Ho un libro in testa

Categoria: Dire Corfù in albanese ovvero gli imprevisti di una vita da scrittore

Gli imprevisti di una vita da scrittore: ce li racconta Federico Baccomo, l’autore di Studio Illegale, che diventerà un film con Fabio Volo, e La gente che sta bene (Marsilio), il suo nuovo romanzo.

 

Qui sopra: un particolare della copertina di La gente che sta bene illustrata da Catell Ronca.

 

 

DIRE CORFÙ IN ALBANESE OVVERO L’ARROGANZA TIPICA di Federico Baccomo

 

Qualche giorno fa ho fatto un’intervista in una radio, alla fine mi hanno chiesto un aneddoto divertente che mi fosse capitato a una presentazione, e sembra strano, è una di quelle domande che dovrebbero ricorrere, il famoso aneddoto divertente, prima o poi viene chiesto a chiunque, a me non era mai stato chiesto, non sapevo che rispondere, e, nell’ansia di una risposta che riempisse l’etere, ho raccontato di quella volta che mi è capitato di presentare il mio libro subito dopo una presentazione di Renato Curcio, uno tra i fondatori delle BR, uno che sulla voce su Wikipedia ha come primo tratto distintivo “ex-terrorista”, e quando l’ho conosciuto, Curcio mi ha chiesto di cosa parlasse il mio libro, “Studio illegale”, e io, ho raccontato in radio, ho detto che era un saggio sul sistema corrotto dei grandi studi legali, non è vero, è un libro tragicomico su un ragazzo che lavora tanto e poi si innamora, ma in radio ho raccontato che ho detto così per un po’ per vergogna di fronte a un uomo che nel bene o nel male aveva fatto la storia d’Italia.

 

Ecco, appena uscito dalla radio, pensavo: ma son deficiente?, ma che roba sono andato a raccontare?, e mi tornavano alla mente le parole “vergogna” e “nel bene o nel male”, e mi sono immaginato un titolo di giornale: “Giovane scrittore prova vergogna di fronte a un terrorista”, e nell’occhiello: “Giovane scrittore dichiara che le Brigate Rosse nel bene o nel male hanno fatto la storia”, e pensavo: ma son deficiente?, e mi spiegavo tra me e me: io intendevo “vergogna” non rispetto a Curcio, ma rispetto al fatto di presentare un libro tragicomico su un ragazzo che lavora tanto e poi si innamora, quando poco prima si sono trattati temi molto più grandi e importanti e tragici, e intendevo “nel bene o nel male” proprio come un modo di dire classico, senza stare ad analizzare il bene e il male di un fenomeno tanto complesso, e pensavo: ma son deficiente?

 

Qualche giorno prima, ho registrato un breve frammento video in cui dovevo invitare i ragazzi a leggere, una cosa che mi è stata chiesta pochi secondi prima della registrazione, un invito interessante e divertente e leggero – così mi hanno chiesto di farlo – da pensare in un pugno di secondi con davanti una telecamera accesa, fatto sta che io me ne sono uscito dicendo che sono una persona normale, faccio cose normali, eppure credo che leggere sia la cosa più divertente, semplicemente, nulla di intellettuale, o ricercato, semplicemente un piacere, per tutti, e per rafforzare questa mia normalità che pensavo potesse essere vissuta come empatia da parte dei ragazzi, ho aggiunto una serie di fatti di normalità, andare al cinema, andare a cena, fare cilecca, e, quando ho finito la registrazione, e ho salutato tutti, e sono tornato a casa, pensavo: ma son deficiente?, ma cosa c’entrava quella cosa della cilecca?, cilecca poi, non era una cilecca, ma perché devo andare a dire una cosa del genere?

 

Così, dopo la faccenda della radio, ho cominciato a riconsiderare tutto ciò che mi è capitato di dire, presentazioni, interviste, articoli, e mi sono tornati alla mente tanti di quegli episodi in cui forse avrei fatto meglio a tacere, e mi sono ripromesso di essere più riflessivo, e mi sono imposto di stare attento, e ho considerato la mia immagine, e mi sono fatto presente le mie responsabilità, e a un certo punto mi sono anche detto: “c’è un ruolo pubblico”, e lì mi sono fermato un attimo, un momento solo, e ho pensato: immagine?, responsabilità?, ruolo pubblico?, ma di cosa sto parlando? che cosa sto dicendo?, ma pensa te, ma son davvero deficiente.

 

 

Categorie: Dire Corfù in albanese ovvero gli imprevisti di una vita da scrittore

 

Gli imprevisti di una vita da scrittore: ce li racconta Federico Baccomo, l’autore di Studio Illegale, che diventerà un film con Fabio Volo, e La gente che sta bene (Marsilio), il nuovo romanzo appena uscito. Potete leggere gli episodi precedenti cliccando qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui

 

 

 

Dire Corfù in albanese ovvero gli episodi poco letterari   di Federico Baccomo

 

 

Si sa, gli scrittori saccheggiano la vita, hanno un po’ quella testa per cui, appena sentono una bella storia, un aneddoto interessante, una frase particolare, corrono ad annotarla, chissà mai che torni buona. Per quanto mi riguarda, non si contano gli episodi, le citazioni, i personaggi che ho preso dalla realtà. Un piccolo esempio: tempo fa ero in treno, viaggiavo davanti a due signore che parlavano fitto, io ascoltavo la musica, un vecchio disco di Renato Zero, a un certo punto la canzone finisce e intercetto una frase delle due. «Certo, però, che i Maya son proprio gente strana.» Ora, io non lo so di cosa stavano parlando, ma una frase così, «Certo, però, che i Maya son proprio gente strana», m’è sembrata subito splendida, mi son chiesto che razza di discorso l’avesse preceduta, cosa volesse dire quella donna, perché. Ho annotato, e a distanza di un anno, quella frase lì è finita nel mio romanzo, pag. 101, piove alle orecchie del protagonista senza contesto, esattamente come è successo a me. È solo un piccolo esempio, m’è capitato di rubare storie che sono diventate capitoli interi, alterate, certo, trasfigurate, rimodellate, rielaborate, parodizzate, nobilitate, sporcate, manipolate, ecc., ma di tutte ho ben presente la loro origine.
 
Però la realtà, ho notato, è sempre più spesso inaffidabile, si ribella al saccheggio, più le storie son belle, più è probabile che siano difficili da raccontare. Incontrare casualmente sulla metropolitana di Londra un tuo amore giovanile conosciuto in campeggio a Molveno può essere un evento che ti riconcilia con il mondo, ma non è certo il migliore degli sviluppi in un romanzo, suscita diffidenza, incredulità, si sentono dire cose come Deus ex machina, e quando la gente comincia a parlare in latino c’è sempre qualcosa che è andato storto.
 
Alla nostra realtà si dà credito, non le si chiede di essere verosimile. Come quelli che raccontano un episodio, e iniziano catturando la tua attenzione, procedono nel racconto e tu continui a meravigliarti, e poi iniziano a infarcire la storia di risvolti improbabili, assurdi, incredibili, e ti resta l’amaro in bocca, pensi: «Sì, ok, va bene, no, no, ci credo, sì, sì, è andata proprio così», e te ne vai imprecando, che non è che hai tutto questo tempo da perdere dietro le fantasie delle persone. Eppure… 
 
Vi racconto una piccola storia. –br–
 
Compio gli anni il 13 agosto, una data particolare, sono tutti in vacanza, ricevere gli auguri è un po’ un onore, figuriamoci un regalo. Per questo provate a immaginare la mia gioia quando, nel cortile di casa mia, ho trovato, infiocchettata di rosso, una bicicletta nuova, nera, bella. E adesso provate a immaginare il mio disappunto, il 26 agosto, meno di due settimane dopo, quando, vicino a Piazzale Cadorna, le otto di sera, ancora pieno giorno, torno al palo dove ho legato la mia bici neanche un’ora prima, e lei non c’è più. (Mi dispiace, racconta, racconta, cosa è successo dopo?) Mi guardo intorno, non c’è più. E allora mi monta su una rabbia, torno a casa di corsa e mi metto subito a letto. Non riesco a dormire, mi giro e mi rigiro, sto sveglio tutta la notte, e la mattina dopo, per prima cosa, corro dai Carabinieri a fare la denuncia. (E loro? Che ti dicono) Mi dicono: «Prendiamo nota, ma lei comunque lei non si aspetti niente.» «Come non mi aspetto niente?» «Esatto, non si aspetti niente.» Esco dalla caserma con il labbro tra i denti e i pugni stretti. (E cosa hai fatto allora?) La sera, vado di nuovo a letto presto, ho un piano. (Un piano? In che senso un piano?) Mi sveglio alle 6:30, mi vesto, esco con l’intenzione di fare il giro di tutti i mercatini di Milano, quelli di cui si dicono tante cose sulla provenienza della merce. Comincio dalla fiera di Senigallia, ci arrivo che ancora stanno mettendo giù le bancarelle. (Continua.) Vado avanti e indietro, avanti e indietro, ma non trovo nulla, qualche bici più o meno rovinata, ma della mia, niente. (Quindi?) Allora vado in Piazzale Cantore, c’è un parco dove vendono biciclette diciamo usate, anche lì niente. Passo ai Navigli, niente. (Uhm.) Decido di rifare il giro, ed è lì che, per puro caso, allargando senza ragione il percorso, attraversando la strada all’altezza della stazione di Porta Genova, a un palo che regge il cartello dei taxi, mi trovo davanti lei, proprio lei, la mia bici. (Seeee, vabbè!) Mi viene da ridere, ma subito il mio entusiasmo si smorza mentre esamino la grossa catena che tiene legata la mia bici assieme a una BMX bianca, molto bella anche lei, nuova sembra. (La tua bici, lì, per caso, mentre stai girando per Milano.) Comincio a g
uardarmi intorno, finché vedo un’auto della polizia locale. Due poliziotti, gli racconto la mia storia, gli mostro la denuncia. «Noi però non possiamo fare niente» mi dicono. «Come niente, ho la denuncia.» «Sì, ma non possiamo sapere che è proprio la sua» mi dicono. «Ma è proprio la mia, ho la denuncia.» «Noi però non possiamo fare niente» mi dicono. (La tua bici, lì, per caso, e i poliziotti che non ti aiutano.) Mi allontano e decido di chiamare i vigili. «Noi però non possiamo fare niente» mi dice il ragazzo al centralino. (Ma cos’è? Una barzelletta?) Metto giù e decido di chiamare i carabinieri. «Noi però non possiamo fare niente» mi dice il ragazzo al centralino. (Una barzelletta, sì…) Scoppio a dire: «Io però sto chiamando il 112, voi siete obbligati a uscire». Io non lo so se siano davvero obbligati, ma non sapevo più che fare. Il ragazzo mi mette in attesa, poi riprende la linea: «Stiamo arrivando.» È in quell’istante che vedo avvicinarsi alla mia bici un uomo magro, una faccia storta. Si guarda in giro, tira fuori dalla tasca una mazzo di chiavi e apre la catena. (Sentiamo, adesso poi che succede?) Mi avvicino, metto le mani sul sellino e, col tono più gentile che posso, domando: «Posso prenderla?» L’uomo mi osserva un po’ stranito, poi dice: «Ehm… sì.» (Ah, certo.) Io alzo la mano e faccio un segno verso l’auto della polizia locale. I poliziotti ci raggiungono e chiedono all’uomo: «Ma lei è solito andare in giro a legare insieme le biciclette?», che mi è parso un bel modo di cominciare un interrogatorio, ironico, arguto. (Figuriamoci…) L’uomo non parla bene l’italiano, guarda i poliziotti dice: «No, no. Quella no mia, questa mia, quella no, no legata» e si stringe vicino la BMX. Al che uno dei due poliziotti si volta e, dandomi una pacca sulla spalla, mi dice: «Ha visto che s’è risolto tutto?», si girano entrambi e se ne tornano all’auto intanto che l’uomo sale sulla BMX e si allontana. (Quando finisce questa storia?) Mi limito a scuotere la testa e rimango ad aspettare i carabinieri, arrivano pochi minuti dopo, due volanti, quattro uomini. Mi vedono lì, sulla bici, e sembrano quasi delusi. (Cambiamo discorso, Ti ho detto che mi sono iscritto in palestra?) Gli racconto cosa è successo, tralasciando l’intervento della polizia. «Ma lei l’ha lasciato andare via?» mi domandano. (Una bella palestra, faccio kick-boxing) Ma come l’ho lasciato andare via? Ma io è tutta la mattina che cerco un aiuto, io non posso trattenere un uomo, uno che non sembrava nemmeno tanto raccomandabile. E poi non so più veramente che cosa dire. Ringrazio dell’intervento, mi scuso per la perdita di tempo, comincio a pedalare e torno a casa. Ma con la mia bici, capite? La mia bici.
Non è incredibile?
 
(Sì.)

 


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Gli imprevisti di una vita da scrittore: ce li racconta ogni giovedì qui a Hounlibrointesta Federico Baccomo, l’autore di Studio Illegale, che diventerà un film con Fabio Volo, e La gente che sta bene (Marsilio), il nuovo romanzo appena uscito. Potete leggere le sei puntate precedenti cliccando qui, qui, qui  qui, qui e qui.

 

 

Wave II di James Jean.

 

 

Dire Corfù in albanese ovvero i pesci
e i pescatori
   di Federico Baccomo 

 

 

Tempo fa, un mio caro amico, un compagno di liceo, si è sposato per la seconda volta. È un ragazzo in gamba, il mio amico, dopo essersi laureato in fisica, si è trasferito in Giappone, dove oggi lavora. Un giorno mi scrisse un’e-mail: ciao fede, mi sono sposato, poi ti racconto bene. In allegato, c’era una foto: niente riso, niente chiesa, niente prete, solo il mio amico, un kimono nero, due ali di giapponesi.
 
Qualche giorno dopo, mi spiegò che per evitare a parenti e amici un viaggio fino all’altra parte del mondo, d’accordo con la moglie, una bella ragazza di una cittadina vicino a Tokyo, avevano pensato di celebrare un primo matrimonio in Giappone, tra i parenti e gli amici della sposa, e poi un secondo matrimonio in Italia, tra quelli dello sposo. E così, a distanza di poco più di un anno, hanno rinnovato la promessa in un paesino nei pressi di Piacenza, senza kimono e ali di giapponesi, con il riso, con la chiesa, con il prete.
 
A cena, mi sono ritrovato seduto davanti a un signore in pensione, abbiamo cominciato a parlare. Aveva settant’anni e, via via che passavano i piatti in tavola, ha preso a raccontarmi della sua passione per la pittura, della sua collezione di VHS, del suo amore per il cinema di Truffaut, dell’interesse per l’astronomia e dell’emozione che ha provato la prima volta che ha visto che Saturno gli anelli ce li ha davvero, della letteratura, del suo cane, di innumerevoli altri interessi e passioni.
 
Così, verso la fine della cena, ho pensato che quell’uomo ne aveva davvero parecchie di cose da raccontare, e gliel’ho fatto notare. Lui mi ha guardato, ha aperto le braccia e mi ha confidato come una sorta di dispiacere: tutto quel patrimonio di sensazioni e di passioni e di esperienze, tirato su in quella che era davvero una vita intera, ora che aveva una certa età e certi pensieri un po’ cupi cominciavano a venirgli in mente, tutto quel patrimonio, quando lui non ci sarebbe stato più, sarebbe semplicemente andato perduto, dissolto. –br–
 
Com’è possibile, si è chiesto allora, riuscire a trasmetterlo, quel patrimonio? E a me, come un tentativo di consolazione, è tornato in mente quel principio secondo il quale, piuttosto che dare un pesce, è meglio insegnare a pescare, e insomma, ho detto, forse, invece di trasmettere qualcosa, è sufficiente comunicare la passione, l’interesse, in un certo senso la curiosità.
 
Non era d’accordo, secondo lui la questione non era così semplice. Ma, soprattutto, ha aggiunto, c’è anche da chiedersi a chi trasmetterlo quel patrimonio? E, purtroppo, in assenza di un figlio o di un nipote, anche questa domanda gli sembrava senza risposta.
 
C’abbiamo bevuto su.
 
Ecco, a pensare a quell’incontro, oggi, che ho la fortuna di aver scritto e pubblicato e che provo a continuare a farlo, mi viene in mente che, forse, i libri sono proprio una di quelle possibili risposte, la possibilità di trasmettere un patrimonio di sensazioni e di passioni e di esperienze, e la possibilità di farlo nei confronti di un numero enorme di persone, un privilegio che non si dovrebbe dimenticare o sottovalutare, che dovrebbe stare bene in testa ogni volta che ci si mette lì a scrivere una parola. Ché, ho capito, in fondo non sempre dare un pesce è meno nobile che insegnare a pescare.
 

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Welcome Interuption di Terry Rodgers

 

 

Dire Corfù in albanese, ovvero di che cosa ti occupi?
di Federico Baccomo
 

 
Piacere. E tu di che cosa ti occupi? Scrivi? Tu scrivi? E che cosa scrivi? Libri? Libri di che tipo? Ah, romanzi? Ma proprio romanzi di parole? Con le pagine e tutto? Sai che anche a mio zio gli hanno pubblicato un libro negli anni ’70? Roncolini si chiama, un libro sulla coltivazione dei funghi, lo conosci? Mai sentito? Te lo posso mandare io, ti interessa? Guarda che è bello, non ti interessa proprio? Non ti piacciono i funghi? Come si intitola il tuo libro? Se vado in libreria lo trovo? Di cosa parla? Ma è un giallo? Perché no? Non sai scrivere i gialli? Perché non ci provi? Una volta ho avuto un’idea per un giallo, la vuoi sentire? Mi giuri che non la usi? Se ti piace poi il libro lo scriviamo insieme? Anzi, lo posso scrivere da solo e poi te lo mando? Lo posso mandare al tuo editore? Chi è il tuo editore? Perché non hai scelto Feltrinelli? Un mio amico lavora alla Feltrinelli, lo vuoi conoscere? La Feltrinelli in piazza Piemonte, al banco dei saggi, mi prometti che lo vai a trovare? Hai mai notato che se giri di novanta gradi il simbolo della Feltrinelli ottieni quello della Mondadori? Secondo te è un caso? E dai, secondo te è un caso? Davvero secondo te è un caso? Lo conosci Paolo Giordano? L’hai letto il suo romanzo? I numeri qualcosa, mi ricordi il titolo preciso? È un bel titolo, perché il tuo non si intitola così? Ma tu lui lo conosci di persona? Secondo te s’è tagliato davvero la braccia come c’è scritto nel libro? Non trovi abbia esagerato a raccontare cose così personali? Se tu fossi stato Paolo Giordano avresti fatto lo stesso, tagliarti le braccia per vendere un libro? Quanto guadagna uno scrittore? Tu quanto guadagni? Più o meno? Ma a scrivere c’è la possibilità di evadere un pochino? Non con la fantasia, intendo proprio le tasse? Chi è lo scrittore più ricco? Li scrive davvero lui? Esistono i ghost writer? Tu ne conosci qualcuno? Ma me lo diresti se li conoscessi? Tu lo faresti il ghost writer? Si può dire che Stephen King è un ghost writer? Era una battuta, ti è piaciuta? Ghost, fantasma, ora l’hai capita? Ah, l’avevi già capita? Perché non hai riso, sei invidioso di Stephen King? Perché non fai una copertina adesiva e ci scrivi sopra non riuscirete più a staccarvi da questo libro? Non ti sembra una bella idea? La biblioteca, come luogo in cui passare le giornate, non ti pare un po’ triste? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Kafka? Pure Kafka? Davvero? Non è un po’ deprimente? Uno che si trasforma in scarafaggio? Secondo te è normale un uomo a scrivere quella roba lì? Anche il famoso processo poi, per cosa glielo avevano fatto? Kafka ha mai scritto un giallo? Mi regali una copia del tuo libro? E una copia del libro di Kafka? Ma si rimorchia a scrivere? Tu rimorchi? Lo fai per rimorchiare? A me lo puoi dire, lo fai per rimorchiare? Mi dici una frase da scrittore per rimorchiare? Mi assicuri che funziona? Tu conosci gli intellettuali? Come sono gli intellettuali dal vivo? Sei d’accordo che gli scrittori in fondo sono solo dei presuntuosi pronti subito a prostituire la propria arte con chi gli offre la cifra più alta? Se ti chiamasse un editore e ti chiedesse di scrivere un libro come quelli di Moccia accetteresti immediatamente o prima controlleresti se è davvero un editore? Ti piacerebbe vendere un milione di copie? Lo vedi che sei come tutti gli altri? Scusa? In che senso stavi scherzando? Non hai scritto nessun libro? Non scrivi? E cosa fai? Dipingi? Ah. Vabbè.

 

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Gli imprevisti di una vita da scrittore: ce li racconta ogni giovedì qui a Hounlibrointesta Federico Baccomo, l’autore di Studio Illegale, il romanzo che diventerà un film con Fabio Volo, e La gente che sta bene (Marsilio), il nuovo libro appena uscito. Potete leggere le quattro puntate precedenti cliccando qui, qui, qui e qui.

 

 

 

L’illustrazione di Ilaria Grimaldi viene dal blog di lavoro che fai?

 

 

Dire Corfù in albanese, ovvero "la Vita Da Scrittore"
di Federico Baccomo
 

 
Qualche giorno fa mi è stato segnalato questo articolo di Dave Eggers, l’autore, tra gli altri, de “L’opera struggente di un formidabile genio”. L’articolo porta il titolo “Vita Da Scrittore” e comincia così: “Ho sempre cercato di evitare di scrivere della “Vita Da Scrittore” sin da quando, quasi dieci anni fa, ho sentito per la prima volta quelle parole. Quando le sento, sento le voci degli amici del liceo e del college, dei miei zii e di mio cugino Mark, che avrebbero levato gli occhi e probabilmente mi avrebbero colpito, delicatamente, sulla faccia, solo per aver provato a intervenire su un argomento del genere. Mi avrebbero detto che la frase suona pretenziosa; è pretenzioso stare a riflettere sulla vita da scrittore, ancora di più scriverci sopra in un giornale con la sua tradizione di portare avanti il serio lavoro di preservare la nostra democrazia. Al confronto, la vita da scrittore, almeno per quanto mi riguarda, non è poi così interessante.” Anzi, dice poco più avanti Eggers, può essere addirittura molto “banale”: tutto si riduce a ore e ore seduto alla scrivania a cercare di buttare giù qualche centinaio di parole, sempre così, tutti i giorni, nel disordine, con il problema non poi molto eccitante di evitare che il sole, entrando dalla finestra, possa abbagliare. –br–

Mi pare, almeno per quanto mi riguarda, che sia tutto vero. Quando lavoravo come avvocato e mi capitava di conoscere qualcuno, a una cena, un aperitivo, la domanda “Di cosa ti occupi?” non dava mai avvio a un qualche lungo e appassionato discorso, era necessario trovare un rapido argomento che venisse a riaccendere l’interesse subito spento dalla mia risposta, eppure mi sembrava di avere tante di quelle storie divertenti, tanti di quegli episodi inverosimili ma reali, da raccontare, viaggi, riunioni, problemi. Viceversa, oggi, quando mi capita di raccontare che scrivo, si accende come una scintilla, un interesse naturale, sincero, nell’interlocutore, e io spesso mi trovo lì a non sapere bene come colmarlo. E allora guardo con attenzione le interviste agli scrittori, quel modo così riflessivo e ponderato di rispondere, quelle parole misurate e piene di mistero, quei racconti quasi magici sul rapporto con le parole e la realtà, e mi viene il sospetto che forse sia lo stesso stratagemma, l’arte del racconto, che interviene anche nella vita di tutti i giorni, per colorare un avvenimento, per abbellire un aneddoto, per aggiustare una situazione, ridisegnare un po’ la realtà, per renderla all’altezza delle aspettative.

Recentemente, mentre sistemava una ciabatta al muro, un elettricista ha cominciato a parlarmi di Mike Bongiorno, “Uomini così nella televisione di oggi non ce ne sono più, garbati ma fermi, eleganti, ah, Mike Bongiorno, ho avuto la fortuna anche di conoscerlo da ragazzo”, e poi, scuotendo la testa con fare navigato ha detto: “Che poi, mi fa ridere a pensarci, ma la ruota della fortuna gliel’ho suggerita io.” L’ho guardato serio. “Ma proprio con le caselle, la ruotona, le vocali da comprare?”, gli ho domandato. “Una cosa molto simile.” Ecco, non voglio ora dire che tutto quello di entusiasmante e curioso e singolare che uno scrittore va in giro a raccontare della sua vita non corrisponda alla verità. Solo, temo, una cosa molto simile.
 

 

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Gli imprevisti di una vita da scrittore: ce li racconta ogni giovedì qui a Hounlibrointesta Federico Baccomo, l’autore di Studio Illegale, il romanzo che diventerà un film con Fabio Volo, e La gente che sta bene (Marsilio), il nuovo libro appena uscito. Potete leggere le tre puntate precedenti cliccando qui, qui e qui.

 

 

La foto della Libreria del Mondo Offeso viene dal blog Imminente.

 

Dire Corfù in albanese, ovvero il primo giorno in libreria di Federico Baccomo 

 
Oggi è uscito il mio nuovo romanzo, La gente che sta bene.

È un giorno speciale questo per uno che scrive. Dopo mesi, anche anni, di pensieri, di scritture e riscritture, di quella che viene spesso chiamata “la lotta con il foglio bianco”, la sensazione di entrare in libreria, vedere il proprio libro ben confezionato, ordinato sullo scaffale, impilato tra gli altri, è una sensazione difficile da descrivere, un misto di soddisfazione, di pudore, di timore, di gioia, di imbarazzo, di orgoglio, di malinconia, vedere questo piccolo fascio di carta in mezzo a migliaia di altri, viene da mettersi dietro una colonna e stare lì a guardarlo, in clandestinità, non tanto per sorprendere qualcuno a prenderlo in mano, a sfogliarselo, ma proprio stare lì semplicemente a osservare questo parallelepipedo, a vedere come si comporta, come procede l’inserimento nel suo habitat naturale, non è una cosa molto logica.


Ricordo due anni fa, il giorno in cui uscì il mio primo romanzo, il grado di clandestinità era ancora più elevato, uscivo con uno pseudonimo, questo mi rendeva ardito, quasi arrogante, quella mattina entrai in una piccola libreria di Milano, molto bella, La libreria del Mondo Offeso, in corso Garibaldi, una libreria curata con grande passione da due giovani ragazze, entrai e chiesi il mio libro, sempre ardito, sempre arrogante, e una delle due ragazze, quella mora, mi disse che non ce l’avevano. Un piccolo colpo, non è un bell’esordio, ma non mi persi d’animo, insistetti, volevo capire se era solo un contrattempo, era importante che sapessero che c’era un libro nuovo sul mercato, un libro che aveva bisogno di attenzioni, e, indagando, la ragazza a un certo punto mi disse: “Ma sì, sì, ho capito, è il libro di quell’avvocato anonimo che…”. “Quello, quello” dissi io, “proprio quello”. “Anonimo”, disse lei, con un’espressione un po’ perplessa, “anonimo per così dire, lei ha tutta l’aria di sapere di chi si tratta”. E capii che quella che io pensavo fosse una certa arditezza, una certa arroganza, era solo il tradimento di quella sensazione difficile da descrivere, un misto di soddisfazione, di pudore, di timore, di gioia, di imbarazzo, di orgoglio, di malinconia. Uscii dalla libreria, muovendo la testa a scatti, niente, no davvero, non ne so nulla.
 
Oggi vivo tutto con maggiore serenità, proprio alieno da questi atteggiamenti diciamo un po’ infantili, entro in libreria, mi guardo in giro, adocchio il romanzo, mi avvicino alla pila, ne sollevo una copia, me la rigiro tra le mani, leggo la quarta di copertina come se fosse la prima volta, e penso che è vero tutto, si scrive un libro perché si ha una storia che esige di essere raccontata, oppure perché è un percorso così naturale per conoscere se stessi, oppure perché è la strada più agevole per provare a esprimersi, oppure perché è il mezzo più efficace per  esorcizzare paure e dolori, mille ragioni, tutte valide, ma il giorno in cui tutto questo trova il suo compimento non è con la scrittura della parola fine, no, il giorno in cui tutto questo trova il suo compimento è proprio questo, il giorno in cui il lettore può prendere in mano quel libro e portarlo via con sé, magari anche perché poco prima sei passato di lì e l’hai messo sopra la pila dell’ultimo romanzo della Mazzantini.
 

Categorie: Dire Corfù in albanese ovvero gli imprevisti di una vita da scrittore

 

Ogni giovedì, qui a Hounlibrointesta, appuntamento con l’autore di Studio Illegale, che diventerà un film con Fabio Volo, e La gente che sta bene (Marsilio), il nuovo romanzo in uscita il 23 marzo. Federico ci racconterà gli imprevisti di una vita da scrittore.
Potete leggere le due puntate precedenti cliccando qui e qui.

 

 

 Illustrazione di James Jean.

 

 
Dire Corfù in albanese, ovvero i titoli  
di Federico Baccomo

 
La storia è nota, c’è questo film molto bello, il cui titolo, “The eternal sunshine of the spotless mind”, riprende un verso dalla “Lettera di Eloisa ad Abelardo” del poeta inglese Alexander Pope. “Eterno raggio di sole della mente immacolata”, o, in modo meno letterale, come viene tradotto nel film, “Infinita letizia della mente candida”. Molto bello. In Italia, al cinema, è uscito come “Se mi lasci ti cancello”.
 
Ne parlavo qualche giorno fa con una persona che lavora nel mondo del cinema, muovevo le solite lamentele, e lui mi ha fatto un esempio, mi ha detto che ci sono dati precisi che dimostrano, ad esempio, che un film con la parola “amore” nel titolo ha un tot di possibilità in più di una buona performance al botteghino. Non ricordo la percentuale esatta, ricordo che non era una percentuale bassa. E così ho pensato a “Made of honor”, tradotto “Un amore di testimone”, e a “The proposal” tradotto “Ricatto d’amore”, e a “Maid in Manhattan” tradotto “Un amore a 5 stelle”, e a “The holiday” tradotto “L’amore non va in vacanza”, e a “Beyond borders” tradotto “Amore senza confini”, e a “Walk the line” tradotto “Quando l’amore brucia l’anima”, e a “City Slickers” tradotto “Scappo dalla città – La vita, l’amore, le vacche”, e a “Sleepless in Seattle” tradotto “Insonnia d’amore”, e a “Gigli” tradotto “Amore estremo”, e a “Leatherheads” tradotto “In amore niente regole”, e a “Noël” tradotto “Un amore sotto l’albero”, e a “Valentine’s day” tradotto “Appuntamento con l’amore”, e a “Forever young” tradotto “Amore per sempre”, e a “Sweet home Alabama” tradotto “Tutta colpa dell’amore”, e a “A walk to remember” tradotto “I passi dell’amore”, e a “The mirror has two faces” tradotto “L’amore ha due facce”, ecc., ecc., ecc., fino al recente “The time traveler’s wife”, dal celebre romanzo di Audrey Niffenegger, “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, tradotto per il cinema “Un amore all’improvviso”. Amore.

 

 

A me è successo qualcosa di simile con il titolo del mio prossimo romanzo. Un romanzo è un progetto molto lungo, da che si ha l’idea, la si abbozza, se ne chiariscono i contorni, si comincia la stesura, fino al giorno in cui lo si consegna all’editore, passano anche degli anni, quasi tre nel mio caso. E in questi quasi tre anni, tra sbandamenti e aggiustamenti, la sola certezza è stata il titolo. “Giuseppe”. Ok, ok, siamo d’accordo, non è il titolo più fortunato della storia della letteratura, Giuseppe, ma è il nome del protagonista, ed è un protagonista così eccessivo, così strabordante, che fin dall’inizio io guardavo a questo romanzo come il suo romanzo, il romanzo di Giuseppe, ecco, a continuare a pronunciarlo, non sembra già che suoni meglio, Giuseppe?, incisivo, efficace, Giuseppe. Ho mandato le bozze all’editore, mi ha chiamato, “Bello” mi ha detto, “un bel libro, mi è piaciuto, ora c’è da pensare bene al titolo”. “Giuseppe” ho detto io, “è quello il titolo”. Ha riso e poi ha detto: “Ora c’è da pensare bene al titolo.” –br–

 
Non è una novità, si sa che nei titoli dei libri spesso c’è lo zampino dell’editore, penso a “La solitudine dei numeri primi”, scelto dall’editore per sostituire “Dentro e fuori dall’acqua”, il titolo originario scelto da Paolo Giordano. Ma si può andare anche nel passato, uno dei miei libri preferiti, “Il grande Gatsby”, porta un titolo difeso dall’editore contro le continue proposte di modifica avanzate fino all’ultimo da Fitzgerald, da “Trimalchio” a “Under the Red, White and Blue”. “Perché non va bene Giuseppe?” ho chiesto. “Ci vuole un titolo che possa fare da richiamo” ha risposto, “che possa incuriosire.” “E Giuseppe non incuriosisce?”. L’editore ha riso e poi ha detto: “Ora c’è da pensare bene al titolo.”
 
Così son finito in una specie d
i delirio, ho cominciato a buttare giù idee su idee, titoli su titoli, dal più apocalittico “I tempi bui”, al più lieve “Non c’è ottimismo neanche tra i piccioni”, dal Fantiano “Un idiota non aspetta primavera”, al perentorio “Noi siamo felici”, fino a titoli che ormai non c’entravano più niente con il romanzo ma suonavano come ottimi richiami, tipo “Questo lo chiami un pene? – 101 frasi da non dire al primo appuntamento”, non c’ero, non ci arrivavo. Poi, alla fine, un giorno, mentre guardavo il terrazzo fiorito all’ultimo piano di un palazzo del centro, sono stato illuminato, ho trovato il mio titolo perfetto, mi piaceva, rispecchiava il romanzo, incuriosiva. “La gente che sta bene.” Ho spedito le bozze definitive, e il titolo è piaciuto, è stato approvato, e ora devo dire che sono contento, è un titolo bello, molto più bello del semplice nome del protagonista, mi piace, ne sono orgoglioso, ricevo dei bei complimenti, e mi viene da ridere se penso a Flaubert, a Joyce, a Tolstoj, a Mary Shelley, a Jane Austen, a Balzac, a Bram Stoker, un po’ ingenui, mi sembra, ché potevano metterci nel titolo almeno la parola “amore”.
 

 

 

 

Categorie: Dire Corfù in albanese ovvero gli imprevisti di una vita da scrittore

 

Ogni giovedì, qui a Hounlibrointesta, appuntamento con l’autore di Studio Illegale e La gente che sta bene (Marsilio), il nuovo romanzo in uscita il 23 marzo.

 

 

 
Dire Corfù in albanese, ovvero le fotografie

di Federico Baccomo


Ci sono giorni in cui pare che la vita supera una soglia oltre la quale le cose non saranno più le stesse. Uno di quei giorni, per me, è stato il 9 marzo 2009.

 

Da poco più di un mese era uscito il mio primo romanzo, “Studio illegale”, un libro che nasceva da un blog, che a sua volta nasceva dalla mia esperienza professionale di avvocato. Io, quell’esperienza professionale, avevo cercato di metterla un po’ in ridicolo, di tirarci fuori delle storie che filtrassero le piccole e grandi miserie del mondo lavorativo che avevo conosciuto, miserie mie naturalmente, ma anche di colleghi, di collaboratori, di capi. Per farlo avevo scelto la via dell’anonimato, il più efficace degli strumenti quando si tratta di raccontare in piena libertà fatti più o meno basati sulla propria vita. Mi viene in mente, a questo proposito, una frase da un gran bel film di Woody Allen, “Harry a pezzi”. La pronuncia Lucy a Harry, lo scrittore interpretato da Allen che ha ritratto in un libro la loro relazione adultera, e trovo sia una bella definizione di letteratura, come arte che raccoglie la vita e la converte in parole. Dice Lucy: “Tu ti appropri della nostra sofferenza e la trasformi in oro, oro letterario, la sofferenza di tutti, anzi tu causi infelicità, e usando la tua schifosa alchimia la trasformi in oro come un negromante del cazzo.” Poi cerca di ammazzarlo. Ecco, quando sono uscito con il romanzo, è sembrata una scelta opportuna quella di continuare a rimanere anonimo.
 
Fino al 9 marzo 2009, quando, per una faccenda di errori di stampa dei bollini della SIAE, fui costretto a venire allo scoperto. L’occasione venne con un’intervista al Corriere della Sera.
 
Io, quel momento lì, quello dell’uscita allo scoperto, per mesi ci avevo fantasticato intorno, con tutte le piccole curiosità del caso: che cosa penseranno i miei amici quando sapranno che ho pubblicato un libro, che cosa penseranno i lettori del blog, come sarà fare una presentazione, si farà viva qualche ex, cose così. Tutte fantasie in cui mai mi son preoccupato di un dettaglio: la fotografia. Ora mi viene da sorridere, guardo fotografie di scrittori con la stanghetta dell’occhiale in bocca, lo sguardo su un punto indefinito del gomito, sento di fotografi specializzati in fotografie di scrittori, vedo collane di libri senza la fotografia dell’autore che poi però fanno un’eccezione quando le autrici vengono bene in fotografia, e insomma, son diventato più attento a queste cose, ma a quei tempi ne sapevo poco. Quel giorno, al Corriere della Sera, io mandai questa:



Faccio un passo indietro. Prima di uscire dall’anonimato, nel periodo in cui curavo il blog, ricevevo parecchie e-mail. –br– Di queste – vuoi per l’alone di mistero che mi circondava tra la piccola nicchia che mi seguiva, vuoi perché un polemista anonimo è facile immaginarselo fascinoso, vuoi perché sotto una maschera si fantastica sempre di un uomo seducente – insomma fra queste e-mail ce n’erano diverse accompagnate da proposte come dire di conoscenza. Ecco, io dopo quella foto non ho più ricevuto nulla. Ed era giusto, non capita tutti i giorni la possibilità di apparire sul Corriere della Sera, e mandare una propria fotografia scattata in cima al Duomo, infagottato con coppola, sciarpa e cappotto, tagliata che sembro in volo su Milano, non passa tra le migliori idee che abbia avuto.
 
Quel giorno però si presentò anche il riscatto. Mi chiamò un fotografo di un’importante agenzia, e mi propose di venire a casa il giorno dopo, alle nove del mattino, a farmi un servizio fotografico. Io ero un po’ scombussolato, le telefonate che cominciavo a ricevere, le e-mail, le visite dei colleghi in stanza, accettai. Arrivò puntuale, si guardò in giro, montò quella sorta di ombrellone bianco per le luci, poi andò alla libreria, prese un mucchio di libri, me li buttò sul letto e disse: “Sdraiati.” “Dove?” domandai io. “Lì in mezzo. Sdraiati.” Io pensai: “Questo è matto”. E poi mi sdraiai. Non lo so, non lo so che cosa mi avesse preso, ero confuso, colto alla sprovvista, se il mio idraulico mi dice di non usare il Niagara granulare perché rovina i tubi, io non lo uso, se il fotografo professionista mi dice di sdraiarmi, io mi sdraio, ci si fida. Scattò le fotografie, rimise a posto i vari strumenti, mi disse che c’era grande crisi anche per i fotografi, poi se ne andò. Dieci minuti dopo gli mandai un messaggino: “Per piacere, cancellale.” Non mi rispose, né le fotografie uscirono mai.
 
Oggi qualche fotografia più o meno professionale me la sono fatta scattare, metto la stanghetta dell’occhiale in bocca, punto lo sguardo su un punto indefinito del gomito, ma continua a tornarmi in mente un’altra frase tratta dal film “Harry a pezzi”. La pronuncia sempre Lucy, poco dopo lo sfogo di prima, a Harry, e trovo sia un’altra bella definizione di letteratura, come arte che trova la sua forza nella magia delle parole, nella forza che gli scrittori ne sanno trarre. Dice Lucy: “Sta zitto, tu con le parole sei un dio, altrimenti come saresti riuscito a convincermi a farti un pompino al funerale di mio padre?
 
Non le fotografie, le parole.
 
 

 

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Inizia oggi la rubrica firmata dall’autore di Studio illegale e La gente che sta bene, il nuovo romanzo in uscita (nota: l’ho letto e ve lo consiglio).


 

Dire Corfù in albanese, ovvero imprevisti di una vita da scrittore

 

di Federico Baccomo

 

Qualche tempo fa, al cinema, guardando Inception, mi è successa una cosa strana. Proprio verso la fine, quando Leonardo DiCaprio, nella parte di una sorta di agente speciale che entra nei sogni delle persone per rubarne i segreti, è lì che si difende tra spari ed esplosioni in un sogno contenuto in un altro sogno a sua volta contenuto in un terzo sogno nella testa di un uomo d’affari in volo verso il funerale del padre, proprio durante tutto questo, mi è capitato di sbadigliare. Qualche tempo fa, sempre al cinema, guardando Another Year, mi è successa un’altra cosa strana. Proprio mentre i due protagonisti, una coppia di anziani, lui geologo, lei psicologa, le cui stagioni passano tra una visita del figlio e della segretaria, un pranzo in giardino e un incontro al pub, proprio mentre questa coppia si dedica al suo passatempo preferito, la cura dell’orto, mi è capitato di sorridere divertito.

Tutto questo mi viene in mente perché mi hanno regalato il cofanetto di una serie televisiva di un certo successo, Californication, in cui si racconta la vita di uno scrittore di bestseller newyorkese più o meno in crisi esistenziale, tra sesso compulsivo, notti di alcool e fantasmi della depressione.  Me ne dicono tutti un gran bene, anche il mio editore mi ha più volte consigliato di darci un occhio, non posso perdermelo, dice, mi piacerebbe sicuramente.

Ed eccomi al punto: in questa rubrica, mi piacerebbe raccontare piccoli episodi, riflessioni, aneddoti, che possono girare intorno a questa tra virgolette professione, quella di tra virgolette scrittore. Vorrei però mettere le mani avanti: non c’è New York, non c’è la crisi esistenziale, non c’è il sesso compulsivo, non ci sono le notti di alcool, non ci sono i fantasmi della depressione, c’è, diciamo così, la cura del mio orto.

 

NOTA BIOGRAFICA: Federico Baccomo ha trentadue anni e vive a Milano. Nell’aprile 2007 ha debuttato sul web con il blog di culto Studioillegale.splinder.com, poi trasformato nel 2009 nel romanzo Studio Illegale (Marsilio) firmato con lo pseudonimo Duchesne, un libro di grande successo da cui verrà tratto un film con Fabio Volo.
La gente che sta bene, il secondo romanzo, uscirà per Marsilio il 23 marzo. Per saperne di più,
cliccate qui.

 

NOTA MIA: conosco Federico da quando è uscito Studio illegale, libro che ho amato. La gente che sta bene mi ha fatto lo stesso effetto, perché con il suo stile caustico demolisce numerosi miti di questo tempo balordo (tipo carriera a ogni costo, soldi, potere, narcisismo, disprezzo per gli altri, egoismo, arte della menzogna). Con la sua aria divertita riesce a essere più profondo di tanti libri dall’apparenza profonda. Federico diverse volte mi ha fatto sorridere raccontandomi la (vera) vita di uno scrittore esordiente di successo. Per questo sono così felice che abbia accettato di raccontarla anche a voi.
Appuntamento con Federico ogni giovedì.

 

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