Ho un libro in testa

24giu
2012

La trama dei potenti: il romanzo che puoi leggere qui

Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblica uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo, per coinvolgere tutti voi lettori in una sorta di editing collettivo. Insomma, riscriviamo insieme questo romanzo. Ma potete anche solo gustarvi il piacere di seguire puntata dopo puntata la nascita di un romanzo.
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Nel romanzo di Marco Corrias, tra i personaggi, potete incontrare anche Caravaggio.

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Capitolo 33

(dove si racconta delle ferie d’autunno)

C’era quest’uva, dolce, matura, sui tralci che venivano giù dal pergolato come cascate degli dei. E c’era un buon vinello passito e le melagrane e altro buon cibo in abbondanza. E il sole sembrava non voler mai andare a dormire, laggiù dove il Tevere si getta nel Tirreno. E quando veniva la sera, dopo la cena, talvolta c’erano i musici ad allietarli, fino a quando, satolli di tutto, chiudevano gli occhi in attesa di un’altra giornata di ozi. Era un tiepido ottobre, e un’indolente pigrizia s’era impossessata dei tre amici.

Lena e Angiolina avevano mandato alte grida di gioia alla scoperta della grande vasca ribollente di acqua sulfurea, che si trovava nell’ala orientale della villa, al centro di una grande e spoglia sala con le pareti e il pavimento rivestiti di marmi pregiati. Le volte erano affrescate con scene pagane di baccanali e muse e giovinetti al bagno.

Amir, l’eunuco che sovrintendeva alla casa aveva commentato soddisfatto che quella era la sala prediletta del cardinal Del Monte. E anche la sua, aveva aggiunto con un sorriso.

“Due dei nostri servitori sono addestrati per i massaggi e potranno rivelarvi tutti i piaceri che si possono trarre da queste acque”, aveva annunciato ad Angiolina e a Lena. Le due ragazze l’avevano preso in parola. Ogni giorno trascorrevano almeno due ore immerse nella vasca e quando ne uscivano affidavano i loro corpi alle mani sapienti dei due servitori, che erano anch’essi, come il sovrintendente, eunuchi.

Il resto della giornata se ne andava tra amene passeggiate nel grande parco che arrivava fino al colle dell’Esquilino, tra i giardini che s’aprivano di tanto in tanto, circondati dai pini ad ombrello che rendevano l’aria salubre.

“Potreste prendervi cura dei fiori”, osò proporre un giorno Pungiglione alle due amiche.

“Siamo due signore venute a riposare in villa, non due giardiniere”, rispose divertita Lena, prontamente sostenuta da Angiolina.

“Non vorrai che queste mie mani quando t’accarezzano sappiano di terra, mio adorato…”. e così dicendo gli gettò le braccia al collo.

Si sentì prendere da una gioia incontenibile. Che giorni felici viveva con la sua amata! E come ogni ora di più ne scopriva la dolcezza del carattere!

Quegli ozi spinsero Pungiglione a riavvicinarsi all’arte sua, la scultura, che esercitava in un capanno allestito come una bottega, che sorgeva di lato alla villa. Angiolina spesso gli faceva da modella, ed egli si beava doppiamente: per la visione del suo corpo perfetto e per il piacere di creare nella pietra l’immagine che più amava. V’erano enormi blocchi di marmo bianco, e tutti gli arnesi che potevano servire agli artisti per restaurare antiche statue o per abbellire di fregi e altre opere la villa. Un altro segno inequivocabile della passione del cardinale per le belle arti. E di tutte le sue passioni essi usavano l’usabile, come fossero i magnifici proprietari di tanta grazia e non, come a Pungiglione capitava sempre più di pensare col passare dei giorni, disgraziati esuli da proteggere.

Era una ben strana situazione, la loro. Vivevano dentro le mura di Roma, ma tutto quel che accadeva nella città gli era sconosciuto. Trattati come principi, ma nell’impossibilità di varcare quelle mura dorate. Del loro anfitrione non conoscevamo che il nome. Nessuno tra loro l’aveva mai incontrato, e alle domande che si ponevamo sul perché li tenesse suoi ospiti, non sapevano dare risposte. Quando, prima di salutarsi, Pungiglione l’aveva chiesto a Onorio, la risposta che ne ebbe fu un sorriso enigmatico e un repentino cambio d’argomento.

Ogni tanto un giovane uomo di bell’aspetto arrivava nella villa. Si fermava a parlare con Amir per qualche tempo, poi se ne andava senza degnarli di una parola.

Venne novembre e un pomeriggio, mentre Lena e Angiolina se ne stavano nella sala da bagno, Pungiglione lasciò il capanno per recarsi alle cucine. Aveva sete e l’acqua della brocca era finita. Così passò dalla porta sul retro, quella che di solito usavano i servitori. Avvicinatosi alle cucine udì un parlottare. Da una finestrella con le grate che serviva per dare aria ai locali e che s’affacciava sul corridoio, vide il giovane gentiluomo discorrere con Amir.

“Il cardinale ha disposto di aumentare la sorveglianza della villa”, diceva il giovane. “Manderà già questa notte un drappello di uomini. Si divideranno i turni di guardia all’esterno e all’interno. Pensate voi a sistemarli nella maniera migliore…”

“C’è pericolo che qualcuno osi profanare questa casa?”, chiedeva Amir, il tono incredulo e allarmato.

“Il pericolo, qualsiasi pericolo, di questi tempi non è mai da escludere”, rispose il giovane gentiluomo.

“Ma sarebbe un sacrilegio, uno sfregio inaudito per sua Eminenza…” insisteva Amir.

“Non oseranno tanto, ma se dovessero osare non ci troveranno impreparati. L’importante è che il Cardinale sia avvisato immediatamente di quel che dovesse accadere. Sapete voi come fare…”

“Spero solo che non sia troppo tardi, quando lo verrà a sapere”, disse Amir tradendo un fremito.

La conversazione tra i due era finita e Pungiglione fece appena in tempo a infilarsi nella stanza della lavanderia per non far scoprire la sua presenza. Nel buio, al riparo di un lenzuolo steso ad asciugare, non riusciva a credere che qualcuno pensasse di attaccare quella casa. Gli sembrava una cosa enorme. Era la casa del Cardinal Del Monte, quella.

Angiolina s’accorse subito che qualcosa doveva angustiarlo.

“Cosa nascondi, amore mio?”, gli chiese quella stessa notte.

“Niente”, mentì.

“Eppure c’è del turbamento nei tuoi occhi. A una donna che hai appena posseduto non puoi nascondere la verità”

Non voleva allarmarla. Non voleva oscurare la felicità che sembrava avvolgerli. Continuò a mentirle.

“È che siamo qui da un mese e non sappiamo nulla di quel che accade. Quanto durerà quest’esilio? Perché nessuno ci parla di questo e dei pericoli che corriamo? Ecco, sono un po’ stufo di questa vita molle che m’impedisce di vedere il futuro”.

“Hai ragione”, convenne Angiolina. “Anche a me questa storia piace poco e nulla. Anche se a esser sinceri non è che qui si stia male. In quale altro luogo del mondo potrei sperare di poterti avere per me a qualsiasi ora del giorno e della notte?”.

Le loro pene, almeno per quella notte, svanirono presto. A dissolverle bastò un sorriso malizioso di Angiolina, e il calore delle sue mani che lo cercavano sotto le coltri.

Una decina di giorni dopo gli avvenimenti appena narrati, Pungiglione se ne stava a sonnecchiare sotto un ulivo quando Amir s’avvicinò.

“Chiamate le vostre amiche e venite nella sala della musica. Ci sono delle cose che dovete sapere”.

Angiolina e Lena a quell’ora erano, come usuale, nella sala da bagno. Le trovò immerse nella vasca, nude e circondate da caldi vapori e dal profumo delle essenze che quasi lo stordirono.

“Vieni, bel gentiluomo”, disse allegra Lena, “non ti far scudo del pudore che non possiedi, promettiamo che non attenteremo alle tue virtù.”

Per un attimo fu tentato di spogliarsi e raggiungere quei due corpi giovani e invitanti. Ma si limitò a sorridere e a riferire loro l’invito di Amir.

Il tempo di rivestirsi e asciugare i capelli e raggiunsero la sala. Dopo un po’ arrivò Amir. Non era solo, però. Dietro di lui entrarono tre uomini e una donna. Amir li invitò tutti a sedere.

“Accadono cose gravi che ci riguardano tutti. Ma non sarò io a parlarvene. Tra poco sarà qui chi meglio di me potrà spiegarvi quel che accade”. Quindi lasciò la sala.

Restarono lì a guardarsi, incapaci per la reciproca sorpresa di proferire parola. I tre uomini erano per lo più giovani, di un’età che poteva variare tra i venti e i trent’anni.

La donna doveva aver passato di qualche anno la trentina. Bruna di capelli, magra ma dal petto abbondante, il naso affilato, le labbra sottili e pallide. Gli occhi color nocciola, vigili ma acquosi. Aveva l’aria mite e triste di chi ha visto molte disgrazie. Una lunga veste di panno nero la copriva tutta, e lo scialle violaceo che portava sulle spalle non mitigava l’aspetto desolato e forse impaurito che l’avvolgeva.

Degli uomini, quello sui trent’anni sembrava il più vivace. Era stato l’unico a profondersi in un inchino perfetto davanti a Lena e ad Angiolina, limitando ad un cenno del capo la riverenza dedicata a Pungiglione. Portava i capelli biondi, ricci e lunghi, trattenuti sulla fronte da una fascia che gli incoronava il viso maschio, appena macchiato da un pizzo leggero e da un paio di baffi sottili. Tutta la figura, che risaltava dalle braghe di pelle bruna e dalla giacca di velluto dello stesso colore, appariva aggraziata. Quantunque fosse arrivato insieme agli altri due uomini, non dava l’idea che li conoscesse, o che comunque avesse qualcosa a che vedere con loro. I due se ne stavano vicini, quasi stretti l’uno all’altro, simili tra loro nella foggia degli abiti e nelle movenze, forse fratelli.

Il giovane gentiluomo entrò nella sala giusto in tempo per scacciare l’imbarazzo che si era creato tra i due gruppi. Aveva i modi spicci di chi, nonostante l’età, sia per nascita uso al comando. Salutò cortese le donne, quindi restando in piedi al centro della sala cominciò a parlare.

“Siete qui voi tutti per una ragione comune, anche se ciascuno non conosce i percorsi che hanno portato gli altri a incontrarlo. Sapete però a chi dovete tutto questo. Sua Eminenza, che si degna di ospitarvi lo fa per due motivi: il primo è che essendo egli un uomo libero si batte perché tutti i meritevoli siano altrettanto liberi. Il secondo, che discende dal primo, è che qualcuno sta tramando perché a voi venga tolta questa libertà. Sono trame potenti, allestite da potenti che agiscono nell’ombra, ma la cui identità, per nostra e vostra fortuna è nota al Cardinale e ai suoi amici. Voi, così come altre decine di persone, che in queste ore sono in pericolo di morte, a Roma e in altre contrade, non vi trovereste forse in queste condizioni se non foste delle semplici pedine usate per colpire la persona stessa del nostro caro Cardinale Del Monte. Ecco perché egli intende proteggervi. Voi vivrete in questa casa per il tempo che sarà necessario a che la muta di cani che vi inseguono non siano distratti dalle vostre tracce. Non vi nascondo che il pericolo che correte, che corriamo, è grande. Ma noi confidiamo che col volere di Dio e con l’aiuto di uomini dall’animo nobile, riusciremo a sconfiggere i malvagi. Intanto starete qui, come buoni fratelli. Guardatevi e proteggetevi l’un l’altro. Presto, Amir o io stesso, speriamo di potervi dare buone nuove”.

Dette queste ultime parole il gentiluomo si accomiatò con un leggero inchino.

Quella sera, seduti allo stesso desco, ben serviti di un cappone in umido e di altre prelibatezze che il cuoco di casa aveva riservato per l’occasione, fu chiaro perché le esistenze di Pungiglione, di Angiolina e Lena, s’andavano a incrociare con quelle dei nuovi ospiti. La vita in comune cancellò le iniziali diffidenze. Quel che appariva qualche ora prima estraneo, divenne familiare.

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