Ho un libro in testa

29lug
2012

Brutte nuove. Il romanzo che puoi leggere qui

Ogni domenica, Marco Corrias, giornalista e scrittore, pubblica uno o due capitoli del suo romanzo storico, inedito e ancora senza titolo, per coinvolgere tutti voi lettori in una sorta di editing collettivo. Insomma, riscriviamo insieme questo romanzo. Ma potete anche solo gustarvi il piacere di seguire puntata dopo puntata la nascita di un romanzo.
Per
la trama clicca qui. Per i capitoli precedenti clicca in fondo su Categorie: Il romanzo di tutti: un editing collettivo.

Capitolo 37
(dove si racconta di un assassinio nella neve)

La neve era caduta abbondante quella notte del 3 di novembre. Una nevicata improvvisa, inusuale prima dell’estate di San Martino. I primi fiocchi erano cominciati a cadere nel tardo pomeriggio e a sera Roma era tutta imbiancata. Il campanile di Santo Stefano aveva appena battuto la ventitreesima ora e il capitano Wolfang Craudes, alla testa delle sue cinque guardie, marciava con passo pesante attento a non scivolare sulla neve fresca. Pensava alla moglie Linda che di lì a qualche giorno gli avrebbe dato il primo figlio.

I colori accesi delle mantelle degli svizzeri spiccavano nel paesaggio bianco carico di silenzio. La pattuglia si muoveva composta, nella regolarità della ronda che ogni notte, a quell’ora, proveniente dall’ingresso della piazza del Sant’Uffizio, attraverso la piazza del Forno, arrivava fino al cortile di San Damaso.

Il capitano Craudes, come d’abitudine, una volta entrato nel cortile, intimò l’alt ai suoi uomini. Una pausa che gli serviva per volgere lo sguardo intorno, lungo le tre logge e per accertarsi che la sentinella posta alla base dello scalone che conduce agli appartamenti papali fosse al suo posto.

La prima cosa che il capitano notò fu una chiazza scura là dove, a una quindicina di passi, avrebbe dovuto trovarsi la sentinella. Allo stesso tempo il capitano s’accorse che la neve, uniforme per tutto il resto del cortile, a partire da quel punto appariva calpestata e s’apriva in una sorta di sentiero formato da solchi. Come se, balenò in mente al capitano mentre si avvicinava, due o tre, o forse più uomini, avessero trascinato qualcosa o qualcuno.

“Chi va là”, disse d’istinto, ma si accorse con un po’ di vergogna, di aver emesso solo un sussurro. Quasi avesse riluttanza, prima di capire, a svegliare il Sacro Palazzo.

Nessuno rispose al “chi va là”, ed egli non s’aspettava risposte, mentre guidava la pattuglia lungo il calpestio, che rasentava quasi per intero la loggia occidentale e terminava a tre quarti di quella.

Il capitano Craudes non si stupì di trovare sotto il loggiato il corpo della sentinella. Si stupì, invece, che accanto ad esso giacesse un altro cadavere. Era quello, ancora caldo, di sua Eccellenza Gaetano Barberini.

Il valletto aprì la porta e s’affacciò nell’anticamera.

“Potete entrare. Sua Eminenza v’attende”, disse a Julius.

Il cardinale Del Monte, appoggiato ai cuscini che coprivano lo schienale del letto, il corpo per metà sotto le coltri, guardò con aria assonnata Julius.

“Cosa è accaduto di così grave, dunque, da svegliarmi nel pieno della notte?”

“Brutte nuove ci giungono dal Vaticano. Sua Eccellenza Gaetano Barberini è stato ucciso.”

Il cardinale Del Monte si segnò, giunse le mani e fece cenno a Julius d’inginocchiarsi. Quando la breve orazione fu terminata disse:

“Cosa sappiamo di certo”.

“È accaduto qualche ora fa. Tra due ronde, prima di mezzanotte, nel cortile di San Damaso. Hanno sgozzato la sentinella, poi ne hanno preso il posto e hanno atteso Barberini. Anche lui è stato sgozzato e trascinato sotto il loggiato occidentale.”

“Che andava a fare a quell’ora Barberini dal Papa?”, disse Del Monte, e più che una domanda a Julius sembrava rivolta a sé stesso.

“Sua Santità l’aspettava per le undici”, rispose Julius. Fino a quell’ora doveva restare con i suoi ospiti, banchieri e mercanti portoghesi, che aveva invitato a cena. Sappiamo che Barberini aveva dovuto molto insistere con i segretari di sua Santità per essere ricevuto al più presto.”

“E ieri stesso aveva avuto questo colloquio con quei due milanesi…mi avete detto”, rifletté il cardinale.

“Già”, si limitò a dire Julius, con un certo orgoglio. Dopo l’avvertimento del cardinale s’era fatto punto d’onore di non perdere di vista Pietro e Clarissa, quando fossero giunti a Roma.

“Aveva una grande fretta il nostro povero amico Barberini”, disse Del Monte. “Voleva incontrare anche noi. Doveva venire qui domattina di prim’ora. Cose gravi, mi aveva preannunciato con un messo. Non ha fatto in tempo a rivelarcele, ma noi queste cose le dobbiamo conoscere al più presto, perché ho timore che ci riguardino da vicino.”

Del Monte scese quindi dal letto e sedette allo scrittoio. Nel consegnare il messaggio a Julius, gli disse:

“Il comandante in seconda degli svizzeri è un nostro buon amico. Presentategli questo, se sa qualcosa ce lo dirà. Ma siate prudente. Nessuno deve sospettare che siamo interessati a quel che è accaduto.”.

Un’ora dopo Julius, accompagnato da due valletti del cardinale, giunse alla porta di Sant’Anna. Mostrò le credenziali, quindi, mentre i valletti attendevano al corpo di guardia, accompagnato da un soldato svizzero che reggeva una fiaccola, s’inoltrò a piedi nella distesa dei Prati del Belvedere, già bene illuminati dal lucore della neve.

“Ecco, è qui”, disse il soldato, una volta arrivati davanti a tre scalini in cima ai quali c’era un portone chiuso. Nel salire gli scalini Julius si rincuorò: da una fessura della porta s’intravedeva un po’ di luce, segno che il comandante Harmin Moenius era in piedi. Julius bussò. Dall’altra parte si udì una voce rocca.

“Chi va là”.

Julius disse il suo nome e aggiunse a voce più bassa:

“Vengo in pace, a nome di un comune amico”.

La porta si schiuse e apparve la barba rossiccia del comandante Moenius. Anche i capelli erano rossi e tanto lunghi da essere legati in una coda che arrivava a metà della schiena. Vestito solo di una tunica di lana grezza che gli lasciava scoperte le braccia, Moenius era grosso come solo i montanari sanno essere. Gli occhi azzurri, un cielo di ghiaccio, scrutarono Julius, e solo dopo che questi ebbe, a bassa voce, fatto il nome del cardinale, il comandante si fece da parte e lo fece entrare.

Sedettero su due sgabelli accanto al camino, dove alcuni ciocchi cominciavano allora ad essere presi dalle fiamme.

“Brutta notte, tra freddo e sangue”, disse Moenius, che doveva essere appena tornato a casa e aveva e intuito il perché di quella visita.

“Sua Eminenza è molto preoccupata per il sangue che è stato versato in questi luoghi sacri”, disse Julius, “La vostra povera sentinella, che sia in paradiso, non l’aveva mai vista, ma promette una messa dedicata alla sua anima. Per Sua Eccellenza Barberini, invece, si può dire che nutrisse sincera amicizia…Sua Eminenza sarebbe felice di poter essere d’aiuto a individuare le bestie che hanno commesso un simile delitto. Ma per farlo si ha bisogno di qualche particolare, mi capite, un’osservazione, un dettaglio…”

Moenius, si grattò con furore la barba, quindi avvicinò i palmi delle mani alle fiamme che ora salivano vivaci.

“Uhmm! Mi sembra tutto un bel grattacapo. Un piano ben studiato, anche se all’evidenza affrettato. Barberini doveva per forza morire questa notte. Non si capirebbe, se no, il rischio corso dagli assassini.”

“Beh, a quell’ora non è che in san Damaso vi sia un gran via vai”, disse Julius, più per mostrare la sua perspicacia che per reale convinzione. E infatti Moenius lo corresse subito.

“Eh no! Quello è uno degli ingressi più frequentati dell’intero palazzo apostolico, fino a tarda ora. E poi non dimenticate che il Papa aveva ospiti eccellenti a cena. Tutta gente che arriva scortata dai propri armigeri. Bastava un nulla per incontrare qualcuno.”

“Gente che conosce bene il palazzo, dunque”, chiese Julius dando per scontata la risposta.

“Di sicuro. E gente che sapeva con certezza dell’arrivo di Barberini.”

“Ma si è capito cosa avesse da fare, di tanto urgente, Barberini da Sua Santità?”

“Chi può dirlo…” rispose Moenius. “E’ presumibile che lo stesso Papa Clemente non lo sapesse. Non voleva riceverlo, mi ha confidato uno dei segretari, e il ministro ha dovuto insistere…”

“Ma voi, che siete arrivato tra i primi sul luogo, dico, avete notato qualcosa di strano?”

Beh, se strano può dirsi un libro…”

“Un libro?”, chiese Julius.

“Sì, un libro. Era appoggiato tra il braccio e il fianco destro del morto. Ma in un modo strano. Come se qualcuno l’avesse messo lì a bella posta. Ne uscivano, dalle pagine semiaperte, quattro fogli. Mi sono fatto l’idea che quel libro e quei fogli sua Eccellenza li tenesse in una borsa che evidentemente portava con sé, visto che l’abbiamo ritrovata accanto al cadavere.”

“Un libro e dei fogli, eh? E per caso, avete potuto vedere di che si trattava?”, chiese Julius.

“Molto di fretta, giacché subito dopo sono arrivati degli uomini che si sono portati via tutto. Il libro mi pare che avesse per titolo qualcosa come “Lo spudorato pudore”. In quanto ai fogli, in uno v’era solo questa frase: Il papa va incontro alla fine. Nella notte di Natale aiutiamo la nera falce liberatrice. Il secondo conteneva una serie di lettere senza senso. Nel terzo c’era questa frase oscura: XXXV criptosistema, Joannes Trithemius, Steganographia. Per quanto riguarda il quarto, ho potuto leggere solo l’ultima riga: Dio mi è testimone che questa è l’unica vera verità. E una firma: che non ho saputo comprendere per intero. Ma, come dicevo non ho potuto leggere oltre…”

“E chi erano quegli uomini di tale autorità da impedire a un comandante delle guardie di Sua Santità di leggere oltre?”, disse Julius.

“Oh, erano comandati dal primo segretario del cardinale Bellardito. E voi sapete che davanti al Sant’Uffizio tutti devono fare un passo indietro.”

Julius annuì. Moenius allora, come stesse rivivendo quei momenti concitati, continuò.

“Se devo dirla tutta, dev’essere stato proprio quel foglio che io leggevo ad allarmare il segretario di Bellardito. Fino a quel momento sembrava non gli importasse granché che io e i miei sott’ufficiali frugassimo tra quei documenti. Poi quando mi hanno visto con quel foglio in mano, si sono avvicinati e letta la firma me lo hanno strappato di mano. Si, sembravano proprio sorpresi della presenza di quel foglio tra le carte di sua Eccellenza Barberini».

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