Ho un libro in testa

05lug
2012

Veronica Tomassini: vi racconto “Il polacco Maciej”

Esce oggi (nella collana digitale Zoom di Feltrinelli a euro 0,99) il racconto Il polacco Maciej di Veronica Tomassini, una scrittrice che guarda dritto negli occhi chi soffre senza tirarsi indietro, sollevando il velo che ricopre esseri umani che troppo spesso preferiamo non vedere.
Il suo romanzo di esordio, Sangue di cane (Laurana Editore), ha lasciato un segno profondo: qui Veronica lo racconta, qui ci dice come nasce la sua poetica. E adesso, venite a conoscere un uomo di nome Macjei.

LA TRAMA Maciej che trasportava caviale sui camion e dalla vodka non si è mai voluto staccare. Maciej che sta tra i polacchi disgraziati, in terra di Sicilia. Maciej, le giornate con l’alcool e le notti con Janina. L’hanno molto cambiato l’uno e l’altra, si dice. Maciej che ha lasciato un uomo sotto il suo camion, fuggendo dalla Polonia. Maciej, che volta le spalle con la voce che risuona di una vecchia ballata “… sette ragazze di Albatros e tu sei l’unica. Oggi mi è rimasta solo la tristezza e il senso di pena”.

L’UOMO MORTO TRE VOLTE di Veronica Tomassini
Ho pensato a lungo a quell’uomo polacco di nome Maciej. Nella vita vera dormiva sulle panche dei giardini pubblici. I suoi connazionali, i polacchi che lo conoscevano, dicevano che era morto tre volte. Maciej non moriva mai. Traduceva la desolazione di ciò che restava della Polonia dopo la caduta del muro, quel che restava dei suoi sopravvissuti, non tutti però, uomini senza storia, qui in Italia, improvvisamente declinati da un nuovo genere di umanità, loro stessi finiti nel fosso di qualche pregiudizievole categoria: borderline, barboni, alcolisti, balordi, drop out. Maciej faceva parte dei nostalgici polacchi. Era una figura affascinante, coraggiosa, abietta. Sono gli eroi che preferisco, quelli che in Cechov ho amato tanto, capaci di procurare nel lettore il riso che ha il suono del singhiozzo: non è un risultato che ho ancora raggiunto; e tuttavia un tale risultato mi ha ampiamente decisamente influenzato così come la lettura dei racconti di Marek Hlasko o le congetture di Stavrogin, bello e crudele, in Dostoevskj. Il mio slavismo è la condizione da cui si parte. Il polacco Maciej posso considerarlo l’andito a “Sangue di cane”, ne anticipa i contenuti. Ma ne Il polacco Maciej la narrazione scorre volutamente priva di alcun sussulto, straniata come i personaggi del racconto. Antecedente anche da un punto di vista temporale e di molto, noto uno scarto nello stile che oggi mi appare evidente più che mai. Vedevo Maciej nella mia vita di tutti i giorni, drammatico e stolto nel suo declino, nella sua nudità che lo rendeva abietto e misero. Il quadro grottesco che mi offrì l’immagine di quest’uomo, lentamente vinto nel corpo e nello spirito dal suo male (l’alcol, la nostalgia, lo sradicamento di cui sopra), era inenarrabile, almeno così pensavo, e mi procurava le lacrime agli occhi. La vita de Il polacco Maciej era del tutto simile alla vita di un uomo che avevo amato profondamente, a lui devo il senso di pietà e la considerazione devota del dolore. Il racconto, in una prima stesura, venne letto da un intellettuale del quale nutrivo grande stima, peraltro ricambiata, il produttore cinematografico, regista, nonché scrittore (spesso per Sellerio) di origini siciliane, Turi Vasile, scomparso qualche anno fa. Vasile ne intercettò il potere drammatico, la sostanza o l’orma della cosiddetta poesia del dolore che covava, come brace sotto la cenere, tra le anime morte, le anime morte che pervadevano, con il loro insolente terribile afrore, di fatalità, i paesaggi che mi avevano ispirato; erano il manifesto stesso del paradosso di tutti i proscritti. La Polonia che evocava la loro criminale nostalgia era il battito stesso del mio polso, il ritmo del mio respiro, tutti i sogni che ho sognato, i libri che ho incontrato, non so spiegare molto bene forse. Ho aspettato Il polacco Maciej come l’anelito e il cenno che mi attendeva da sempre, la rivelazione, lo stigma ad una esistenza, diversa senz’altro, caratterizzata da continue resurrezioni, espiazioni e resurrezioni. Il polacco mi annunciava testimone, annunciava un ruolo inedito, la vedetta, sciagurata ottusa vedetta, ancorché sazia, ancorché ignara. E dunque, inforcando la vita dei dannati, compenetrandola, avrei dovuta raccontarla. E’ da Maciej che determino, in fondo, il mio tentativo di verità. Di quest’uomo, che morì tre volte e invece non moriva mai, volevo tracciare un doveroso elogio. Il racconto allora è la mia pubblica orazione. Ora che Maciej è morto davvero.

Veronica Tomassini

 

Categorie: vi racconto il mio libro

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