Ho un libro in testa

21mag
2012

Marco Benedettelli: vi racconto “La regina non è blu”

Incontriamo l’autore della raccolta di racconti La regina non è blu (Gwynplaine Editore). Marco Benedettelli (vedi la sua biografia in fondo) ci dice come e perché lo ha scritto, che cos’è l’io collettivo che diventa libro e poi ci fa leggere un racconto scelto per noi.

QUELL’IO COLLETTIVO CHIAMATO LIBRO
di Marco Benedettelli

Penso anch’io, come molti altri, che scrivere non sia una attività che nasce dall’isolamento, dall’eremitaggio e dalla discesa solinga nelle proprie lande interiori. Le spinte che, almeno a me, portano a scrivere, arrivano dall’indomabile caos della vita collettiva e dal farneticamento che si rinnova sotto al cielo. In generale, le migliori idee, e quindi – se parliamo di narrativa – l’intuizione che rende l’inquadratura di una scena più profonda, o il guizzo che dà tridimensionalità ai personaggi, o l’accostamento che silenziosamente scardina e apre varchi, matura, credo, in un autore, soprattutto parlando con gli altri: con gli amici, con i colleghi di immaginazione, anche con gli sconosciuti, meglio ancora se antipatici. La fantasia è, anche lei, un bene comune, che sboccia e matura soprattutto grazie all’incontro col prossimo, attraverso lo scambio reciproco, volontario o involontario, di humour, angosce, frammenti d’assurdo.La regina non è blu, il mio primo libro, deve molto agli amici che mi hanno accompagnato negli anni, e anche a persone che ho incontrato per brevissimi momenti. Perché ogni racconto ha origine da qualche conversazione sperduta, scorsa via un pomeriggio in un prato o nella carrozza di un treno. Ogni testo è un condensato di voli, frasi rubate in giro o luoghi attraversati. Questo libro ha un grande debito con la realtà, capace di accendere in me delle idee, buone o meno buone questo poi sarà il lettore a deciderlo. Senza contare che, anche a livello pratico, molti pezzi del libro sono nati proprio dentro a progetti di scrittura di gruppo, come il ciclo di racconti berlinesi di Bestiario Metropolitano. Altri racconti sono stati scritti per «Argo», una rivista di esplorazione cresciuta negli ultimi dodici anni grazie al lavoro di una redazione che, di numero in numero, riflette come fosse un grande “io collettivo” e progetta in che modo dare forma ai proprio contenuti e parlare, per esempio, dell’eros, o del lavoro, o della morte, o della follia, o del gioco e dei vari temi che di numero in numero affronta.
Poi, una volta raccolto tutto questo materiale, bisogna fermarsi a scrivere per elaborarlo. Qui, sì, ci vuole solitudine, ma è un momento successivo, anche molto riposante dopo tanto farneticare e tanta festa.

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Ed ora vi faccio leggere un racconto:

(Campioni del mondo, dal ciclo “Bestiario Metropolitano – racconti berlinesi”, in La regina non è blu)

CAMPIONI DEL MONDO
Oggi c’è il sole. È il 9 luglio. Ludwig mi aspetta a Kreuzberg, davanti alla U-Bahn di Kottbussertor. Oggi è un giorno speciale, è il giorno della finale dei mondiali. Oggi andiamo a prenderci la Coppa. Io e Ludwig rispetteremo la cabala e venereremo gli dei, compieremo gesti intensi e misurati e cammineremo in punta di piedi protesi verso le stelle e lo scoperchiarsi del cosmo. Salgo in sella alla mia bicicletta. Berlino è immersa nel frondoso verdeggiare della sua estate. Attraverso vie costeggiate da alberi e le foglie e i rami dei due filari di chiome si uniscono e si fondono in un unico soffitto smeraldo che mi copre la testa come il palmo di una grande mano. Filtra la luce fra le foglie e io attraverso i ponti librandomi sull’acqua dei canali e lambisco i portoni delle case colore cioccolata. Scantono veloce di strada in strada, scorgo nei movimenti dell’aria e nei volti la costellazione dei segni, immerso fra i cartelloni pubblicitari, fra lo sgretolarsi dei muri e la sequenza dei pieni e dei vuoti attraverso cui fluiscono i corpi. Sulla Chaussestraße il traffico si fa più fitto negli incroci con i giganteschi palazzi trafitti da una graticola di finestre vetrate. Scivolo in bicicletta e affianco le macchine in fila che scatarrano smog. Ed ecco, perché prima o poi sarebbe successo, ché in un giorno così era solo questione di metri o di minuti, all’altezza della U-Bahn Schwartzkopffstraße, vedo che da una Fiat Punto blu sventola il rosso, il bianco e il verde del tricolore. Dentro la macchina tre uomini dal profilo sannitico si guardano attorno col naso grosso, la fronte schiacciata e gli occhi vibranti. Nel mio cuore scalpitano i cavalli, le trombe esplodono nel loro clangore e le spade si sguainano. Le mie orecchie si fanno appuntite come quelle di un elfo. All’incrocio dell’Invalidenstraße il mio cuore ha un tonfo. Una macchina nera coi finestrini affumicati mi taglia arrogante la strada. È il nemico, sul cofano della vettura infilzata come una bandierina di Stato vedo vibrare un vessillo francese. La macchina lunga come un siluro scompare dalla mia vista e io vado avanti e mi spingo nel vortice del traffico in un giorno di festa. Un isolato più in là tra la folla spuntano tre belle donne. Una bionda, una castana col nasino all’insù e una nera di pelle. Camminano splendenti tra le loro spalle abbronzate.

Tutte e tre, in effige sulle loro débardeur – in italiano si dice “canottiere” – hanno la bandiera francese bombata dai loro seni artatamente carnosi. Passo oltre, le accarezzo con un sorriso sarcastico che è un assoluto gesto di sfida. Ma la vera fantasmagoria comincia poche pedalate più in là, dopo Oranienburger Tor, quando entro di petto sulla Friedrichstraße. I palazzi postmoderni e le strade si fondono in un fiume di macchine, di uomini e donne che camminano in ordine sparso coperti di verde di bianco di rosso e di blu. Come se le due bandiere trans- e cisalpina si fossero fuse in un’unica arlecchinata. Drin drin drin drin drin drin, suono il campanello della bicicletta per fare festa e salutare i miei compaesani che mi passano intorno. Dei quarantenni con la maglietta azzurra attillata camminano e fendono l’aria col mascellone proteso. Sfrontati e granitici, dalla cintola in giù indossano delle braghette all’ultima tendenza con il risvolto delicatamente piegato sopra la caviglia e le scarpette bianche e celesti della Puma. Dall’altra parte del marciapiede dei gruppi di francesi addobbati di vessilli gallici fanno finta di ignorarli, con gli occhi piccoli e i peli del pizzetto rossastri. Scorrono a fiumi i tifosi, i clacson strombazzano, sventolano le bandiere. C’è il sole che fa scintillare le vetrate dei palazzi e io pedalo dentro una giungla di corpi trafitti dal sole e umidi di sudore, finché esco da quell’arteria multicolore e imbocco la più silenziosa strada verso Kreuzberg.

Ludiwig mi aspetta sulla piazzetta di Kottbusser Tor. Ha lo sguardo guerriero di un terzino e gli occhi balenanti e spietati, da dentro il suo zainetto spunta fuori una bandiera con i dolcissimi colori dell’Italia. Il sole è a picco, sulla rotatoria davanti a noi scorrono delle macchine, e ancora passano degli italiani con le loro bandiere tricolore al vento. Mentre io e Ludwig a frasi misurate decidiamo il da farsi, cerchiamo di capire che fare, come muoverci per influire col magnetismo della scaramanzia sull’evento storico che si avvicina, a pochi passi da noi venti o trenta tossici barcollano intorno all’uscita dell’U-Bahn. Magri, con dei cappellini da baseball e le braccia tatuate con stelline, pesci, sagome astratte, madonne piangenti. Discutono rauchi tra loro con le magliette slabbrate e gli occhi affossati in gonfie rughe giallastre. Qualcuno è davvero sconvolto, ha il volto offuscato da una patina di sudore e pare sul punto di vomitare. Il caldo amplifica ogni impressione e ogni rumore si perde nel cielo. C’è un odore muscoso che evapora dal marciapiede, l’odore che di tanto in tanto torna a visitarmi le narici e il cervello, un odore di sangue morto da cui bolle la vita.

Io e Ludwig mangeremo del pollo quel giorno a pranzo. Avremmo voluto mangiare dei galletti, galletti francesi. Ma dove possiamo trovarli? Il pollo va bene lo stesso, lo sbraneremo inferociti, propiziando così il moto degli astri. A quei ragazzi della Kottbusser Tor deformati dall’eroina tutto questo non interessa. Loro sono lì ogni momento. Tutte le ore sono uguali per loro e non sarà questa giornata a cambiargli la vita. Noi attraversiamo il canale Maybachufer con i suoi alberi e la sua acqua che assorbe e specchia i colori e andiamo in un chiosco di polli allo spiedo sulla Kottbusserdamm. Dentro c’è un turco palestratissimo, con i bicipiti e i pettorali gonfi e depilati e dietro di lui decine di volatili impalati gocciolano grasso e arrostiscono sul girarrosto. Io e Ludwig aspettiamo appoggiati ad un tavolino e ci raccontiamo delle nostre rispettive sorti in divenire, intanto una macchinata si ferma, sono tutti asiatici dentro, scende una donna magra coi sandali e i capelli raccolti, compra pollo in abbondanza per tutti. Poi la macchina riparte e scompare. La strada è quasi deserta, l’ora è meridiana. Quando l’amico turco ci serve nel piatto il pollo franzoso, io lo agguanto con ambo le mani, lo vedo lucido e unto come un guscio sugoso e di botto mi sento le dita vibrare, sì, sento il cuore del pollo nella carcassa battere come un organo vivo e vedo il petto del pollo pulsare. Ed ecco rimbomba come una campana un “gla gla gla gla” nella mia testa. “Gla gla gla gla”. È la voce del tacchino che canta nel mezzogiorno del 9 luglio 2006. “Gla gla gla gla gla, gla gla gla gla gla”, canta scampanante tra le grotte del mio cervello. In quel momento oscuramente assaporo la consapevolezza che quella sera avremmo alzato la Coppa del Mondo al cielo.

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CHI È L’AUTORE Marco Benedettelli (1978) lavora come giornalista freelance e si occupa di economia, politica estera e, soprattutto tramite il genere del reportage, di temi sociali. È fra i coordinatori e i fondatori di «Argo. Rivista di esplorazione», su cui ha pubblicato racconti e qualche articolo saggistico. Fa parte del collettivo di scrittura 48ore e cura, con grande piacere fisico, il blog di reportage gastronomici Tantoebe’.

(La foto di Marco Benedettelli è di Mattia Santini)

Categorie: vi racconto il mio libro

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