Ho un libro in testa

05mar
2013

Carlo Zanda: vi racconto la Spoon River di Hermann Hesse

Incontriamo l’autore di Un bel posticino (Marcos y Marcos). Parla del suo libro e vi invita il 9 marzo a Montagnola, dove Hesse ha vissuto. Premetto subito: Carlo è mio marito, la Chicca a cui accenna sono io. Questo libro è nato da una gita fatta assieme, in un cimitero molto particolare…

Foto di Davide Musso

HESSE, SPOON RIVER E FABRIZIO DE ANDRÉ
di Carlo Zanda

Quando incontro un amico che ha saputo di Un bel posticino, la prima cosa che mi chiede è come mi sia venuta l’idea. E so che intanto si domanda se sia tra i milioni di persone sparse nel mondo che quand’erano ragazzi hanno letto Siddharta restando immancabilmente sedotti dal guru Hermann Hesse. Allora, visto che siamo tra amici, chiarisco subito che anch’io a suo tempo ho letto Siddharta e Narciso e Boccadoro ma che, a causa di un’allergia a qualsiasi forma di entusiasmo fideistico che mi porto appresso da quand’ero in fasce, non ho mai pensato che Hesse fosse il portavoce della mia generazione, un profeta o un guru per l’appunto.

Ripensandoci, è stato forse proprio questo fatto a mettermi nella giusta condizione mentale per affrontare nel modo migliore la ricerca a Montagnola, il paese ticinese dove Hesse ha vissuto dal 1919 al 1961, quando è morto, e che io conoscevo solo di nome – per via del suo illustre ospite – sino a che non mi è capitato di visitarlo qualche anno fa con Chicca, durante una breve vacanza sul lago di Lugano decisa all’ultimo momento per sfuggire al caldo insopportabile che in quell’agosto faceva a Milano. La visita a Montagnola era scontata. Un po’ meno quella al cimitero di Sant’Abbondio, dove scoprimmo che Hesse era sepolto. Ma la fortuna era dalla parte nostra, così entrammo. Era pomeriggio inoltrato e la luce sulla Collina d’Oro cominciava ad assumere quelle morbide tonalità che per esempio rendono unica la campagna toscana ma che mai immagineresti di associare alla Svizzera.

Il cancello era aperto, i vialetti deserti e silenziosi. Per arrivare alla tomba di Hesse e di sua moglie Ninon, che si trova in un angolo lontano dall’ingresso, occorreva passare davanti a decine di lapidi e fotografie ingiallite dal tempo: volti di contadini, di architetti, di borghesi, di artisti, di proletari, di aristocratici, di intellettuali… Volti ticinesi, tedeschi, francesi, italiani, russi… Sì, perché la Collina d’Oro, a dispetto delle poche migliaia di abitanti, per lo più contadini, a partire dagli inizi del Novecento, quando vi andavano in vacanza personaggi famosi come Igor Stravinski o Sergei Diaghilev, è sempre stato un luogo cosmopolita e ricco di talenti. Non a caso Hesse lo aveva scelto per rifarsi una vita dopo le sofferenze della Prima guerra mondiale, le angustie familiari e la cronica mancanza di denaro. Dunque lì, a Sant’Abbondio, c’era il suo mondo, le persone che aveva conosciuto, di cui era diventato amico e che in modi diversi gli erano state vicine per quaratantré anni. Davanti alla sua tomba, il «bel posticino» da lui acquistato due anni prima di andarsene, è stato questo il pensiero che ha cominciato a lavorare nella mia testa.

Un pensiero fisso, tanto che ogni volta che passavamo da Montagnola chiedevo a Chicca di fare un salto al cimitero. Il cancello era sempre aperto e anche questo era un bel segno: come una città di vivi che non chiude mai, neanche di notte, anche il villaggio della memoria racchiuso in Sant’Abbondio restava sempre aperto.

Tornati a Milano, il libro che andai subito a cercare non fu quindi Siddharta ma l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. (E qui devo due ringraziamenti: a Fernanda Pivano, che con la sua traduzione ha reso Spoon River tanto popolare in Italia, e a Fabrizio De André, che con Dormono sulla collina ne ha fatto un capolavoro in musica). Una nuova Spoon River con al centro Hermann Hesse, questa l’idea. Un’idea possibile? Che fosse possibile, non ne ero certo. Che valesse la pena tentare, sì, non avevo dubbi, perché quello di Hesse è forse un caso unico nel panorama della grande letteratura, il caso di uno scrittore la cui biografia è racchiusa nel cimitero dove è sepolto.

Mi trasformai nello scalpellino Richard Bone.

 

Quel che mi è accaduto dopo è riassumibile in tre parole: fortuna, pazienza e gentilezza. La fortuna di trovare abbastanza presto la strada giusta. La pazienza che richiede ogni ricerca che parte dal nulla. La gentilezza delle famiglie che ho incontrato e che hanno condiviso con me ricordi, fotografie, testimonianze. Se alla fine infatti  La Spoon River di Hermann Hesse ha potuto prendere corpo lo si deve alla sensibilità di una comunità che ha creduto nel progetto di salvare la memoria collettiva di un mondo altrimenti condannato all’oblio. Poi è andata come nel gioco del domino: ogni incontro ne portava un altro e così via sino alla fine del libro.

Sabato prossimo Un bel posticino torna a Montagnola, da dove è partito, per la sua prima presentazione in Ticino. Ma non sarà una presentazione tradizionale perché io non sarò dietro a un tavolo e a parlare saranno soprattutto i protagonisti del libro attraverso i figli e i nipoti che hanno collaborato alla ricerca. Ci saranno anche i grandi vecchi di Montagnola, gli ultimi testimoni diretti del mondo di Hermann Hesse. E sarà questa la prima volta anche che la comunità che accolse l’autore di Siddharta novantaquattro anni fa si ritroverà insieme per ricordarlo.

La presentazione avverrà in una sala concerti e una pianista eseguirà, sulla base di spartiti emersi durante la ricerca, brani di Robin Brown, il piccolo Mozart della Collina d’Oro che a quattro già componeva musica degna delle prime pagine dei giornali di lingua tedesca. Robin morì nel 1934, a 17 anni, dopo aver resistito alle pressioni che avrebbero voluto fare di lui l’erede dell’impero industriale di famiglia. L’ho scelto come figura simbolo della Spoon River della Collina d’Oro per il suo talento e perché la sua breve vita incrociò non banalmente quella di Hesse. Fu infatti Hesse a presentare alla famiglia Brown il suo amico Hugo Ball, il fondatore del Dadaismo, perché trascrivesse la musica che il piccolo Robin creava.

Eccolo Robin.

E questo è l’invito per sabato, se vi è venuta la curiosità di venire.

 

Il blog di Carlo è Ritorno a Despina.

 

 

 

Categorie: vi racconto il mio libro

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