Ho un libro in testa

21giu
2012

Christian Mascheroni: la notte in cui diventai scrittore per la tv

La nuova puntata di “Non avere paura dei libri” di Christian Mascheroni. Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Chi l’ha trasmessa a noi? E noi a chi la stiamo trasmettendo? Christian Mascheroni oggi è un autore televisivo e uno scrittore (è appena uscito il nuovo romanzo Wienna). Dietro la sua passione per i libri c’è una formidabile donna di nome Eva: sua madre. Puntata dopo puntata, Christian ci fa entrare nella sua famiglia, tra letture, ricordi, emozioni, ombre e luci. Per leggere le puntate precedenti, vai in fondo a Categorie: Non avere paura dei libri. Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni
28° puntata: Giorni felici di Eva Cerny

La voce di Eva era squillante, un pentagramma pieno di note che si spingono e si rincorrono. Era una madre allegra, da molte settimane, e si godeva la presenza in casa di Gino. Era un periodo di sgoccioli. Mio padre era andato in pensione, io stavo finendo il servizio civile presso la casa di riposo Bellaria di Appiano Gentile.

Eva mi aveva chiamato appena avevo finito di sistemare, insieme al personale infermieristico, gli ospiti nelle loro stanze, una volta aiutati a mangiare il loro pranzo. Ero di buon umore anche io, come mia madre. Avevo appena finito di ridere con l’animatrice e con una coppia di nobili anziani appena arrivati alla Bellaria. Era abitudine passare qualche minuto nella loro stanza a parlare dei vecchi tempi, mentre la signora ci mostrava libri antichi, stampe e illustrazioni anni ’30 dai titoli bizzarri come I cani prostituti. Nonostante non vedessi l’ora di tornare a lavorare e scrivere articoli e racconti, ero dispiaciuto di non poter più passare le mie giornate insieme a persone che mi avevano letto le loro pagine del passato, talvolta con qualche lacrima malinconica, spesso con la serenità di chi ha vissuto una vita piena. Ero anche preso dalla ricerca di contatti con case editrici, agenzie pubblicitarie e riviste, con la speranza di proseguire l’esperienza straordinaria che avevo trascorso nella redazione del magazine Campus. Fu Eva a trovare l’occasione che mi avrebbe cambiato la vita. Mi disse, strappando morsi ad un panino, che foderato le scarpe nuove con un foglio di giornale e attaccò il telefono. La richiamai e lei scoppiò a ridere.

Ah, volevo dirti che sul foglio di giornale c’era il bando di un concorso per diventare scrittori per la televisione. Ti interessa?

Eva –la viennese distratta che riusciva a irradiare le mie giornate con gesti inattesi- era, in quei giorni, il mio buon umore, la mia amica, la mia mamma. Arrivato a casa, la trovai in ginocchio sul pavimento che cercava di stirare con la mano il foglio di giornale stropicciato, mentre la nostra gattina, Charlize Mariah Sars, giocava con una delle sue scarpe nuove. Per fortuna l’annuncio era ancora leggibile. Si trattava di un bando di concorso per diventare un autore televisivo e partecipare ad un vero e proprio master, previo superamento di una serie di prove. La prima scadeva alla mezzanotte del giorno stesso. Mancavano solo cinque ore.

Mia madre sgranò gli occhi verdi e mi disse: che aspetti? Corri in camera, scrivi, inventa, fai…e scriviti il numero di fax perché devo foderare le scarpe!

Non ho mai scritto più velocemente e in maniera più concentrata in tutta la mia vita. Avevo alcune fotografie in bianco e nero degli ospiti della casa di riposo e lavorai su un testo che raccontasse delle emozioni e dell’esperienza che avevo provato insieme a loro. Eva mi portò la cena in camera da letto e una volta stampato il testo, mi aiutò a confezionare un libretto rilegato con tanto di copertina. Mio padre, arrivato dal lavoro tardi, fu subito bloccato alla porta e con il mio elaborato in mano, una lettera di presentazione ed un curriculum, mi caricò in automobile e andammo da un suo caro amico. Io non avevo ancora internet, per cui mandammo la richiesta di partecipazione via fax. Ancora ricordo l’ora: erano le 23.50 circa. Non dormii tutta notte perché il libretto sarebbe giunto con un giorno di ritardo e non sapevo se il regolamento lo prevedeva. Ma a volte le cose capitano e basta, e bastò il fax, arrivato in orario, a farmi partecipare alle selezioni.

Un mese dopo circa, dopo una seconda prova scritta e un colloquio, ricevetti la telefonata. Ce l’avevo fatta, ero stato preso. Guardai mia madre, che era sul divano con una sua amica a bere il caffè. Capì al volo. Appoggiò la tazza del caffè sul tavolino di vetro e urlò. Corse da me, mi abbracciò, incominciammo a saltare sulla punta dei piedi. Lei prese la bandiera dell’Austria e si mise a correre attorno al tavolo. La sua amica, esterrefatta, mi guardava senza capire. Poi, sorridendo, disse: tua madre è unica al mondo.

Per tutto il 2000 e fino all’Estate del 2001 Eva si concentrò sul rapporto con Gino. Io mi alzavo all’alba per prendere il bus, il treno e il metro e andare a Cologno Monzese e tornavo la sera tardi, buttandomi sulla scrittura a pieno ritmo. Mio padre era a casa, passava i pomeriggi con mia madre, andavano insieme a fare la spesa, guardavano i film e leggevano sul divano appoggiati l’una all’altro. Mio padre aveva preso la buona abitudine di invitare mia madre a cena ogni sabato sera. Era diventato un appuntamento fisso e mi divertivo a fissarli mentre si preparavano per uscire da soli. Era una grande conquista, sebbene andassero sempre nella stessa pizzeria, mangiassero le stesse cose e bevessero la loro birra. Ad Eva bastava berne anche una sola. Riusciva a godere dell’uscita, a non chiedere all’alcool di deformare la realtà, perché quella realtà le piaceva. Ogni tanto andava a Como da sola, fatto che all’inizio metteva mio padre di malumore, visto che, negli anni precedenti, il rischio era di non vedere Eva fino a tarda serata e ubriaca. Invece le bastava solo andare a fare una passeggiata lungo il lago, comprava libri per sé e per mio padre, tornando sempre con il volto disteso, mai offuscato da pensieri bui. C’erano giorni in cui scovavo Gino frugare dentro la borsa di Eva. Le sue paure erano recondite, ma la sua sfiducia era ancora vivida. Lo vedevo sollevare i maglioni nell’armadio a specchi e infilare le mani nelle giacche, o aprire l’oblò della lavatrice, dove tempo addietro, dentro il bucato, si nascondevano boccette di profumo o di alcoolici che Eva trangugiava come succhi di frutta. Non biasimavo mio padre. Io stesso ero sempre con il fiato sospeso. Ma Eva non fuggiva, questa volta. Trovava difficile stare con mio padre tutto il giorno, ma non per mancanza di amore, ma semplicemente perché gli occhi di suo marito la seguivano sempre, in ogni stanza, in ogni attimo. Ci furono litigi e lampi a ciel sereno. Una sera, tornando a casa, sentii Eva gridare perché si sentiva prigioniera e perché non ce la faceva più a sentirsi spiata.

Puoi controllare dappertutto. Tanto so che l’hai già fatto.

Mio padre non era bravo a risistemare le cose dopo aver messo sottosopra gli armadi e i cassetti di Eva. Io invece, sin da piccolo, avevo imparato a tastare i vestiti senza mettere in disordine, a infilare le dita nelle sue borse senza spostare gli oggetti, a scovare le bottiglie, a svuotarne il contenuto e riempirle d’acqua o di thè, per poi rimetterle al loro posto. Sistemi che non funzionavano, specie l’acqua e il thè, ma erano meno invasivi di quelli rabbiosi e rancorosi di mio padre. Per fortuna, durante quel periodo, Gino era capace di smorzare i toni della discussione ammettendo le sue paure e la rincuorava. Le ripeteva quanto fosse felice di vederla così in forma, serena, energica e che si sentiva un cretino. Allora Eva si chiudeva in bagno, si lavava la faccia, passava la spazzola fra i capelli e tornava in salotto come se nulla fosse successo. So bene quanto la ferisse il nostro controllo. Ma allo stesso tempo capiva di dover lavorare costantemente sulla nostra fiducia.

Trascorrevamo molto tempo a parlare. Eva era assetata di esperienze che mi stavano forgiando. Leggeva con entusiasmo le prove che scrivevo per il corso autori, ascoltava i termini tecnici che si usavano in televisione che assorbiva e ripeteva a mio padre quando guardavano una trasmissione. Cambiò atteggiamento anche con la lettura dei miei manoscritti. Le passò la paura di dover darmi un giudizio critico. Incominciò a leggere nuovi e vecchi racconti per il gusto di leggere. Mi indicava le storie che l’avevano conquistata e quelle che invece trovava poco ispirate. Le piacque molto un manoscritto intitolato Nostalgia delle stelle e che narrava la storia di due viennesi in pensione che faceva un viaggio in battello lungo il Danubio. Scrissi e riscrissi quel libro tre volte ed è sempre rimasto nel cassetto, ma Eva lo aveva preso con sé, come uno dei suoi libri, lo aveva letto accuratamente, aveva riso, aveva preso appunti sui passaggi che le erano piaciuti, aveva fumato le sue sigarette stando attenta a non bruciare qualche pagina. Era bello vedere sul suo comodino un mio manoscritto, insieme ai gialli di Agatha Christie e Kathy Reichs, fra gli amati Kishon, Steinbeck, Cunningham e Camus. Finalmente ero uno dei suoi scrittori preferiti. E i miei scrittori preferiti diventavano i suoi, con un semplice passaggio di mano, come in una corsa a staffetta, dove si poteva camminare invece di rincorrersi. Ero rimasto estasiato da Oleandro bianco di Janet Fitch e L’interprete dei malanni di Jhumpa Lahiri e glieli passai. Lei si tuffò letteralmente in quelle pagine, si infervorò per la storia delle protagoniste femminili così simili a lei per ribellione, affettività, destino. Non bevendo, i suoi occhi la notte, quando spegnevo il computer dopo aver scritto qualche pagina per il corso o per un libro, passavo in camera da letto e vedevo Gino ed Eva con le schiene appoggiate al muro, entrambi con i loro libri sotto il naso. La gatta dormiva ai piedi di papà o si arrotolava al centro, dove i materassi singoli si univano. Sulla sedia a dondolo i vestiti di Gino coprivano una pila di romanzi Urania. Gli armadi erano chiusi, gli specchi tenevano dentro il loro ventre i riflessi del mattino dopo. L’orsacchiotto di Eva bambina faceva da fermalibri sul mobile che custodivano, oltre ai vestiti e le tovaglie, anche i puzzle raffiguranti il duomo di Vienna e i giardini di Schönbrunn. Mille e più pezzi incollati con pazienza. Ecco cos’era la mia famiglia in quel periodo: un quadro formato da tanti tasselli messi insieme con pazienza sacrificio, dolore, incomprensione e un amore devastante.

Non sapevo che presto, quel ritratto, sarebbe diventata una foto ricordo.

kkk

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