Ho un libro in testa

16lug
2012

Gabriele Dadati smonta “Lettera dal deserto” di Göran Tunström

Gabriele Dadati analizza Lettera dal deserto dello scrittore svedese Göran Tunström. Gabriele è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni lunedì mattina. Per sapere che cos’è Catene di smontaggio leggi la prima puntata qui.

CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

Si può anche sostenere che scrivere serva a riempire dei vuoti. Ci sono tutte le narrazioni che ci hanno preceduto che insieme costituiscono un’enorme costellazione, un tessuto fatto di storie, e qua e là ci pare di scorgere dei vuoti. Lì, per istinto, tendiamo a collocare nuove vicende. Che poi i buchi siano reali oppure che la nostra conoscenza della mappa sia solo parziale, questo è un altro paio di maniche.

Detto questo, una storia piena di buchi è senz’altro quella di Gesù di Nazareth, soprattutto se ci si tiene ai Vangeli canonici. Anzi, più che buchi si tratta di una vera e propria voragine, che si apre tra la nascita e la predicazione, con rari episodi intermedi. E così sono tanti i narratori che nei secoli si sono misurati con quell’horror vacui.

L’ha fatto anche lo svedese Göran Tunström, di cui Iperborea ha appena tradotto Lettera dal deserto. A parlare è, in prima persona, proprio Gesù, che durante i 40 giorni di ritiro nel deserto ripercorre tutte le tappe della sua educazione umana, sentimentale e spirituale. Con piccoli balzi tra una frase e l’altra (le frasi di Tunström, a ben vedere, spesso sembrano cocci riaccostati a mimare il vaso di cui facevano parte prima che si infrangesse: come è del resto di gran parte della prosa sacra antica) Gesù racconta la sua storia di peccatore e di uomo, che rifiuta l’investimento a Messia che gli preannuncia Giovanni quando sono ragazzini, e che si arrende a esserlo solo al momento del battesimo nel Giordano, quando “tutto si spalancò e io riconobbi il nostro volto comune di tutti i sogni e dissi il mio Sì. Per entrambi. Per tutti coloro che si trovavano lì sulla riva”. Solo a questo punto Gesù è il figlio prediletto di Dio, è Dio.

Ma Tunström, che pure fa sul serio, vuole dirci che il Gesù di cui leggiamo è solo un Gesù di romanzo, non quello “vero” dei testi canonici. E come lo fa? Lo fa disseminando il testo di piccoli o grandi segni d’irrealtà. Quelli piccoli sono la presenza di pomodori o di tacchini o di pantaloni, di cui ci accorgiamo a stento come antistorici, oppure quelli più grandi, come il trasporto nella Galilea di quel dì delle due figure di Smirne Sabbatai Zevi e di Natahan di Gaza, personaggi sì storici, ma seicenteschi.

È bello, è brutto questo romanzo? Più che altro, dice cose vere, come l’ultima considerazione di Gesù prima che il romanzo finisca: “Io vi dico: è l’amore che manca”. Una cosa vera da secoli.

Categorie: Catene di smontaggio

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