cui dedicò per alcuni anni tutta la sua sapienza.

Ma per lui il destino aveva tracciato una strada diversa. Riconoscenti, gli spagnoli, quando il loro governatore di Milano abbisognò d’un confessore, lo proposero. E tutti, nella corte di Roma e nella Compagnia di Gesù sapevano che Orlando non avrebbe frequentato le stanze del Governatore con l’unico scopo di riceverne le confessioni dei suoi pur numerosi peccati.

Il Confessore sembrò apprezzare la discrezione con cui i due giovani attendevano in piedi che egli terminasse il suo pediluvio e sorrise compiaciuto, indicando finalmente loro un divano su cui sedere.

“I nostri amici di Madrid sono molto soddisfatti delle cose romane. Questa faccenda dei Cenci è andata a buon fine, mi sembra.”

“Sì vostra grazia”, rispose l’uomo. “E anche il resto procede secondo i piani”.

“Già, già. Ma da qui in avanti occorre essere assai prudenti. Fare molta attenzione. Tutto deve apparire naturale, neh. Eventi naturali, non guidati. Ci sono dei cardinali già fin troppo in allarme, laggiù. Hanno buone orecchie, questi francesisti, e ad essi non dobbiamo insegnare nulla in fatto di intrighi.”

“Ci muoviamo con molta cautela”, disse l’uomo. “Nessuno potrà pensare che dietro tutto questo ci siano persone di nostra fiducia”.

“Salviati e i suoi amici… quel Del Monte, che vuol dire i Medici, e i Giustiniani e tutti gli altri devono continuare a credere che il Sant’Uffizio sia per loro l’unico nemico da combattere. Il Governatore è stato chiarissimo con sua Eminenza: anche il più piccolo sospetto su Madrid può causare danni enormi. La pace con la Francia è troppo recente e fragile per essere compromessa da mosse avventate. I nostri ambasciatori ci hanno avvertito: Parigi non tollererebbe una maggiore influenza del re cattolico nella Santa Sede. Perciò agite cum grano salis e non lasciatevi dietro possibili testimoni. Ma veniamo al libro…”

“Tutte le copie sono nelle mani del Sant’Uffizio. Non è stato difficile. E il nostro uomo non ha dovuto subire la pena della tortura prima di confessare dove le aveva nascoste. Ora sua Santità ha trovato il motivo che cercava per distruggere i suoi nemici e i nemici della fede più pura…”

Il Confessore alzò lentamente lo sguardo dal catino. Non ci fu bisogno d’altro perché l’altro s’interrompesse. Il Confessore disse con una freddezza da raggelare il sangue:

“Il nostro uomo avete detto? Quale nostro uomo? Io non conosco nessun nostro uomo. Non ci sono nostri uomini tra la canaglia che osa sfidare le leggi della Chiesa.”

“Ma Eccellenza” tentò di ribattere l’uomo, “quel Meo l’abbiamo costretto a servirci…”

“Costretto dite? Io non l’ho costretto…”

“Gli abbiamo dato la parola che una volta portato a termine il suo compito sarebbe tornato nuovamente libero, e sua sorella sciolta dall’accusa…” osò insistere il giovane.

“Libero…sciolta dall’accusa…Come correte voi giovani. Provate a immaginare come possa egli sperare di tornare libero dopo quel che sto per dirvi, cari figliuoli.”

Il Confessore aveva raddrizzato la schiena e si asciugava indolente le mani, sfregandole sulle cosce ricoperte dalla veste da notte.

“E’ giunta l’ora di dare il valore che si merita a quell’insulso libretto, che all’apparenza vaneggia di libertà e altre idee strampalate, ancorché peccaminose e sovversive. La sua semplice e superficiale lettura da sola, ci dicono le nostre orecchie e i nostri occhi in Vaticano, potrebbe non bastare per convincere sua Santità a liberarsi dei suoi nemici. Ha paura che i francesi l’accusino di prestarsi al gioco della Spagna e dei Santi Inquisitori. Per nostra fortuna la lungimiranza di cui ci ha fatto dono Nostro Signore potrà ora convincere sua Santità a sentire il pericolo che lo minaccia. Se gli si facesse notare, con la dovuta discrezione, quale insidia mortale per lui è contenuta in quelle pagine, beh, allora la sua prudenza si trasmuterebbe in rabbia furiosa, e non ci sarebbe misericordia per i suoi nemici, fossero essi anche inconsapevoli nemici”.

Il Confessore tornò ad abbassarsi per massaggiare le caviglie e nel farlo guardò di sottecchi la giovane coppia, ad assicurarsi che intendessero bene l’ordine che stava per impartire loro.

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