Ho un libro in testa

13giu
2012

A tu per tu con Etgar Keret (da conoscere assolutamente)

Siamo a Tel Aviv: Marta Perego intervista Keret, chiacchierando di scrittura e scrittori, da Kakfa ad Amos Oz. E del suo nuovo libro che in Italia uscirà a settembre: “All’improvviso bussano alla porta” (Feltrinelli).

SCOMMETTIAMO CHE TRA TRE MESI  PARLERANNO TUTTI DI ETGAR KERET?
di Marta Perego (@marta_perego)

Lo so, questa rubrica si chiama “Incontri ravvicinati del tipo scrittore famoso”. Lo so, davvero. Però in questo caso, come già avevo fatto con Jennifer Egan, voglio prendermi di nuovo la licenza di scommettere su un nome che io sono sicura (ma dico sicura sicura sicura) che tra tre mesi sarà sulla bocca di tutti.

Sto parlando di Etgar Keret, scrittore 45enne nato, cresciuto e pasciuto a Tel Aviv. Ha già pubblicato in Italia con e/o sette raccolte di racconti, in settembre pubblicherà la nuova, “All’improvviso bussano alla porta” per Feltrinelli.

I suoi racconti sono surreali, divertenti, spaccano la realtà andando oltre, prendendola un po’ in giro ma nello stesso tempo vivisezionandola. Perché l’ironia e l’assurdo, ci insegnano i grandi maestri come Pinter, Beckett ma anche Woody Allen, sono il miglior modo per catturare il presente. Soprattutto se stiamo parlando di uno dei paesi più complicati del mondo, Israele.

Etgar Keret è un simpatico, sorridente riccioluto, ha lavorato per la tv e il cinema. Non si dà nessun tono, né aria di grande bestellerista consumato anche se il suo “Suddenly a Knock at the door” è stato un grandissimo successo in patria e anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove la versione tradotta dal grande Nathan Englander, sta vendendo centinaia di migliaia di copie.

Io lo incontro nella sua amata Tel Aviv, in uno dei bar più trendy della città. Tra un sorso di caffè (nero, bollente e lunghissimo come a Londra) e una passeggiata mi racconta un po’ di cose , poco prima che sua moglie, l’attrice Shira Geffen arrivi per ritirarlo e trascinarlo alla sua lezione di pilates perché, mi rivela: “sono un po’ ingrassato negli ultimi anni, sarà stato a causa di mio figlio.”

Qual è il tuo rapporto con la tua città, Tel Aviv?

Io ho un fortissimo legame con la mia città, molto più che con il mio paese. Tel Aviv è diversa rispetto al resto di Israele. È una città libera, cosmopolita, gayfriendly, ha il mare, le spiagge, molto viva, dinamica. Gli arabi vivono con gli israeliani, non ci sono discriminazioni. Secondo me Tel Aviv è l’esempio di come dovrebbe essere tutto lo stato di Israele.

La cosa che più ami e la cosa che più odi di Tel Aviv.

Le cose che amo di più sono due: la spiaggia e il fatto che non abbia storia. In medio Oriente la storia è la causa principale dei conflitti. Quella che odio? Non saprei. In realtà nulla, è casa mia e a casa tua in fondo ami tutto, anche i difetti.

Perché hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere durante il servizio militare, in Israele siamo tutti obbligati a fare il servizio militare per tre anni. Io sono stato il peggior soldato della storia di Israele, credo. Ero sempre in ansia, avevo continuamente attacchi di panico. Poi ho letto Kafka è ho scoperto qualcuno ancora più arrabbiato di me, con ancora più problemi psicologici di me. Allora mi sono detto, perché non inizio a raccontare la mia rabbia? Perché non inizio a mettere sulla carta le mie ansie? E così ho iniziato a scrivere. Grazie a Kafka e grazie, purtroppo, al servizio militare…

In tutte le tue raccolte l’ironia gioca un ruolo fondamentale.

Io penso che l’ironia sia fondamentale per sopravvivere. Tutti abbiamo delle paure: la morte, la malattia, la paura di perdere i nostri cari. Le reazioni possono essere due: o si vive nel terrore, o si cerca di esorcizzare queste paure. Attraverso l’umorismo. Io ho scelto questa strada.

Perché la scelta della forma del racconto?

Perché io privilegio l’aspetto istintivo della scrittura. Il racconto è molto più istintivo di un romanzo. Quando incontri un amico per strada gli racconti una storia, non un romanzo! Io credo che raccontare storie sia antico quanto l’uomo. Dagli antichi shamani che raccontavano storie nelle tribù. Poi le forme cambiano dal racconto orale si passa a quello scritto, dal libro alla tv e poi il cinema Ma l’essenza è sempre la stessa: raccontare emozioni, situazioni, pensieri in una storia che sia godibile e piacevole.

Un approccio molto diverso rispetto agli altri scrittori israeliani che conosciamo (e amiamo) in Italia (Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua)

Io amo questi scrittori, soprattutto Amos Oz, che credo sia uno dei massimi scrittori viventi al mondo. Ma i miei riferimenti sono altri, scrittori ebrei (per lo più yiddish) più che israeliani. Come Bashevis Singer, oppure Kafka. Io credo che quando decidi di fare lo scrittore le strade che puoi percorrere sono due: o decidi di fare il mentore, l’insegnante, l’educatore. Oppure l’amico. Essere quello che incontri in treno e che ti dice: sai, ho dei problemi con mio figlio… Per me non è stata una scelta. Mi viene così: io non mi sento più intelligente dei miei lettori. Mi sento un amico che vuole condividere, idee, emozioni, sorrisi.

Sembra anche che nei suoi libri non ci siano idee politiche sullo stato di Israele, cosa che invece troviamo negli autori che citavo prima.

Io mi vedo più come uno psicoterapeuta che come un consigliere politico. Israele è una società piena di paure. Per esempio noi viviamo costantemente sotto l’ombra del genocidio della seconda guerra mondiale, o dell’esilio che abbiamo vissuto per secoli. È un fardello storico che condiziona le nostre vite. E questo causa fenomeni di stress e aggressività. Io non ho paura a dirlo e a raccontare i meccanismi mentali che portano certe persone a comportarsi in un certo modo magari per vendicare la morte in un lager di un loro bisnonno. Sono più interessato a questi fenomeni che sono intimi, privati, mentali. Piuttosto che riflettere sui sistemi politici di cui non mi sento in grado di parlare.

Nella nuova raccolta di racconti uno dei temi fondamentali è la morte e la resurrezione. Come in uno dei racconti più divertenti, “Cheesus Christ”, dove un uomo viene pugnalato per aver comprato un panino senza formaggio.

Ci ho messo dieci anni a scrivere questo libro. Molte cose sono cambiate nella mia vita. Mi sono sposato, ho avuto un figlio, ho un mutuo, insegno all’Università. Insomma tutte cose che mai mi sarei sognato di fare quando ero giovane. Quando ero più giovane se qualcuno mi avesse detto: un giorno avrai un mutuo e un’assicurazione sulla vita sparati. Ora ho tutte queste cose e sono felice. È una specie di nuova vita: per questo ho inserito tutte queste resurrezioni. Come metafora del mio nuovo modo di vivere.

Altro tema importante è il rapporto tra reale, surreale e fiction…

La struttura del libro è quella un po’ di le “Mille e una notte”. Inizia con un uomo che deve raccontare una storia per sopravvivere e finisce con uno che deve raccontare una storia per salvare suo figlio. Io penso che l’immaginazione ci salvi. A volte la realtà è davvero troppo difficile. Raccontare storie io credo sia fondamentale per salvarci, soprattutto per salvare la nostra psiche e la nostra anima.

Un’ultima domanda, come vede il suo futuro Etgar Keret?

Guarda, non lo so. Io sono una persona che continua a stupirsi. Non solo dalle mie storie ma anche dalla mia vita. Quindi sto qui e aspetto di essere ancora una volta stupito. Poi, si vedrà.

 ______________________________________

Marta Perego, giornalista, si occupa di libri e cinema per un canale del digitale terrestre (Iris Mediaset) e uno di sky (ClassCNBC). Sarà qui su Hounlibrointesta ogni quindici giorni con una serie di illustrissimi nomi della letteratura internazionale. Visti molto da vicino.

Marta Perego, giornalista, si occupa di libri e cinema per un canale del digitale terrestre (Iris Mediaset) e uno di sky (ClassCNBC), le sue interviste vanno in onda su ClassLife nel weekend e su Iris il Lunedì alle 15.

Categorie: Incontri ravvicinati del tipo "scrittore famoso"

Commenti