Ho un libro in testa

09mag
2012

La Versilia come non l’avete mai letta

Davide Musso ci racconta il romanzo Versilia Rock City e intervista l’autore, Fabio Genovesi (che presenterà il libro venerdì 11 maggio alle 16 presso lo spazio IBS al Salone del libro di Torino).
Eccoci alla decima puntata de
La cassetta degli attrezzi di Davide Musso. Davide lavora come editor. Ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di racconti Vita di traverso, finalista al Premio Tondelli 2009. Scrive di libri su “Blow Up”, “Pulp”, e cura la webzine letteraria “le parole necessarie”.

 

Fabio Genovesi. In alto, foto di Davide Musso.

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI Letture, scritture, lavoro editoriale
di Davide Musso

Sono diventato un fan di Fabio Genovesi quando ho letto Esche vive, il suo secondo romanzo uscito per Mondadori lo scorso anno. Fabio – lo chiamo per nome non solo perché lo conosco di persona, ma anche per farvi capire che sono sfacciatamente di parte – ha la capacità di costruire storie dove i personaggi respirano, nel senso che sono così vivi da sembrarti veri, e pagina dopo pagina va a finire che ti ci affezioni. E poi riesce a farti ridere ma anche piangere (oddio piangere, io non piango dall’89, ma ci siamo capiti) ed è un dono raro.

Per farla breve, quando Mondadori di recente ha deciso di ripubblicare Versilia Rock City, il suo primo romanzo uscito in origine per Transeuropa, mi ci sono buttato a pesce. E il libro non ha deluso le aspettative: anche qui la Toscana dolceamara di provincia, e nella fattispecie il Forte Dei Marmi dove Fabio vive, un posto che d’inverno è deserto quanto il Sahara e d’estate viene preso d’ostaggio dai turisti (negli ultimi anni, poi, ai classici milanesi si sono aggiunti i russi, che hanno letteralmente comprato il paese); e anche qui i personaggi vinti ma non arresi che popolano le storie di Genovesi, capaci di guizzi inaspettati: da Mario, ex dj di successo barricato in casa che riesce a salvare una pornodiva via mail, a suo zio Nello, l’ex tossico del paese in cerca di riscatto, a Roberta ingrigita nella sua routine da avvocato che si risveglia all’improvviso, fino a Renato, emigrato al nord dove organizza finti viaggi esotici per chi non se li può permettere.

Il tutto condito con frasi che valgono il prezzo del biglietto, come: “Io, come tutti i bambini, non sapevo un cazzo. Di quanto sono lunghi e insieme corti gli anni, e complicate le storie delle persone”.

Avevo chiesto a Fabio due parole sulla lavorazione e rilavorazione del romanzo, dato che per la nuova edizione ci ha rimesso mano, e ne è venuta fuori una vera e propria intervista.

Com’è nato Versilia Rock City?
Per quasi quindici anni ho mandato miei scritti a varie case editrici, e non è che ricevevo dei no, proprio non ricevevo risposta. Però non insistevo a far girare la solita cosa, col tempo andavo avanti e scrivevo nuovi racconti nuovi romanzi. L’ultimo è stato appunto Versilia Rock City, mi ci sono voluti tre anni mentre facevo vari lavori, giardiniere cameriere aiuto bagnino traduttore guida turistica e quant’altro. Quindi l’ho scritto quasi sicuro che non l’avrebbe mai letto nessuno. C’erano persone, c’erano vite, situazioni, realtà passate e presenti in questa terra che secondo me andavano raccontate. Perché tutti pensano di conoscere la Versilia, ci sono stati o passati o hanno amici che ci vengono in vacanza. Ma conoscono solo il lato buono, quello corto e sfavillante dell’estate. Io volevo raccontare l’altro lato, preponderante e sconosciuto, che è diversissimo e pieno di materiale narrativo.

Quali problemi hai dovuto risolvere (se ne hai avuti) per tenere insieme storie e personaggi diversi, che si intrecciano fino a un certo punto?
Non uso strutture o pianificazioni o schemi prima di scrivere. Cerco sempre di scrivere sapendo cosa succederà da lì fino al capitolo dopo, o due capitoli dopo, non di più. I personaggi se li guidi in modo rigido si vendicano diventando fasulli e non funzionando. E allora cerco di lasciarli liberi di fare quello che gli pare. In Versilia Rock City ce ne sono vari, chi più importante chi meno. Sapevo che qualcuno usa i post-it di vari colori, un colore per ogni personaggio, poi scrivono le loro scene e appiccicano i post-it in modo da incrociarli e capire così le sequenze… Per sentirmi un po’ più rigoroso ci ho provato anch’io, poi mi sono ricordato che sono daltonico e allora ho buttato via tutto. E ho scritto così, capitolo dopo capitolo, cercando di far parlare ognuno quando sentivo che aveva più da dire o da fare degli altri. Mi piace anche dare a ognuno una persona diversa, in prima, seconda o terza. Cerco di sparire quando scrivo, voglio lasciare tutto lo spazio alla storia e a chi la vive.

Perché per l’edizione Mondadori hai deciso di riscrivere alcune parti e come hai lavorato sul testo?
L’editore mi ha detto che potevo rivedere qualcosa se volevo o lasciarlo così. Con la massima libertà. Io ho pensato “mah, riguardo qualche virgola…”, invece mi sono ritrovato a scrivere capitoli nuovi, scene aggiuntive, altri capitoli smontati. Insomma un lavoro grosso. Ma credo sia normale, nessuno può scrivere in modo serio e trovare perfetto quello che ha scritto cinque anni prima. È come se ti invitassero a una festa in un posto dove sei stato vent’anni prima, però ti chiedono di andarci vestito allo stesso modo. Ma non puoi, magari all’epoca avevi la giacca colle spalle gonfie, i capelli cotonati… È necessario insomma un lavoro di sartoria, nell’abbigliamento per quella festa così come per il romanzo.
In Versilia Rock City c’erano delle scene, dei personaggi, delle situazioni che non venivano fuori con la forza che ci voleva. C’erano cose che io sapevo della storia e dei personaggi, ma che non venivano fuori. E invece dovevano. Dove vedi che un tuo lavoro è migliorabile, è una sciocchezza non provare a migliorarlo.

E poi: il Forte è davvero così triste?
Il Forte non è triste, il Forte è denso. È sempre stato abitato da gente tosta, attraversa climi e scenari duri, intensi, vive di contrasti estremi. A volte viverci, d’inverno ma anche d’estate, a testa bassa nel confronto coi villeggianti prestigiosi dalle vite inimitabili, ti segna per sempre. Ci sono persone che disegnano traiettorie di vita assurde, nel tentativo di imitare qualcun altro o di raggiungere un successo che nemmeno sanno cos’è. È una terra che ti destabilizza, estrema come la differenza tra la sua estate alla Las Vegas e il suo inverno transilvano.
È un posto meraviglioso dove puoi fare il bagno in mare, salire sulla macchina e in un quarto d’ora stare tra vette alpine a 2000 metri. A vivere in un posto così, la via di mezzo non sai nemmeno cos’è.

Davide Musso è qui con noi su Hounlibrointesta il mercoledì, una volta al mese. Per leggere le puntate precedenti vai a Categorie: La cassetta degli attrezzi.

Categorie: La cassetta degli attrezzi

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