Ho un libro in testa

05lug
2012

Il coraggio di Christian Mascheroni

«Ciao Chicca, eccomi alla penultima puntata di “Non avere paura dei libri”. Mi sto commuovendo… non vorrei mai che arrivasse la trentesima».
Nemmeno io, Christian, è stato un lungo viaggio. Quando abbiamo avuto l’idea di questa rubrica, che passo dopo passo è diventata una tua autobiografia, non sapevamo dove saremmo andati, dove ci avresti portato. Ci hai condotto in luoghi che le persone tengono chiusi a chiave, e invece tu li hai aperti: per amore dei tuoi genitori, dei libri, per il tuo coraggio. Grazie Christian, ci hai dato tanto. Anche con questa puntata che non deve essere stata semplice da scrivere. Un abbraccio

Chicca

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La nuova puntata di “Non avere paura dei libri” di Christian Mascheroni. Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Chi l’ha trasmessa a noi? E noi a chi la stiamo trasmettendo? Christian Mascheroni oggi è un autore televisivo e uno scrittore (è appena uscito il nuovo romanzo Wienna). Dietro la sua passione per i libri c’è una formidabile donna di nome Eva: sua madre. Puntata dopo puntata, Christian ci fa entrare nella sua famiglia, tra letture, ricordi, emozioni, ombre e luci. Per leggere le puntate precedenti, vai in fondo a Categorie: Non avere paura dei libri. Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni
29° puntata: Arrivederci, addio

Mia madre è sdraiata sul letto di una stanza anonima, dalle pareti bianche, la finestra aperta. La luce appartiene ad una giornata di inizio Estate. Forse il 21 Giugno, la data del mio compleanno. Mia madre ha gli occhi aperti, anche se l’avambraccio destro li copre per non lasciare che la luce le bruci l’iride. Indossa un vestito leggero, dai colori chiari, come il lenzuolo e il suono delle onde del mare. La sabbia scorre sotto i piedi dei bagnanti, anche se dalla finestra non si vede nessuno. Si vede solo una distesa bianca, forse di sabbia, o di sale, perché la mia bocca è uno schiaffo di sale. È quello il sapore che sento. Il dolore che provo. Uno schiaffo che, però, non mi ha dato lei. È la vista del suo corpo inerme, appeso ad un respiro flebile, che mi schiaffeggia la bocca, il naso, la faccia. Io sono bambino. Lo so perché mi vedo attraverso il riflesso della finestra. Ho ancora i capelli biondi come il grano, arruffati, il costume da bagno e la paletta in mano. Sto aspettando di andare in spiaggia. Ma Eva non si muove. Forse piange, ma non vedo lacrime che scendono sulle guance. Forse l’avambraccio serve a quello. Ad assorbire le lacrime. Io la chiamo, ma non mi esce la voce. Mi volto allora verso la porta. È bianca, credo. È una porta spalancata verso la luce. So che c’è mio padre, al di là di quella luce, ed aspetto che arrivi a sollevare sua moglie con le sue braccia che sollevano corpi bruciati dalle fiamme. Ma lui non arriva, ed io non posso chiamare, contemporaneamente, lui e mia madre. È come se mi fosse imposto di scegliere. Così chiamo mia madre, perché è lì, vicina a me, sul letto che si trasforma in una zattera bianca, leggera. I piedi si bagnano. L’acqua del mare mi bagna le caviglie, poi le ginocchia. Non ho paura. So nuotare come un delfino. Ma ho paura per lei, perché non si muove e il suo braccio è un ramo spezzato sugli occhi. I capelli sono bagnati dal sudore. Ha bevuto, lo so. Perché vicino al letto c’è il comodino della sua camera da letto, e accanto al posacenere, ai cruciverba incompleti, al libro dal quale sbuca un segnalibro disegnato da me, c’è una bottiglia vuota. È una bottiglia che riflette la luce, o, forse, piena di luce. Allungo la mano. Sfioro la bottiglia, che però mi sfugge e cade nell’acqua che sta salendo. Ha raggiunto le gambe nude di mia madre. Allora capisco che devo chiudere la porta. Ma è una giornata di sole, non posso chiudere fuori l’Estate, non so se mio padre ha le chiavi per entrare in questa stanza bianca che non appartiene né a me né a mia madre. Allora salgo sul letto e mi sdraio vicino a mia madre. Non ho paura, continuo a non averne. La sensazione, al contrario, è dolce. Le onde cullano me e mia madre. Lei allunga il braccio verso di me. Il suo avambraccio, ora, copre i miei occhi. È un avambraccio pieno di lacrime, ma non pesa. Mi protegge. Adesso posso svegliarmi.

Per anni ho ripensato a questa immagine. Per anni ho cercato di capirne l’origine. Potrebbe essere un sogno che ho fatto tanto tempo fa, ma tanti elementi mi riportano alla mente un giorno in cui mia madre ed io eravamo al mare, nell’appartamento di villeggiatura, e lei aveva bevuto. Quando ripenso a questo episodio, che sia un sogno o che sia un episodio reale plasmato dalla mia immaginazione, ripenso al fatto che mia madre, nonostante si isolasse nel suo dolore, percepiva la mia vita, la mia presenza. Sapeva che ero parte di lei.

Lo sapeva anche subito dopo la morte di papà, ma ormai non riusciva nemmeno a percepire se stessa. Quando il suo Gino nel dicembre del 2001, ascese in cielo, lei cadde in un lungo torpore senza fine, che durò fino all’agosto dello stesso anno. Furono mesi in cui la perdita del baricentro della nostra famiglia, invece di unirci nella sofferenza, ci allontanò.

Eva –la viennese che non aveva solo perso suo marito, ma la sua partenza e la sua meta- si tappò le orecchie del cuore e strinse forte con i palmi delle mani comprimendolo affinché non sentisse più nulla. Si aiutava con i tranquillanti e i sonniferi, che assumeva in grandi quantità, tuttavia beveva limitatamente. Era difficile che la trovassi svenuta o in stato di ubriachezza, ma capitava spesso che si addormentasse con la sigaretta in mano, bruciando la stoffa dei divani, forando cuscini e coperte, scavando persino piccoli canali anneriti nel legno del comodino e dei mobili. Trovavo, ovunque, torri di cenere di sigarette bruciate in bilico sui piatti o sul frigorifero. Io soffiavo e la cenere si sparpagliava nell’aria. Provavo uno strappo alle viscere, come quando, l’anno prima, mia madre ed io ci eravamo abbracciati stretti, tremanti, mentre guardavamo le immagini dell’attacco alle torri Gemelle.

Durante i primi mesi del 2003 lavorai al pilota di un programma che non andò mai in onda e collaborai saltuariamente ad alcuni progetti televisivi. Avevo modo di stare a casa con lei, di sorvegliarla. Non le impedivo di uscire, ma controllavo la spesa, le borse. Le bottiglie tornarono a comparire sotto ai maglioni, sotto al materasso, nei soliti posti dove lei le nascondeva. In più trovavo pillole di ogni forma, colore e dimensione in ogni angolo dell’appartamento, dove regnava il disordine. Mia madre perdeva tutto. I documenti, gli assegni, i soldi. Aveva iniziato a frugare fra le mie cose, a leggere i miei diari, a buttare all’aria i miei cassetti. Mi affrontava con astio, aggressività. Facevamo la spesa insieme, il sabato, nel silenzio più completo, senza parlarci. Io avevo vissuto due relazioni di breve durata che si erano spente e che mi avevano bruciato l’anima. Mi sentivo abbandonato. Uscivo nel weekend con gli amici o andavo da solo a ballare, in discoteca, nella speranza di trovare l’amore o anche una notte di sesso, che mi facesse sentire unico e speciale. Ero frustrato dalla mancanza di stimoli, scrivevo pochissimo, senza ispirazione. Anche le letture non mi davano sollievo. Eva non voleva confidarsi con me. Le chiedevo apertamente di sfogarsi. Solo un giorno, scoppiando in lacrime, mi disse che le mancava Gino, che lei, da sola, non riusciva a bastare a se stessa. Le strinsi il braccio, le feci male. Le urlai, pieno di rabbia: fatti aiutare. Papà non c’è più, ma io sono qui, io sono vivo. Lei si toccò la faccia. Aveva il segno di una sberla che le avevo dato la sera prima. Credo di essere morto in quell’istante. Non mi ricordavo di quel gesto. Eppure accadde. Lei si era svegliata di soprassalto ed era corsa in camera mia, mi aveva aperto il diario davanti agli occhi dicendomi che io scrivevo parole di odio sul suo conto. Mi colpì con uno schiaffo. Io reagii. Le diedi una sberla in pieno viso. Mia madre gettò via il diario, mi diede un calcio, ma mi mancò e finì per terra. La portai a letto, lasciai che si addormentasse. Pianse tutta la notte, io diedi pugni al muro fino al mattino seguente, mi conficcai persino una penna biro nella gamba per sentire un dolore diverso. Ripetevo a me stesso: non sta accadendo a me.

L’inverno e la primavera del 2003 volarono via senza ricordi. Smisi persino di scrivere il diario. Non volevo raccontare nulla. Venni preso in un programma televisivo per bambini e ne fui felice, fu la mia ancora di salvezza. Lavoravo alacremente con un nuovo gruppo di autori, giravamo in uno studio con presentatori simpatici e alla mano e con un attore che indossava un costume da draghetto. Era un mondo di fiaba, lontano da quello di casa. Ero circondato da colleghi affettuosi e la sera ero attaccato al telefono con i miei migliori amici. I mesi trascorsero veloci, le cose con mia madre peggioravano. Era incontrollabile. Dormiva quasi tutto il giorno, ma quando si svegliava di colpo era di cattivo umore, aveva solo rancore dentro di sé. Le facevano male i polsi per via delle mie mani che glieli stringevano e bloccava, strappandole via sigarette accese, pillole, accendini. Non dormivo la notte per paura di un incendio dentro casa. Bruciare vivi dentro il palazzo dei pompieri. Mi sembrava un crudele scherzo del destino. Quando arrivò Agosto io ero stremato dalla fatica, mi reggevo in piedi a stento. Avevo due settimane di vacanze e decisi di partire per Ibiza, per conto mio. Volevo colmare il vuoto di suoni, musica, notti, spiagge, sabbia, di voci. Volevo impazzire di evanescenza e far tacere l’anima completamente lacerata. Eva, durante tutto il mese di Luglio, aveva ridotto l’assunzione di tranquillanti e non beveva. Sapevo di poter contare sui vicini di casa, sugli zii, su qualche amico. Partii con il cuore in gola, ma stavo male, avevo bisogno di vivere lontano da lei, dal caos della nostra casa, dall’inferno che mi stava bruciando i sogni, le aspirazioni. La chiamavo ogni giorno dal mare, pomeriggio e sera. Parlavamo a lungo al telefono. La sua voce era dolce, la mia pacata. Sentivo che, dopo essermi rigenerato, avrei potuto riaffrontare con lei il discorso di trovare un’associazione o un dottore per iniziare una cura disintossicante. Lei mi aveva detto che ci stava pensando, che non voleva più che ci prendessimo a schiaffi, che non eravamo mai stati così violenti verbalmente e fisicamente. Mi ripeteva che la gatta stava bene, che aveva iniziato a leggere un bel libro e che avrebbe visto una sua cara amica. Io riattaccavo il telefono e deglutivo. Passavo le notti a cercare volti sconosciuti, a farli diventare parte di me per poche ore, mi legavo a sguardi, a mani, a baci, carezze, che duravano una luna e una stella. Finché il penultimo giorno di vacanza, prima di uscire a cena con una coppia che avevo conosciuto, ricevetti la telefonata di mia zia.

Torna a casa. La mamma non sta bene. È importante che tu torni a casa.

Feci la valigia velocemente, lasciai la chiave della stanza al proprietario del bar dove andavo a fare colazione e bloccai un tassista, che quasi mi investì. Mi imbarcai sul primo volo per l’Italia, dove atterrai poco prima della mezzanotte. Mi era venuto a prendere un gruppo di amici che avevo avvisato prima del decollo. Quando salì in automobile, il mio amico Aurelio mi chiese come stesse mia madre, che cosa era successo. Io non avevo ancora chiamato mia zia. Lo sapevo cosa era successo. Dentro di me lo sapevo già. L’avevo capito mentre guardavo fuori dal finestrino dell’aereo. Stringevo fra le mani Twelve di Nick McDonell. Non riuscivo a leggere. Le luci dell’isola erano una nuvola d lucciole luminose che morivano lentamente. Il buio inghiottì me e l’aereo. Chiusi gli occhi.

Sentii una mano appoggiata sulla spalla.

Un altro sogno, forse.

Al tocco, mi misi a piangere. Era la mano di papà.

Mi disse di stare tranquillo.

Mi disse che era felice.

Mi disse che Eva era di nuovo al suo fianco.

Annuii. Poi spalancai gli occhi.

Io stavo volando in cielo, ma sarei presto tornato sulla terra ferma.

Per qualche secondo immaginai di poter aprire lo sportellone e camminare lungo la notte, mano nella mano con Eva e Gino. Di nuovo insieme.

Categorie: Non avere paura dei libri

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