Ho un libro in testa

24mag
2012

Marguerite Duras: la mia compagna di viaggio

C’è “L’amante nella nuova puntata di “Non avere paura dei libri” di Christian Mascheroni. Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Chi l’ha trasmessa a noi? E noi a chi la stiamo trasmettendo? Christian Mascheroni oggi è un autore televisivo e uno scrittore (è appena uscito il nuovo romanzo Wienna). Dietro la sua passione per i libri c’è una formidabile donna di nome Eva: sua madre. Puntata dopo puntata, Christian ci fa entrare nella sua famiglia, tra letture, ricordi, emozioni, ombre e luci. Per leggere le puntate precedenti, vai in fondo a Categorie: Non avere paura dei libri. Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!

«La Duras divenne la scrittrice con la quale feci decine e decine di viaggi, mentali e geografici»

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni
26° puntata: Eravamo il viaggio, non la meta

Che fossimo nella stessa stanza o l’uno lontani dall’altro, in direzione del mare o di Vienna, o senza destinazione, che fossimo sotto la tettoia a ripararci dalla pioggia o in fila indiana lungo le strade del paese, noi, i Mascheroni-Cerny, eravamo sempre in viaggio. Non c’era mai un punto di arrivo, nessuno di noi aveva il potere di deciderlo. Non c’erano mai cartelli per indirizzarci verso una meta. Quando guardo al passato, vedo Eva, Gino e Christian, stipati dentro un’automobile, mentre intraprendiamo un viaggio per riunirci. Uno, in particolare, nella Primavera del 1992, il 23 Marzo, lo ricordo ancoro oggi come emblematico e metaforico di tutta una serie di percorsi fatti. Noi tre, on the road.

Eravamo partiti alle sette e mezza del mattino, lunedì. Non ero diretto a scuola e mio padre non andava al lavoro. Mia madre ci aveva preparato il caffè, si era alzata insieme a noi, invece di restare a letto. La sera precedente avevo dormito poco, sebbene fossi pensieroso. Avevo scritto sul diario che avevo passeggiato a lungo, recuperando quell’io non del passato, ma del futuro che avevo sognato di essere. La notizia della morte dello zio Romeo era arrivata fragorosa come un lampo d’estate. Lo zio Romeo (in realtà mio prozio) era il fratello di mia nonna paterna e viveva con la famiglia a Monselice, in una casa che aveva l’odore dell’uva americana, del caffellatte e biscotti, dell’erba fra le dita. Li passavamo spesso a trovare, d’estate, prima di andare a Lignano Sabbiadoro. Stavamo sempre un paio di giorni, in compagnia di Romeo e di Zena e dei figli Giancarlo, Donatella e Manuela, tre splendide persone che della famiglia hanno il carattere riservato, ma fiero, affettuoso, rassicurante come un abbraccio spontaneo. Amavo andare in quella casa, che aveva l’aria di una vecchia amica dalle mani ruvide come la pietra, calde tuttavia come il sole che da bambino scaldava la mia faccia quando restavo seduto fuori sui gradini. Ne amavo la capacità di coesione umana, perché a pranzo e cena la tavola raccoglieva la numerosa famiglia dello zio Romeo e noi, e con noi, spesso, c’erano anche gli altri parenti, come il fratello e la sorella di mio papà, lo zio Sergio (insieme alla zia Mary) e la zia Dolores. C’era sempre un via vai dalla sala da pranzo alla cucina, mentre da bambino non perdevo occasione di uscire a mangiare qualche chicco d’uva nera o di recarmi alla chiesetta attaccata alla casa. Lì giocavo a schivare i missili. Prendevo manciate di sassolini e le tiravo con forza verso l’alto. Poi contavo fino a tre e cercavo di non evitare la pioggia di proiettili. Era un gioco davvero sciocco, che facevo da solo, mentre gli altri prendevano il caffè. Eppure era divertente starsene lì, a giocare alla sopravvivenza, perché mi sentivo al sicuro, non dovevo far altro che schivare piccoli sassolini che ogni tanto mi colpivano la testa, e allora ridevo da solo, e con me ridevano il mio gatto e il mio canarino immaginario. Di gran lunga preferivo però leggere con la schiena attaccata alla frescura del muro, o conversare come un vero adulto con Giancarlo e Donatella, che mi hanno sempre trattato come un piccolo ometto. Manuela era la ragazza gentile e briosa che avrei spesso voluto come amica, nel mio paese. Lei mi faceva conoscere i suoi amici, mi parlava della sua musica preferita. Mi fece conoscere gli Eagles e per entrambi Hotel California restò una canzone fra le più amate. Era una casa dove i libri non mancavano e dove l’intelligenza arrivava dall’insegnamento, dalle regole mai urlate, dalla cadenza dolce del veneto, che io assorbivo dopo poche ore. Era una casa dove tutto aveva un equilibrio, un senso, una pace interiore, così lontana dalla mia, dove c’era il disordine degli affetti, così forti e violenti, scheggiati. Avevo pianto a lungo, la notte prima di partire per il funerale dello zio Romeo. Lui era un uomo profondo, fatto della terra e dei sassi che rendevano Monselice una meta di serenità. Ed era quello che provai durante il viaggio di quel mattino. Ero triste e sereno, perché avrei ritrovato, nel dolore, un gruppo di parenti al quale mi sentivo legato, nonostante ci vedessimo solo una volta all’anno. Non ero più un bambino, ero un giovane uomo, ma ero in quella fase della vita nella quale ero insicuro di che uomo sarei diventato. Durante il viaggio Eva mi aveva chiesto di portare il registratore e delle cassette da ascoltare in macchina. Io avevo portato Sinead O’Connor e i Dire Straits. Cantammo Romeo and Juliet. Sembrava fatto apposto, ma quella coincidenza di nomi rincuorava per bellezza di note e paesaggi fuori dal finestrino. Avevo con me anche il libro che stavo leggendo quella settimana, Il Superbaby di Ferdinando Camon, che avevo trovato per caso, in biblioteca. Sulla copertina c’era una donna incinta che indossava un lungo abito bianco. Me la ricordo vicino a me, in piedi, sul sedile posteriore, mentre mio padre era concentrato al volante e mia madre passava il dito sul vetro del finestrino. Ad un certo punto prese il numero della rivista Ciak, che avamo acquistato in autogrill e mi fece vedere un articolo che parlava del film basato sul romanzo di Marguerite Duras L’amante. Non ne avevo mai sentito parlare prima, e non sapevo che sarebbe stato il moto che mi avrebbe portato a leggere quello che, ancora oggi, è uno dei libri che amo più nella vita. Eva mi mostrò le fotografie dell’attrice, Jane March e mi disse che avrebbe voluto comprare un cappello da uomo, che avrebbe volto imbarcarsi e andare in Indocina. Gino la guardò con un sorriso, il primo della mattinata. Allungò una mano e fece per accarezzarla, ma sbadatamente le fece solletico e lei scoppiò a ridere. Era un periodo in cui Eva riusciva a tenere fuori dalla sua vita le ombre. Era molto affettuosa con mio padre. Gli chiese se avesse fame e tirò fuori da un sacchetto di plastico un panino gommoso con prosciutto e formaggio. L’aspetto non era invitante, ma mio padre lo mangiò. Lei gli disse di stare attento perché non avevamo abbastanza soldi per fargli fare una dentiera. Lui le unse la guancia con la mano piena di maionese che traboccava dal panino. Io alzai il volume del registratore e cantai nell’orecchio di Eva. Mancava poco ad arrivare a Monselice. Da lontano si vedeva una collina con una fortezza in cima ad essa. Io l’avevo soprannominata il budino con il cappellino. Mia madre strizzò gli occhi e mi diede ragione. E’ vero, disse, sembra proprio un budino con un cappellino in testa. Mio padre scosse la testa. Due scemi, uno e due, disse. Lei scoppiò a ridere e fece l’imitazione di una bambina stonata, cantando in tedesco con un voce stridula e battendo i piedi scalzi sul cruscotto. Mi distesi lungo il sedile posteriore e chiusi gli occhi. Era un momento perfetto. Non volevo tornare a casa, ero felice di non essere a seguire una lezione al liceo e mio padre e mia madre erano in perfetta sintonia. Avrei voluto chiedere loro di restare, ma sapevo che la notte saremmo rincasati.

Rivedere i parenti di Monselice fu devastante. Da un lato non avevo mai visto lacrime di dolore sul volto di zia Zena e dei suoi figli. Loro erano legati ai miei ricordi di spasso e risate, di conforto e serenità. Mi spezzò vederli soffrire, ma non potevamo che soffrire insieme per la perdita di un grande uomo. C’era un profumo di fiori tutto attorno a noi. Il vento si era alzato. La zia Zena era riversa sulla fragilità delle sue emozioni, ma la vedevo vigile, sui suoi figli, vedevo il suo sguardo attento, affinché la sua debolezza fosse accantonata, all’istante, per lasciare posto alla forza degli abbracci che i figli necessitavano. Giancarlo, che era diventato l’uomo di famiglia, mi disse una frase che per giorni continua a ripensare, e che fu la mia salvezza dal dolore di giorni di incomprensione e di smarrimento. Mi disse: non cambiare mai. Nel corso della vita mi avrebbe poi detto, in varie occasioni, che ero come mio padre, che in me vedeva lui, la sua forza e la sua gentilezza. Ho spesso pensato che come zio Romeo e come mio padre Gino, di uomini, al mondo, ce ne fossero davvero pochi. Mi inteneriva e rassicurava sapere che un membro della mia famiglia mi riteneva il ritratto di uomini che io stimavo e con i quali mi confrontavo. Al ritorno dal viaggio scrissi che avrei voluto diventare una persona con grandi doti umane. Era quello che mi aveva toccato di quel viaggio e di quella cerimonia. Una riunione di famiglia in cui, per la prima volta, io, un diciassettenne impaurito e spaventato, corroso dalle delusioni, anche io avevo la mia voce, la mia occasione di crescere e diventare un uomo di quella famiglia. Fu, nonostante il dolore della perdita, un momento di celebrazione.

Quando, qualche tempo dopo, mi misi a leggere L’amante di Marguerite Duras, la prima sensazione che provai fu quella di conoscere la protagonista del libro da vicino, come se fosse una persona a me nota da tempo. Poi capii. Era come la donna della copertina del libro di Camon. La Duras era stata trasversalmente evocata in quella giornata, ma era rimasta nella trama di quel viaggio. Avevo ben stampato nella mente, l’immagine dell’attrice del film di Annaud, con le labbra rosse, il mento appoggiato sul dorso della mano, il cappello a tesa larga che copre gli occhi. Ed ogni volta che rileggo il libro e ripenso a quell’immagine, mi viene in mente come i libri siano, nel viaggio, passeggeri capaci di affiancarci in silenzio, di starci vicino, di comparire anche dopo tempo, nella loro completezza. La Duras divenne, infatti, la scrittrice con la quale feci decine e decine di viaggi, mentali e geografici. Fu la mia lettura preferita negli anni dell’università, fu la mia compagna durante le pause di lavoro, fu la mia insegnante quando persi l’ispirazione. Ancora oggi la leggo e la rileggo, e penso al dolore della sue pagine, al dolore di lei, di donna, di quello che ha provato e saputo mettere sulla pagina.

E quando leggo le prime frasi de L’amante, non posso che pensare a mia madre, a Eva.

Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuto a dirle che la trovo più bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane.

Mia madre che era il mio viaggio, che era la strada interrotta, che era devastata eppure sempre giovane, e sempre lo sarebbe stato. Mia madre che aveva il viso distrutto, che attraversa il suo fiume, il suo Mekong, il suo Danubio, il suo tutto e il suo niente.

Eva –la viennese che ha viaggiato con la solitudine dei suoi pensieri e che si è persa, si è smarrita, come chi viaggia senza mappa, dimenticandosi della meta.

Categorie: Non avere paura dei libri

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