Ho un libro in testa

15lug
2012

Il mistero del libro. Il romanzo che puoi leggere qui

Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblica uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo, per coinvolgere tutti voi lettori in una sorta di editing collettivo. Insomma, riscriviamo insieme questo romanzo. Ma potete anche solo gustarvi il piacere di seguire puntata dopo puntata la nascita di un romanzo.
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Capitolo 36

(dove si racconta del mistero del libro)

Padre Carmelo Labate e il suo confratello Angelo Sicofredi avevano fama di essere tra i più eruditi del collegio napoletano di Gesù Vecchio. E anche tra i più determinati nel perseguire gli eretici e ogni sorta di ribelle che deviasse dalle nuove regole della Controriforma. Più d’uno ne avevano smascherato e consegnato al braccio secolare perché si occupasse di impartire le dovute punizioni.

Padre Carmelo s’era consumato la vista sui libri, talché era uno dei pochi a quell’epoca che portasse costantemente sul naso degli occhiali. Sapeva di greco e di latino, ma riusciva, seppure a fatica, a leggere anche in arabo, e nel volgare inglese e francese, per non dire dello spagnolo del tedesco e dell’italiano, per i quali non aveva alcuna difficoltà. Non v’era libro, stampato o diffuso nelle terre in cui i gesuiti erano presenti, che non finisse sulla sua scrivania. E dov’egli non arrivava, arrivavano i suoi collaboratori, decine, che da ogni angolo della terra avevano l’obbligo di inviargli rapporti, riassunti, note e segnalazioni. Tutto finiva nei grandi libri custoditi in una stanza sotterranea del collegio.

Padre Angelo, a dispetto della pinguedine, che si sarebbe detta più consona alle frequentazioni della buona tavola che alle biblioteche, era specialmente dotto in cose di politica e di filosofia. Era il collaboratore più prezioso di padre Carmelo, il primo a conoscere le nuove dottrine in materia di governo degli stati, grazie ai costanti rapporti che manteneva con le corti europee. Il primo a sapere quali rivolgimenti s’andassero apprestando nei popoli.

Era stato padre Angelo a leggere per primo il libello inviato alla metà di ottobre al Gesù Vecchio da sua Eccellenza Gaetano Barberini.

Il ministro del sant’Uffizio si era rivolto ai due gesuiti dopo aver trascorso vari giorni a leggere il libro, senza cavarne null’altro significato che quello che si poteva dedurre dalle righe in questione.

Padre Carmelo si cavò gli occhiali, e li tenne in mano, mentre restituiva a sua Eccellenza Barberini il libro. Il ministro del Sant’Uffizio notò allora quanto profonde fossero le occhiaie del gesuita, e quanto scarni il suo viso e le sue mani. Gli occhi erano lucidi, come preda di una febbre che non l’abbandonava mai.

“Per quel che ci riguarda”, disse padre Carmelo “qui dentro vi sono cose che da sole basterebbero a mandare all’inferno gli autori. Il significato è evidente. Ma che vi sia dell’altro, non siamo in grado di confermarlo. Per quanto riguarda il riferimento a Trithemius, se vi è in queste pagine un significato nascosto, ce ne sfugge il senso”, concluse, provocando ampi cenni di conferma in padre Angelo.

“Dobbiamo dunque arrenderci all’evidenza?”, disse sua Eccellenza, con una smorfia di dispiacere.

“Così pare”, disse padre Carmelo. Il quale però proseguì, questa volta rivolgendosi a padre Angelo. “A meno che quei due non abbiano davvero da dirci qualcosa in proposito.”

Il ministro guardò prima l’uno, poi l’altro: “Chi sarebbero questi due, e che storia sarebbe questa?”, e dicendolo non poté fare a meno di notare un impercettibile ghigno che si era affacciato sulle labbra di padre Angelo.

“Oh, non sappiamo bene di che si tratti”, disse con noncuranza il pingue gesuita. “Anzi, non lo sappiamo proprio. Il fatto è che ci sono questi due, che proprio ieri ci sono stati segnalati da alcuni nostri confratelli di Milano. Dicono di avere da riferire cose che potrebbero interessare questo dannato libro.”

“Quali cose, per l’amor di Dio”, disse sempre più interessato Barberini.

“Vostra Eccellenza sa che non è nostro compito interrogarli in proposito”, rispose pronto padre Carmelo “essendo la nostra giurisdizione ben separata dalla vostra e da quella milanese. Sappiamo però che si trovano a Roma, in questi giorni”.

“E voi pensate…Si, insomma, credete che sia il caso di farli condurre davanti a noi?” chiese sua Eccellenza Barberini, col tono del finto tonto, avendo in realtà ben inteso che quei due gli venivano graziosamente offerti dai due gesuiti, i quali, probabilmente già sapevano cosa avevano da riferire. Ma il ministro del Sant’Uffizio era uomo accorto e di troppo lunga esperienza, per non apprezzare la finta discrezione con cui i gesuiti mostravano di voler restare fuori da quella faccenda.

“Se a vostra Eccellenza piacerà…Potrebbe darsi che i due in questione abbiano da rivelare cose di un certo interesse”, disse padre Carmelo, ormai sicuro che la conversazione aveva preso il giusto verso.

“E così sia!”, esclamò Barberini. “Spero che voi sappiate indicarci dove rintracciarli, e che vogliate riferirlo alle mie guardie”.

“Occasionalmente sì”, rispose padre Carmelo con un sorriso compiaciuto che non riteneva più di dover nascondere. “I nostri confratelli di Milano ci hanno fatto sapere dove alloggiano”.

Due ore dopo, Pietro Borromeo e Clarissa Lorenzon furono condotti al cospetto di sua Eccellenza Barberini e dei due scrivani incaricati di redigere le loro testimonianze.

I due gesuiti, nonostante le blande insistenze del ministro perché assistessero all’interrogatorio, declinarono l’invito, facendo presente che sarebbe stato fuori luogo e fonte di confusione il loro rimanere in quella stanza. Prima di andarsene, però padre Carmelo volle suggerire una raccomandazione:

“Questi due giovani appartengono a nobili famiglie, e per quanto ci consta avrebbero qualche motivo di pentimento per cose passate. Se vostra Eccellenza riterrà che possano servire alla causa della Santa Chiesa, perdonarli farebbe felici gli amici che da Milano hanno permesso quest’incontro”.

Barberini aveva accennato un sorriso che voleva essere di condiscendenza, anche se in cuor suo si riprometteva di vederci chiaro e si riservava un giudizio per la fine del colloquio. Dei gesuiti, come molti ecclesiastici romani, diffidava. E anche se nessuno poteva con sicurezza collocarlo in questo campo o in quell’altro, per via dell’acclarata prudenza, sua Eccellenza non si nascondeva di avere una certa simpatia per la parte francese dei contendenti. Non foss’altro perché, in quanto decano del Sant’Uffizio, sapeva che l’invadenza spagnola avrebbe aperto la strada agli uomini dell’Inquisizione e al dilagare del loro potere nelle Sacre Stanze.

Quando gli scrivani ebbero finito di registrare i nomi della coppia e tutti i dati che li riguardavano, disse con apparente noncuranza:

“Dunque cosa avete da dirci di così importante da aver scomodato la Compagnia di Gesù e distolto noi stessi da gravosi impegni?”

I due si guardarono per un attimo, forse sorpresi da quell’accoglienza così poco lusinghiera. Quindi Pietro disse:

“Vostra Eccellenza, non ci saremmo risolti a disturbarvi se non fossimo venuti a conoscenza di fatti gravi, di pericoli mortali per la Chiesa”.

“Bene, sentiamo allora”, fece Barberini mantenendo un tono distaccato. “Ma sentiamo dall’inizio. Com’è che i figli di due nobili casate, come mi dicono, avrebbero a che fare con i destini della nostra amata Chiesa?”

“La passione giovanile, vostra Eccellenza, la passione giovanile e il malefico invaghimento di idee malsane ci hanno portato su questa strada. Tutto è cominciato quando per le oscure circostanze del destino sia io che la mia promessa sposa siamo entrati in contatto, tramite certi amici di Roma, con un gruppo di giovani studiosi dell’università la Sapienza. Una compagnia di menti brillanti, studiosi della filosofia e delle scienze più avanzate, delle belle lettere e della poesia. Ne restammo affascinati, senza quasi renderci conto che in quella compagnia non pochi perseguivano in realtà lo scopo di sovvertire le regole della Santa Chiesa. Era una cattedra di discussioni e di confronti nella quale ogni spirito giovanile che agogni alla conoscenza poteva trovare soddisfazione. Ma l’iniziale confronto di idee e conoscenze, ben presto si trasformò in un circolo che si prefiggeva con azioni eclatanti di diffondere in tutta Italia la rivolta alle regole stabilite.”

“E quali sarebbero queste regole tanto invise da essere abbattute”, disse Barberini, che in realtà era bene a conoscenza di quel che andava dicendo il giovane.

“Quelle del Decoro, stabilite anni fa dal cardinale Paleotti, che riguardano le arti, ma anche l’Indice dei libri e delle opere letterarie”, rispose Pietro. “Si diceva, in quelle riunioni alle quali sventuratamente partecipavamo, che erano regole infami, che andavano contro la libertà degli uomini e che non avevano altro scopo che di tenere sotto il giogo le menti più vivaci. Il cuore di questa ribellione era a Roma, dove i più decisi e spericolati, avevano costituito questo circolo, detto del Tarlo. Lì vennero ideate le più clamorose azioni sovversive di cui certamente vostra Eccellenza è a conoscenza. Da Milano a Firenze, da Lucca a Salerno, da Napoli a Roma, la Rete, così cominciammo a chiamarla noi affiliati, osò sfidare la Sacra autorità della Chiesa.”

“Avrete molti nomi da denunciare, dunque”, disse Barberini.

“Certamente, è quel che ci prefiggiamo, anche se la cosa ci ripugna. Ci siamo risolti a farlo per espiare le nostre colpe…Siamo stati tra i più attivi promotori delle azioni blasfeme. Di quelle di Firenze, in particolare, ci occupammo personalmente”.

“Se questa sia la via per la vostra espiazione, saremo noi a doverlo giudicare”, disse secco Barberini. “E non so se basterà denunciare i vostri sodali in queste azioni criminali…Molto di quel che ci avete finora raccontato ci era noto. Anche se qualcuno pensa che noi qui si dorma.”

“In realtà, vostra Eccellenza, quel che ci ha spinto a confessare le nostre colpe è qualcosa di molto più grave.”

“Siamo qui per ascoltare. Parlate dunque.”

“Sarete certamente a conoscenza di quel libello che giorni fa è stato sequestrato dopo il fatto di sangue in cui è rimasto ucciso quel tal Lupo…”

“Certamente, appunto”, disse il ministro, a cui non andava per nulla a genio il modo disinvolto con cui gli si rivolgeva il giovane. “Mi stupisce assai, invece, che voi siate a conoscenza dell’accaduto. Quel fatto doveva restare segreto…”

Pietro finse di non aver sentito e proseguì:

“Un giorno della passata primavera, quasi al volgere dell’estate, io e Clarissa ci trovavamo a Roma, ospiti di certi parenti, quando ci avvisarono che in casa di un socio dell’Accademia del Tarlo, ci sarebbe stata una riunione. Non vi erano più di dieci persone, molti di meno di quanti aderenti contasse l’Accademia. Il fatto è, come vi ho detto, che si era andato formando, dal vasto gruppo iniziale, un nucleo più ristretto, che era formato dai più decisi e spericolati”.

“E voi eravate tra questi decisi e spericolati, mi sembra”, lo interruppe Barberini.

“No, no”, s’affrettò a dire la donna che fino a quel momento se n’era rimasta in silenzio. “Loro pensavano che noi lo fossimo, ma era solo curiosità, la nostra”.

“Una curiosità che si può pagar cara, delle volte”, ammonì Barberini; “Comunque ora ci interessa più quel che accadde in quella riunione, di voi parleremo dopo”.

“C’era questo Meo, che avevamo incontrato altre volte, e che a dire la verità non ci era sembrato tra i più fervorosi per la causa. Quella volta, però, sembrava il più deciso. Ci mostrò un manoscritto e ci disse che aveva questo progetto: raccogliere in quelle pagine le idee dell’Accademia, elaborarle fino a farle diventare dottrina da diffondere poi in ogni dove. Quel libro, disse, doveva diventare la Bibbia degli artisti e degli uomini di scienza. Il credo politico con cui contrastare l’avanzare dell’Inquisizione.”

“Una bella bestemmia”, disse quasi tra sé Barberini, e non si sa se si riferisse più al fatto che la sacra Bibbia era stata nominata a quel modo, o all’incredulità circa quei sistemi per contrastare l’Inquisizione. “Comunque” aggiunse “fin qui non v’è nulla che ci abbia stupito”.

“Sua Eccellenza ha ragione” disse Pietro “e anche a noi, fin lì, la cosa non parve eccezionale. Di libretti scritti e diffusi contro l’autorità dello Stato o della Chiesa, se n’erano già visti tanti. Perciò non capivamo l’entusiasmo dimostrato da Meo, che volle leggerci le pagine di cui andava più orgoglioso”.

“Mi state dicendo che era tutta farina del suo sacco?”, disse dubbioso Barberini.

“Così faceva capire lui”, rispose Pietro. “A noi però questo interessava poco. Così come, in verità, poco interesse aveva suscitato in noi il contenuto del libro. Avrete certamente visto che non si tratta che di discorsi astratti, concetti semplici, persino ingenui, ma forse scritti proprio per conquistare persone semplici …”

“Ho visto, ho visto” rispose irritato il ministro, che dava chiari segni d’insofferenza alla sicumera di Pietro. “E voi siete venuti qui, oltre che per auto denunziarvi, per rammentarmi il contenuto di un libercolo che ho letto ben cinque volte?”

“Abbia pazienza, vostra Eccellenza…” tentò di replicare Pietro. ma Barberini diede un sonoro sbuffo e gli disse:

“Sentite, non siete voi chi debba dire di aver pazienza a un ministro del Sant’uffizio. E io finora non ho avuto nulla da voi che mi convinca a trattarvi men che un criminale.”

“Vi chiedo scusa, Eccellenza, ma quando avrete sentito il resto, credo che sarete più indulgente con noi”, disse Pietro, facendo un sorriso a Clarissa e suscitando un moto d’insofferenza in Barberini che dava segno di non sopportare più l’arroganza del giovane.

“Arrivate al dunque, orsù”.

“Due settimane fa incontrammo a Milano un giovane studioso di aritmetica conosciuto fin dalle prime frequentazioni dell’Accademia, con cui avevamo stretto amicizia. Era sconvolto, terrorizzato. Ci disse di aver scoperto un terribile segreto contenuto nel libro. Un segreto che gli era stato rivelato da un membro della cerchia di Meo e che avrebbe potuto perderci tutti.” Così dicendo Pietro prese da una borsa che Clarissa portava a tracolla una copia del libro, l’aprì all’ultima pagina e lesse:

Diletti compagni, giunga e convinca il nostro ragionare perché importante e raccomandabile. Come preghiera che rudemente ci causa la gioia, la tenacia ad hoc dobbiamo guidare senza nessuna paura lacrimevole per unire i rocciosi ed eroici artisti. Resistano come zanne affondate con impeto glorioso le voci dei giovani della vera Italia, e gli empi rapaci ruzzolino trafitti gelidamente dagli hidalgo come noi. Questo non è, vogliamo dirvi, un invito che porti gravi conseguenze rispetto al nostro giusto rivendicare, perché esso è veramente il risoluto dettato contro l’ostile nostro nemico. Che egli riconosca gli errori è raro, ma, giuriamo, le vostre e le nostre reazioni sapranno zittirlo. Nel resto d’Europa altri tuoni come voci si ergono per condannare lo scempio che vuol perpetrare la vile restaurazione. Noi contrasteremo le loro convinzioni con tutto il vigore. L’enunciato è: hic et nunc.

Sua Eccellenza Barberini guardò Pietro con aria interrogativa.

“Parole senza capo né coda. E’ questo, infine, il segreto che vantate di conoscere? Questo delirio senza costrutto?”.

Pietro si schiarì la gola, quindi lasciando passare una pausa che sembrava studiata apposta, prese un foglio che Clarissa gli porgeva e lesse con una certa solennità:

Il papa va incontro alla fine. Nella notte di Natale aiutiamo la nera falce liberatrice.

“Ecco” disse Pietro “il significato nascosto di quel che vostra Eccellenza chiama con ragione un delirio. Un delirio solo apparente, però. Perché in realtà cela un messaggio di morte per il Papa. L’avviso ad alcuni, segreti adepti della Rete, che nella notte di Natale, durante la santa Messa, qualcuno tenterà di uccidere sua Santità Clemente VIII.”

Barberini aggrottò le sopracciglia e con una smorfia interrogò i due. Pietro, che si aspettava la reazione del ministro, gli porse allora un altro foglietto. Sua eccellenza lo prese e tentò di leggere quel che vi era scritto. Ma subito, con un grugnito d’impazienza, lo gettò sul tavolo.

“Vi avverto che non tollero gabbole. Potrebbe costarvi caro, molto caro, prendervi gioco di me.”

Sua Eccellenza aveva ben motivo d’essere seccato. Nessun essere umano poteva dare un senso a quell’insieme di lettere alfabetiche che sembravano gettate sulla carta dalla mano di un pazzo.

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Fu allora che Pietro continuò in quella che sembrava sempre più a sua Eccellenza una rappresentazione perfettamente preparata.

“Il nostro amico, in verità, era a Milano perché doveva consegnare questa incomprensibile missiva agli adepti della Rete in quella città. E accanto a questa, ma ben separato, di modo che nessuno potesse collegare i due scritti, avrebbe dovuto” disse Pietro facendo scivolare verso sua eccellenza un altro biglietto – consegnare questo.”

XXXV criptosistema, Joannes Trithemius, Steganographia

Letto il contenuto del biglietto, sua eccellenza Gaetano Barberini ebbe come un irrefrenabile moto della testa, un cenno d’assenso prolungato durante il quale tutto gli si fece chiaro nella mente.

Quando la coppia se ne fu andata, con l’ordine di non lasciare Roma pena un bando di ricerca, sua Eccellenza chiamò uno dei segretari.

“Recatevi in biblioteca, e portatemi subito il libro di Joannes Trithemius che ha per titolo Steganografia. Subito!”

Poco dopo Barberini leggeva dal libro di Trithemius:

XXXV criptosistema: comincia con una parola chiara, cui segue una cifrante, la cui lettera iniziale è trasposta nella lettera sedici dell’alfabetto normale”.

Gli ci volle un po’ di tempo a sua Eccellenza Barberini per riuscire a decifrare con quel sistema l’ultima pagina del libro. Quand’ebbe finito e constatato che quel che gli aveva detto quella strana coppia corrispondeva al vero, appoggiò, sfinito, le braccia sulla scrivania. Trasse un sospiro, sua Eccellenza, nel tentativo di mettere ordine nel tumulto di pensieri e deduzioni che gli aveva invaso la mente.

“Inviate subito un messo a Castel Sant’Angelo”, ordinò al segretario. “Sarò lì tra un’ora.”

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