Ho un libro in testa

Categoria: Lettori su rotaie

Preparatevi, perché sta per partire la nuova puntata delle avventure del nostro avvistatore di libri in treno. Qui, su Hounlibrointesta, ogni lunedì. Per leggere le puntate precendenti, clicca in alto su Categorie: Lettori su rotaie.
E voi fate mai caso a quello che leggono le persone sui mezzi di trasporto?

 

 

 

 

Martedì della settimana scorsa, otto e qualcosa del mattino, sul solito regionale da Piacenza a Milano. Attorno a me, stavolta, ci sono diversi libri per le mani di diversi lettori. Niente di bizzarro, romanzi che si trovano facilmente in libreria.
Un signore legge un tascabile Einaudi (non ricordo cosa). Vedo solo che in copertina campeggia un bollone pubblicitario: meno venticinque per cento. Ripenso alla legge Levi, relativa allo sconto fisso sul libro. Al fatto che ormai bolloni del genere non se ne vedranno più tanti. E più penso a come è stata fatta la legge in questione, e mi tornano tutte le perplessità del caso.
Po mi viene in mente un’altra cosa che io vorrei invece. Vorrei che ci fosse, a disposizione degli insegnanti, una formazione specifica che li metta in grado di far amare i libri agli studenti. La lettura è una cosa che spontaneamente si amerebbe – poiché tutti amano le storie: nei film, nei resoconti che si fanno agli amici al bar, nelle avventure che si immagina di vivere – ma che si finisce per perdere se non si scopre al più presto che i libri ci fanno stare con gli altri e non ci separano da loro. Per questo è importante che la mamma racconti storie al figlio, che il figlio le riracconti alla mamma sempre uguali. Perché le storie fanno stare insieme agli altri, e io vorrei che si mettessero a disposizione degli insegnanti gli strumenti per mostrarlo agli studenti. Vorrei che nei corsi universitari, nelle scuole per l’insegnamento, nei corsi di aggiornamento e così via si mostrassero quelle attività laboratoriali che permettono sempre più di vedere il libri come qualcosa di interattivo, che ci riguarda. Qualcosa di vivo.
E invece. Invece niente perché se si ritiene di tener fuori una generazione intera dal mestiere dell’insegnamento, è un segno che sull’insegnamento non si vuole investire. È inutile formare meglio persone che non si vuol far lavorare, introdurre innovazioni accademiche e così via. Buffo uno Stato che interviene sulle percentuali di sconto dei libri senza preoccuparsi di incrementare la lettura.

 

 

Gabriele Dadati

 


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Le mie letture del mare sono state varie e in parte condotte, per la prima volta, con un reader per e-book. (Per quest’ultimo le avvertenze erano: cerca di non bagnarlo, cerca di non pucciarlo nella sabbia, cerca di non farlo ammattire al sole. Ma non preoccuparti di eventuali furti: spariscono gli orologi, i cellulari, gli i-Pad, non certo un affarino con lo schermo smorto che serve a leggere libri). E mi piacerebbe raccontarle. Vorrei trascrivere queste frasi – “La controvertibilità è una purga e un rimpicciolimento. Non mai il segnale della visitazione è soave come dopo l’anglicanesimo della malavoglia; e non mai l’anguilla umana più inclina al buongustaio e alla fabbricola come dopo aver guardato all’abetella della morsicatura” – e dire che vengono da D’Annunzio, hanno subito sostituzioni lessicali e servono a dimostrare che tanta parte della forza della sua prosa sta nella sintassi. Poi vorrei dire che effetto mi ha fatto leggere Lo spazio sfinito di Tommaso Pincio ristampato da minimum fax. Ancora, potrei raccontare cosa succede a compitare all’alba, tutti i giorni, “Il Sole 24Ore” mentre è in corso la crisi più grande dacché esiste il capitalismo e si ha una laurea in lettere moderne.
Eppure non lo farò. Perché rientrato dal mare ho smaltito l’arretrato informatico e ho visto ancora una volta, su tanti blog letterari, le discussioni infiammarsi nei commenti ai post, ma non della fiamma giusta, che è quella delle argomentazioni, quanto di quella sbagliata dell’attacco personale. E mi è venuto in mente quel mio amico falegname che si sveglia tutti i giorni alle sei del mattino, lavora come un matto, sorride sempre, il fine settimana si guarda bene dal riposare e quindi, alla fin fine, ha il macchinone. Ma col macchinone non corre, rispetta i limiti di velocità, e una volta che eravamo insieme in autostrada un tizio gli è arrivato dietro e gli ha fatto i fari per avere strada. Il mio amico ha cambiato corsia, l’ha lasciato passare e poi ha commentato tra sé e sé: “C’è spazio per tutto, nella vita. Tranne che per la maleducazione”. E io penso che abbia detto una cosa giusta, lui che fa cose concrete e sa distinguere le cose dalle persone, che sa che le cose si costruiscono, si usano, si disfano, si criticano e così via, ma con le persone ci vuole cautela e rispetto.
Questo dobbiamo sempre pensare quando ci occupiamo di libri: che sono oggetti, e quindi abbiamo tutto il sacrosanto diritto di smontarli e rimontarli, contestarli e accarezzarli. Ma non abbiamo il diritto di passare all’attacco personale, che non serve a niente, porta via tempo e felicità. Accettiamo le critiche, siamo lieti degli elogi, ma ricordiamo sempre che i libri sono altro da noi, e per questo noi abbiamo il diritto di rimanere inviolabili. E intanto pazientare in attesa che i treni si riempiano di nuovo, la gente inizi un’altra volta a leggere e quindi questa rubrica abbia i contenuti che il titolo promette.

 

 

Gabriele Dadati

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Ultima settimana avanti e indietro sui treni, in vista un po’ di lavoro nello studio di casa, poi un po’ di mare, poi rientro in casa editrice a fine agosto. Ma cosa è comparso nei treni tra Emilia e Lombardia per le mani dei pendolari della prima settimana di agosto?

Lunedì mattina, adocchio copia di Un viaggio chiamato vita di Banana Yoshimoto, l’amatissima autrice di Kitchen, nella collana dei Canguri feltrinelliani. Martedì mattina due libri si fronteggiano al mio fianco: I tre evangelisti di Fred Vargas (Super Einaudi Tascabili: è un volumotto che comprende Chi è morto alzi la mano, Un po’ più in là sulla destra, Io sono il tenebroso. C’è da dire che in Italia i libri della Vargas escono sempre con titoli piuttosto belli) e Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, ancora nell’edizione principale Adelphi (ma è in commercio già il tascabile). Martedì sera vedo una copia in lingua originale de Le catilinarie di Amélie Nothomb (da noi, al solito, il libro è tradotto da Voland; ma esiste anche un tascabile Guanda). Mercoledì mattina una giovane donna leggeva Zafón, mercoledì sera un’anziana signora aveva un Camilleri mondadoriano, rilegato e giallissimo, di un giallo che riempiva di luce tutto il vagone, e sul giallo due gendarmi che di spalle camminavano sulla sagoma della Sicilia: La prima indagine di Montalbano (così la scheda: “Montalbano ha trentacinque anni, è un uomo adulto, ma nella professione sconta ancora qualche ingenuità, non è così astuto, smaliziato come siamo abituati a conoscerlo. E c’è chi è pronto ad approfittarne… L’archeologia di Montalbano e le sue prime esperienze nel mondo del crimine narrate in tre lunghi racconti”).

Ma insomma, cosa voglio dire? Niente, a parte il fatto che tra Banana Yoshimoto, Fred Vargas, Lolita, Azar Nafisi, Amélie Nothomb, la lettrice giovane, la lettrice non giovane… be’, in questo scorcio iniziale di agosto 2011, a me la letteratura è parsa, più che mai, un’affascinante signora che richiede tutto il nostro garbo.

 

 

Gabriele Dadati

 

 

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Martedì mattina, regionale da Seregno a Milano Centrale. La fortuna di muoversi in treno a fine luglio è che, crisi o non crisi, un po’ di gente che di solito pendola non c’è, è in ferie, e così ci si può sedere e magari allargarsi un po’. La sfortuna è che se tu stai pendolando, evidentemente è perché non è ancora venuto il momento di tirare il fiato: è il pensiero di un attimo, arriva subito dopo la constatazione che per una volta ti sei seduto comodo, e così provi una sensazione ambigua.

Ho un dattiloscritto per le mani. Vicino a me è seduta una ragazza giovane, non tanto alta, gli occhi chiari, un anellino al naso. Io leggo il mio dattiloscritto, lei legge Mama Tandoori di Ernest Van der Kwast (Isbn Edizioni, 2011). Ognuno dei due sbircia l’altro.

Quando manca poco all’arrivo non resisto, la approccio spudoratamente. Le chiedo: “Com’è?”

“Mah, meno bello di Zia Mame. Però si legge, non è male”.

E dopo la domanda falsa, le faccio quella vera: “Perché lo stai leggendo?” Una domanda che si può tradurre come: perché leggi un titolo di un editore indipendente? Perché, come tutti, non stai leggendo quello che c’è in classifica o un classico?

“Coi libri ci lavoro tutti i giorni”, dice. “E allora li guardo, leggo quello che mi incuriosisce”.

A questo punto sono io a essere incuriosito da lei. “Cosa fai?”

“Sono *** junior in ***”. I primi tre asterischi sono da sostituire con una funzione commerciale espressa in inglese che non ho capito, i secondi tre asterischi con il nome di una catena di librerie – di quelle librerie che vendono un po’ di tutto – nota e importante. “E tu?”, mi chiede.

“Anch’io lavoro con i libri”, rispondo mostrando il dattiloscritto. “Li faccio, sto dentro una piccola casa editrice, piccolissima”.

“L’avevo immaginato. Si chiama?”

Glielo dico, e mentre sto per riaprire bocca e spiegare mi blocca: “La conosco”.

“Sì?”

Scambiamo altre due battute, poi scendiamo, ci salutiamo.

Per la seconda volta nella stessa mattina provo una sensazione ambigua, come quando venti minuti prima ho trovato posto comodamente e allo stesso tempo mi sono reso conto che era così perché in tanti si stavano già riposando. Da un lato penso: “Bene, bello, questa ragazza sa cosa fa una piccola casa editrice che per i librai esiste da dieci mesi”. Dall’altro penso: “E però, ce la cantiamo e ce la suoniamo sempre da soli, editori scrittori librai, in questo piccolo circolo che non è per niente esclusivo: vorremmo che ci entrassero tutti, ma non ci entra mai nessuno”.

Sono le otto e quaranta del mattino. Se vado avanti a fare pensieri doppi per tutta la giornata, mi sa che arrivato a sera mi sono trasformato almeno almeno in un centauro.

 

Gabriele Dadati

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Oggi si parla del libro di Giuseppe Ayala, di impegno, di verità e di bellezza.
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Lunedì mattina, sul regionale che da Seregno porta a Milano Centrale, stavo in piedi, ciondolante, preso in uno di quelli che io chiamo controrisvegli: risvegli in cui in realtà ci si inabissa in una letargia tale per cui il nostro corpo si muove nel mondo, ma la nostra testa continua a discendere negli abissi del sogno. E vabbé. Insomma stavo lì, ciondolavo, e di fronte a me, di fianco a me, tutt’attorno a me tanti altri morti viventi facevano altrettanto. Il più coraggioso leggeva, sempre ondeggiando, il tascabile di Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino (Mondadori) di Giuseppe Ayala, che è questo libro qui (secondo la scheda): “Sono passati quindici anni dalla terribile estate che, con i due attentati di Punta Raisi e di via d’Amelio, segnò forse il momento più drammatico della lotta contro la mafia in Sicilia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino restano due simboli, non solo dell’antimafia, ma anche di uno Stato italiano che, grazie a loro, seppe ritrovare una serietà e un’onestà senza compromessi. Ma per Giuseppe Ayala, che di entrambi fu grande amico, oltre che collega, i due magistrati siciliani sono anche il ricordo commosso di dieci anni di vita professionale e privata, e un rabbioso e mai sopito rimpianto. Ayala rappresentò in aula la pubblica accusa nel primo maxi-processo, sostenendo le tesi di Falcone e del pool antimafia di fronte ai boss e ai loro avvocati, interrogando i primi pentiti (tra cui Tommaso Buscetta), ottenendo una strepitosa serie di condanne che fecero epoca. E fu vicino ai due magistrati in prima linea quando, dopo questi primi, grandi successi, la reazione degli ambienti politico-mediatici vicini a Cosa Nostra, la diffidenza del Csm e l’indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, isolarli. Per la prima volta, Ayala racconta la sua verità, non solo su Falcone e Borsellino, che in queste pagine ci vengono restituiti alla loro appassionata e ironica umanità, ma anche su quegli anni, sulle vittorie e i fallimenti della lotta alla mafia, sui ritardi e le complicità dello Stato, sulle colpe e i silenzi di una Sicilia che, forse, non è molto cambiata da allora”. Si tratta di un libro importante, con un titolo bello. Leggi di più..

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Ok, va bene, confesso: sono stato una settimana in vacanza. Ok, va bene, vuoto il sacco e mostro il fondo ancora sporco: sono il tipo d’uomo a cui piace stare steso in spiaggia, entrare in acqua, leggere sotto l’ombrellone, passeggiare la sera tra le bancarelle eccetera eccetera. Questo mina la mia autorevolezza di intellettuale? Meglio così. Ma almeno adesso sono abbronzato. Oddio, abbronzato: mentre scrivo queste righe lo sono meno di qualche giorno fa e domani ancora meno e così via.
D’ogni modo ho fatto la mia settimana, ho letto ad alta voce le ultime 200 pagine di Libertà di Jonathan Franzen alla mia ragazza (per la gioia di chi stava intorno), ho fatto fuori un altro paio di libretti e guardato cosa avevano per le mani altre persone (avvistato il Brodkey appena stampato da Fandango, Il divoratore di Lorenza Ghinelli, un Camilleri qualsiasi in edizione Sellerio, Formentera senza vie di mezzo di Stefania Campanella, un saggio d’estetica einaudiano e anche qui eccetera eccetera; vince in assoluto il primo posto tra gli avvistamenti un atipico bestseller che attraversa i luoghi e gli anni in maniera inimmaginabile: il mitico Cavallo rosso di Eugenio Corti, edizioni Ares, 1.280 pagine, ventiquattresima edizione, che una signora leggeva lemme lemme nella spiaggetta sotto casa).
E poi ho visto Fabrizio Corona con la sua compagna, Belen Rodriguez. Mi sono passati a cinque metri dal naso mentre ero steso sul salviettone in spiaggia. Tornato a casa ho postato questo status su fb: “quando ero al mare, un certo pomeriggio, ho visto la gente riconoscere per strada un romanziere italiano piuttosto noto e chiedere di essere fotografata assieme a lui. Mi ha fatto impressione, vedere come questo scrittore che ha in fondo pubblicato due soli libri venisse tanto ammirato”, e subito dopo un link ai due libri di Corona, per generare l’effetto sorpresa. Nessuno infatti identifica primariamente Fabrizio Corona come scrittore (come nessuno identifica Francesco Guccini primariamente come scrittore, o Walter Veltroni, o Silvio Muccino e così via: sono persone diventate celebri in altri campi che hanno anche pubblicato libri di narrativa) e ho un po’ giocato con questa cosa. L’ironia mi pareva chiara. Leggi di più..

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Venerdì primo luglio, ore 18 e 30: mi fermo alla Coop del quartiere Galleana di Piacenza, in periferia, il posto dove sono stato bambino (il quartiere Galleana, non la Coop). Entro per comprare una bottiglietta di Coca-Cola possibilmente ghiacciata (è una – brutta – abitudine che ho preso da alcuni anni, quella di aver voglia di Coca-Cola possibilmente ghiacciata all’improvviso: perdonatemela). Mi fermo all’espositore poco oltre l’ingresso. Ci sono libri e dvd a prezzi molto contenuti co-prodotti da Coop in occasione dei 150 anni dell’Unità. Se compri un prodotto con su il bollino giusto, poi puoi prendere o un libro o un dvd per pochissimi euro. Afferro una copia dei Canti di Leopardi per vedere com’è fatta. Mi si avvicina un signore da dietro, canottiera di garza, pantaloni corti sporchi, scarpe da ginnastica e calzettoni bianchi di spugna, insomma un orrore, e mi dice: “È bello quello, sai? Cioè, ci sono dentro tutte le poesie più significative della vita di Leopardi”. Io resto interdetto (i Canti non sono un best off: sono un libro fatto e finito), poi balbetto un ringraziamento e mi allontano.
Mercoledì ventinove giugno, ore tredici: sono sulle metro di Milano. Vado a Sesto San Giovanni, in uno studio bello e nuovo e grande di commercialisti. Arrivo col mio bravo libro in mano, perché ho letto lungo tutto il tragitto, poi ho letto anche per strada e ho letto salendo le scale. Supero la porta e mi rendo conto della situazione: sono tutti eleganti, o almeno decenti, mentre io sono in braghette corte, maglia bianca sudata, Superga. E hai voglia, a presentarmi come “il dottor Dadati”…
Giovedì mattina, trenta giugno, sul treno da Piacenza a Milano: un signore di mezza età si toglie la scarpe, mette i piedi nudi sul sedile di fronte a sé (io sono sull’altro lato del corridoio e lo spio), poi tira fuori una copia delle Città invisibili di Calvino, individua la pagina a cui era arrivato, apre e si rimette a leggere, tutto trasandato tutto scarmigliato.
Lo stesso giovedì, la sera, sul treno di ritorno. Una ragazza legge La casa degli spiriti di Isabella Allende, nel tascabile Feltrinelli. Capisco dalle sue telefonate (si interrompe due volte per parlare con – credo – sua mamma, che la aspetta in non so più che stazione) che si tratta di una studentessa universitaria. Ma sapete di che tipo? Di quelle vestite color pastello, con i lineamenti da bimba, che mostrano sì e no quindici anni ma non quindici anni aggressivi, quindici anni remissivi.
Be’, va be’, allora? Dove voglio andare a parare? Cosa voglio dire? Voglio dire che non c’è selezione all’ingresso. Che in un libro ci si entra vestiti come si vuole. Che tutte queste persone che ho visto (e io stesso) sono persone che subito di là dalla barriera della copertina diventano splendide, con la pelle fatta di luce, con i vestiti coperti di madreperla. Perché a questo serve in fondo la letteratura: a mettere da un canto questo mondo di qua, a mettere al centro quei mondi che stanno di là.

 

 

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Lunedì sera sul treno da Milano Centrale a Piacenza c’era una ragazza carina, addosso un abito color malva e le unghie di mani e piedi colorate di rosso acceso, che leggeva il tascabile di Lo potevo fare anch’io (Mondadori) di Francesco Bonami. Io intanto leggevo le cose mie. Poi s’è liberato qualche posto (c’è sempre gente che scende a Lodi) e la ragazza è venuta a sedersi di fronte a me. Solo a quel punto mi sono reso conto che nel leggere sottolineava con attenzione. E mi sono chiesto: ma perché, perché sottolinea con attenzione questo libro tremendissimo? E m’è tornata in mente la breve vita di una rivista bolognese che si faceva qualche anno fa. Si chiamava “Veins Magazine” e io ci collaboravo firmando in ogni numero una recensione in forma di lettera aperta all’autore. Che fosse vivo o che fosse morto, che fosse del presente o del passato, che fosse italiano o straniero. E a Francesco all’epoca (che era un’altra epoca della mia vita) io sul numero 3 avevo scritto, proprio a proposito di questo libro. Ecco qua, tagliando le lungaggini:

 

 

Caro Francesco,

a pagina 159 del tuo libro, Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte uscito da Mondadori nel 2007 (si tratta dell’ultima di testo prima dell’indice dei nomi) proprio alle ultime righe scrivi: “In fondo, non è né più né meno che un libro contemporaneo che parla della contemporaneità. Avrebbe forse potuto scriverlo qualcun altro, magari uno di voi, ma l’ho fatto prima io”. Be’, sai, mi hai fatto venire in mente Benigni quando a metà dei curiosissimi anni Novanta diceva: “Perché non ho scritto la Divina Commedia? Perché non mi è venuta in mente!”, salvo poi rimediare a metà degli avvilenti anni Duemila avvitando il suo nome a quello di Dante in curiose letture pubbliche davanti a folle oceaniche a tal punto da entrare nella rosa del Nobel, un po’ a rimedio del fatto che sette secoli fa non lo si è dato al fiorentino giusto perché il premio allora non esisteva.

D’ogni modo, ti dirò, io tutto sommato sono contento di non aver scritto questo libro […]. Leggi di più..

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LETTORI SU ROTAIE di Gabriele Dadati

 

Ok, va bene, le traduzioni sono nel tempo. Il testo di partenza è quello, ma di volta in volta occorre stare a pari con la lingua dell’epoca per approdarci dentro, e la versione dell’Eneide di Annibal Caro era giusta per il primo Cinquecento, quella di Francesco Vivona per il primo Novecento, quella di Vittorio Sermonti ci vien buona oggi e domani non più (che poi le traduzioni di Annibal Caro, Francesco Vivona e Vittorio Sermonti siano grandi opere letterarie in sé, e per questo continueremo a leggerle in futuro, è fuor di dubbio. Però le leggeremo come calate nel loro tempo e al ginnasio ne faremo adottare un’altra, perché i ragazzini imparino il latino di Virgilio, come primo obiettivo, e vedano l’italiano come un tramite per riuscirci).

Ok, va bene, tutto questo è normale. Non ci colpisce più di tanto. Quello che ci colpisce di più è vedere come accada anche ai titoli, anche a titoli celebri, in continuazione. A questo pensavo martedì sera quando sul treno ho visto una ragazza che leggeva, nella Bur, I legami pericolosi di Pierre Choderlos De Laclos. Ma come, direte voi, non era Le relazioni pericolose? Sì, certo, quello è il titolo più conosciuto, e così lo troviamo nei tascabili di Garzanti, di Feltrinelli, di Giunti, di Newton Compton, solo per dirne un po’. Ma già se ci spostiamo verso Mondadori, lo troviamo intitolato Le amicizie pericolose, titolo che è del resto sulla copertina – bruttissima – dell’edizione Sonzogno in cui l’ho letto io quando avevo quindici anni. La collana, altrettanto tremenda, si chiamava “I libri dell’amore” e nonostante questo, con tutta evidenza, qualche capolavoro ci cascava dentro lo stesso (il libro di Choderlos De Laclos è un libro che ha una sua importanza). In più il libro era mutilo. Si tratta di un romanzo epistolare e ho scoperto, confrontando la mia copia con quella del mio compagno di banco di allora, che mi mancavano una mezza dozzina di lettere verso la fine. Era una cosa inspiegabile. Non c’era niente di particolarmente divagante nel contenuto, né un taglio così esiguo doveva portare a un gran risparmio nella stampa del libro. Conclusione, non mi ci sono mai raccapezzato. Pazienza.

 

Poi di rimando mi viene in mente un altro libro che cambia titolo. I ragazzi di via Pal o I ragazzi della via Pal o I ragazzi della via Paal eccetera. È un libro che ho caro: l’ho letto tredici volte, quando ero bimbo. Ed è il libro che mi ha messo nella necessità di mettermi a mia volta a fare libri.

 

 

 

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LETTORI SU ROTAIE di Gabriele Dadati

 

Giovedì 9 giugno sono uscito dalla redazione di via Tenca 7 a Milano, la redazione dove si fa anche Laurana Editore, alle cinque meno un quarto, vale a dire un’ora prima del solito, e sono andato a prendere il treno che parte da Centrale alle 17 e 5 minuti. C’era l’ultimo incontro del Laboratorio di scrittura narrativa della Libreria.Coop di Piacenza da fare alle sei e mezza, e quello era il solo treno buono per arrivare in tempo.

 

Sono salito come al solito sulla quart’ultima carrozza e ho fatto una cosa che in genere detesto fare in treno (e che detesto gli altri facciano): una telefonata di lavoro. Ma non c’era altro momento per farla e la persona con la quale dovevo parlare è una persona per la quale provo simpatia e stima, per cui tutto sommato poteva andarmi peggio.

 

Sono stato al telefono con il mio mister X per una decina di minuti, ci siamo chiariti ben bene, ci siamo dati dei tempi per partire o no con un progetto. Poi ho messo giù. E un ragazzo che era subito di là dal corridoietto mi ha subito fatto un sorriso e mi ha chiesto: “Sei uno scrittore anche tu?” Quello con cui parlava era un forte accento del sud.

 

“Sì. Ma al telefono, più che lo scrittore, facevo l’editore”.

 

“Ah, sei anche editore?”

 

“Lavoro per una casa editrice, sì”.

 

“Ah, ma allora sei nel giro. Te ne intendi”.

 

Ho fatto spallucce. Perché intendersi di una cosa, nella vita, non si sa mai cosa può voler dire.

 

“Senti, anch’io sono uno scrittore. Uno scrittore esordiente. Posso chiedertela una cosa?” Leggi di più..

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