Ho un libro in testa

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Luca Soverini ci fa leggere il suo racconto che ha vinto il primo premio del Concorso per il Racconto sportivo del Coni. Un racconto che ci porta sott’acqua, in una danza ipnotica.

LA RAGAZZA CHE SCENDEVA SOTTO I MURI
di Luca Soverini

 « … andai così forte che pensai di morire.

Da allora, ai blocchi per gare superiori ai 200 la testa vaga per conto suo

e non riesco a controllarla»

 (Federica Pellegrini)

«Tra le piante utilizzate contro gli attacchi di panico: la passiflora che ha un effetto molto blando, la valeriana, ottima anche contro l’insonnia, l’iperico efficace soprattutto in presenza di depressione»

 (da un blog fra le onde di internet)

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Nasce oggi Rizzoli First, la collana di e-book a 4.99 euro, romanzi inediti che vengono prima pubblicati in digitale e poi su carta. Una novità editoriale e una nuova autrice: Giulia Ottaviano, che esordisce con L’amore quando tutto crolla, pubblicato contemporaneamente anche in inglese, in Europa e negli Stati Uniti. Giulia ci fa leggere un suo racconto. Buona lettura.

Chi è l’autrice Nata nel 1987 a Cittadella, in provincia di Padova, è cresciuta fra Roma, Catania e Milano, dove vive. Ha frequentato la scuola Holden e nel 2009 è stata selezionata per le Prove d’Autore di Esor-dire.

LA NOSTRA PRIMA ESTATE
racconto di Giulia Ottaviano

«Posso andare al mare?» esordì Marianna in cucina, con indosso il minuscolo costume da bagno color porpora che avevamo comprato insieme a Milano. «Carino, no?» Fece una piroetta. Poi si fermò con una mano sul fianco, l’anca destra sollevata.

Le chiesi: «Te la ricordi la strada, sì?». Era una domanda stupida. Il paese era tanto piccolo che avrebbe trovato la direzione anche bendata. «Dalla pianta di gelsomino all’angolo della via a sinistra. Poi tutto dritto. Discesa. Piazzetta del paese. Leggi di più..

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Chiara Moscardelli è nata a Roma, ha 38 anni e lavora a Milano. Volevo essere una gatta morta (Einaudi) è il suo romanzo d’esordio.

 


VI DICO COME È NATO IL MIO LIBRO

Tutto nasce dalle mie disavventure, non solo sentimentali.
I miei amici spesso mi domandavano dove sarei andata in vacanza così loro si sarebbero messi al sicuro dall’altra parte del globo.
Il mio destino è sempre stato quello di trovare cadaveri nei bagni, incontrare guerriglieri zapatisti in Messico, andare in paesi dove improvvisamente scoppiano guerre civili, finire al prontosoccorso per ragioni assurde (una volta perché la cintura di sicurezza delle montagne russe non si è chiusa), sognare di fare l’amore per la prima volta con l’uomo della mia vita e ritrovarmi invece con uno sconosciuto incontrato in chat e per giunta con mutande ghepardate…
Allora mi sono detta che era giunto il momento di condividere tutto questo “patrimonio” di disavventure. Qualcuno mi avrebbe capita… chi come me è cresciuta negli anni ’80 a pizzette e merendine del mulino bianco aspettando il principe azzurro delle favole (io sto ancora aspettando) e chi alle feste rimaneva sempre in piedi al gioco della sedia ero certa mi avrebbe capita. E così è stato. Molti mi hanno contattato su facebook scrivendomi cose bellissime e ringraziandomi di avergli regalato un sorriso, un ricordo. Qualcuno ha anche trovato la forza di cambiare… sono stata una consolazione e una cura!!
ah l’amore…
Ecco perché ho scelto il capitolo del bacio. Dopo quel bacio tutto è cambiato (non so se in meglio o in peggio). Forse era meglio continuare a rimanere in piedi al gioco della sedia…

 

 

IL CAPITOLO CHE HO SCELTO PER VOI

 

Il bacio

 

Arrivata a casa di Rosa (cosí si chiamava la festeggiata, da Rosa Luxemburg, come seppi piú avanti) fui colta da un profondo sconforto. C’era tanta gente, troppa. Non conoscevo nessuno e fui tentata di chiamare mia madre per farmi venire a prendere. Che ci facevo io lí? Mi guardavo intorno e mi sentivo un’aliena. Perché tutti sembravano cosí a loro agio, tranne me? E che razza di vestito mi aveva comprato mamma?

Dio, come mi vergognavo. Cercavo di rendermi invisibile agli occhi degli altri (e forse lo ero senza dovermi sforzare). Speravo che nessuno mi notasse perché avrebbe sicuramente visto l’abbigliamento ridicolo e la pettinatura, con accessori che avrebbero fatto sembrare piú vecchia persino mia nonna.

Decisi che mi sarei chiusa in bagno simulando un attacco di dissenteria e avrei aspettato lí dentro l’ora in cui mamma mi sarebbe venuta a riprendere.

Con passo deciso mi inoltrai nel corridoio ma fui distratta dal tavolo del buffet. Il bagno poteva aspettare, c’erano cose piú importanti. Mi sedetti lí e iniziai a ingozzarmi di pizzette e tramezzini.

Ero seccata perché non c’erano i miei preferiti.

Allungai una mano per afferrare l’ennesimo e mi resi conto che qualcun altro stava facendo la stessa cosa. Era Matelda, la mia nuova compagna di classe. Era arrivata da pochi giorni ma non ci eravamo mai parlate prima.

– Scusa, – dissi io timidamente.

– Figurati.

Continuammo in silenzio a rubarci le pizzette a vicenda.

– Tu non balli? – le chiesi.

– Non ci penso proprio.

– Già, ti capisco. Io mi vergogno, poi tanto non mi invita nessuno.

– Io ho altro per la testa.

– E cioè? – le chiesi incuriosita. Leggi di più..

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In questo spazio gli autori scelgono per voi un brano da un loro libro.
Oggi incontriamo Alberto Pellegatta.

 

Alberto Pellegatta, nato a Milano nel 1978, lavora come giornalista e critico d’arte. Ha pubblicato Mattinata larga (Lietocolle 2000) e L’ombra della salute (Mondadori 2011).

 


Dall’introduzione Nel suo segno sottile e impeccabile, Alberto Pellegatta riesce a esprimere il senso di un’esperienza esistenziale sensibilissima, partendo spesso da grandi esperienze pittoriche. Tra queste, per esempio, gli oli veneziani di Turner, quelli che rappresentano la chiesa della Salute. Ma la sua lirica si addensa e arricchisce nella ricerca di corrispondenze con altre discipline ancora, dalla letteratura scientifica alla filosofia, oltre che con i maggiori modelli della poesia del Novecento. L’esito è quello di una precocissima maturità, segnata da un non comune, elevato rigore intellettuale e da un senso della parola che conferisce vari strati di profondità acuta al suo percorso.

 

 

Le parole dell’autore Il libro parte da una suggestione pittorica – gli oli veneziani di Turner, tra cui quelli che rappresentano la chiesa della Salute, di un informale ante litteram, estremamente materico – ma si sviluppa secondo un montaggio immaginativo. I testi, concepiti come autonomi e “indipendenti”, si inanellano per immagini, permettendo anche una lettura “random”. Ci sono altri richiami alla pittura moderna e contemporanea, da Chighine a Wols, da Piranesi al Salon des Refuses ecc. Ho forse ricercato corrispondenze con altre discipline, per esempio con la scienza – dalle lezioni all’Università di Giulio Giorello sull’Universo alla letteratura scientifica – con la filosofia, senza dimenticare la cronaca… Credo che, in qualche modo, ci sia anche qualcosa di “politico”.          Alberto Pellegatta

 

 

Due poesie scelte per voi da L’ombra della salute.

 

 

Ha alberi leggeri come elio, terre dure

per coscienza.

Sogna marmotte narcotiche mentre

il bianco dei boschi vira al gas.

Abbandona l’intenzione e

pulisce bene le formule.

 

*

 

Incomincia in un posto di mare

o in mezzo a una pianura stretta ai laghi,

crede che per vivere si debba aspettare

l’anno prossimo, l’oltre futuro dei morti.

Che sono muffe nere nella testa.

 

Mentre la salute è un mistero sconcio, meraviglioso

e, finalmente, senza futuro.

 

 

 

 

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Incontro con Matteo De Simone, autore di Denti guasti (Hacca edizioni). Un libro che tocca i nostri nervi scoperti. E scopre quelli coperti.

 

 

Perché l’ho scritto

Ho scritto Denti guasti nel tentativo di raccontare la società di serie B. Che non significa soltanto povertà ed emarginazione in senso stretto. La serie B siamo tutti noi che viviamo nel mondo reale e che restiamo serie B, emarginati, finché non abbiamo accesso alla serie A. La serie A è la televisione, quel miscuglio di cabaret, musica, politica, giornalismo, fiction, dove i diversi ambiti comunicano tra loro osmoticamente, in una giostra perpetua di scambio dei ruoli, seguendo meccanismi autonutrienti e un’estetica autoreferenziale che ne fa, nella percezione comune, una dimensione parallela, una realtà “migliorata”. Lì la fanno da padrone ideali di bellezza, edonismo, successo difficilmente realizzabili fuori dallo schermo. Un olimpo da noi disprezzato e insieme ammirato che ci condanna al senso di inadeguatezza e sempre di più, a un meschino culto inconscio della visibilità televisiva (di cui l’esposizione “facebookiana” non è che un surrogato) come forma di riscatto. È all’ombra della tv che vive Giulia, protagonista femminile del romanzo, vittima di quell’equivoco di percezione che ci innesca il desiderio di somigliare alla televisione anche quando è ormai diventata sotto ai nostri occhi la celebrazione quotidiana delle brutture umane (non era questo il progetto berlusconiano? Addomesticare una nazione insegnandole a puntare basso). Guardando la tv, che è la nostra rappresentazione peggiorata, proviamo tuttavia un’inevitabile, fisiologico desiderio di somigliare alla brutta copia di noi stessi. La tv è capace di proiettare sulle nostre vite colpevolmente normali (ma in realtà originali) la tristezza del surrogato che invece è in lei, uscendone modello sfavillante e invidiabile. Questo è l’incubo travestito da sogno dal quale non riusciamo a svegliarci.
Giulia ha una vita tragica, una famiglia distrutta, poca fiducia in se stessa. Sogna di partecipare a un famoso talent show e di vincerlo. Si identifica con la nuova stella del programma e lo fa con disarmante inconsapevolezza, come se quello fosse per lei l’unico orizzonte di futuro, l’unico deposito possibile per le sua speranze. Il brano che ho scelto di farvi leggere è il suo sogno, metà sogno e metà incubo. Non mi stupirei se qualcuno, leggendolo, non ci trovasse niente di strano.

 

Matteo De Simone

 

 

Ed ecco il brano di Denti guasti che ho scelto di farvi leggere:


Giovedì, ore 6.40

 

Giulia non stava ripassando.

Guardava on line i video di Caterina Samperri, che ieri sera ha vinto l’ultima edizione di “Un tram chiamato successo”.
Chiude la porta e si butta sul letto, faccia a faccia con il soffitto tappezzato di fotografie.
Un’idea di papà.
Caterina è immensa. Il pezzo di ieri sera le è entrato in sogno. E in sogno era lei a cantarlo, Giulia Benni. Aveva una voce pazzesca, un timbro molto ruvido, ma non aggressivo, più come felpato. Così lo definiva Grazia di Marco. Anche se poi si capiva che non era lei, non era Giulia ad aver vinto, ma Caterina Samperri. Però era anche lei. Insomma. Erano la stessa persona. Nel sogno, lei era Caterina Samperri e viceversa. Erano tutte e due in una sola persona, che però aveva la faccia di Giulia. O almeno così le sembrava dire il megascreen sullo sfondo. E tutti erano veramente contenti. Era stata la favorita dal pubblico a casa per tutta la stagione, ma gli altri non erano invidiosi per questo, nel sogno aveva un carattere d’oro, sempre una buona parola per tutti. Anche per questo il televoto a casa l’aveva premiata. Insomma, alla fine si scopriva, ma in segreto, lontano dalle telecamere, che Grazia di Marco era sua madre. Di lei, di Giulia, perché a quel punto Caterina Samperri non c’era più, era solo lei, Giulia Benni, unica star assoluta della trasmissione e della rete. Leggi di più..

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Ecco il brano che ho scelto per voi
«Non voglio più essere sposata, non voglio più la mia vita, non voglio essere… me.» L’ha detto, è riuscita a sputare le parole come un corpo estraneo. Ma non si sente meglio, si sente peggio, ha un groppo in gola, si schianta sulla sdraio. Roberta tace a lungo (Stanno diventando tutte matte?), poi mette mano alla generosità amicale: «Non è facile essere sposate dopo tanti anni. Lo sappiamo bene, noi due». Si rivolge a Velia con uno sguardo d’intesa, l’altra la fissa incredula. «Vuoi dire che anche tu e Roberto siete in crisi?» L’amica vuol fare l’amica, ma non mentire su qualcosa di così importante (Io e Roberto siamo a prova di bomba) e ripiega su un concetto più generico e perciò non così distante dal vero:«Anche noi abbiamo le nostre difficoltà, ma si superano, Velia». (Starà pensando alla noia dei rari momenti di sesso che il marito qualche volta pretende, insinuandosi sotto le coperte e scivolando nel suo corpo ripulito da qualsiasi pulsione, o all’eccitazione dei rari momenti di disaccordo sul prossimo investimento?)

«Voglio stare da sola, senza carichi familiari» spiega Velia a se stessa, prima che all’altra. Poi, spaventata dall’enormità stempera: «Almeno per un po’».

 

Dal romanzo Galline – Amore, amicizia, sesso e tradimento e 50 splendidi anni (Rizzoli).
Silvia Bergero ha lavorato presso diversi quotidiani e mensili, occupandosi di spettacoli e cultura.
Ha inoltre condotto programmi su Radio3.

 

 

Che cos’è Galline?

Cinque amiche nel fatidico segmento di età dei 50. Sono signore della borghesia milanese, chic senza problemi economici, vivono una vita all’apparenza votata al glamour in ogni circostanza. C’è chi è sposata con figli e chi figli non ne ha e non se ne rammarica, chi perde il lavoro, chi è divorziata e ancora cerca il grande amore e chi continua a cambiare amanti con la stessa nonchalance delle borse griffate.

L’età forte, però, presenta dei conti – quello biologico innanzitutto, ma non solo – e il destino ci mette del suo. La vita patinata incomincia a mostrare crepe, forse superficiali o magari profondamente “strutturali”. Le amiche reagiranno con le loro armi per nulla segrete: l’ironia con cui guardano se stesse e il mondo; il leggero cinismo elaborato negli anni; la consapevolezza di sé; l’amicizia che le lega. E col sesso, lo shopping, le feste.

 

Perché l’ho scritto Dopo un decennio di chick lit, di trentenni – maschi e femmine – che hanno posto al centro del mondo il loro ombelico, perché non occuparsi di altri soggetti? Perché non raccontare personaggi forti, alle prese con cambiamenti davvero epocali? Cioè le donne colte a una svolta decisiva della loro vita. Che vivono in maniera completamente diversa dalle loro madri, perché nel frattempo i costumi, la cultura, la società sono profondamente e repentinamente mutati. Dunque una storia di oggi raccontata col linguaggio di oggi, dicendo con leggerezza cose serie, senza nascondimenti. Ma anche senza prediche. L’ambizione è di contribuire a una narrativa di intrattenimento che parli al cuore e alla testa di lettori over, perciò sgamati, esigenti, brillanti. E che parli di loro.

 

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Le parole che cambiano tutto (Terre di  mezzo): un titolo che suona benissimo per il romanzo di Susanna Bissoli, una delle nuove voci della letteratura più apprezzate e amate. Voci. Visto che Susanna è appunto una voce letteraria, che cosa ne dite di ascoltarla? Potete farlo cliccando in basso, sotto la sua foto.
(Se siete al Salone del libro di Torino, domani alle 15.30 potete ascoltarla anche dal vivo, Susanna presenta il suo romanzo con Matteo B. Bianchi)

 

Qui intanto potete leggere l’autorecensione scritta per Glamour, in cui Susanna spiega il suo libro: Volevo raccontare di un ritorno e avevo in mente quella poesia di Montale che dice Forse un mattino andando in un’aria di vetro,/ arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:/il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/ di me, con un terrore di ubriaco. Così è nata la storia di Arianna che in seguito a un amore finito male torna dalla Grecia e va a stare con il padre, a Ronco, il paese della Bassa Veronese in cui è nata. Ma la madre è morta da poco, il padre particolarmente scontroso, perfino il fratello la incita ad andarsene, niente è come lei se l’aspettava. Arianna dipana il filo che la guida nel labirinto delle reticenze e dei ricordi, scopre un fratellastro che non sapeva di avere e ritrova in un confronto al di là dei ruoli un padre fragile ma ostinato nel reclamare il suo diritto alla felicità.

 

Ed ecco il brano scelto da Susanna Bissoli per farvelo anche ascoltare con la sua voce.
Dice l’autrice: «È uno sguardo sul passato, sulla relazione con il fratello e sulla madre e anche sull’amore perduto come qualcosa di misterioso».

 

DAL ROMANZO LE PAROLE CHE CAMBIANO TUTTO:

CAPITOLO 25

 

Mi sono fatta lasciare al porto e adesso risalgo lentamente il lungomare nella luce aranciata del tramonto.
Penso a Denis, ai suoi attacchi di panico da bambino, alla sua faccia di luna, alla sua rabbia. Io ero l’unica che lo poteva avvicinare. Penso alle corse felpate che sentivo in corridoio quando tornavo da scuola il pomeriggio i primi anni di liceo. Entravo in camera e trovavo la poltrona davanti allo specchio e i miei vestiti in disordine, le scarpe spostate. E poi la sua porta socchiusa e lui disteso sul letto, le braccia lunghe e bianche che tenevano sollevato un giornaletto. C’è n’è voluto di tempo prima che mi decidessi a entrare.
Sono sempre stata più incline a osservare e ad ascoltare che ad agire. Mia mamma diceva che fin da bambina mi perdevo a guardare le cose. Non solo i ragnetti e le formiche, anche una foglia, una faccia, una casa. A scuola mi arrampicavo su scalette immaginarie, la maestra pensava che fossi deficiente.
A quindici anni passavo dei pomeriggi a seguire mia mamma per le stanze, senza dire una parola. La guardavo mentre cuciva un orlo, mentre si lavava i denti, mentre sfogliava un giornale. Lei mi ignorava, poi quando non ne poteva più si girava verso di me, faceva un risolino e diceva Cara, tu non sei mica normale. Ho sempre avuto nostalgia di lei, anche quando ce l’avevo accanto.
Spesso la sera mi addormentavo con il rumore della macchina da cucire e me la immaginavo di là, con una montagna di stoffe sul tavolo. Tante cuciture da accompagnare con il dito. Aveva intimità con i corpi, mia mamma. Pance, gobbe, incavi protuberanze.
Gliela allargo un pochettino qui…
Tutte quelle donne si fidavano di lei. Mia mamma si muoveva cauta e discreta nello spazio minato delle loro spavalderie, le ansie, i pudori, le rassegnazioni.
Io e Denis ogni tanto spiavamo dal buco della serratura. Una volta sono scoppiata a ridere vedendo la signora Baldi in mutande e collant e lui mi ha dato un pizzicotto. Anni dopo mi ha spiegato che per lui la sala prove era una specie di santuario. A me faceva ridere e basta. A me i corpi mi fanno ridere oppure mi mettono tristezza. La carne che invecchia mi mette tristezza, venire strappati via poco a poco gli uni dagli altri, punto dopo punto.
Come da Janis quella sera che salivamo verso Colonnaki e io gli ho chiesto Mi ami ancora? E lui ha detto No, penso di non amarti più. E io mi sono fermata sugli scalini come spezzata in due, mi tenevo la pancia, mi mancava il respiro. Lui ha aspettato che riprendessi a camminare e poi siamo andati a quel cavolo di spettacolo e poi a prendere una birra con gli amici e poi per un po’di mesi abbiamo fatto finta di niente.
Finiscono così, le cose.

 

 

Ascolta Susanna Bissoli mentre legge by cgagliardo

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